sabato, settembre 12, 2026

L'"Opéra" di Parigi

L'Opéra Garnier, Parigi
Non so che diavolo ci avesse preso quella sera. Era
vamo smemorati del tutto e ravvolti in una perplessità
senza causa.
Pioveva ancora un poco, a tratti. Nella sospensione vaga e inquieta dell'aria c'era una nebulosa immobilità di cose disfatte e passate. Lo spazio, pieno di caligine, sembrava assordito, fermo; tuttavia, tra gli aspetti tumultuosi e crudi del trottoir metropolitano, avresti creduto di sentir frusciare il panorama assorto di una vita anteriore.
E pure, quella era l'ora febbrile e clamorosa delle ultime notizie di Parigi. Da vicino e da lontano gli strilloni urlavano come demoni scatenati «L'Intransigeant... la Ruhr... l'armée française à Coblenz».
La folla si muoveva a precipizio, con quel furore francese che, mescolato alla passione politica, muta certi uomini in fantocci ridicoli e pericolosi.
Fiumi di veicoli enormi e d'ogni specie, impazienti, circolavano e s'incrociavano intorno a noi, scampanellando senza tregua e scaricando a bruciapelo dalle trombe i più rauchi e mostruosi avvertimenti.
Nella buca ardente della ferrovia sotterranea si gettavano a denti stretti forme innumerevoli di pedoni frettolosi.
La luce elettrica s'era accesa d'improvviso sui grandi boulevards e sulla lucida Avenue che porta al Palais Royal.
Stavamo lì su due piedi, fra la baraonda, dinanzi all'edificio dell'Opéra: la gran pignatta costruita dal Garnier, circondata di statue e di lampioncini malinconici, dominava la piazza come un'isola fortificata e
tenebrosa.
In alto, sul frontone del famoso e diffamato teatro, s'apriva il loggiato pensile che, illuminato con fuochi di bengala, svaporava in una calda tristezza di solitudine. Figure incerte e femminee s'affacciavano a quel loggiato favoloso, si sporgevano nella notte, si muovevano e si mescolavano delicatamente lassù come visioni trepide in una sede sacra ed eccelsa.
Guardavamo lì fermi, trasecolando, quel presepio aereo. La baraonda circostante, i gridi e le gomitate ci facevano sussultare, mentre quell'al di là ci invitava con un ineffabile richiamo.
Detto fatto, ci lanciamo in uno spazio libero fra le automobili; e d'un salto, eccoci fra lo scialbore dei fanali e il nero delle colonne.
Nel vestibolo maestoso e vacuo, ogni accesso è presieduto da una specie di tribunale eretto, sul quale troneggiano, solenni, dei signori in frack e sparato bianco, rasati sino al blu, che inalberano sulla testa dei magnifici cilindri di alta forma. Sono questi pallidi tipi di croupiers che sorvegliano, sbadigliando con un sussiego accigliato e taciturno, gli ingressi e controllano i biglietti di quelli che entrano.
Ci par d'essere nella più solenne e deserta Corte d'Assisi.
E fin qui, nessuna eco musicale che giunga a noi. Nessun presentimento lirico. Una estenuazione scoraggiante, un che di blasé fluttua e s'allunga pei vasti corridoi silenziosi, rischiarati pigramente.
Qualche persona di qualità entra ancora, con domestica lentezza. Sono dei ritardatari; un cenno, e traversano stanchi questo primo monumentale controllo.
Lo spettacolo deve essere già incominciato da un pezzo. Ci buttiamo verso il celebre scalone, facciamo i gradini a due per volta, correndo sul tappeto che ci guida sempre più in alto. I giri e rigiri sono interminabili; durante l'ascensione vorticosa ci vien fatto d'intravvedere tra gli splendori spalancati dei promenoirs l'uniforme di parata di una guardia repubblicana che vigila sui beni dello Stato; costui ci rimette paternamente su la buona strada.
