Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

sabato, agosto 01, 2026

Stefan Zweig: Parsifal a New York

Metropolitan Opera House, NYC
L'Opera, la famosa Metropolitan Opera 
House, non è staccata dalla massa nera delle case, non ha spazio a destra e a sinistra, ma se ne sta con le spalle rinsaccate in mezzo all'Avenue. Il rumore, il diabolico rumore di una strada americana di grande traffico, vi si infrange come un'ondata inquinante, penetrando fin dentro l'atrio. E ora, cinque minuti prima dell'inizio, il frastuono si fa infernale: le automobili si accostano strombazzando, gli strilloni vociano come ossessi, un venditore di biglietti corre disperato su e giù, in mano un mazzo di biglietti invenduti, mugghiando prezzi sempre più bassi con voce arrochita.
Già, perché oggi si dà il Parsifal. Rapita, maliziosamente sottratta come la lancia di Amforta («a sacra lotta risorta» mi riecheggia nell'orecchio), la rappresentazione wagneriana viene strapazzata qua e là per il paese: Cleveland, Buffalo, Missouri, Kentucky e centinaia di altri luoghi hanno già accolto la sua sacralità (peccato solo che non si veda), e ora il carro è giunto felicemente a New York. In atteggiamento solenne (e con la gomma da masticare in bocca) affluisce la folla.
La sala, grande anch'essa e meno pomposa di quanto ci si aspetti. Ronzio e chiacchiericcio da tutte le parti. Poi improvvisamente buio e applausi. Un grasso direttore d'orchestra (ma può un buon direttore metter su pancia, mi domando?) si issa a fatica - è molto grasso - sul podio. Il signor Hertz: così è scritto sul biglietto. Ora è buio pesto. Si vedono soltanto le due candele ai lati dell'uscita di sicurezza nella luce traballante e la testa calva del signor Hertz.
Musica, musica che scroscia sacra come un inno, e poi finalmente una scena, molto strombazzata e rovinata dal tramestio sul palco. I costumi pendono logori appesi a belle voci. Ma lo spettacolo è altrove. Nel pubblico per la precisione. A cui non piace l'oscurità (che, al di fuori di Bayreuth, credo sia stata inventata da Gustav Mahler) e adotta allora rimedi drastici. Il fatto è che vogliono leggere il programma di sala (mezzo dollaro). E improvvisamente si vedono lampeggiare a destra e a sinistra, accompagnate da leggeri clic, le lampade tascabili, che i più previdenti si sono portati appresso. A destra e a sinistra si vedono i piccoli coni di luce tremolante proiettarsi sui libretti. Una rappresentazione sacra in una terra pratica!
Sulla scena succede qualcosa (credo che qualcuno spari ad un cigno) e sotto si mesce la musica. Ma in questo momento la musica è una cosa secondaria. Tutte le teste sono voltate nella stessa direzione, fanno il giro della sala un paio di nomi. Gli Astor sono arrivati nel loro palco (o erano i Vanderbilt, non saprei più dire) un diadema di diamanti sfavilla attraverso il buio (ah, questo odioso buio che ti rovina lo spettacolo più interessante).
Cala il sipario. Applausi da ogni lato. Ma un paio di conoscitori, quelli che sanno proprio tutto, sanno anche che al Parsifal non si applaude. E allora fischiano. Il che provoca gli altri (come, non era «wonderful»?), che applaudono come pazzi e lanciano gridolini intermittenti in mezzo al frastuono. Un ameno certame dell'entusiasmo.
Il secondo si svolge invece nel foyer, per il gelato, che è veramente la cosa migliore che ci sia in America. Io mi accontento di spilluzzicare frammenti di discorso. Per la maggior parte sono interiezioni di entusiasmo come «grand», «wonderful», «astonishing», ma pronunciate con una tale indifferenza, con voci così fredde e smorte che penso sempre si stia parlando del gelato.
In mezzo a tutto ciò, due conversazioni toccanti. Ci sono molti tedeschi in sala, e sono davvero commoventi per la loro intima gioia di aver finalmente ascoltato musica, cantare tedesco. «Sono venuto da Philadelphia e ci torno stasera stessa, domattina è di nuovo office», sento dire a uno. È un giovanotto, biondo e calmo, che non deve aver lasciato la Germania da molto. Per loro è veramente una festa, una rappresentazione sacra; per quei pochi che in questo paese si struggono dal desiderio di musica, che per la musica hanno messo a tacere tutto il resto. Guidano tutta la notte per godersi un paio d'ore di Wagner, che per loro rappresenta la Germania; risparmiano - lo vedo dai loro vestiti - fino all'ultimo dollaro per poter vivere il Parsifal: davvero mi commuove quel lampo di gioia sul viso del giovane biondo. Perché i tedeschi, quassù, non hanno altra patria che la loro musica. Come sono grati, colmi di gioia, questi esiliati, quando possono stemperare per un paio d'ore la lontananza - anche se solo grazie ad uno scaltro inganno - nell'opera più nobile del nostro tempo; come brillava nei loro occhi la riconoscenza, dopo che l'ala caritatevole di questa musica unica come quella di un angelo li aveva sfiorati in questa terra perduta. Mai avevo colto più profondamente che in quello sguardo luccicante quanto significhi Wagner per la Germania, fino a che punto non sia egli stesso la Germania, simbolo massimo e dirompente della sua nazione e del suo tempo.
Stefan Zweig
(Passigli Editori, 2021 - "Der Merker, Österreichische Zeitschrift für Musik und Theater", volume 2, parte IV, luglio-settembre 1911, p. 55)

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