Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

lunedì, giugno 13, 2011

Uto Ughi & Elisa Pegreffi

Il celebre violinista e il secondo violino dello storico Quartetto italiano parlano della musica, dello studio, dei colleghi, dei direttori, delle sale da concerto, del loro lavoro.
Abbiamo incontrato Uto Ughi, il grande violinista italiano, in casa di Elisa Pegreffi, già membro del celebre Quartetto Italiano, uno dei più fulgidi esempi della nostra cameristica.
Ughi arrivava da Parigi, pochi giorni dopo avrebbe presentato a Roma il suo nuovo album che comprende l'integrale delle Sonate e Partite di Johann Sebastian Bach. Ne è nata una conversazione "libera"che ha toccato un vasto ventaglio di situazioni artistiche e umane.
Ughi vive vicino a Milano, è stato un fanciullo prodigio, ha raggiunto presto una fama internazionale. Recentemente ha ricevuto dalla Cariplo uno straordinario Guarneri del Gesù che si alterna nelle sue mani a uno storico Stradivari.
Un bambino con un ciuffetto biondo, carino, coi calzoncini corti: così Elisa Pegreffi ricorda il giorno in cui vide e ascoltò per la prima volta Uto Ughi.

Pegreffi:"Ricordo quando tuo padre venne da noi (Il Quartetto Italiano ndr) al primo concerto che facemmo a Busto Arsizio".
Ughi: "Ah, tempi lontani! Sai che mi legavano il violino al collo?".
Pegreffi: (ridendo) "Non l'abbiamo mai saputo! Insomma suo padre ci invitò a cena a casa sua. "Vi faccio sentire mio figlio". Eravamo giovani, allora, e i giovani sono tremendi in certe situazioni. Ci siamo detti, oh Dio, sarà il solito strazio, no, non andiamo. Ma poi abbiamo visto che non c'era un ristorante aperto, lui ha insistito e siamo andati. "Vi farò una frittata, alla buona" aveva detto il signor Ughi. A mezzanotte. Così siamo andati, ed è arrivato Uto, che ha suonato nientemeno che "Il trillo del diavolo di Tartini".
Ughi: "Proprio il trillo del diavolo?"
Pegreffi: "Ah, sì, e siamo rimasti a bocca aperta. Non ce lo aspettavamo, e abbiamo applaudito…"
Ughi: "Studiavo, allora… ho avuto troppi insegnanti. Da bambino non avevo basi tecniche, me le sono fatte con fatica, a 14 anni, studiando a Ginevra con Corrado Romano, un grande maestro che ogni tanto insegna anche in Italia".
Emergono in Elisa Pegreffi ricordi del passato, le tournèes del Quartetto, i momenti di lavoro e di amicizia, i viaggi, le fatiche, le giornate bellissime passate a fare musica. E gli altri? I musicisti ascoltano i loro colleghi?
Pegreffi: "Ho avuto una grande emozione a un concerto del pianista Radu Lupu".
Ughi: "Lupu è un grande artista. E' il pianista che mi ha colpito di più in questi ultimi dieci anni".
Pegreffi: "Dopo avere ascoltato la sua Wanderer non ho dormito per due notti. Ho sentito anche il Quartetto di Tokio in Shubert, quello che una volta aveva il numero d'opera 161. Magnifico, sono maturati tanto in questo ultimo anno, hanno acquistato la capacità di respirare con gli strumenti, oggi così rara. Hanno umanità nel suono".
Ughi:"Oggi si suona metronomicamente, è la nevrosi della vita contemporanea". Nevrosi, c'è sempre stata, ma le condizioni erano altre. Per esempio quando si viaggiava in nave. Ughi dice "Quanto tempo per studiare". "Ma quando c'era mare grosso", commenta Pegreffi, "e c'era spesso, era un dramma. Farulli spariva, Rossi vagava tristissimo, tenevi l'arco e quello ti scappava via, no, non era facile studiare o suonare in un mare in tempesta!". Ughi sostiene di aver fatto bene a non accettare l'invito di Rostropovich per una crociera musicale. "Soffro troppo il mare, e poi voi in quattro vi facevate compagnia, mentre un violinista è un passero solitario, che al limite si porta dietro un pianista". Memorie. Un duro con il pianista era Nathan Milstein, che imponeva a Eugenio Bagnoli orari barbari, insomma era un padrone, racconta Ughi. Un tempo, pensate, l'accompagnatore era alla mercè del solista, che lo pagava di sua tasca. Pablo Casals, il famoso cellista, pensava invece che tutti dovessero prendere le stesse cifre.
Ughi: "Il violinista è più insidiato dall'età di un direttore, e i 60 anni possono essere un'età critica. Il più longevo è stato Nathan Milstein. Sandor Végh oggi dirige divinamente, come se avesse vent'anni, ho fatto un bel concerto con lui.

Sale, orchestre, direttori.
Violinista e direttore, ecco allora la giusta accoppiata antirughe.

Pegreffi: "Ricordo un tuo bellissimo concerto al Concertgebouw di Amsterdam, dove noi andavamo spesso. Lo sentimmo alla radio".
Ughi:"Quella sala è tra le più belle. Non pensate che è una vergogna che in Italia non abbiano fatto un auditorium per la musica da camera? In Giappone ce ne sono ad ogni angolo".
Pegreffi: "Sono sale formidabili, si è in tremila e sembra di suonare in una sala per duecento".
Ughi: "Da noi a Santa Cecilia c'è un auditorium orrendo, ne parlano da mezzo secolo, l'orchestra non si sente, anche se ora, dopo qualche modifica, va un po' meglio. Da noi non è come in Germania, dove tutti vanno ai concerti, qui si andava solo all'opera". (Ma la situazione sta cambiando , diciamo noi).
Pegreffi: "Mancano i soldi, la politica, la volontà".
Ughi: "Per fare gli stadi, magari sbagliati.In Spagna fanno passi da gigante, guarda Valencia".