Finalmente eccoci, col cuore in gola, all'ultimo piano; là ci colpiscono l'orecchio gli scoppi vaghi degli ottoni soffocati dalla porta chiusa e i mormorii indistinti di un coro che sembra sepolto. C'è ancora modo, tra il muro e la porta, di sbagliare indirizzo; per fortuna, la guardiarobiera del loggione ci soccorre e ci mette dentro, con un sorriso e un inchino impercettibile.
Nell'oscurità d'una grotta sonora popolata da silhouettes protese, intente e fiammeggianti come terrecotte nel riverbero di un forno, una piccola poltrona di velluto rosso, vuota, al davanzale, ci aspetta; e siamo a posto.
Una spanna più su del nostro capo il soffitto cupo, enorme, s'allarga e s'allontana oscuramente.
La recita è in pieno corso. La sala immensa del teatro s'apre tutta sotto i nostri piedi come un abisso semibuio, silenzioso e formicolante, annegata in un rosso amaro che i lumi radi e protetti non riescono a esplorare.
Contempliamo, col capogiro, da questo nido di avvoltoi, l'atroce turbinio di quel mondo crepuscolare inerte e prostrato in una beatitudine sontuosa.
Nella veglia accaldata e sonnolenta, l'orchestra quasi roca rimescola e sciupa dolcemente i suoi timbri. Le armonie si addensano e sfilano trasfigurate come figure al tramonto. I violoncelli circolano sommessi e chini fra i fiati declinanti, mentre le trombe echeggiano tristi, trionfali, lente nella lontananza.
Nessuno potrà dire l'insistente turbamento che dà la musica in questo luogo memorabile popolato e fastoso.
Una ricchezza pesante e ravvolta di colori indistinti e quieti si coagula all'intorno. Forme gelide dai riflessi misteriosi, nella torrida semi oscurità, guizzano irretite in un vasto sogno musicale, come mosche lucenti e innumerevoli prese in una immensa tela di ragno.
Il lampadario, a palloni opachi e iridescenti, grosso come un carrousel, illumina da vicino le grevi incrostazioni dorate e la fumosa e violenta pittura della cupola. A mezz'aria lembi di luce han fremiti velati e perlacei di neve che ondeggi nel tramonto e si sciolga.
Nel trasparire profondo di quelle tenebre vive con un rilievo misterioso e aggraziato una folla sospesa e senza età.
Nelle loggie riboccanti di alto ceto riposano, in atteggiamenti di contrizione, gli sparati immacolati, le décolletées pallide e ambigue, i crani lucidi e privilegiati e le lunghe braccia guantate; fra la seta e le gemme, affacciata ai davanzali dei balconi, la folla siede quasi prosternata. I piccoli raggi dei lumi scivolano sulle lunghe spalle azzurrine, sui dorsi polposi e lisci, rimbalzando ed echeggiando sul raso e sul velluto verde cobalto con uno splendore stanco, dissonante e morbido di toni. Nel fondo indistinto vigila, eretta e ossequiente, la nera galanteria dei cavalieri francesi.
Benché non sia troppo vecchio, questo teatro ha un aspetto di decrepitezza esanime, incantevole, come, a vederla ritornare, così sterminata e tumultuosa, un'epoca sepolta.
In questa cornice il pubblico sembra proprio quello di cento anni fa.
Il sipario venerabile e smorto, dipinto a larghe pieghe di velluto sanguigno, discende silenziosamente.
Nell'intervallo, molti spettatori leggono il libretto.
Curiosa usanza, quella di richiamare il pubblico quando la recita riprende, con un frastuono di colpi lugubri e reiterati come se dietro il sipario inchiodassero un feretro. L'orchestra è già di nuovo tutta a posto, disseminata fra i lumi verdi dei leggii e sembra un accampamento di scarabei in cravatta bianca; la lettura ricomincia svogliata e accademica.
Dalla rampa dell'orchestra sino alla balconata di primo ordine le poltrone di velluto paonazzo della platea montano irruenti come squadroni della vecchia guardia lanciati verso un'altura, in file serrate e ondeggianti.
Il pubblico è così folto che copre letteralmente le architetture e sembra piovere giù dalla cupola nel fuoco crollante delle cavità più oscure e disperate.
