Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

venerdì, settembre 30, 2005

Giacomo Andreola: …da un pezzo di legno!

Ora che mi sono tirato la zampa sui piedi (un mio conoscente dice davvero così...) non posso più tirarmi indietro, ma lo faccio con piacere sapendo di avere un uditorio interessato.
Allora: per fare un flauto ci vuole un fiore... forse è meglio partire da dove eravamo rimasti.
Legno di bosso, bello, duro, compatto, giallino, non si spacca facilmente ma a volte tende pericolosamente a curvarsi (tra gli scarti ho anche un paio di strumenti più simili a un cornetto che a un flauto). Dalle mie parti lo chiamano martèl. La pianta giovane si usa per le siepi: ha delle foglioline cuoriformi verde scuro. Per raggiungere le dimensioni richieste (10-12 cm. di diametro almeno, dal momento che si usa il quarto per costruire lo strumento) ci vogliono più di 100 anni (da qui si deduce che cresce lentissimamente, con gli anelli ravvicinatissimi, peso specifico di 1). C'è chi lo spreca per fare il manico ai coltellini. Io, con gli avanzi, mi sono ricoperto i tasti di un virginale che mi sono fatto anni fa. Si possono anche fare i pezzi degli scacchi (è stato il mio primo esercizio al tornio).
Lo si trova nei nostri boschi, nei giardini delle ville, da qualche vecchio falegname o restauratore, da qualche contadino che lo ha appena bruciato nel camino. Per vendicarmi gli dico che glielo avrei pagato 20 miloni di lire al metro cubo (è vero: fanno 20.000 lire al Kg che è il suo prezzo). Così quello non dorme per tutta la notte.
Lavorarlo è un piacere: con l'utensile affilato come dio comanda si ottiene una superficie a specchio, come lavorare il metallo. L'odore è buono, la polvere non dà troppo fastidio e non ci si sporca. Dicono che il suono degli strumenti in bosso sia il più gradevole, rotondo, ricco d’armonici, brillante ma non troppo; io credo che ci siano altri fattori che influenzano maggiormente il timbro che non il tipo di legno. Ne parleremo ancora in seguito. Con l'ebano è tutta un'altra storia: anche lui durissimo, anzi ancor più duro del bosso (peso specifico di 1,2). Lui non si storta, si crepa facilmente, invece. Durante la lavorazione basta avvicinarsi men che delicatamente con lo scalpello che quello ti si spacca con grande smacco del sottoscritto che da un'ora lo stava modellando con tanta cura. In più è come lavorare col carbon fossile: una polverina nera sottile ti si infiltra dappertutto che quando ti soffi il naso... va bèh, lasciamo perdere. Con l'ebano si ottengono strumenti certamente più stabili, dal timbro più sonoro e brillante.
Col palissandro (che ha più o meno le caratteristiche dell'ebano) occorrerebbe lavorare con la maschera a gas: la polvere che produce assomiglia al pepe e dà anche allergie. So di costruttori che non lo usano proprio per questo. Il cocobolo è simile al palissandro, ma più rossiccio. La radica di amboina (pianta asiatica) è come un grosso (mezzo metro di diametro) fungo che cresce ai piedi (o sottoterra, non so) della pianta. Io ne taglio qualche fetta che porto a casa con religiosa cura (costa più del San Daniele: 45.000 lire al Kg). Si presenta rosea, tempestata di nodini più scuri. C'è anche la radica di tuja, (più marrone - l'avrete vista in tanti rivestimenti di lusso) ma io l'ho trovata troppo porosa. La radica, non avendo venature, non è soggetta a curvature nel tempo, è leggera e facile da lavorare. Purtroppo non è molto compatta, ma a quest’inconveniente ho trovato una soluzione. Ci sono poi i legni d’alberi da frutto (melo, pero, susino) che, con l'acero, si usano prevalentemente per gli strumenti rinascimentali, che richiedono un timbro più morbido, più adatto per l'ensemble.
Adesso che ci siamo procurati la materia prima, che fare?
Direi, per prima cosa, diventare flautai. Fate così: prendete il figlio di un meccanico tornitore, e dopo la quinta elementare speditelo nella migliore scuola professionale della regione: Istituto Salesiano di Via Copernico 9 a Milano. Fategli fare due anni di lima (tutti i santi pomeriggi, 3 ore di laboratorio con la lima in mano). Esso acquisirà un'ottima manualità (oppure creperà). Dategli poi una cultura umanistica e lasciatelo scorrazzare tra vari hobbies (fotografia, scacchi, hi-fi, computers, montagna, bicicletta) e lasciate che segua la sua passione musicale andando a frequentare corsi di musica antica a Urbino finchè non impara a suonare decentemente il flauto. A questo punto sbattete bene il tutto fino ad ottenere una crema vellutata...
