Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

Visualizzazione post con etichetta Arié. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arié. Mostra tutti i post

sabato, agosto 15, 2020

Arturo Benedetti Michelangeli ovvero la forza del potere...

Arturo Benedetti Michelangeli (1920-1995)
Erano gli anni in cui Arturo Benedetti Michelangeli faceva impazzire il pubblico dei piu grandi teatri del mondo. Richiestissimo, passava da una tournée all’altra; impossibile, catturarlo. Ma finalmente la Direzione del Teatro Massimo di Palermo vi riuscì impegnandolo per una speciale serata di gala. Io stavo cantando proprio in quel periodo il ruolo di Dositeo nella Kovancina diretta dal Maestro Nino Sanzogno e già pregustavo il piacere del raro avvenimento. “Lui”, il divino, era appena arrivato con una stupenda Maserati nuova fiammante, con la quale puntualmente si recava alle prove.
Ma una sera lo attendeva una sgradita sorpresa. Uscendo, non trovò piu la sua stupenda super-macchina, che aveva posteggiato proprio davanti al cancello principale del Teatro Massimo. Dopo il primo comprensibile smarrimento e dopo averla cercata in lungo e in largo senza trovarla, cominciò ad imprecare ed a chiedere l’intervento della forza pubblica. Intanto si era creato intorno a lui un “capannello” di gente che commentava l’increscioso fatto, quando, dal fondo dell’assembramento, si levò una voce anonima che suggeriva con un pizzico di ironia: "Altro che forza pubblica, qui i picciotti ci vogliono, se vuol riavere la sua macchina". Benedetti Michelangeli, per nulla intimidito, si diresse a grandi passi verso la Direzione del Teatro, raccontando esterrefatto l’accaduto e minacciando i presenti che, se la sua macchina non si fosse ritrovata prima del concerto, il concerto non ci sarebbe stato!
A quell’epoca sovrintendente del teatro era il barone De Simone che, giustamente preoccupato, cominciò a sguinzagliare i suoi sottoposti nei meandri della malavita palermitana, cercando di battere in volata la lenta macchina della legge.
Intanto Benedetti Michelangeli, barricato nella sua stanza dell’Albergo delle Palme che fungeva da quartier generale delle operazioni, attendeva irremovibile lo svolgimento degli eventi. Ma ecco che, di lì a qualche ora, giunse una misteriosa telefonata. Gli annunciava che avrebbe potuto ritrovare la sua fiammante macchina esattamente al posto dove l’aveva lasciata. Ancora incredulo, e quasi temendo si trattasse di uno scherzo, corse velocemente davanti al cancello del teatro, ma constatata la veridicità dell’annuncio, si diresse in Direzione per congratularsi sull’efficienza della fulminea azione e mostrare un elegante biglietto che accompagnava la stupenda Maserati e che diceva: "All’illustre Maestro, con tutte le nostre scuse".
Dai Ricordi teatrali di Raffaele Arié

domenica, maggio 21, 2006

Il travestito

Tornando da una lunga tournée all'estero, al valico di ponte San Luigi, tra Mentone e Ventimiglia, esibii, come al solito, il passaporto. La mia macchina era stipata fino all'inverosimile, da bauli e valigie.
Alla domanda di rito del giovane doganiere, su cosa avessi da dichiarare, risposi candidamente: "Nulla, ciò che porto con me, sono, soprattutto, costumi teatrali. Sa.... sono un cantante lirico, io ... !". E così dicendo, gli feci vedere una fotografia del famigerato Rasputin, l'ambiguo personaggio che avevo appena interpretato.
Il giovane, disorientato ed alquanto insospettito, guardando la strana immagine, mi chiese: "Chi è questo barbone?". "Sono io, naturalmente", risposi con fierezza, al che lui, sgranando gli occhi, fissandomi intensamente e confrontandomi con la foto, minaccioso esclamò: "Ma allora, lei si traveste!? Lei usa barba e baffi?! Cambia connotati, insomma! Si metta da parte ed apra tutto!!!". Urlò.
Sotto gli sguardi divertiti di chi, invece, transitava velocemente, rimasi, ahimè, bloccato per ore alla frontiera.
Quella volta, la tanto decantata passione per la lirica non aveva funzionato.