Tutta la parete di contro sembra un'apoteosi distrutta che s'inabissa con un dissolvimento maestoso o una ascensione quasi immobile, infatuata e piena d'un lucore agonizzante che si estingue languidamente.
Quella sera si rappresentava all'Opéra la Kovancina di Mussorgski.
Bruno Barilli
("Corriere Italiano", 18 agosto 1923)

domenica, settembre 06, 2026

Benedetti Michelangeli e il pianoforte immateriale...

Arturo Benedetti Michelangeli (1920-1995)
Sono nato nel 1931, mi sono diplomato in pianoforte, brillantemente, nell'ottobre del 1949.
Quel «brillantemente», che oggi è un gradevole ricordo, era allora un incoraggiamento a continuare lo studio. Mi guardai intorno per trovare un maestro. Forse a causa della mia educazione cattolica, che mi portava a trasferire nella realtà i dogmi, credevo - non so se scrivere o no il termine con l'iniziale maiuscola, e non vorrei apparir blasfemo: non intendo dir nulla di ironico ma rendere un'immagine della mia psicologia di diciottenne - credevo in una trinità. Avrei studiato volentieri con Backhaus. il padre; ma Backhaus non accettava allievi. Avrei studiato volentieri con Lipatti, il figlio; ma Lipatti non insegnava più nel conservatorio di Ginevra, era ammalatissimo, gli restava poco più d'un anno di vita. Avrei studiato volentieri con Gieseking, la terza persona; gli scrissi: mi rispose che radunava i suoi discepoli a Saarbrücken solo quando gli capitava qualche giorno libero. Feci allora una corsa a Parigi, ed ebbi alcune lezioni da Marguerite Long, simpatica pitonessa. Quindi andai a Milano e cominciai a studiare con Carlo Vidusso. C'erano tre celebri pianisti che insegnavano molto e con molta passione, Edwin Fischer, Alfred Cortot, Arturo Benedetti Michelangeli: non mi venne mai in mente di andare a studiare con loro.
Studiare il pianoforte con Vidusso era allora come studiare la composizione con Cage. Detestando, come detestava, il sentimento e il colore, Vidusso studiava e faceva studiare in modo da non poter contare mai sulle seduzioni del colore e sulla banalità del sentimento. Ogni nota stampata doveva essere accompagnata dal numero indicante il dito da impiegare, si mandava a memoria tutta la composizione seguendo riga per riga l'impaginazione (la prima riga di tutte le pagine, l'ultima di tutte le pagine, quella di mezzo e così via), il montaggio delle righe arrivava in vista dell'esecuzione pubblica, il «ripasso» doveva sempre avvenire secondo il sistema delle righe separate. Vidusso aveva così studiato i quarantotto Preludi e Fughe del Clavicembalo ben temperato; io studiai così sei Studi e la Sonata op. 35 di Chopin, l'Appassionata di Beethoven, sei Studi trascendentali di Liszt e altre cose ancora.
Raccontata a questo modo sembra una barzelletta o una follia. Era una cosa molto seria. invece: mi accorgo ora che era un tentativo di superare la crisi della musica intesa come linguaggio, rifiutandone la logica formale. Non studiai con Benedetti Michelangeli, ma verso il 1950 lo ascoltai molto spesso e parlai con diversi miei coetanei che con lui studiavano: mi accorgo ora che studiare il pianoforte con Benedetti Michelangeli sarebbe stato come studiare composizione con Stockhausen.