Fu così che otto anni fa (dopo cinque o sei anni di tentativi più o meno riusciti, prove su prove, esperimenti di tutti i tipi) decisi di lasciare l'insegnamento per dedicarmi interamente a questo lavoro. Lavoro meraviglioso, come dice l'amico Riccardo, ma irto di difficoltà. In parole povere, è necessaria una buona cultura musicale e una buona padronanza dello strumento unita ad una certa esperienza di torni, frese, e strumenti di misura. Devo sapere che per la musica francese (Hotteterre, Philidor, ecc.) è più adatto un Bressan, se non addirittura un 392. Che per Telemann, che scherza spesso con gli acuti, va meglio un Denner.
Chiedo scusa: ho fatto nomi senza le presentazioni. Per i violini abbiamo Stradivari, Amati, Guarneri; per il flauto barocco c'è Bressan, Denner, Stanesby, Steenbergen, Terton ecc. Tra i miei primi dischi c'è "Frans Brüggen spielt 17 Blockflöten", Telefunken - Das alte Werk, ora anche in CD. Con questo cofanetto di tre dischi potete vedere e sentire alcuni flauti del settecento tra i meglio conservati. Io sono partito da lì: sono rimasto affascinato dal suono del Bressan. Mi sono procurato i disegni di Morgan (il più famoso costruttore di flauti al mondo). Sono delle tavole in cui potete trovare il disegno e le misure di questi 17 flauti.
Mi ci è voluto più di un mese per decifrare quei geroglifici. Alla fine, per misere 900.000 lire sono riuscito a farmi costruire le punte speciali che avrebbero dovuto eseguire il foro che va da cima a fondo: la cameratura. A differenza dei flauti rinascimentali che sono quasi cilindrici, quelli barocchi hanno una cameratura più o meno conica, con restringimenti improvvisi, rigonfiamenti qua e là e un allargamento verso il fondo. Ma con le misure di Morgan vado sul sicuro, pensavo io. In primo luogo quelle punte non facevano nemmeno solletico al legno: scivolavano che era un piacere. Quando poi, su consiglio di un grande esperto le ho fatte molare, hanno lavorato come si deve, salvo produrre un flauto impossibile da intonare. Il grande esperto si era mangiato interi millimetri con la sua molatura, quando qui è meglio rispettare i centesimi...
Mi direte: ma perchè non sei andato a chiedere a chi i flauti li sa costruire?
Eh già, ma come si fa, andare dagli unici due costruttori italiani e dire "insegnami a rubarti il mestiere". Io non ne sono stato capace. Qualcuno la pensa diversamente, ed infatti ogni tanto mi telefona qualcuno per chiedermi se gli posso insegnare il mestiere... In mezz'ora posso dargli l'esperienza di 10 anni, evitargli milioni di spese inutili e migliaia di ore sprecate. Quanto mi devo far pagare?
Ma torniamo al nostro Bressan. In qualche modo sono riuscito a produrne alcuni, e dopo i primi, assolutamente insuonabili, ne sono venuti altri passabili. Invendibili, però. Voi sapete che per la musica barocca si adotta generalmente il LA a 415 Hz, mezzo tono sotto il LA a 440. Ebbene, questi Bressan avevano il La a 408, calantissimi se suonati con altri a 415. Avevo seguito troppo fedelmente il Bressan originale e quello era il suo diapason (piuttosto usato in Inghilterra). Erano tre, piuttosto belli e con un bel timbro scuro: sono riuscito a venderli a un americano amante dei trii di Boismortier. E' stato il mio primo successo: da allora non ho più fatto flauti a 408 e le cose sono andate meglio. Avrete quindi compreso che il primo problema è la scelta del modello da "copiare". Si va a Parigi, Brussel, Copenaghen, Berlino, Norimberga, L'Aia, Bologna e nei rispettivi musei si chiede di poter misurare gli strumenti che interessano. Nein, nein. Strumenti non toccare, si? Già pronto plan mit tutti misuraziona, si? 30 DM, bitte schön. Danke.
E voi andate a casa con tanti bei progetti che invariabilmente suoneranno col LA a 403, 398, 410, 425, 466... Allora vi mettete a studiare come fare ad alzare il diapason senza modificare il punto in cui l'onda forma i suoi nodi, e dopo qualche tentativo andato a vuoto può anche darsi che qualcosa cominci a funzionare. A questo punto avete in mano un progetto che va: si tratta "solo" di realizzarlo. Alla prossima vi racconto come costringere un pezzo di legno informe a produrre graziose note. Intanto riflettete su ciò: flautari non si diventa, si nasce. La prova? Lo dice la parola stessa: io mi chiamo Giacomino (così è scritto sulla carta d'identità e così si chiamava mio nonno) Andreola. Anagrammatori (o anagrammatisti) d'Italia, al lavoro.
Buona notte ai suonatori.