Sezione lamenti. Le scuole per archi vanno male, le orchestre sono deboli proprio in quei settori, mancano i maestri che c'erano un tempo. Ma chi ha talento, soggiunge Elisa Pegreffi, viene fuori lo stesso. Ughi ha inciso i concerti per violino di Brahms e Mendelssohn con la Philharmonia e la London Symphony, direttori Wolfgang Sawallish e Georges Prêtre, due concerti "diversi", due direttori antinomici, uno autocontrollato, severo, l'altro inventivo, passionale. Ma proprio per queste loro caratteristiche vanno bene per gli autori prescelti?
Ughi: " Il concerto di Mendelssohn è scritto meglio per il violino, quello di Brahms è una grande sinfonia con l'apporto del violino, e non è propriamente scritto bene, La scrittura di Brahms è sempre un po' come quella di Schumann . Forse non amavano gli archi. Il concerto di Brahms si è detto che è nato "contro" il violino, poi Joachim ha fatto delle modifiche, la cadenza che è la parte migliore, lui era un grande interprete brahmsiano. Sono dischi, però, di circa dieci anni fa, e io ho usato per entrambi lo Stradivari. Penso però che per Brahms vada meglio il Guarneri, che ha qualcosa di più maturo. Lo Stradivari può essere un bel soprano lirico, il Guarneri è più sul contralto. E' più interessante, mentre lo Stradivari è più brillante e fa più effetto, se volete".

Parliamo dei direttori.
Ughi: "Sawallisch è un musicista e un pianista stupendo, ha una eccezionale facilità. Dicono che ha la mente di un notaio, ma no è un magnifico direttore che non dà nessun problema, non sbaglia un gesto, non fa scena. E' sempre esemplare. Non gli interessa essere guardato, come invece fanno tanti oggi, quando c'è la tv diventano attori. Pretre è diverso, è un grande estroverso, è grande soprattutto nella musica francese. Dicono che prende talvolta iniziative impreviste, in concerto, ma c'è sempre una ragione musicale. Nel ritmo forse è un po' troppo elastico, bisogna essere sempre molto in sintonia con lui per capire certe cose. Sawallisch è più preciso, lui è viscerale, si dà tutto alla musica".

Direttori agitati, scapigliati, ballerini. Ce ne sono sempre stati, Mengelberg, afferma Elisa Pegreffi, dirigeva con i pugni, certo c'è molta scena, sul podio, anche oggi. E le orchestre?
Pegreffi: "Insisto, manca la scuola, e gli archi sono le vittime della situazione, i violini hanno suoni vuoti…..".
Ughi: "E' triste vedere che le orchestre italiane non godono più di prestigio all'estero". Le orchestre suonano bene, da noi, se hanno buoni direttori, se si sentono stimolate, se non sono distratte da altre cose della vita. Alla RAI di Milano, quando c'è Vladimir Delman, il complesso si esalta e si trasforma. Devono inventarsi ogni volta, a differenza di quelle famose (Vienna, Berlino) che suonano anche da sole…
Ughi: " Ho sentito Leonard Bernstein a santa Cecilia, pochi anni fa, e tirava fuori cose bellissime. Ma poi, diciamocelo pure, gli italiani sono pieni di qualità, sono bravi, e non sono indietro rispetto agli altri come solisti, compositori, direttori d'orchestra".

Ci fossero strutture migliori, Maestro Ughi. E scuole più avanzate!
Ughi: "E magari più cultura".
Pegreffi: "La cultura se la devono fare gli artisti. Studiare musica e fare il liceo insieme non è utile. Adesso si chiede troppo ai giovani e i risultati sono inferiori alle attese". La vita di un musicista, di un solista, è molto impegnativa. Moltissime ore di studio, i concerti, i viaggi, le incisioni, e poi tenere la mente attiva, gli occhi aperti, per non venire superati dai fatti, per non invecchiare troppo presto. Oggi i violinisti sono tanti, e ce ne sono moltissimi di prim'ordine, tecnicamente, Che cosa devono evitare i giovani?
Ughi: "L'imitazione dei loro maestri o dei loro modelli. Del resto ci sono doti innate, personalità che non hanno bisogno di riferirsi a qualcun altro".
Pegreffi: "E' una questione di carisma, o si ha quel quid in più, quel qualcosa di speciale…".
Ughi: "Come accadeva con la Callas, che era appunto quel qualcosa in più. Io la paragonerei al Guarneri, la sua voce era calda e un po' scura come quella di questo violino. Tutte le cantanti che l'hanno presa come modello hanno sbagliato tutto".

Quanti concerti fa in un anno Uto Ughi? Molti meno di Rostropovich (che è una forza della natura) e di tanti altri. Diciamo dai cinquanta ai sessanta.
Ughi: "Non ce la faccio a farne di più. Dopo un concerto non dormo fino al mattino, analizzo - ed e quasi automatico - tutto quello che ho fatto. Non riesco a dormire. E devo poi recuperare per almeno due giorni.

di Mario Pasi (Amadeus, febbraio 1992)

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