Vidusso cancellò il concetto che avevo della musica; lo avrebbe cancellato anche Benedetti Michelangeli. Con questa differenza: che Vidusso si faceva ipnotizzare dal movimento delle dita, da una sorta di gestualità a cui il suono era quasi indifferente, mentre Benedetti Michelangeli si faceva ipnotizzare dal suono, dalla costruzione dell'edificio sonoro secondo un'idea di bellezza. Non mi sembra che si trattasse semplicemente di estetismo: certo, si può parlare del narcisismo di Benedetti Michelangeli, della sua indifferenza ai problemi della cultura, si può essere irritati per la sua mania di ritoccare i testi (quei maledetti raddoppi in ottava al basso, il mi bemolle alla battuta 115 del primo tempo della beethoveniana Sonata op. 111, che grida vendetta). Un interprete, mi pare, ha anche il compito di individuare e far conoscere i valori della sua epoca: che cosa si dovrebbe dire di un pianista nato nel 1920, che ha eseguito il Concerto n. 4 di Rachmaninov. il Concerto e il Kinderkonzert di Margola. la Ballata di Frank Martin, il Concerto di Peragallo e non ha eseguito uno solo dei concerti di Bartók, Prokofiev, Stravinsky, Schoenberg? che cosa si dovrebbe dire di un pianista che ha suonato Schoenberg da ragazzo, come esemplificatore al pianoforte di conferenze di Luigi Rognoni, e che poi ha cancellato dal suo repertorio Schoenberg e ci ha messo Suburbis di Mompou? Che dire di un pianista venuto dopo Schnabel, dopo Kempff, dopo Serkin. dopo Richter, che ha in repertorio una Sonata sola di Schubert? Perché Benedetti Michelangeli non ha eseguito il Quaderno musicale di Annalibera di Dallapiccola, che rispecchia il suo pianismo? Perché non si è ancora accorto di Scriabin?
Domande retoriche, che portano ad un'ovvia conclusione: un simile pianista non esiste nella storia della cultura. Ma basta ciò a liquidare Benedetti Michelangeli, a far dire che si tratta di un fenomeno di costume e di psicosi collettiva che dura minga? Un tempo ne ero convinto. ora non più. Se penso alla figura di Benedetti Michelangeli come alle figure di Schnabel o di Gieseking, le sue interpretazioni che ammiro e che mi piace risentire sono poche: il Preludio op. 45 di Chopin, le Ballate op. 10 di Brahms, il Concerto di Grieg, la Ciaccona di Bach-Busoni. Gaspard de la nuit e le Valses nobles et sentimentales di Ravel, il Concerto n. 4 di Rachmaninov. Già la sua interpretazione del Concerto in sol di Ravel, che è
celebre - un classico dell'esecuzione raveliana - e perfettissima, mi disturba per la totale mancanza di ironia, tanto che qui preferisco addirittura Weissenberg, pianista che di solito mi piace pochissimo. Se poi ascolto le Mazurche di Chopin benedico la musicalità facilona di Arthur Rubinstein. E se ascolto da Benedetti Michelangeli i Concerti di Mozart penso che il suo amore per Mozart, stampato in ogni suono, è come l'amore di Respighi per Monteverdi: l'intuizione di una grandezza incommensurabile, il fraintendimento stilistico più perfettamente coerente.
Posso però ascoltare Benedetti Michelangeli non seguendo mentalmente il fluire della musica, ma fisicamente il movimento delle dita sulla tastiera. Si dice in genere che il suo sia il più bel suonare possibile, il più naturale, la più lampante incarnazione delle teorie di quel candido innamorato della Scienza che era Thobias Matthay. Secondo me, la tecnica di Benedetti Michelangeli, ben lungi dall'essere naturale, è pressoché mostruosa: quanto di più artificioso si possa immaginare. Naturale è la tecnica di Richter, nella quale ad ogni colore timbrico corrisponde un movimento differenziato del corpo; tavolozza che è tavolozza anche visivamente, orchestra in cui un suono di trombone esce da un trombone, un suono di violino da un violino. Nell'orchestra di Benedetti Michelangeli il suono del violino, il suono del flauto, il suono del trombone escono dal trombone. Seduto compostamente, lui muove il dito: io, ascoltatore, non so quale timbro uscirà dalla cordiera; con Richter lo saprei, pregusterei il piacere di sentire che il suono dà vita alla mia immaginazione. sentirei l'acquolina nelle orecchie. Con Benedetti Michelangeli mi sento dominato: so che il prossimo suono sarà la conseguenza logica del suono appena uscito, ma non posso prevedere in che cosa consista la logica. Per fare un paragone un po' banale, quando ascolto il Ricercare a 6 dell'Offerta musicale trascritto da un qualsiasi esperto strumentatore so bene che se il Thema Regium inizia al corno inglese resterà al corno inglese fino all'ultima nota; se lo ascolto nella trascrizione di Webern so solo che il timbro cambierà ad ogni suono. E siccome ho fiducia nella logica di Webern sto anche tranquillo, ma non mi posso adagiare nella contemplazione della musica: devo attaccarmi al singolo intervallo.
