Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

sabato, maggio 02, 2026

Anthony Rooley del Consort of Musicke

Anthony Rooley (1944)
Quando e come si è formato il Con
sort of Musicke?
Si è formato nel 1969, come trio di voce, liuto e viola. Oggi è un vero e proprio gruppo a formazione variabile. Possiamo allineare consorts di 22 viole.
Questa specie di monopolio inglese nella musica antica, diciamo condiviso con gli olandesi, è frutto di una scuola precisa?
Non è il prodotto di una scuola, in quanto un simile tipo di scuola non esiste in Inghilterra. È una corrente, uno stile che si è andato sviluppando da solo, un ambiente che è cresciuto spontaneamente a partire da alcuni centri e attorno a certe persone, Munrow, il Music Centre, dal `67 ad oggi.
In quali caratteri individueresti la scuola inglese?
Per quel che riguarda direttamente noi e il nostro lavoro, l'esecuzione nasce a stretto contatto con la poesia, si punta ad avere un preciso senso vocale in mente, una dizione chiara.
E l'espressione?
Capisco che cosa vuoi dire: molti sostengono che non abbiamo abbastanza espressività. Ma quello che cerchiamo è la chiarezza e la semplicità dell'approccio. Il che non esclude che ci sia dramma, quando il dramma è richiesto. Ma bisogna anche mettersi d'accordo su che cosa si intende per dramma. Ciascuna cultura, ogni periodo ha una sua concezione drammatica. Ci sono differenti strade verso la passionalità. Noi ci dedichiamo ad un repertorio, quello rinascimentale: del quale intendiamo sottolineare la qualità contemplativa.
La vostra strada qual è?
Il mio ed il nostro lavoro partono da un substrato letterario. Emma ha cominciato ad interessarsi di musica barocca e rinascimentale studiando ad Oxford. Cosi tutti noi proveniamo da studi classici. Ci dedichiamo alla musica di un periodo storico nel quale l'uomo era un microcosmo in cui confluivano molte discipline. Il nostro è un lavoro più filosofico che puramente musicale: ci sforziamo di ricostruire l'integralità dell'uomo del Rinascimento, immergendoci nella filosofia che sta dietro quella cultura. Il nostro lavoro è profondamente interdisciplinare; da ciò deriva, nella musica, una certa astrazione.
Lavorando su repertori in prevalenza italiani, dove reperite il materiale, i testi, le partiture?
Alla British Library, presso la quale esistono più di millecinquecento manoscritti di epoca anteriore al Settecento.
E in Italia?
ln Italia ci sarebbero montagne di materiale da reperire un po' ovunque. Ma e anche da catalogare. In genere si trovano i manoscritti in uno stato di gran confusione. A Bologna c'è molto, ogni tanto ci rivolgiamo lì. Ma per ottenere un microfilm spesso ci vogliono mesi. È un vero peccato. A Londra ho recuperato della bellissima musica adatta ad una celebrazione virgiliana: un'intera scena tratta dall'Eneide, un duetto fra Didone ed Enea, con Virgilio narratore, di Domenico Mazzocchi. Musica stupenda.
Proprio qualche mese fa, al Teatro Olimpico di Sabbioneta, per le celebrazioni del bimillenario virgiliano sono stati messi in scena due altri episodi dall'Eneide di Mazzocchi: «Aeolus»; «Nisus et Euryalus». Che indicazioni c'erano sul tuo manoscritto?
Come al solito: doppia linea per voce maschile e femminile più linea di basso.
Ma la voce del narratore Virgilio non era anche divisa in duetti e cori?
No.
Perché in questa ricostruzione di Sabbioneta era così; oltre al fatto che il revisore ha composto di suo pugno certi interludi strumentali con archi e fiati. Tu come eseguiresti?
Ogni scena drammatica di questo tipo, in Mazzocchi, è completamente conclusa in se stessa. Non c'è bisogno di alcun interludio, nella scena, semmai fra una scena e l'altra, per legarle in qualche modo fra loro, dal momento che vennero pubblicate staccate in vari libri. Per la strumentazione punterei sempre all'essenziale: un cembalo, una viola, un organo positivo; l'organico più elastico per seguire la mobilità del recitativo e degli ariosi.
Rodate prima in concerto quel che intendete fissare in disco?
Per prima nasce l'idea. Da lei dipende se portarla in concerto o tradurla in disco. Ci sono repertori che, per organico, sono troppo costosi da portare in giro. Così trovano la via del disco. Se il programma è portatile lo si destina di preferenza al concerto.
È per questo che in Italia il Consort of Musicke siete solo voi tre (Anthony Rooley, liuto, Emma Kirkby e David Thomas)?
Sarebbe molto più bello poter venire con un consort di viole, ma trasportare più di venti persone e relativi strumenti sai cosa comporta.
Di quale pezzo della vostra discografia siete più soddisfatti?
Lo Chansonnier Cordiforme è stato l'impegno discografico più antico, finora. E stata un'esperienza di lavoro collettivo che ci ha aiutati a capire meglio quel che intendiamo fare.
Dove tenete più concerti? E quanti in un anno?
Inghilterra, Germania, Stati Uniti e Italia. Diciamo cento concerti l'anno.
E dove preferite suonare?
Senz'altro in Italia: c'è il pubblico più attento, quello meglio disposto a capire il nostro lavoro, anche perché ha gli strumenti linguistici e culturali per farlo. E poi ci sono gli spazi filologici, quelli in cui la musica che eseguiamo è nata.
È un ben curioso contrappasso che per ascoltare il nostro repertorio si debba aspettare voi specialisti inglesi, non ti pare?
In effetti è curioso. Anche perché noi, al contrario, aspettiamo sempre con interesse e curiosità qualunque voce italiana che possa portarci un termine di riferimento linguistico, prezioso per noi.
Dovrete aspettare ancora molto. Qui non ci sono scuole istituite né spontanee di musica antica, solo qualche isolato volenteroso. Scontiamo oggi gli splendori del passato: importiamo arance dalla Spagna, lattuga dalla Francia, Rinascimento dall'Inghilterra. È il destino dei paesi colonizzati.
Eppure non ci vuole molto tempo per creare una scuola ed una tradizione esecutiva.
Quanto tempo?
Cinque-sei anni.
Voi avete l'esperienza, gli studi, lo stile. Noi abbiamo la lingua e la dizione. Ci sarebbe un mutuo vantaggio ad unire le forze. Perché non fate qualche workshop?
È un`idea. Ma bisogna che qualcuno ce lo dica.
Carlo M. Cella
("Musica Viva", Anno VI, Numero 1, Gennaio 1982)

Nessun commento: