Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

giovedì, novembre 11, 2021

L'Espressionismo in Italia

Le parole del celebre aforisma mozartiano di Ferruccio Busoni potrebbero 
benissimo servire, sebbene con significato e scopo diversi da quelli d'origine, a definire l'espressionismo: corrente di pensiero e d'arte nella quale fin troppo si è voluto vedere la calata nel "regno delle Madri", 1'espressione dell'irrazionale, l'esasperata tensione verso un impossibile e sfuggente "assoluto", anziché la coscienza dei tempi, coscienza e problematica della realtà.
Allorché l'espressionismo della Wiener Schule proiettò nella rovente tensione cromatica del linguaggio, cioè concretamente nel processo di costituzione della forma sonora, la sua carica critica, non dovette essere difficile avvedersi di come i problemi di cultura musicale sul tappeto nei primi decenni del nostro secolo (e poi ancora oltre), non fossero esclusivamente di natura "artistica" (almeno nel senso limitativo che tale termine sembra assumere nel parlare corrente), ma coinvolgessero l'individuazione di una crisi esistenziale che fatalmente approdava, nei suoi esiti estremi, alla visione di una notturna solitudine, a un doloroso e struggente senso di straniamento nei confronti dell'organizzazione della vita sociale. Nei paesi germanici il movimento che fa capo ad Arnold Schönberg venne quasi subito messo in relazione con l'ideologia contestataria ed eversiva, e malgrado l'avversione dell'apparato dirigente culminante nelle persecuzioni naziste, esercitò un richiamo anticonformista e innovatore; tra i più pronti e giovani aderenti alle istanze dell'espressionismo furono Ernst Krenek, che nel 1927 si era stabilito a Vienna entrando in contatto con la scuola schönberghiana; il musicologo e compositore Egon Wellesz, Wladimir Vogel (soprattutto nelle opere composte dopo il '37); per tacere di K. Weill e del suo particolarissimo mondo linguistico, parzialmente ascrivibile ad una visione espressionistica. Tutti questi compositori, sia pure in misura difforme, proponevano una sorta di modificazione contestuale operata dall'uomo di fronte a una realtà incerta, avvertita come falsa e falsificante.
In Italia l'atteggiamento di musicisti e critici, prima del secondo dopoguerra, fu di rifiuto netto delle istanze eversive sul piano linguistico, e per lo più i motivi di siffatta chiusura furono addotti sulla base dell'enunciazione di un vitalismo mediterraneo estraneo a radicali pessimismi, col conseguente rifiuto di vedere una condizione umana, storicamente determinata, comune a tutta la cultura europea; il processo di trasformazione del linguaggio sonoro, incentrato sul culto modernista della tecnica e dell'attivismo motorio, veniva ad essere «prevaricato dall'ideologia che esautorava nella musica la problematica linguistica, avvilendola nell'agnosticismo per il quale è magari richiesto l'alibi crociano››. Il «modernismo›› fu perciò sinonimo, nell'Italia tra le due guerre, di neo-modalismopoli-diatonismo, ripristino delle forme proto-barocche e barocche opportunamente vitalizzate da un moderato apporto dissonante, monumentalità costruttiva, affermazione di superbi privilegi etnici.
