Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

sabato, aprile 21, 2012

Udo Steingraeber: un costruttore di pianoforti a Bayreuth

A poche centinaia di metri in linea d’aria dal Festspielhaus, nel centro storico di Bayreuth, davanti al monumento dedicato a Jean-Paul, sorge un austero edificio in pietra addolcito da una cancellata neorococò che si apre su un cortile adibito a spazio teatrale. All’interno, separati da un tappeto rosso, che attenua un poco lo scricchiolio dell’assito, pianoforti a coda accolgono come due ali di granatieri il viaggiatore wagneriano. Non di rado è lo stesso proprietario, Udo Steingraeber, che ancora vive con la famiglia nella casa-manifattura degli avi, ad accogliere il viaggiatore con innata cortesia e a illustrare la curiosa storia di una manifattura che segue gli artisti del Festival dalla sua nascita.

Che cosa significa per Lei essere costruttore di pianoforti a Bayreuth?
Costruire pianoforti a Bayreuth significa...toccare il cielo con un dito! Da nessuna parte al mondo vi sono i desideri e le esigenze più disparate: qui lavorano pianisti solisti, direttori, compositori, cameristi e cantanti. Essi ci svelano l’intera gamma dei loro bisogni e delle loro aspirazioni al fine di preparare degli strumenti di qualità sempre più elevata.

Ritiene che la tipica sonorità wagneriana, accentuata dall’acustica del Festspielhaus, abbia influenzato la concezione del suono di Steingraeber?
Richard Wagner non suonava volentieri il pianoforte, non scrisse nulla di importante per quello strumento e, contrariamente a suo suocero Franz Liszt, non diede nessun contributo alla sua evoluzione tecnica. Con un’eccezione però: le campane del Graal nel Parsifal! Per la prima rappresentazione del 1882 il mio trisavolo Eduard Steingraeber costruì per Wagner un «piano a campane» con solo quattro note, quelle del motivo del Graal, appunto. Ovviamente Steingraeber fornì degli strumenti alla famiglia Wagner e al Festival fin dalle primissime sessioni di prove del 1875, un anno prima dell’apertura ufficiale e, in modo indiretto, un grande influsso permane a tutt’oggi, un’influenza che, inizialmente, si faceva già sentire attraverso l’operato della cosiddetta Cancelleria dei Nibelunghi,ossia i gruppi dei copisti e dei trascrittori delle parti orchestrali. Qui si potevano incontrare personaggi come Engelbert Humperdinck e Josef Rubinstein, ma anche direttori d’orchestra (da Hans Richter fino ad arrivare a Giuseppe Sinopoli e a Daniel Barenboim) e assistenti musicali come Alfred Cortot. Tutti suonavano su uno Steingraeber e tutti davano concerti nella Rokokosaal (compreso Franz Liszt, naturalmente!). Alcuni hanno anche contribuito all’ideazione di uno Steingraeber ad hoc,influenzando così, verso la fine del XIX secolo, l’immagine sonora della marca. Engelbert Humperdinck, ad esempio, fece applicare al suo Steingraeber uno speciale pedale per il pianissimo.

