Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
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martedì, settembre 22, 2026

Shostakovich: Symphony No. 14

Dmitri Shostakovich (1906-1975)
La Sinfonia N. 14 di Shostakovich, su testi di García Lorca, 
Apollinaire, Küchelbecker e Rilke, fu completata nel 1969 e presentata per la prima volta a Leningrado il 27 settembre dello stesso anno da Rudolf Barshai e dall'Orchestra da Camera di Mosca. I solisti erano Galina Vishnevskaya, soprano, e Mark Reshetin, basso. La prima esecuzione data fuori dell'U.R.S.S. ebbe luogo il 14 giugno 1970 al Festival inglese di Aldeburgh, con la English Chamber Orchestra diretta da Beniamin Britten, al quale Shostakovich ha dedicato il suo lavoro. I solisti erano ancora la Vishnevskaya e Reshetin. Più tardi, in luglio, fu presentata come facente parte del Festival della Città di Londra con Barshai, l'Orchestra da Camera di Mosca, la Vishnevskaya e il basso Gennady Pinyazhin.
Ad Aldeburgh il pubblico tributò al lavoro una vera ovazione e Britten alzò la partitura e la baciò. Scrisse Robert Tayton su The Listener: «Impressionante... per tutti i suoi caratteri di ciclo di canti, la Sinfonia presenta un'organica coesione e una grandezza di concezione che giustificano la sua etichetta sinfonica. La qualità della sua inventiva musicale e della sua visione immaginativa la pongono in prima linea fra i lavori recenti di Shostakovich». «Viva... ossessiva...» proclamava Edward Greenfields su The Manchester Guardian, «Certamente amplia la nostra conoscenza della grandezza di Shostakovich». Così Peter Heyworth ha telegrafato al The New York Times: «Shostakovich è emerso con una delle partiture più profondamente personali che abbia mai scritto. Vorrei dire di più: Questa Sinfonia è probabile che trovi un posto fra le creazioni più durature».
In realtà, la quattordicesimo Sinfonia si colloca in quella categoria, scarsamente numerosa, di «sinfonie vocali» o, se si preferisce, in quell'ambito del ciclo sinfonico di ampio respiro che ha ancora oggi il suo massimo esempio nel Das Lied von der Erde di Mahler. È composta di undici canti per le due voci soliste, soprano e basso, e orchestra da camera basata su archi e percussione. Il soggetto trattato denota un'unità tematica: tutti i testi infatti hanno a che fare, in un modo o in un altro, con la morte; e i temi musicali, particolarmente nei canti più lunghi, sono ampiamente sviluppati.
Il meditare, sinfonicamente, sulla morte non è estraneo all'opera di Shostakovich. La sua seconda Sinfonia, composta a ventun anni, contiene un episodio indicativo dei sentimenti destati in lui dall'uccisione di un ragazzo il cui unico delitto era stato quello di aver rubato una mela. Anche la quarta Sinfonia (con la sua marcia funebre di stampo mahleriano), l'ottava (con la passacaglia così profondamente commovente) e la decima contengono notevoli esempi di meditazione sulla morte dell'uomo. La sua tredicesima Sinfonia, una composizione del 1962 basata su cinque poemi di Yevtushenko, conteneva il canto Babi Yar intonato por gli ebrei uccisi in Russia durante la seconda Guerra mondiale. La quattordicesima si discosta da qualsiasi altro precedente. Nemmeno si può comparare con i lavori di precedenti compositori che abbiano esaminato la morte in termini musicali: dal Beethoven degli ultimi quartetti al Mahler della nona Sinfonia, dal Brahms della quarta al Schubert di Die Winterreise, al Bartok del terzo Concerto per pianoforte. L'approccio di Shostakovich non è né filosofico, né religioso, né politico, né clinico, né spirituale. Sebbene la Sinfonia possa considerarsi, per molti aspetti, come una meditazione sulla morte, in essa predomina un aspetto terribile. Ciò che Shostakovich ha riassunto musicalmente è un diretto confronto con la morte vista come spettro, quasi nel senso medievale data la sua oscura e paurosa intensità. In nessuna opera precedente c'era mai stato un lavoro musicale che evocasse la terribile Signora con la Falce a un livello tanto viscerale.

