Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

venerdì, febbraio 12, 2010

Werner Herzog non va a vedere l'opera a teatro ma è conteso da tutti i sovrintendenti, in particolare per il suo Wagner visionario, senza tentazioni da Regietheater

Incontro Werner Herzog al Palau de les Arts di Valencia, dove sta provando Parsifal, opera che ha inaugurato la terza stagione del teatro il 25 ottobre. Ho l'impressione che sia un incontro difficile: non vuole restare nella sala dove ci incontriamo perché la considera inquietante. Finiamo su una terrazza con il rumore delle autovetture che sfrecciano in sottofondo. Ma, poi, l'atmosfera si scioglie. E' molto felice d'aver la possibilità di lavorare direttamente sulla scena anche se, ancora, non ci sono tutti i cantanti.

A scuola, si rifiutò di cantare di fronte ai compagni di classe...
«Avevo 13 anni e stavo cambiando la voce. L'insegnante mi voleva obbligare, voleva più che altro spezzare la mia volontà, non è che fossi io a non voler cantare. Decisi di non seguire più la classe di musica fino a 18 anni. Ancora non so leggere la musica ma non è importante perché so ascoltare molto bene. E' stata quasi una benedizione, che ha fatto crescere il mio interesse per la musica».
Prima di Fitzcarraldo non era mai andato all'opera?
«Credo di esserci andato solo due anni dopo aver finito il film. C'era Ernani a La Scala. Tutti mi dicevano: 'Devi andare perché Ernani è in Fitzcarraldo; devi vedere un'opera!'. Fu una delusione. Ancora oggi non vado mai all'opera, anche se mi piace ascoltare le incisioni».
Come ha iniziato ad occuparsi della regia di opere pur non amando andare a teatro?
«Non è una contraddizione, non volevo fare regie operistiche. Sono stato tirato dentro. Prima a Bologna (n.d.r.: Doktor Faust di Ferruccio Busoni). Subìto dopo, Lohengrin, a Bayreuth. Wolfgang Wagner cercò di convincermi per tre mesi: gli rispondevo sempre di no. Poi m'inviò la sua incisione preferita di Lohengrin, che non avevo mai ascoltato integralmente. In particolare, non avevo mai sentito il "Vorspiel', Mi si fermò il cuore per 30 secondi! Mi sembrò musica di tale grandezza che pensai che avrei dovuto metterla in scena».
Perché ha iniziato con Doktor Faust di Busoni, opera di rara esecuzione?
«Non era mai stata messa in scena in Italia, infatti: una sfida. Non avrei mai accettato di fare la 250esima Aida. Se faccio una regia d'opera, deve essere qualcosa di speciale: un teatro o una musica particolari, come Giovanna d'Arco rappresentata solo tre volte in 150 anni... non è strano perché è un'opera che ha un libretto così diffícile da essere considerato 'irrapresentabile'. Musicalmente è un'opera molto interessante perché Verdi, trent'anni dopo, la usò come una sorta di miniera di motivi musicali: si ritrovano in Falstaff, Aida ... ».
Cosa le piace nella regia d'opera, mondo diverso dal cinema?
«Affatto diverso: si deve trasformare un intero mondo in musica. Tutto, e non solo il libretto: atmosfere, materiali, ogni dialogo... Ecco, qesta è l'opera».
Come affronta una nuova regia: inizia, dal, libretto o dalla musica?
«Sempre e solo dalla musica. Inizio e, finisco con la musica».
Il libretto può essere una costrizione?
«Devo conviverci. Talvolta può essere stupido o incoerente, ma non fa nulla. Ne vengo comunque fuori: riesco a trovame il senso perché so raccontare storie».
L'opera le permette di raccontare una storia?
«Non è così importante. Per questo ho i film, o posso scrivere un libro. Nel Tannhaüser non c'è quasi storia. In Parsifal c'è una grande storia, ma non è poi così importante».
C'è qualcosa in particolare nella musica di Wagner che la colpisce?
«Devo essere attento perché non sono un wagneriano... uno di quei fanatici che si aggirano per Bayreuth con gonne lunghe e sandali (ride). Il pubblico delle prime. Fondamentalisti, per i quali qualsiasi cosa Wagner disse, scrisse o fece in musica, è assolutamente sacro».
Ascolta la sua musica?
«Sì, ma non è l'unica; amo Gesualdo, Carissimi, Orlando di Lasso, Stravinskij ma anche... Elvis Presley. Non mi piace il rock ma Elvis, sì!».
Quale sarà la chiave registica dei Parsifal di Valencia?
«Non lo so proprio: aspettiamo e vediamo».
Ancora troppo presto?
«No, anzi ho un'opportunità splendida: le scenografie sono già allestite, quindi posso fare le prove in palcoscenico con i cambi di scena sin da subito. Eß possibile solo perché Parsifal è l'opera inaugurale».
Sarà una regia tradizionale o Regietheater?
«Il Regietheater è un errore sin dall'inizio. E' una deviazione. E' una stupidità che ha già visto la fine: sta sparendo in un bis di stupidità».
C'è un riferimento ad un periodo storico?
«Tipica domanda sul Regietheater, al quale non appartengo».
In Parsifial, Wagner ha inserito elementi cristiani, buddisti, perfino massonici: li troveremo nella regia?