Gli Steingraeber erano apprezzati da Liszt. Egli suonò su un particolare modello «neorococò», ancora oggi utilizzabile. Che cosa lo spinse, secondo Lei, ad orientarsi su quel prototipo?
Le ultime composizioni di Liszt sono radicali e moderne. A Liszt non occorreva più il suono sontuoso dei Romantici. Nel 1873 Steingraeber aveva iniziato a fare esperimenti con tavole armoniche insolitamente rigide: la conseguenza si traduceva in armoniche molto chiare, suoni lunghi a lento decadimento e perfettamente idonei alla polifonia. La parola d’ordine del Romanticismo era stata: «Più forte! Suoni più densi!».
Presso Steingraeber, certo, anche la dinamica si accrebbe, ma il dettato musicale rimaneva sempre trasparente all’ascolto. Liszt incontrò Eduard Steingraeber già a Vienna nel 1846 quando il giovane esordiente costruttore lavorava per la casa Streicher e seguiva le tournée del compositore ungherese. Più tardi Eduard descrisse questo periodo come «la peggiore esperienza della mia carriera» perché, durante i concerti, davanti al pubblico, doveva riparare tasti, martelli e corde devastati dal funambolico solista. Ma forse ciò costituì un buon inizio per la successiva collaborazione a Bayreuth... Probabilmente Liszt conobbe la Rokokosaal con il suo moderno pianoforte solo nel 1878. Liszt era alla ricerca di un nuovo Salon, poiché a Villa Wahnfried dal 1878 non poteva più suonare per non disturbare la quiete del Maestro...
Più tardi tuttavia acquisì uno Steingraeber a coda da 200 cm da piazzare a casa sua. Sembra che per l’anziano Abbè si sia trattato di una scelta molto soddisfacente: oltre che nell’intimità della sua abitazione, infatti, nel 1878 e nel 1882 egli si esibì alla Rokokosaal suonando proprio su quel modello.

Le ditte di pianoforti oggi tendono a evitare ai pianisti problemi di adattamento, e offrono così strumenti che si assomigliano sempre di più nella meccanica e nel suono. Se è d’accordo con questa analisi, come si pone Steingraeber in un simile contesto?
I buoni costruttori di pianoforti si considerano servitori degli artisti e della musica. Ne consegue che, ovviamente, ai pianisti non si riservano mai «brutte» sorprese. E ciò riguarda soprattutto la meccanica. Oggi vige un accordo internazionale sugli standard di pesatura e misura proprio per questioni legate alla meccanica e alla tastiera, e ovviamente Steingraeber si attiene ad essi. Tuttavia, per ciò che concerne la sonorità ogni manifattura dovrebbe vivere di vita propria. Le caratteristiche di Steingraeber sono molto individuali e si ispirano ancora interamente al pianoforte di Franz Liszt, con la sua forza, la sua lucentezza e la sua leggerezza. In fatto di «peso», ad esempio, noi ci allontaniamo, e non di poco, dal concetto di peso pianistico romantico. Quest’ultimo domina tuttora il mercato; anzi, oggi il suono è ancora più denso e metallico. Ma con questa tendenza all’uniformità Steingraeber, in compagnia di altre poche ditte in verità,non ha niente da spartire.

Steingraeber ha brevettato un particolare dispositivo che consente un maggiore controllo della dinamica. Vorrebbe spiegarci come funziona?
Lei intende le Phoenix-Agraffe, vero? Esse aumentano l’efficacia dinamica di un pianoforte fino a quasi il cinquanta percento e forniscono centinaia di armonici aggiuntivi. Tutto ciò comporta una sonorità inaspettata che raccoglie sempre più sostenitori, ma che si è fatta anche molti nemici. Per i «classici» i nostri Phoenix sarebbero indicati solo per la musica sperimentale... Anche oggi vi sono colleghi che applicano soluzioni analoghe ai loro strumenti (Wayne Stuart & Sons Newcastle e Paulello, Paris), ma Steingraeber è l’unico costruttore che offre queste innovazioni come alternativa, come seconda linea rispetto ai modelli strettamente classici.

Oltre a Wagner e Liszt, quale altra musica ama Udo Steingraeber?
Tutto ciò che è buona musica! Ed essa si trova in tutti i secoli e in tutti gli stili. I miei figli (Fanny di tredici anni e Alben di sedici) mi danno lezioni nel campo del pop contemporaneo, ma per me nel cielo musicale sulla terra rimangono Schubert, Scarlatti, Bach, Alban Berg e Palestrina: l’ultimo senza pianoforte, eppure per me irrinunciabile!
 
Massimo Viazzo (Rivista "Musica", n.227, giugno 2011)

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