SECONDA PARTE
Voi avete mezzo tronchetto di bosso lungo 60 cm. tra le mani: imparerete presto a non lasciarvelo distrattamente cadere sui piedi. Come ho detto pesa come il piombo. Cerchiamo di indovinare se sotto quel bell'aspetto si nasconda qualche malvagissimo nodo. Non c'è niente di meglio, per rovinarsi una giornata, che lavorare per ore su un pezzo e scoprire alla fine che spunta una càmola. Una volta mi sono trovato, a pezzo quasi ultimato, a tu per tu con un chiodo! L'avevano piantato 70 anni fa (ho contato i cerchi) e altro legno gli era cresciuto sopra.
Come sapete, il flauto è costituito da tre parti che s’incastrano tra loro: la testa (con la parte terminale che si mette in bocca nomata becco), il corpo e il piede (l'equivalente della campana nei clarinetti).
Ognuna richiede diametri diversi (42 mm - 30 mm - 50 mm) per cui piange il cuore utilizzare un unico pezzo di bosso che per forza dovrà avere il diametro maggiore. C'è chi usa pezzi di legno diversi, ma io preferisco farlo tutto d'un pezzo, sia per l'estetica (si vedono le venature che continuano da cima a fondo), sia perchè, se si dovesse curvare, meglio avere un cornetto che un serpentone...
Altro rimedio allo spreco è quello di inserire avorio nei punti di maggior diametro (molti flauti d'epoca sono così). Certo che usare l'avorio (a parte ogni considerazione morale) che costa 600.000 al kg al posto del bosso che ne costa 20.000 è un po' da matti. Io ho fatto un paio di flauti utilizzando per le decorazioni l'avorio delle biglie da biliardo. Ultimamente ne ho fatto uno con avorio di mammut (è di gran moda il mammut: dicono di aver trovato un enorme cimitero di questi pachidermi sulle rive del mar Caspio). Da qualche anno adotto un altro sistema che mi sembra semplicemente perfetto: Becco e anelli in bosso, e il resto in ebano (o palissandro o radica). Il colpo d'occhio non è male ma i vantaggi sono sostanziali: là dove serve un legno che non si pieghi c'è l'ebano, mentre dove l'ebano si spaccherebbe e assorbirebbe poca umidità (nel becco), lì ti ci vado a mettere il bosso che in quei frangenti si comporta molto meglio.
Comunque siamo al primo flauto e quindi non complichiamoci l'esistenza con inserti d'avorio e non che richiedono un mucchio di lavoro extra. Tuttavia un po' d'avorio in casa è meglio tenerlo, se non altro per mettere l'anellino al portavoce, lì dietro, dove va il pollice sinistro che lavora d’unghia per far gli acuti.
Dai, riprendiamo che adesso viene il bello: tagliare un pezzo da 195 mm per la testa, uno da 250 per il corpo e uno da 106 per il piede (più o meno, s'intende! Ogni flauto ha le sue, e guai a sgarrare). Prendiamo il primo e con la pialla (se è elettrica fai prima, ma basta una distrazione che non suoni più per tutta la vita... no, forse una ventina di battute della toccata in DO BWV 564 puoi ancora farli) cerchi di dare al pezzo una parvenza di parallelepipedo a base ottagonale per rendere più spedito il lavoro al tornio.
Lo infili nel mandrino e lo riduci ad un bel cilindro. Prendi la punta del 19, la fissi alla contropunta e fai il tuo bel foro passante. Al contrario del trapano, qui è il legno che gira, mentre la punta sta ferma. Naturalmente, prima di usare questo sistema, ho bruciato un po' di punte col trapano ottenendo in più dei fori che entravano al centro e uscivano di lato. Dove andrà ad infilarsi il corpo occorrerà allargare il foro a 25 mm.
Ora, con la famosa punta speciale (uno svasatore) che segue fedelmente l'andamento dell'interno del flauto originale, correggi il foro fatto, lavorando a 50 giri minuto. C'è chi questo lavoro lo fa a mano ma io preferisco far sudare le macchine.
Avanti col corpo. Con juicio, però. Questo è più sottile e più lungo e con maggiori variazioni di diametro. Si va da 19 a 14 mm. Anche qui si può procedere in diversi modi: se si dispone delle speciali punte dette a cucchiaio si fa un unico foro del 14, al resto pensa la punta che viene guidata del foro pilota. Io, che le punte me le faccio da solo (hai voglia: 1 milione al colpo!) entro con le normali punte in decrescendo ottenendo così una cameratura scalettata. Alla fine passo la mia punta che dà la forma definitiva. Se state usando l'ebano potete gettar via il pezzo appena forato perchè vi accorgete che una paurosa crepa lo percorre da cima a fondo. Cos'è stato? Non avete visto come fumava? Bisognava procedere molto più lentamente, avanti e indietro, raffreddare la punta, usare qualche intruglio (Ho trovato un sito in cui si discute animatamente su questa questione, in inglese troppo tecnico, maledizione!).
Adesso che vi siete fatti la mano, forare il piede sarà una passeggiata: ricordarsi di allargare la sede in cui s’infilerà il corpo. Qui di solito è necessario entrare con la punta sia da nord che da sud perchè quasi tutti i flauti barocchi finiscono, come dire, a clessidra (14 - 12 - 14). Per quello là distratto, ricordo che stiamo parlando dell'interno!
Adesso, ragazzi, uscite fuori a prendervi una bella boccata d'aria, espellete la segatura dai vari orifizi, fate due flessioni perchè adesso viene il bello, uno dei momenti di maggior soddisfazione di tutto il procedimento.
Finora anche un falegname o un meccanico poteva ottenere quello che avete prodotto.
Passiamo dal tornio grosso (è un Alpin 160, 2 metri di lunghezza, 12 quintali di stazza) ad un bel tornietto silenzioso e preciso. Naturalmente vi siete già costruiti i centratori in ottone per tenere il pezzo in posizione.
Leggio ben illuminato col disegno di Morgan scala 2:1, utensili molati a dovere, calibri e matite sottomano, occhiali cappellino e mascherina (così se entra vostra figlia vi prende per un marziano) spegnere il 3° programma radio perchè la musica è finita e stan cominciando le chiacchiere, vai con Bach, concerto per 2 violini, no, l'ho appena sentito. Heinichen, concerti di Dresda, bello, allegro, via!
1500 giri al minuto, segno i punti chiave, poi si comincia. Comincio a dar forma al pezzo in modo grossolano, controllo le misure, sempre più vicino, gli scalpelli sono stati modificati in modo da facilitare l'esecuzione di certi riccioli minuti. Qualche ritocco, di nuovo controllo col calibro, il pezzo che gira sembra perfetto ma da fermo ti accorgi che qua e là va lisciato meglio. Avanti con la carta vetrata: prima con la 180, poi 320, 400, 600, 800, 1000. Adesso con una speciale spugna abrasiva che non lascia la minima riga. Hai il pezzo che ti gira in mano, riscaldato dall'attrito, e coi polpastrelli lo vai accarezzando dove il piede si piega in una dolce, elegantissima curva. La superficie comincia a risplendere e tu indugi su e giù fino a vederlo brillare nelle sue forme perfette.... L'ultimo tocco: olio di mandorle dolci con un po' d’essenza di trementina. Il legno si scurisce e manda bagliori affascinanti inebriandoti di profumo di bosco.... Aaahh!
Sei lì seduto come un cretino a rimirare la tua opera. Un'ora fa era un pezzo di legno, ora è il più bel piede di Bressan che tu abbia mai fatto. Puoi ancora sognare, puoi ancora pensare che questo diventerà il più bel flauto mai costruito, ancora niente è compromesso. Il difficile deve ancora venire, ma intanto questo piede di mirabili proporzioni è lì davanti a te nel suo splendore.