Nel 1913 Carlo Somigli aveva mosso le acque con un saggio, apparso sull'autorevole Rivista Musicale Italiana, favorevole all'espressionismo tedesco, e Ildebrando Pizzetti aveva immediatamente avvertito l'urgenza di rintuzzare l'impressione positiva determinata dallo scritto del Somigli con un intervento polemico e stroncatorio compreso nel libro Intermezzi critici. Dunque il dibattito sull'atonalismo negli anni immediatamente precedenti la prima guerra era già aperto anche da noi, anche se pochi si sentivano di affrontare compiutamente un argomento cosi nuovo, scottante e in divenire. Bisognerà attendere il 1923 per registrare sul fronte della pubblicistica musicale italiana un nuovo contributo che vada oltre la semplice recensione, e precisamente l'articolo di Attilio Cimbro sulla Atonalità, impostato con serietà obiettiva anche se di contenuto critico non eccezionale; il Cimbro coglieva un aspetto saliente del nuovo linguaggio, e cioè il rifiuto di una convergenza di tutto il discorso musicale e dei nessi linguistici verso un unico centro di attrazione tonale, con relativa sospensione (totale o parziale, questo è da vedersi volta per volta a contatto con le singole opere), del succedersi regolare di tensione e di riposo. Il linguaggio atonale perseguito dagli espressionisti era visto esattamente come superamento della sensibilità classica rispondente alla sostanza viva del tematismo, come ultimo anello di quella tendenza, avviata dai romantici, volta alla mobilità e all'irrequietezza, fino a rompere poco alla volta gli argini della tonalità, "apparentemente per ampliarla, ma in realtà per liberarsene e uscirne". Questa acuta annotazione avrebbe dovuto indurre il Cimbro ad affrontare il problema delle ragioni di così radicale e progressivo straniamento linguistico, e anziché insistere sull'evoluzione astrattamente «biologica» del materiale sonoro e delle sue forme, a registrare quel «dramma del linguaggio invaso dal non-linguaggio» di cui Fedele D'Amico ha riferito da par suo. Nel 1924, tramite l'attivismo in questo senso meritorio di Alfredo Casella, il mondo musicale italiano ebbe modo di avvicinare un'opera fondamentale dell'espressionismo schönberghiano: il Pierrot lunaire. La benemerita rivista Il Pianoforte confermò il tempismo e la sensibilità culturale all'insegna del quale i suoi dirigenti e redattori svolgevano la loro missione, proponendo ai lettori un articolo di presentazione del Píerrot, appunto come introduzione all'ascolto in occasione di varie esecuzioni annunciate in importanti città italiane. L'autore dell'articolo, Erwin Stein, allievo del compositore viennese e profondo conoscitore della sua opera, non andava per la verità molto oltre la semplice descrizione del pezzo in rapporto ai testi poetici di Albert Giraud.
Le cronache delle varie esecuzioni italiane del Pierrot sono tumultuose: a Torino il pubblico si divertì, durante l'esecuzione, a imitare i numerosi «glissandi›› della voce; a Napoli le acclamazioni dei musicisti «progressisti›› scatenarono, nella seconda parte, una violenta reazione di segno contrario; a Firenze, come ricorda Luigi Dallapiccola, «gli studenti del Conservatorio esibivano, con latina gaiezza, il regolamentare fischietto prima che l'esecuzione avesse inizio: il pubblico dal canto suo, scalpitò, tumultuò, rise. Ma Giacomo Puccini, quella sera, non rideva. Ascoltava l'esecuzione con attenzione estrema, seguendo il testo sulla partitura, e, alla fine del concerto, volle essere presentato a Schönberg››. I giudizi critici si mossero in un tono di cautela, ma furono piuttosto scettici e finirono per riflettere un generalizzato malumore; si parlò con rispetto del musicista austriaco, ma forti dubbi furono sollevati sulla validità dello «sprechstimme›› espressionista, che veniva a scuotere e a problematizzare una nozione di «vocalità›› affidata al canto spiegato e alla vitalizzazione del «melos››, e sul cromatismo atonale, che disorientava ascoltatori abituati a cullarsi in una più o meno casta diatonicità. Il Cimbro, in una cronaca da Torino, si occupò nuovamente di Schönberg in occasione dell'ascolto del Pierrot lunaire, e ne rilevò ancora i legami con il più tormentato romanticismo facendo esplicito riferimento al particolarissimo melos schönberghiano, in fondo al quale esisteva, secondo il critico, «un non so che di dolciume, che accusava vecchio sangue romantico tedesco nelle vene››.