«No, non m'interessano affatto. I momenti religiosi hanno sicuramente un'importanza ma vanno più verso una ritualizzazione della religione come in Tannhüuser. E' un aspetto interessante di Wagner, che si trova nel testo dei libretti e nelle partiture».
Ho letto che potrebbe essere la sua ultima regia operistica. Se è vero, perché?
«Non so chi lo abbia detto... forse perché ho 5 o 6 progetti di film in questo momento. E' stato molto difficile riuscire a venire a Valencia».
Parsifal è difficile per il pubblico, non da ultimo per la durata...
«Non credo che sarà un problema: chi verrà sa che sono più di quattro ore di musica. Continuo a dire ai cantanti ed al coro: "Non abbiate paura del tempo, non fate le cose in fretta, non accelerate. Non temete la quantità di tempo della musica"».
Ma le Piace Parsifal?
«Certo! E' l'opera più straordinaria di Wagner. Anticipa un tempo al di là da venire. Come Gesualdo che, a fine '500, compose sei libri di madrigali... musica del XX secolo, che tornerà solo con Stravinskij».
Cosa significa collaborare con Lorin Maazel in questa... nave spaziale che è il teatro di Calatrava?
«Lorin Maazel mi ha trascinato in questa avventura... Mi piace moltissimo la sua comprensione della musica, è uno dei grandi direttori viventi. Già questo basterebbe a convincermi, e poi siamo in sintonia rispetto alla musica: sarà molto facile lavorare con lui. Il Palau è uno dei modemi miracoli dell'architettura: è una grande scultura. Ma Calatrava certo non sa molto di regia: la cornice intorno alla buca dell'orchestra è bianca e riflette in scena le luci dell'orchestra. Non si riesce mai ad avere buio assoluto! Normalmente, si fa nera... Inoltre, visto che l'edificio non è a tenuta stagna, i motori idraulici sono stati danneggiati dall'inondazione dello scorso anno e i mezzi tecnici sul palco sono limitati».
Piccoli problemi che influiscono sulla sua regia?
«Non sono problemi, bisogna adattarsi come avviene in ogni teatro, e lo faccio con facilità. E' meraviglioso allestire un'opera in un edificio assolutamente strepitoso».
Come lavora con i cantanti?
«Sto sempre sul palcoscenico con loro. E con il coro faccio lo stesso».
Li dirige come fossero attori in un film?
«No, no! Nel cinema, c'è una singola prospettiva, che passa attraverso le lenti della cinepresa: può essere ravvicinata, angolata, in movimento... in un'opera, ci sono tanti punti di vista quanti sono gli spettatori. Si deve lavorare pensando a questo. Nel cinema, la sensazione del tempo è completamente diversa, come anche quella del gesto... per questo cinema ed opera non vanno mai d'accordo: fare un film da un'opera è un progetto destinato ad abortire. Sempre, ed è sempre fallito».
E il dvd?
«E' solamente una testimonianza. Un verbale. Altrimenti, è come hanno fatto Franco Zeffirelli, Ingmar Bergman... sempre dei fallimenti, e per ragioni ovvie».
C'è un'opera che amerebbe fare ma non c'è ancora riuscito?
«No, perché ho molte proposte. Tuttavia, devono, esserci circostanze specifiche, in ogni caso: un'opera mai rappresentata o particolarmente interessante musicalmente... o come Tannhaüser per la messa in scena particolare, quasi immateriale: solo luci e vento...».
Ci sono opere che non farebbe?
«Certo! Ero alla Scala, e Zubin Mehta mi voleva a Firenze. Mandai mio fratello: "Lucki, se il Maestro vuole fare Wozzeck o Moses und Aron, digli di no!". Non ho accesso a questa musica e, se non ho la chiave, non posso farla. Mehta gli propose l'opera di Schoenberg. Gli disse di no. Ancora oggi non lo farei perchè continuo ad avere problemi con la musica. Capisco che Wozzeck sia straordinario ma non lo posso fare».
Ma nei suoi film, la musica gioca un ruolo importante. Come la sceglie?
«Nei film tutto va molto, molto veloce. Non dedico mai più di cinque minuti a cercare il pezzo giusto. So immediatamente che andrà bene».
Straordinario!
«Talvolta, in venti secondi...».
Perchè ha chiesto a Ernest Reijseger di comporre per alcuni dei suoi film?
«E' un gran musicista e ha delle idee davvero straordinarie: ho lavorato in due film con lui. La sua musica è assolutamente magnifica. Difficilmente si riuscirà a sentire qualcosa che sia allo stesso livello: musica di quel calibro, e il modo di adattarsi ai film».
Cosa significa la musica nella sua vita?
«Quando è grande musica, ha una qualità specifica: consola. Dà conforto».
Il suo motto nella vita?
«Oh, non ne ho! (ride) Talvolta, quando mi chiedono un autografo, scrivo: "Ogni uomo per sé, e dio contro tutti"».

intervista di Franco Soda ("il giornale della musica', Anno XXIV, n.253, novembre 2008)

1 commento:

Marco Crestani ha detto...

Grande visionario, ossessivo e radicale, deciso a forzare i limiti del possibile...