TERZA PARTE
Ci eravamo lasciati mentre me ne stavo lì imbambolato a contemplare l'opera delle mie mani: un superbo piede di Bressan (per chi si fosse accinto alla lettura solo ora, specifico trattasi di piede di flauto barocco di omonimo costruttore settecentesco e non di ballerina del “Moulin Rouge”).
L'armonia delle proporzioni, la bellezza delle curve e delle ornamentazioni ne fa di per sè un oggetto d'arte, anche se non spiccasse un solo suono.
Do' un'occhiata fuori: mia figlia di 5 anni si dondola sull'altalena appesa al caco cantando a squarciagola "il caffè della Peppina" mentre mia moglie prosegue indisturbata la lettura del suo (e mio) amatissimo Thomas Bernhard. Fosse sempre così... Ma oggi è domenica e un'impagabile vantaggio di questo lavoro è che puoi andar per funghi il martedì per poi chiuderti in laboratorio tutto il dì di festa.
Mi riscuoto: c'è ancora la testa e il corpo da fare.
Quando ero alle prime armi l'operazione di tornitura era piuttosto lunga: per rispettare il modello interrompevo continuamente il lavoro dello scalpello per misurare, attento a non superare la quota stabilita. E ogni volta dovevo attendere che il motore si fermasse. Qualche volta, per risparmiare tempo, misuravo durante la rotazione. Ho smesso da quando il calibro da 200.000 è stato proiettato sulla parete opposta fracassando una finestra.
Adesso, con l'esperienza acquisita, un'ora mi basta per la testa e altrettanto per il piede; per il corpo basta la metà. Se poi lo voglio abbellire con inserzioni in osso o avorio i tempi si raddoppiano.
A questo punto abbiamo in mano lo strumento che par quasi finito: mancano gli 8 fori per le dita e la finestrella (quel buchetto rettangolare 12 x 4 mm che sta all'uscita del canale dell'aria) e il becco è ancora tutto tondo. Invece il più e il peggio (nel senso che ogni intervento d'ora in poi potrebbe rovinare tutto) deve ancora venire.
Ah, già che ci sono preparo anche il blocco (quel cilindretto che si inserisce nel becco e che sarà di vitale importanza per il suono). Alcuni lo fanno in un pezzo solo, lavorando di scalpello o fresa. Altri lo fanno perfettamente cilindrico (tutti quelli commerciali). Io seguo il modello storico che prevede un blocco a forma di tronco di cono con un restringimento di 1 mm su 60 di lunghezza. In questo modo entra sempre alla perfezione e risulta facile estrarlo. Il legno più usato è il cedro rosso della Florida (sì che lo conoscete: quelle palline per profumare gli armadi che ora si trovano in tutti i supermercati!). Lavorarlo è un piacere per la fragranza di bosco che sprigiona. Possiede due caratteristiche che lo rendono perfetto: assorbe senza problemi tutta l'umidità che volete (e il nostro fiato ne produce a catinelle) senza per questo aumentare di volume (altrimenti spaccherebbe il becco in cui è racchiuso. Secondariamente non ammuffisce e resiste bene ai funghi. Non scherzo: c'è gente che mi rimanda lo strumento dopo qualche anno per qualche aggiustamento e lo trovo pressoché nuovo; ci sono altri che dopo i tre mesi di rodaggio me lo restituiscono per la revisione con un canale dell'aria coperto di muschi, muffe e porcherie varie. Immagino che il motivo risieda nella particolare composizione della saliva (enzimi o acidi, che ne so...).
A questo punto, preparate il camper (acqua nei serbatoi, vestiti, vettovaglie, cartine) e fatevi un giretto di tre settimane per le colline della Borgogna o lungo il Reno o a Salisburgo: è giusto il tempo che il flauto deve stare sott'olio. Non scherzo: ho un secchione pieno di olio di mandorle dolci con un 20% di essenza di trementina in cui stanno in ammollo i vari pezzi (blocco escluso!). E' un olio che potreste anche bere o friggervi le patatine (senza trementina, eh!), lo si vende in farmacia e costa un occhio della testa: 50.000 al litro. C'è chi usa l'economico olio di lino ma io non sopporto quell'odore. In entrambi i casi lo scopo è quello di impregnare a dovere il legno in modo da renderlo resistente all'umidità e ancor più compatto nella sua fibra; in più, dopo averlo ben sgocciolato e strofinato con energia, ve lo trovate già bello e finito (al massimo una finitura con cera d'api e cera carnauba), lucido ma non troppo. Questo vale per i legni duri: col melo o col pero basta molto meno, lo dico per esperienza. Avevo costruito un bel soprano, modello Van Eyck, uno strumento col quale potete suonare il repertorio rinascimentale (dalle Canzoni di Frescobaldi ai ricercari di Bassano o Virgiliano) come pure quello del primo '700 (Lavigne, ecc.): gli inglesi lo chiamano "transitional". Ebbene, dopo mesi, prendendolo in mano si aveva la sensazione di stringere una sardina appena tolta dalla scatoletta. Non ho mai potuto venderlo.
Spero che il viaggio vi abbia ritemprati, perché vi aspettano momenti di grande impegno e concentramento. Possiamo finalmente sederci (un tornitore lavora rigorosamente in piedi) per lavorare in un ambiente più raccolto e confortevole. Basta pialle sibilanti e motori rombanti: è il momento del lavoro di fino, lime, limette, raschietti e pialletti, scalpellini e coltellini. Attorno a voi flauti mezzi fatti, tabelle e disegni e l'onnipresente aroma di gemma silvestre che unito a quello del cedro e del bosso crea un mélange irresistibile. Anche l'ascolto può dirigersi su brani più tranquilli e meditativi (i tempi lenti delle sonate per violino e cembalo in cui si alternano Goebel e Gould, i Responsoria di Gesualdo o la Missa "Et ecce terrae motus" di Brumel, vedete voi).