D'altronde le voci che si levavano a difendere Schönberg e l'atonalismo, difficilmente coglievano, di questo movimento, le radici profonde, e piuttosto prevaleva l'idea astratta di «stile» particolare, di pura novità sintattico-sonora, di un'esperienza puramente immaginativa. L'ambiente culturale italiano, attestato sulla piattaforma estetica del più rigoroso e intransigente idealismo, era poco disposto a mettere in relazione l'evoluzione del linguaggio cromatico e la conseguente rottura degli schemi tradizionali legati alla dialettica formale dei nuclei tonali, con la comparsa delle più dense ombre esistenziali caratterizzanti il loro (e nostro) tempo. Sul piano della pura invenzione artistica, invece, c'era qualcuno disposto a fare delle concessioni fuori del gusto imperante; il giovane compositore e critico Renzo Massarani, ad esempio, riferendo sul Festival Internazionale di Praga del 1924, scriveva addirittura, dopo aver ascoltato il monodramma schönberghiano L'Attesa: «si potrà essere lontani da quest'arte disperata e forse senza via d'uscita neanche per il suo autore, ma non si potrà ascoltarlo indifferenti, né si potrà non riconoscere la genialità di Arnold Schönberg; aver saputo concepire L'Attesa nel 1908 è poi un miracolo forse senza pari in tutta la storia della musica». Anche se non mancava, a chiusura di articolo, l'azzardo di una previsione: quella, cioè, che sarebbe stata l'altra via a prevalere, la via orientata verso la «musica per la musica››, senza programmi, fatta di semplicità e chiarezza, brevità e concisione, di armonie piane e diatoniche, di strumentazioni leggere e brillanti.
La contrapposizione astratta di diatonismo e cromatismo e il dibattito sull'atonalismo (più ancora che sull'espressionismo quale corrente di pensiero) dettero luogo a polemiche continue: famoso è il saggio di Guido Pannain, nel quale Schönberg, «musicista tormentato e tormentatore», veniva rifiutato sulla scorta del più intransigente metro di «poesia e non poesia» in quanto ingegno astratto e impegnato in un'ulcerata esperienza senza approdo («E' un ruminare che non diventa mai nutrizione. Schönberg, giovane, è un musicista d'una finezza e d'una sensibilità stranamente prodigiose. Ma resta sempre allo, stesso posto. E' un puledro che non riesce a trasformare in galoppo il suo scalpitare››. E ancora, sul Pierrot lanaire: «Ne vien fuori un senso di millanteria fantasiosa; la più vuota delle ingegnosità e la più ingegnosa delle pedanterie; il paradosso provocante e tagliente; la visione immaginativa di un lunatico››; e infine: «Schönberg è tutto tecnica armonica. Tutte le sue attività egli polarizza in quella specie di scommessa che è la distruzione della tonica. Perviene, quindi, ad una mobilità di piani tonali che fa venire il capogiro. Una formidabile costruzione alla quale manca il glutine lirico perché manca una personalità storicamente determinata››).
Nel 1935 la Rassegna Musicale ospitò un intervento di Herbert Fleischer nel quale, a dispetto delle idee circolanti allora in Italia, veniva posto in luce un aspetto fondamentale della poetica espressionista, sintetizzabile con la frase hegeliana non a caso apposta da Adorno, a modo di epigrafe, all'inizio della sua Filosofia della musica moderna: «Poiché nell'arte non abbiamo a che fare con un gioco meramente piacevole e utile, ma con un dispiegarsi della verità». La «bellezza», secondo la conseguente tesi esposta da Fleischer, deve essere il risultato, ma ciò che l'artista è portato sempre a cercare coscientemente e a comunicare e qualcosa d'altro, è uno slancio di verità, un impulso dell'uomo a rappresentarsi, una confessione cui non si può rifiutare a priori il ricorso ad alcun «medium» e cui non si può mettere la palla al piede della malintesa «tradizione››.