Faticoso ed emozionante. Ma non saran trucchi da stregone? C'è infatti il sospetto che il pianoforte di Benedetti Michelangeli sia manipolato in un qualche modo misterioso. Benedetti Michelangeli suona sul suo pianoforte e se lo porta in giro; una volta, si dice, se lo portò in Giappone, e il pianoforte, imbragato e sollevato dalla gru fuori dalla pancia del piroscafo, per via di una manovra disgraziata precipitò nelle acque del porto di Tokyo. Rubinstein provava il pianoforte, che vedeva per la prima volta. facendovi scorrere le dita in un arpeggio. Richter prova il pianoforte solo se di pianoforti ne trova due: li prova per poter scegliere il peggiore; per Backhaus qualsiasi pianoforte andava bene, mentre non andavano bene i seggiolini, tanto che si portava in tournée il suo: quindici chili di peso, il terrore degli uscieri che andavano a ritirarlo al bagaglio-appresso.
Benedetti Michelangeli, non che del seggiolino, non si fida che del suo pianoforte e di tecnici di sua scelta. Il pomeriggio del concerto lo passa in clausura con il tecnico, a lavorare sul pianoforte come il corridore di formula uno lavora sul suo bolide assistito dal meccanico. Ci vogliono ore per preparare il pianoforte, se si vogliono eseguire Sonatas and Inlerludes di Cage, e ci vogliono ore per preparare il pianoforte di Benedetti Michelangeli. Il pianoforte preparato di Cage non sarà per caso un'allegoria parodistica delle preparazioni alla Benedetti Michelangeli?
Forse. Potrebbe darsi. Ma anche qui sarebbe facile scivolare verso la barzelletta, e sarebbe sbagliato. Come nel panstrutturalismo di Stockhausen e di Boulez anni cinquanta, tutte le qualità del suono devono essere predeterminate. Benedetti Michelangeli ha deciso le proporzioni di intensità, timbri e durate dopo uno studio minuzioso, ha superato ogni problema di incoerenza, ha stabilito un percorso immutabile: così come gli da fastidio la nota sbagliata (sbagliata perche il dito non ha toccato il tasto giusto), gli da fastidio il timbro casualmente sbagliato, e in un delirio di onestà non vuole che a sbagliare sia non Benedetti Michelangeli - fallibile, in minima misura, come tutti i mortali - ma il pianoforte. Attilio Brugnoli, nella sua prosa umbertiana, spiega eccellentemente le trafitture dell'errore: «Lo sbaglio di una nota produce negli esseri sensibili una perturbazione nervosa che, influendo sul gioco muscolare. si traduce quasi sempre in un irrigidimento. Negli esseri più sensibili, il non poter ottenere un dato effetto fonico produce una perturbazione analoga». Si badi: lo sbaglio del tasto, la «nota accanto» di cui parla Blanche Selva è sempre imputabile al pianista; lo sbaglio di «effetto fonico» può essere dovuto al pianista come può essere dovuto al pianoforte.
Benedetti Michelangeli è disposto a sbagliare in proprio, non ad essere tradito dallo strumento, e vuole il pianoforte pronto a tutto, infallibile, quasi immateriale. E lo toccherà, suscitandone un universo di timbri che scaturiscono direttamente dal suo cervello, con un'assenza di gestualità che sottolinea l'impiego del timbro come struttura più che come colore.