Prendete in mano la testa (non la vostra, quella del flauto!) e segnate a matita la forma della finestrella e del labium, o ugnatura (quella rampa che termina sottile verso la finestrella e che ha il compito di mettere in vibrazione il flusso d'aria che voi gli spedite dall'altra parte del canale). Calma e sangue freddo perché adesso avete in mano uno scalpello che non perdona. E' un lavoro da fare in apnea: da un lato bisogna pur far forza per rimuovere del legno, ma dall'altra occorre frenare l'impeto per non finire con la lama che non perdona là dove un minimo segno vi costringerebbe a buttar via tutto, irrimediabilmente.
Come dio vuole il labium è fatto: Se notate bene ha una certa curvatura (quelli commerciali vanno via dritti) che corrisponderà a quella dell'uscita del canale dell'aria. In più deve essere leggermente concavo. Anche nella parte inferiore occorre asportare materiale formando le cosiddette fiamme.
Qui ci vuole un caffè! State per affrontare la lavorazione più critica e difficile di tutto lo strumento: il canale dell'aria, the windway!
Qui risiede anche la vera differenza tra il flauto dolce e il traverso e in generale rispetto a quasi tutti gli altri strumenti: differenza che ne ha anche segnato il destino. Mi spiego: mentre sul traverso (non parliamo sul violino!) il suono viene prodotto direttamente dal suonatore atteggiando le labbra in un certo modo, qui è il costruttore che lo determina quasi al 100% costringendo il fiato entro un canale che avrà la forma da lui stabilita. Naturalmente un buon esecutore riuscirà a trovare lo spazio per un suono personale ricco di sfumature, ma saranno niente rispetto a quelle che si possono ottenere da un traverso (non parliamo del violino!) E' stata quindi inevitabile la sua decadenza in un momento in cui si andavano sempre più ricercando gli "affetti" e le sfumature che, specie nella società francese, erano considerate essenziali. Aggiungete l'impossibilità di variazioni dinamiche (anche se con tecniche raffinate di digitazione si può ottenere il piano e il forte) e il suono relativamente debole che doveva cominciare a misurarsi con ambienti ed ensembles sempre più grandi e capirete perché dopo la metà del '700 non se ne sente più parlare. La riscoperta, come tutti sanno, si deve a Dolmetsch, all'inizio di questo secolo.
Torniamo al windway: questo canale (sempre che non lo si faccia dritto come nei flauti commerciali) è pressoché impossibile realizzarlo con una macchina (benché vari costruttori si siano industriati per rendere questa lavorazione così critica il più controllabile possibile) perché ha un’andamento molto variabile.
Alla partenza (da dove si soffia) è largo 13,6 mm ed ha una curvatura con raggio di 40 mm, all'uscita è 11,8 mm con raggio di curvatura di 25 mm. Non continuo ad aggiungere "circa" ma siamo d'accordo che sono misure indicative. In più, il tetto del canale non è piatto, ma presenta una concavità di qualche decimo. Vedremo poi che anche il blocco avrà la sua concavità in modo da formare un canale che longitudinalmente si presenterà con una forma simile al profilo di un'ala d’aereo. (Certo che se si potesse fare un disegnino...).
Ogni più piccolo intervento sulla forma del tetto del canale si rifletterà positivamente o negativamente sul suono. Lo stesso vale per il pavimento del canale, costituito dal blocco. Si tratta inoltre di decidere che pendenza dare a tutto il windway rispetto al labium: ci sono flauti storici con canali in salita, altri con canali in discesa, altri perfettamente in linea. Il guaio è che tutti i fattori che concorrono a formare il "voicing", l'apparato fonogeneratore, non hanno mai un valore assoluto, ma dipendono strettamente l'uno dall'altro.
C'è un magnifico volume, edito da Moeck (che è il più importante costruttore di flauti industriali), dedicato interamente ai flauti a becco olandesi del XVIII secolo. Ogni strumento è descritto, fotografato, radiografato, disegnato, misurato al centesimo di millimetro. Per dirvi il lavoro certosino che è stato compiuto: della cameratura sono riportati, a passi di 3 millimetri, i diametri sia verticali che orizzontali (questo perché col tempo qualunque tubo di legno diventa ovale); per ogni foro vengono date 4 misure, e via di questo passo. Non manca la tabella del "tuning", l'intonazione, e qui prendete un colpo, perché non ce n'è uno passabilmente intonato. Bene, ho confrontato tutte le misure dei voicing di tutti gli strumenti e morire se ce n'è qualcuna che ricorre con qualche frequenza. Neanche tra due strumenti dello stesso costruttore.
Capite quindi come in questo delicato frangente siate abbandonati a voi stessi.
Ma, direte, dopo un po' di prove verrà pure un voicing ben fatto (cioè un flauto ben sonante); lo misuro per benino e tengo quello per modello. Eh no, carini, troppo bello! Su quel dannato canale dell'aria non c'è modo di prendere tutte le misure che si vorrebbe: si lavora a mano libera e duo o tre colpi di carta vetrata in più o in meno fanno la differenza. Lì non c'è calibro digitale che tenga: occhio e orecchio sono gli unici strumenti utilizzabili. Da cui si evince che non c'è uno strumento uguale all'altro e tutti avranno una loro personalità con pregi e difetti, tanto che dopo un po' che ve lo rigirate tra le mani cominciate a sentir nascere dentro di voi un sentimento quasi paterno, e l'idea di poterlo vendere vi appare un tremendo sacrilegio.