dai "Ricordi teatrali" di Raffaele Arié

sabato, aprile 15, 2006

Il cocomero egizio

La scrittura estiva alle Terme di Caracalla non è solo un impegno artistico: la bellezza delle vestigia ed il richiamo del mare per la vicinanza di Fregene la rendono molto attraente. Unisce insomma l'utile al dilettevole, condito per di più dall'atmosfera di romana cordialità di colleghi e amici che si prodigano a rendere la scrittura un po' "vacanziera", proprio per questo molto ambita da noi cantanti sollecitati come siamo sempre dagli stress della carriera.
Ricordo in particolare il "Club dei cocomerari", una collaudata iniziativa dei tecnici di palcoscenico: contro una modesta quota che si versava al capo macchinista, si acquisiva il diritto durante lo spettacolo, dietro le quinte naturalmente, di concedersi una bella abbuffata di gigantesche fette di anguria rossa e ben ghiacciata, assai sospirate durante le afose serate dell'agosto romano.
Come grande consumatore di cocomeri mi iscrissi immediatamente alla benemerita associazione versando anzi l'equivalente di un doppio abbonamento, viste le inusitate quantità che riuscivo a divorare durante le recite.
Una sera, però, durante il terzo atto dell'Aida quando il soprano canta la sua famosa aria sulle rive del Nilo, vi fu una scena fuori programma: mentre i tre cammelli stavano attraversando il palcoscenico uno di loro urtò con tutto il suo peso una quinta che cadde fragorosamente scoprendo il severo e compìto Ramphis che seduto beatamente su un gradino stava addentando un'immensa fetta di cocomero. Quel Ramphis ero io. Mi alzai di scatto scappando a gambe levate ma non potei evitare uno scrosciante applauso del pubblico che compiacente e divertito dimostrava di avere gradito l'insolita "messa in scena".

dai "Ricordi Teatrali" di Raffaele Ariè

sabato, aprile 01, 2006

Più maligno del maligno

Ero stato scritturato all'Opéra di Parigi per un lungo periodo per cantare Il flauto magico, Faust e Boris Godunov. I miei colleghi francesi non mostravano di apprezzare molto la presenza di cantanti stranieri nel loro tempio della Lirica e non nascondevano la loro freddezza neanche nei miei confronti.
Un giorno trovai la mia valigetta del trucco posata davanti alla porta del camerino con sopra un biglietto: "Bon voyage"! Un'altra volta sparì la barba dello Zar, proprio prima della recita di Boris, ma il terzo "dispetto" fu assai più malizioso. Quella sera dovevo cantare Mephisto nel Faust di Gounod. Insospettito dalle precedenti esperienze decisi la mattina della recita di recarmi in teatro per verificare che tutto fosse al suo posto. Rassicurato, trascorsi tranquillo la lunga giornata riposando in albergo, giacché quel ruolo, come si sa, è tutt'altro che facile. Arrivata la sera, mi recai all'Opéra. Tutto era in ordine. Tranquillizzato, incominciai la elaborata truccatura che richiedeva almeno un'ora di tempo.
A pochi minuti dall'inizio dello spettacolo spalmai sul mento il mastice ed incollai finalmente la tipica barbetta a punta del Demonio. All'istante un pizzicore intollerabile mi prese alla gola ed incominciai una lunga serie di potentissimi starnuti.
Spaventatissimo (lo spettacolo stava iniziando), non sapevo cosa fare: sperando di alleviare in qualche modo il disagio cercai di bere del thé poi del cognac e non so cosa ancora, ma invano. Il naso e la gola erano diventati di fuoco e gli starnuti irrefrenabili. Presi il coraggio a due mani e, raccomandandomi al mio buon santo, uscii sul palcoscenico ed attaccai coraggiosamente la prima battuta: "Perché tal sorpresa? La voce tua da me fu intesa". E giù uno starnuto, poi un altro, un terzo e poi non ricordo se cantavo o starnutivo di più.
Fu una recita... indimenticabile? L'indomani la critica diceva: "Il basso Arié, malgrado un forte e fastidiosissimo raffreddore, non volendo deludere i suoi fans, ha cantato ugualmente, dimostrando oltreché una buona dose di coraggio, anche una buona tecnica di... starnuto".
Più maligno del Maligno stesso, qualcuno aveva cosparso la barbetta con un'abbondante dose di polvere da starnuto.