Nelle incisioni degli anni di guerra si coglie in Benedetti Michelangeli la crisi della tradizione, della musica intesa come linguaggio e della interpretazione intesa come conservazione del linguaggio. La Sonata op. 2 n. 3 di Beethoven viene portata ad un limite di esasperazione virtuosistica che ne fa un saggio di giochi timbrici sottratto a qualsiasi riferimento a situazioni di sviluppo della tecnica pianistica, e che quindi le sottrae la dimensione storica. Nella Berceuse di Chopin le oscillazioni della pulsazione ritmica sono talmente grandi da distruggere la misura e da portare l'attenzione dell'ascoltatore sul frammento, sul minimo particolare melodicamente significante. Da una parte il virtuosismo come incantamento, non come vitalismo, dall'altra l'espressione come interiezione, non come discorso. Non si tratta probabilmente di una scelta cosciente e «progressiva». Anzi! Mi sembra invece che Benedetti Michelangeli intendesse da un lato riportare Beethoven a un concetto di «classico» esemplato sull'interpretazione neoclassica di Domenico Scarlatti. e che dall'altro intendesse ricollocare anche un pezzo visionario come la Berceuse in un concetto di «romantico» esemplato su Albeniz e Granados. Le interpretazioni della Malagueña di Albeniz e della Andaluza di Granados sono infatti assolutamente perfette, anche stilisticamente, anche come esempi di musica-linguaggio. È probabile che questa perfetta individuazione stilistica provenisse a Benedetti Michelangeli dai suoi maestri, il bresciano Paolo Chimeri (nato nel 1852) e il milanese Giovanni Anfossi (nato nel l864). Ma. appunto, la collocazione stilistica del primo Albeniz e del primo Granados era per Benedetti Michelangeli, tout court, quella del romanticismo; e perciò nella Berceuse di Chopin si perdevano il senso del linguaggio e della forma per arrivare al frammento liricizzato.
Posizione culturale reazionaria, che metteva Benedetti Michelangeli in condizioni di inferiorità non solo rispetto a grandi interpreti della civiltà musicale come Schnabel e Gieseking, ma anche di fronte a pianisti italiani di lui un po' meno giovani come Scarpini e Gorini. Eppure proprio questi limiti si rovesciano paradossalmente in posizioni di avanguardia quando Benedetti Michelangeli, sostanzialmente straniero al suo tempo, si ancorava ad un passato che non ripeteva però passivamente. La calibratura del suono, la costruzione di un oggetto sonoro in cui venisse cristallizzato anche il fraseggio collocavano Benedetti Michelangeli in una posizione che, in senso lato, poteva essere paragonata a quella di Stockhausen. La smembratura della forma e l'indifferenza al suono collocavano Carlo Vidusso in una posizione che poteva essere paragonata a quella di Cage. Intorno agli anni cinquanta i pezzi giusti per Benedetti Michelangeli sarebbero stati le Quatre Études de rythme di Messiaen, e per Vidusso Music of Changes di Cage: il fatto che il secondo scegliesse invece il Concerto in sol minore di Pick Mangiagalli e il primo Suburbis di Mompou dimostra quanto i due fossero estranei alla problematica della musica contemporanea. Eppure. nel campo dell'interpretazione. le loro posizioni erano, mi sembra, di estrema avanguardia.
Se Vidusso fosse stato più... colto, se avesse conosciuto come Cage l'I-Ching avrebbe potuto - e forse il suo spirito motteggiatore non lo avrebbe rifiutato - trasferire nell'esecuzione la sua metodologia di studio ed offrire al pubblico i testi frammentati e ricomposti secondo successioni stabilite dal sorteggio o dal caso. La profonda contraddizione tra metodologia di studio ed esecuzione portò invece Vidusso a rinunciare al concertismo dopo aver dovuto cancellare il Gradus ad Parnassum già annunciato in quattro serate e già preparato - cento Studi cento! - a una riga per volta. Benedetti Michelangeli si spostò gradualmente verso l'analisi della tradizione interpretativa. Ascoltare il Carnaval di Schumann o il primo libro dei Preludi di Debussy da Benedetti Michelangeli è un'esperienza irritante e rivelatrice insieme. Cura del particolare, come sempre, favolosa, realizzazione del segno scritto di una precisione che tocca non di rado la pignoleria dimostrativa. Eppure non si tratta affatto della precisione di un Arrau, disposto a seguire l'autore - il testo stampato o manoscritto, in realtà - anche a costo di apparir pazzo. C'è sempre qualcosa che Benedetti Michelangeli non rispetta, c'è sempre qualche aggiunta, c'è sempre qualche modificazione, c'è sempre un suono stilisticamente paradossale, c'è sempre un'interpretazione datata e pietrificata. Il Carnaval suo ricorda il Carnaval di Emil von Sauer o di Arthur Rubinstein, il suo primo libro dei Preludi riconduce Debussy in un ambito fine Ottocento, nell'ambito culturale in cui, pensiamo, lo avrebbe collocato Giovanni Anfossi: Benedetti Michelangeli non e pittore dalla realtà, ma dalla fotografia, e interpreta la fotografia, non la realtà.