QUARTA ED ULTIMA PARTE
Riassunto delle puntate precedenti:
- come costruire un flauto dolce barocco in Fa;
- procurarsi un tronchetto di bosso stagionatissimo senza nodi nè crepe;
- tornirlo fino ad ottenere un cilindro 50 x 5 cm.;
- sezionarlo in tre parti (testa, corpo, piede);
- forare ciascuna parte e dare a questo foro la forma della cameratura del modello;
- lavorare al tornio l'esterno;
- mettere tutto sott'olio;
- preparare il blocco;
- scavare il labium;
- scavare il canale dall'aria.
Ora io mi domando e dico, che bisogno c'era di sproloquiare per oltre 4500 parole quando con 70 si potevano dire le stesse cose... Non pensavo d’essere anche un grafomane.
A che punto eravamo arrivati l'ho appena scritto, perciò lasciamo il windway sbozzato e rivolgiamo tutte le nostre cure al blocco.
Siccome l'avevamo preparato in precedenza più lungo del necessario, infiliamolo nel becco e vediamo quanto ce ne serve. Già che ci siamo, sarebbe ora di dare al becco la sua forma di becco, segando via quello che non serve. Limiamolo in qualche maniera, tanto la rifinitura la faremo col blocco ultimato e inserito nella sua posizione definitiva.
Io sono tra quelli che preferiscono realizzare il blocco in due parti, con la piastrina che fa da pavimento al canale dell'aria incollata sopra il tondino a forma di tronco di cono.
Naturalmente occorre spianare il tondino fino a far collimare la sua superficie piatta con le pareti del canale dell'aria. (Chi ha un flauto tra le mani mi capirà al volo, gli altri ...se ne procurino subito uno).
Ora prepariamo la piastrina che deve avere la forma del canale dell'aria, in pratica un legnetto di 2 mm di spessore a forma di trapezio (60 x 14 x 12 mm). Anche qui bisogna aver pazienza: è un continuo togliere e mettere. Limare un pochino, infilarla di nuovo nella sua sede, togliere ancora un po', riprovare, buttarla via e rifarne un'altra perchè avete tolto troppo, ecc. Alla fine incollate e rimandate tutto a domani. Qui consiglierei le Musikalische Exequien di Schütz, o la Passione secondo San Marco di Keiser o se volete la Trauerkantate di Telemann, insomma un brano che non vi induca alla frettolosità, che vi dia il giusto tranquillo ritmo che occorre. Oltre tutto è l'ultima volta che potete beneficiare della musica: le prossime operazioni richiedono il silenzio.
Mentre la colla a due componenti fa presa, potete praticare i fori per le dita sul corpo e sul piede. Spero che ormai, dopo aver sacrificato una decina di corpi, non ci siano più dubbi su dove forare. Attenzione che conta anche il mezzo millimetro. Per il portavoce occorre anche preparare la sede per l'anellino d'avorio, ricordate?
Per montare lo strumento occorre rivestire le parti terminali del corpo o con del sughero o con del filo di seta incerato. Non cotone perchè con l'umidità si ritira e può anche spaccarvi il legno.
E' giunto il momento di rivolgere un'accorata preghiera al santo protettore dei liutai, perchè con quel che state per fare, potete rovinare tutto.
Cominciamo a vedere se già esce qualche suono strozzato. Si, perchè, se il blocco l'avete già portato quasi a misura, qualcosa dovrebbe pur uscire da sto’ strumento. Sìììì…, suona! Male, ma suona. Ora avete di che trastullarvi per tutta la giornata, ben che vada. Prima di tentare un suono occorre praticare due smussature (chamfer), là dove esce l'aria alla fine del canale: un po' come le nostre labbra. Sul blocco si smussa verso il basso e sul tetto verso l'alto. L'angolazione e le dimensioni di queste smussature sono fondamentali e sgarrare qui vuol dire buttar via il blocco e la testa di conserva. Anche qui serve a poco vedere come facevano i nostri antichi: chi usa un'angolazione di 45 gradi su blocco e 30 sul tetto, chi 40 e 50, chi 52 e 65, insomma, ci sono tante possibilità, ma ogni prova andata male vi costa giornate di lavoro.
Fatte le smussature, ora si tratta di levigare il blocco pochissimo alla volta, e ogni volta reinserirlo, suonare quattro note, toglierlo, levigare, rimettere, suonare, togliere, levigare, rimettere, suonare, toglier, levigare.... vi siete già stufati? Non è mestiere per voi. Questa solfa va avanti per tre o quattro giorni, intervallata da altre operazioni su altri strumenti in modo da lasciare riposare il flauto perchè suonandolo si bagna, il blocco s’inzuppa e cambia dimensioni.