dai "Ricordi Teatrali" di Raffaele Ariè

mercoledì, marzo 29, 2006

Povero Beethoven

Mi trovavo in un lindo paesetto del Cadore per le vacanze estive.
La sua bella piazzetta, con al centro una tipica fontana ricca di statuine e ferri battuti, era la mèta preferita delle mie brevi passeggiate prima di coricarmi; spesso m'incontravo con un noto musicologo inglese la cui scelta era pure caduta su questo solitario angolo di montagna. Una sera, durante la nostra solita uscita, sentimmo parlare dell'interesse degli abitanti verso la musica classica, e dei vari complessi da camera che con nostra somma sorpresa venivano a dare dei concerti nel delizioso paesino.
Nel frattempo, intanto, si era sparsa la voce sulla nostra presenza nel luogo e, spinti dalle insistenti preghiere dell'intellighenzia locale, decidemmo di organizzare, nell'unica sala della scuola che poteva essere messa a nostra disposizione, una conferenza-concerto su Beethoven. Mancava il pianoforte, però... così che dovemmo farcelo prestare dal farmacista, mentre per il trasporto si decise di chiamare due grossi facchini che discussero a lungo il prezzo dell'insolito servizio.
Tutto il paesotto era stato tappezzato da manifesti. Lettere cubitali mettevano in risalto il nome del Gigante di Bonn, mentre altre, più modeste, i nostri, dato che anch'io avevo aderito a prendere parte alla serata, cantando qualche lirica. Tutto era quasi pronto e nella sala ferveva una grande agitazione per dare gli ultimi ritocchi, quando finalmente arrivò il pianoforte, sorretto da due forzuti facchini.
Dopo aver terminato il lavoro, vidi quei due avvicinarmisi e chiedermi candidamente: "Scusi, Signor Beethoven, chi paga per il trasporto del pianoforte?. "Io" risposi divertito; e sorridendo, non solo pagai il convenuto, ma diedi loro anche una lauta mancia, lusingato per l'immeritato onore... che, ignari, mi avevano attribuito.

dai "Ricordi Teatrali" di Raffaele Arié

giovedì, dicembre 29, 2005

Raffaele Ariè: "The Rake's Progress"