È ciò scandaloso? Spesso la critica se ne è scandalizzata. Io ho ripensato in questi giorni ad un'osservazione che sentii più di trent'anni addietro da Gino Tagliapietra, e che adesso mi sembra acutissima. Conobbi Tagliapietra nel 1948, ad un concorso di pianoforte che si svolgeva ad Udine: lui, sessantunenne, stava nella commissione giudicatrice, io, diciassettenne, concorrevo. Suonai malissimo e fui subito eliminato. La sera della... disfatta stavo andando al circo quando vidi Tagliapietra in un'osteria: tavolo sgombro, un recipiente da un quarto (di quelli con bollo) posato su un piattino, un bicchiere, una piletta di piattini a sinistra. Entrai e mi presentai. Coi capelli lunghi e grigiastri, con una palandrana antracite che doveva risalire ai suoi anni viennesi, con il cravattone a farfalla e gli occhi pungenti sotto le pesanti palpebre, sembrava un segretario di Marx, ma distaccatamente gentilissimo e persino cordiale.
A Tagliapietra non era piaciuta la mia esecuzione di Eroica di Liszt (il che non mi stupiva); non gli piacevano però neppure Lessona e Vincenzo Pertile, che erano allievi di Benedetti Michelangeli e che si sarebbero poi piazzati ai primi due posti del concorso, e non gli piaceva quasi niente dei pianisti contemporanei. Parlava con calma: «Quando si andava ai concerti di Busoni o di d'Albert o di Reisenauer o di altri si sentivano delle personalità; i pianisti di oggi non hanno personalità». Tacque, bevve, pensò. E aggiunse: «Benedetti Michelangeli meno di tutti».
Mi piaceva il circo. e Tagliapietra era del resto in vena di meditare le virtù del contemporaneo rosso friulano più che le magagne dei pianisti contemporanei. Perciò me ne andai. Tornando indietro verso l'una di notte vidi che Tagliapietra stava ancora seduto al tavolo: la scena era identica, con l'unica variante della piletta dei piattini divenuta torre. Entrai. Tagliapietra prese a parlare di Busoni, di cui era stato allievo e che per me rappresentava un mito. Mi raccontò molte cose, non aneddotiche, ma di mestiere, e siccome mi stupivo e ponevo domande e un po' mi scandalizzavo mi disse: «Busoni non si può discuterlo. Bisogna prenderlo com'è».
Ho notato tante volte che i signori del mestiere sanno scoprire il nocciolo dei problemi critici e non sanno resistere alla tentazione di usare a rovescio le loro fulminanti intuizioni. Rispetto al contesto storico cui Tagliapietra si riferiva era vero, ed è vero che Benedetti Michelangeli non ha personalità. Ma quanto c'è di eterno in quel contesto? Si può cercare di discutere Benedetti Michelangeli e, moralisticamente, di ridimensionarlo. Ci ho provato altre volte, adesso tento di capire com'è fatto. E allora? Preferirei che fosse diverso, ma ho cominciato ad accorgermi che bisogna prenderlo com'è.
Piero Rattalino
("Musica Viva", Anno IV, Numero 7/8, Luglio/Agosto 1980)