Quando comincia ad avere un suono decente è ora di intonarlo come si deve. I fori praticati col trapano ci restituivano una scala calante e piuttosto stonata: ora con limette a coda di topo e con fresette da dentista dovete raschiare l'interno del foro, in modo da dare al buco una forma di tronco di cono, che si restringe verso l'esterno. Naturalmente ogni foro sarà, più o meno, scavato fino a raggiungere l'altezza voluta. Le complicazioni sono enormi: questo tubo di legno non è una canna d'organo che deve produrre una nota sola, questo deve coprire più di due ottave, e il guaio è che lo stesso foro influenza più di una nota. Che fare se il re cresce e il do# cala e il foro su cui agire è lo stesso? E' chiaro che se aggiusto il re, il do# soffrirà ancor di più, e viceversa. Allora qui bisogna intervenire sulla cameratura, allargandola in certi punti. Questo sistema funziona abbastanza bene quando sono fuori posto le ottave. Un'ottava larga o stretta si corregge piuttosto facilmente perchè intervenendo nel punto giusto la nota acuta cala e quella grave cresce (o viceversa).
Tutto questo lavoro è facilitato dall'uso di un tuner elettronico (io ne ho uno bello che riporta anche una decina di temperamenti antichi). Qui non ci sono i battimenti che nell'accordatura di un cembalo rendono del tutto superfluo lo strumento elettronico. I flauti barocchi generalmente li intono secondo il temperamento equabile, mentre quelli rinascimentali ci guadagnano col mesotonico.
Anche questa è un'operazione da compiere a più riprese: da quando avete iniziato (dal fa basso su, su, fino al sol dell'ottava superiore) lo strumento si è gradualmente riscaldato, il che si traduce in un innalzamento del diapason, cosicché alla fine le ultime note risulteranno calanti rispetto alle prime che avete intonato a freddo.
Ragazzi, quasi ci siamo! Ancora qualche aggiustamento al voicing, un'altro al tuning, ora possiamo smettere di far solo note lunghe: proviamo qualche passaggio di agilità sugli acuti (punctum dolens), ritocchiamo il blocco, proviamo l'omogeneità in tutti i settori, verifichiamo quanto resistono le note basse alla pressione, la velocità della risposta, la facilità nel prendere le note stratosferiche...
Come test in genere faccio qualche duetto con mia moglie (è una prova dell'intonazione dal vivo), poi mi suono la partita di Bach per flauto solo BWV 1013 (per traverso è in la minore, per il dritto in do minore.) Nell'Allemanda iniziale c'è di tutto: salti, acuti, note basse piene di accidenti e per finire arpeggio sull'accordo che termina sul do6 ).
Se tutto va liscio (solitamente accade il contrario per cui avanti coi ritocchi), possiamo passare alle rifiniture: diamo una bella forma al becco e passiamo la cera (una mistura di cera d'api, cera carnauba e candelilla) e diamogli un bell'aspetto setoso, lucido ma non troppo.
Vi concedo ancora qualche minuto per rigirarvi in mano la vostra opera per accarezzarla e annusarla (non ci crederete, ma uno dei fascini principali di un flauto è il suo profumo: mi sovvengono le scenette quotidiane di quando molti anni fa ad Urbino in tre amici eravamo venuti in possesso dei nostri primi flauti d'autore, dei Monin. All'inizio della lezione tiravamo fuori i flauti dalle custodie: - Mmmm, senti che roba! E senti il mio, allora! - e mi sbatteva il flauto sotto il naso. Aspira, aspira! ahhh! - Roba da cocainomani....
A questo punto, se vi chiamate Morgan, non vi resta che spedirlo al primo della lista di attesa (si favoleggia di un'attesa di sette anni!), se invece, più modestamente vi chiamate Andreola, vi dovete dar da fare. Il che significa partecipare a mostre specializzate, contattare scuole e conservatori, insegnanti e concertisti che vi possano dare buoni consigli su come migliorare i vostri strumenti.
In attesa della celebrità potete sbizzarrirvi nei più diversi progetti: flauti rinascimentali di tutte le taglie, Ganassi in do e in sol, flauti di voce, soprani e contralti barocchi a 440 e 415 e se vi siete fatti incantare dal suono degli chalumeaux nel concerto in re minore di Telemann (Archiv - Wind Concertos - Musica Antiqua Köln), potete anche provare a ricostruirne uno.
Ora che vi siete fatti un'idea di cosa sta dietro ad un flauto, capirete perché mi scoccio un po' quando dopo aver detto all'interlocutore che costruisco flauti dolci mi sento ribattere: - Ah si, i pifferi.