Molti anni fa ero a New York per il mio debutto americano nel Faust di Gounod. Da bravo europeo, mi sentivo spaesato e con un po' di nostalgia per le nostre care abitudini.
Ghiotto come sono per la cucina balcanica, volevo rasserenarmi cercando a destra e a sinistra un "posticino" che potesse soddisfare le mie debolezze gastronomiche. Finalmente, mi venne indicato l'indirizzo di un ristorante nella 57esima strada, che molto speranzoso raggiunsi immediatamente.
Il locale era piccolo, ma accogliente, nonostante fosse quasi vuoto. Al tavolo non lontano dal mio, sedevano chiacchierando due persone, un ometto piccolo ed occhialuto ed un signore alto e smilzo, completamente calvo.
Quando tentai di ordinare al cameriere il mio piatto preferito mi trovai in serie difficoltà, giacché il buon uomo non parlava nessuna lingua straniera. Provai in italiano, francese, spagnolo, senza alcun successo, ma quando alfine gli chiesi se parlava forse il russo l'ometto occhialuto, che evidentemente aveva seguito la gustosa scenetta, s'intromise ed in purissima lingua russa mi chiese se poteva essermi utile.
Rallegrato da quel provvidenziale intervento, spiegai quali fossero le mie brame "culinarie".
Lui allora, rivolgendosi al cameriere monolingue, ordinò in inglese il piatto da me desiderato.
Tra di noi si stabilì così una breve e piacevole conversazione. L'ometto volle sapere da dove venivo e perché mi trovavo a New York e quando seppe che stavo per debuttare nel ruolo di Mefistofele, drizzò ancor più le orecchie e tradusse la nostra conversazione al suo amico smilzo.
Con mia somma sorpresa m'invitarono gentilmente a giungermi al loro tavolo. Intimidito, mi sentii un po' a disagio, ma accettai con sollievo il loro invito.
Mi presentai con nome e cognome e loro fecero altrettanto, e alzandosi in piedi, l'ometto indicò lo smilzo dicendo: "Le presento il maestro Mitropoulos" ed indicando se stesso aggiunse: "Il mio nome è Igor Stravinsky"!
Impietrito, mi accasciai sulla sedia e rimasi ammutolito.
Ci volle parecchio prima che io potessi riprendere il controllo di me stesso.
Intanto, il grande maestro volle sapere tante cose sulla mia carriera e mi disse che stava scrivendo un'opera dove c'era anche un ruolo di basso, e sarebbe venuto, senz'altro, in teatro a sentirmi.
Poi più tardi ci congedammo, dopo aver passato una piacevolissima serata assieme.
La mia tournée americana si svolse positivamente e presto dimenticai la promessa fattami e tornai in Italia. Stavo cantando alla Scala, quando dopo alcuni mesi, il segretario generale mi chiamò per comunicarmi, che il maestro Stravinsky mi aveva richiesto per la "Prima" mondiale della sua nuova opera The Rake's Progress (La Carriera di un libertino)!
Così, per un piccolo "peccato di gola" ebbi la grande soddisfazione di prendere parte alla "storica prima" alla Fenice di Venezia, diretta dallo stesso, "ometto occhialuto" che avevo conosciuto nel piccolo ristorante greco di Manhattan.

Raffaele Ariè (da "Ricordi teatrali")

martedì, novembre 29, 2005

"Notturno" a Firenze

Dopo una cenetta amichevole in un tipico ristorante fiorentino, stavo rincasando in compagnia del Maestro Diamand, direttore del Festival di Edinburgo, per raggiungere il nostro albergo poco distante.
Mezzanotte era scoccata appena. Intorno era tutto silenzio.
Si udiva solamente il rumore dei nostri passi nelle inquietanti viuzze della vecchia Firenze.
Si camminava in fretta perché l'ora era propizia a degli incontri poco desiderabili.
Infatti, dopo un po' ci accorgemmmo che qualcuno ci stava inseguendo a poca distanza. Ci guardammo con il buon Maestro Diamand e senza proferir parola allungammo il passo.
Anche l'inseguitore fece altrettanto. Noi, allora, ci mettemmo quasi a correre, mentre il tipaccio ci stava già raggiungendo velocemente. Furtivo diedi un'occhiata all'indietro e vidi un omaccione grande e molto grosso, con una barba incolta, una sciarpa intorno al collo che gli copriva metà del volto, con un cappellino a caschetto, calato sugli occhi. Ansimava pure lui e sembrava deciso a metterci le mani addosso.
Il Maestro Diamand, pallido e spaventato mi disse trafelato: «Caro Raffaele, a questo punto sarà meglio fermarsi e non opporre resistenza, anzi, diamogli il portafogli e che se ne vada al diavolo».
Mi sembrò un buon consiglio, tanto, a quell'ora, sarebbe stato inutile fare gli errori di fronte ad un colosso del genere.
Così ci fermammo porgendo i nostri soldi, ma l'energumeno si buttò con tutta la sua mole al colle del povero Diamand ed ansimando fortemente, disse con una voce acuta e nasale: «Caro Maestro, Lei sarà, senz'altro, venuto a Firenze, per sentire domani sera la mia Bohème».
Il tipaccio, l'energumeno, l'omaccione grande e grosso altri non era che il nostro caro Luciano Pavarotti.

da "I ricordi teatrali" di Raffaele Arié