I primi due testi messi in musica sono lavori del poeta spagnolo Federico Garcia Lorca (1899-1936), cominciando dal De Profundis (un Adagio per il basso). Come se venisse da molto lontano, attraverso un paesaggio arido e avvolto dalla nebbia, un assolo di violino genera un'ossessiva visione di desolazione. I violini, le viole e due contrabbassi (i violoncelli sono esclusi) aggiungono ombre ancora più tristi e buie. Il basso canta dei «cento ferventi innamorati che cadono nell'eterno sonno e giacciono sepolti sotto il suolo riarso dell'Andalusia».
Con un improvviso «taglio» di stile cinematografico, viene introdotta la Malagueña (Allegretto per soprano) dagli sferzanti tocchi in staccato dei contrabbassi. Gli archi turbinosi eseguono uno stridulo suono come una figura vendicativa di morte che passa in una taverna spagnola. I violini e le viole creano un'illusione quasi visiva di seggiole rovesciate violentemente, di chitarre abbandonate, di porte spalancate alla notte, di forme fuggenti, di rapidi bagliori e di ombre, tutto sottolineato da bassi e violoncelli inflessibilmente furtivi. C'è una selvaggia danza con intervento di nacchere - due funesti schiocchi di frusta, come due spari - e quindi, silenzio.
Ma la pausa non è che un battito frenetico del cuore ed è seguita dal primo dei sei poemi di Apollinaire (1880-1918), Lorelei (Allegro molto per soprano e basso). La bellezza della bionda incantatrice della terra del Reno ha portato alla perdizione numerosi uomini malati d'amore. Perfino il vescovo, davanti al quale è stata condotta, è preso dalla sua bellezza e decreta che sia lasciata in vita, ma soltanto in un convento. Lorelei è triste per la perdita del suo innamorato e desidera soltanto la morte. Mentre tre Cavalieri la scortano al convento per ordine del vescovo, Lorelei chiede loro di salire su un'alta roccia per vedere per l'ultima volta il suo castello e di là si butta nel Reno che scorre al di sotto. I violoncelli in staccato, punteggiati da sonori rintocchi di xilofono, sottolineano il colloquio iniziale fra Lorelei e il vescovo. Colpi di percussione e gli archi più profondi indicano il viaggio verso il convento. Gli archi agitati dipingono Lorelei sulla sua roccia sopra il Reno pochi minuti prima che la fanciulla vada incontro alla propria morte. Le campane rintoccano due volte per annunciare la sua fine. In un passaggio di soprannaturale bellezza gli archi e la celesta cantano un solenne requiem per la bella strega.
Un assolo di violoncello ci porta subito a Il Suicida (Adagio per soprano). Peter Heyworth scrisse di questa composizione: «La soprano canta una breve e ricorrente frase, del tutto semplice, che tocca direttamente l'intima essenza di un dolore simile a quello di una Ofelia. La scrittura a due parti per voce e violoncello è così essenziale che soltanto un maestro come Shostakovich poteva rendere completamente significativa. La voce e lo strumento raccontano una patetica storia: «Tre gigli sulla mia tomba senza croce, esposti al vento e all'acqua. Uno nasce dalla mia piaga, un altro dal mio cuore. Le radici del terzo si conficcano nella mia bocca. Essi crescono solitari e tutto attorno si stende la terra arida. E, come la mia vita, la loro bellezza è maledetta».
Gli elementi della percussione, con xilofono, timpani e battagli in special modo, si uniscono agli archi in In guardia (Allegretto per soprano) che racconta il presentimento di una donna della morte in battaglia del proprio fratello-amante. Ogni verso è preceduto da una bizzarra e ricorrente parodia di una melodia militare sostenuta dallo xilofono. Il risultato è spiccio, efficace e inevitabile: «L'ora della Morte è suonata... Oggi morirei, come muoiono le rose, mio piccolo soldato».
Lo xilofono è il legame con l'ironica Signora, guardate! (Adagio per soprano e basso). «Signora, guardate! Avete perso qualcosa... Soltanto un'inezia! Soltanto il mio cuore e io rido, rido dell'amore che è stato stroncato dalla morte». La parola onomatopeica russa che traduce «rido», cantata dal soprano, «Khokhochu», risuona in modo del tutto falso ancora e ancora.
Un tetro legame di archi ci porta in uno dei poemi più profondamente commoventi di tutta la sinfonia. È il penultimo di Apollinaire, In Prigione (Adagio per basso). L'orchestrazione è sobria; il brano evoca l'andirivieni solitario di un prigioniero in completo e irrimediabile isolamento. «Qui sono morto per tutti. Qui la speranza finisce. I miei occhi non hanno più lacrime, il mio viso è come una maschera. Il giorno è finito. La lampada che sta sopra la mia testa brucia avvolta nell'oscurità. Ci siamo soltanto in due in questa cella: io e la mia mente».
Gli archi improvvisamente annunciano La risposta dei Cosacchì Zaporozki al Sultano di Costantinopoli (Allegro per basso). Una vigorosa costruzione musicale, la cui scrittura ricorda il giovane Shostakovich, innalza con vivaci tocchi il testo vituperativo: «Tu sei cento volte più perverso di Barabba, immerso nel fango dei tuoi peccati. Putrido cancro, orrido incubo, tu sei nato dall'immondizia di tua madre». Archi elegiaci introducono la parte in cui sembra che Shostakovich voglia indirizzarsi personalmente a Beniamin Britten e, per la verità, a tutti gli artisti del mondo. O Delvig, Delvig! (Andante per basso) è del russo Küchelbecker (1797-1846) e il Delvig di cui si parla fu anch'egli un poeta del XIX secolo e un intimo amico di Pushkin. La calma, quasi il riposo, e la speranza sono presenti qui; gli archi lirici ricordano all'ascoltatore che «tanto le gesta ispirate quanto lo dolce poesia sono del pari immortali. C'è un legame immortale, libero, superbo e gaio fra i veri amanti delle Muse». La sezione finisce in una dolce coda ad alta voce proclamata dai violoncelli a tre parti.
Ma ora la soprano canta di La morte del poeta (Largo), il primo dei due brani composti sul testo del tedesco Rainer Maria Rilke (1875-1926). Qui il poeta postula che l'uomo rimane per sempre nascosto agli altri dietro due maschere: quella della vita e quella della morte. Gli archi acuti introducono questo brano, riprendendo la linea dei violini con la quale si apre questa sinfonia. «Il poeta è morto. Il suo volto, pallido come prima, rifiuta ancora qualcosa. O, il mondo e lui - una volta erano un tutto. Il suo volto contiene l'essenza dei laghi, delle valli e delle pianure. Ma ora questa timida maschera è un frutto vuoto, destinato a marcire». La scrittura degli archi è austera e angosciosa e sembra toccare molto da vicino l'intima essenza dell'intendimento del compositore.
La Conclusione (Moderato per soprano e basso) è rapida e stringata. «Onnipotente è la morte. Essa rimane di guardia anche nell'ora della felicità. Nel mondo della più elevata vita essa soffre in noi, vive e brama e urla dentro di noi». Il rumore come di ossa dei battagli ci ricorda lo scheletro sotto la carne, che aspetta il terribile e inevitabile suo giorno. Gli archi sorgono da un inflessibile crescendo, seguito da una sepolcrale calma.