Giacomo Andreola, recorder maker & player (racconto scritto in forma di post nel 1998 per il newsgroup IAMC (ItArtiMusicaClassica)

Soluzione dell’anagramma
GIACOMINO ANDREOLA = A' LEGNO CI DO' ARMONIA
oppure
DICO A LEGNO: ARMONIA !
O DIO LEGNO, C'ARMONIA !
RAGIONA CON MELODIA
GODRAI AL MIO CANONE

7 commenti:

mirko ha detto...

Grazie per la bella guida.
Io volevo provare costruire un flauto dolce ,ma ignoravo il lungo procedimento per intonarlo.
Grazie e ciao.

Marco ha detto...

Ciao. Posso chiederti che ne pensi di un flauto di plastica/resina per iniziare? In quanto appassionato di musica barocca, sono indeciso tra un Zen-on Bressan (415 Hz) o un Aulos (509 o 709). Grazie e complimenti per il tuo Blog!

Anonimo ha detto...

Peraltro, tra gli Aulos in internet non riesco proprio a capire se ne esista una versione a 415.

GAUGUIN ha detto...

Ciao,mi chiamo Luca cercavo qualcuno intenzionato ad acquistare del Bosso stagionato e da un forum dove avevi postato che eri alla ricerca di legno di bosso sono finito qui,se sei interessato o sai chi può esserlo mi puoi contattare all'email lucapellicano@yahoo.it,scusa il disturbo.
Buon lavoro.

Anonimo ha detto...

Salve mi chiamo Gemino Calà e sono un costruttore di Friscaltti siciliani (Flauti diritti a becco a bocca zeppata di canna e di legno)

Il mio sito
geminocala.altervista.org

La mia E mail è calagemino@tiscali.it

Signor Giacomo Andreola vorrei proporle un affare:
Avendo io provveduto a brevettare un modello di flauto con una chiavetta che consente di riprodurre cromatismi con estrema facilità, facilita la riproduzione della dinamica e altresì consente di utilizzare il flauto come se fosse uno strumento con doppia tonalità. Se la mia proposta la incuriosisce sarei lieto di avere una sua risposta........La ringrazio.

Anonimo ha detto...

Ciao sono Emanuela. Ieri abbiamo tagliato un vecchissimo albero di bosso poichè purtroppo è morto.
Il tronco ha un diametro > di 20 cm e l' altezza di circa 1.50 m. Dovrei misurarlo meglio ma queste sono le misure minime.
Qualcuno è interessato ad acquistarlo? contatto:mango58@libero.it

Anonimo ha detto...

non è vero che è il costruttore a determinare “quasi il 100% del suono”…Frasi del genere sono una maledizione che perseguita i flautisti dolci, specie in Italia, con tutto il rispetto per i costruttori ovviamente.