Garcia Lorca fu poeta, drammaturgo, letterato, folklorista e musicista. La sua morte, avvenuta il 19 agosto 1936, fu una delle tragedie senza senso della Guerra Civile spagnola. Figura letteraria fra le più grandi, egli cercò sempre di rimanere al di fuori degli sconvolgimenti politici, ma per le sue note simpatie populiste fu considerato un uomo sospetto. II poeta Luis Rosales, che contava potenti amicizie tra i Falangisti, offrì a García Lorca protezione a casa suo, ma in una certa occasione, approfittando dell'assenza di Rosales, Lorca fu arrestato, portato in un luogo nei dintorni di Granada e fucilato. Il suo corpo fu gettato in una fossa comune in un burrone. Soltanto un mese prima, Lorca era stato invitato a cercare scampo accompagnando un amico a New York. Ma egli aveva rifiutato l'offerta dicendo: «Io sono un poeta e nessuno uccide i poeti».
Apollinaire era figlio illegittimo di una donna polacca e di un italiano che non fu mai identificato realmente. Come poeta, critico e residente a Parigi contribuì alla formazione di una nuova scuola di poesia francese. Il suo «In prigione» è forse il più profondamente commovente degli undici poemi che compongono la quattordicesima Sinfonia con la sua evocazione così vera del terribile isolamento di una solitaria reclusione, tanto che l'ascoltatore è portato inevitabilmente a pensare a un prigioniero politico di netta marca kafkiana rinchiuso per il resto dei suoi giorni. Anche Apollinaire fu imprigionato in una certa occasione, ma le circostanze erano ben diverse. Attorno al 1910, cercava di dare una mano a un belga, un giocatore inveterato che, come ebbe a scoprire con raccapriccio lo stesso Apollinaire, di quando in quando si dilettava a rifondere le sue perdite al gioco rubando qualcosa al Louvre. Fra gli oggetti rubati c'erano anche due piccole statuette iberiche che vendette a Picasso. Nell'intento coraggioso di difendere i due amici dai rigori della legge, Apollinaire si assunse la responsabilità di restituire egli stesso le statuette presentando il furto come se fosse stato la dimostrazione del modo negligente con cui il Louvre conservavo i tesori della nazione. Come potevasi prevedere, il suo gesto fu incredibilmente inopportuno: poco prima alcuni abilissimi ladri si erano dati ripetutamente da fare al Louvre e Apollinaire si trovò alle costole la polizia di Parigi che lo accusavo non soltanto di ricettazione delle statuette rubate, ma anche di sospetta complicità nel furto della Gioconda! Prima di essere rilasciato passò vari giorni in prigione in un'agonia di ansia e ammazzava il tempo esprimendo in poesia i suoi sentimenti.
Il poeta e critico letterario Wilhelm Korlovich Küchelbecker, discendente da genitori russo-tedeschi, fu un amico di Pushkin. Nel 1825 prese parte all'Insurrezione decembrista, un tentativo senza successo per defenestrare Nicola I. Fu questo il primo tentativo in Russia diretto a rovesciare la dinastia zarista. Arrestato e condannato, il poeta passò dieci anni in prigione e altri dieci in esilio in Siberia, cioè fino al
giorno della suo morte.
Rainer Maria Rilke, nato o Praga, è stato definito il più grande poeta lirico della moderna Germania. Ebbe un'infelice fanciullezza in una scuola militare, un'infruttuosa e breve esperienza matrimoniale e passò il resto della sua vita vagabonda in viaggi, attraverso la Russia, l'Italia, il Nord Africa e per molti altri luoghi. Rilke mori nel 1926 a causa di un'infezione del sangue procuratagli dalla puntura di una spina di rosa.
Rory Guy

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