D'altronde argomenti non sempre «innocenti» si affiancavano a quelli della pura critica idealistica nell'opporre una decisa resistenza al propagarsi del clima morale, prima ancora che musicale, mutuato dalla denuncia espressionista: essi battevano, naturalmente, il tamburo dell'autarchia nazionalistica e appunto perciò la congestione contenutistica dell'espressionismo, con le sue acutizzate fratture formali in funzione di stravolte allegorie di più profonde lacerazioni umane, non potevano che apparire all'opposto di quel costruttivismo massiccio e ostentatamente ottimistico postulato dall'ideologia fascista. Non a caso Alfredo Casella, in un articolo nel quale pure polemizzava molto opportunamente contro una apologetica superficiale, proclamava poi però la necessità di un'arte che portasse le impronte dell'epoca «di ferro e di eroismo››, salutando con favore la tendenza dei giovani musicisti italiani ad abbandonare le forme brevi, venendo alla conclusione che da tutti era sentita la vocazione per un'arte grandiosa, monumentale. Ma la parte più importante dello scritto caselliano viene dopo: «e se negli ultimi vent'anni l'Italia non ha concesso che un'attenzione relativa al fenomeno tanto importante dell'atonalità schönberghiana, questo fenomeno non deve essere interpretato come prova di reazione, ma come logico risultato del profondo, incrollabile attaccamento del nostro popolo al senso tonale. Basta confrontare l'evoluzione di Verdi con quella di Wagner per constatare immediatamente che il cromatismo tedesco non è stato assorbito affatto - o per lo meno in misura limitata - dalla musica italiana, e che per conseguenza questa doveva di necessità seguire un giorno un cammino completamente divergente da quello dei musicisti dell'Europa centrale››. In effetti i compositori italiani si tenevano a notevole distanza dal torrido e dilaniato clima dell'espressionismo; solo Gian Francesco Malipiero era addivenuto, dall'iniziale arcaismo, ad uno stile fatto di introspettiva cupezza, di una grigia e quasi «svagata» malinconia emergente dall'ambiguo modo di trattare un materiale cui pure non mancava il contrassegno di fedeltà al diatonismo. Quanto alla circolazione di musiche della scuola di Vienna, essa era limitata alquanto, tanto che per sei anni di seguito il Festival di Venezia, nato per informare sulle più recenti ricerche dell'avanguardia, aveva ignorato Schönberg; né sorte molto migliore era riservata ad Alban Berg e Anton Webern. Un capolavoro come l'opera teatrale Wozzeck, composta da Berg nel 1922 e rappresentata alla Staatsoper di Berlino nel '25, dovrà attendere il '42 prima di venire presentato in Italia (a Roma), e l'atteggiamento dei compositori e musicisti italiani sarà, generalmente, di incomprensione.
Naturalmente anche in Italia voci controcorrente si alzavano per rivendicare una diversa linea di condotta e soprattutto un diverso atteggiamento critico: Alberto Mantelli, nel '36, pubblicava delle eccellenti note su Alban Berg in cui veniva rilevata la configurazione polemica dell'espressionismo, nel cui «aspetto negativo si delinea il valore, il rilievo e la funzione dell'atonalismo››. Ma già l'anno prima il Ballo aveva scritto coraggiosamente che «la polemica dell'arte moderna è quindi, nel suo carattere più praticamente evidente, una lotta di contenuti... i pittori dipingono gli ambienti della loro estrema miseria, la critica alla società può diventare un tema musicale». Sia pure lentamente i limiti intransigentemente posti dalle poetiche neoclassiche e dall'estetica idealistica, venivano superati: critici giovani e aperti quali Fedele D'Amico, Massimo Mila e Luigi Rognoni si inserivano autorevolmente, per merito principalmente della Rassegna Musicale, nell'arengo musicologico e pubblicistico con contributi decisivi  per un rinnovamento autentico; musicisti del livello di Luigi Dallapiccola e di Goffredo Petrassi rompevano, sia pure per vie differenti, con il Novecentismo nazionalistico: il primo, sensibile da sempre al filone dell'espressionismo viennese, componeva nel 1940-41 i Canti di Prigionia, esempio mirabile di protest music in cui la forza morale fa tutt'uno con l'inesorabile procedere dell'arcata formale, con la coerenza del linguaggio; il secondo si apriva alla ricerca timbrica con il Magnificat (1939-40), ma soprattutto con il Coro di morti (1940-41) offriva un esempio di drammatico discorso su due piani: da una parte il coro, rievocante moduli di lontana origine monteverdiana, e dall'altra un duro ,aggregato strumentale impegnato a contestarne la possibilità di melos, ad inquietarne il senso.
La lenta frana della cultura d'anteguerra portava inevitabilmente ad un nuovo corso storico, e coloro i quali mostravano di esserne maggiormente sensibilizzati erano, naturalmente, i giovani. La guerra doveva fare il resto. Nel 1952 il Mila annotava: «Il sipario del ventennio tra le due guerre s'era chiuso sopra un'incontrastata convinzione dell'egemonia stravinskiana; si riaprì nel 1946, e Schönberg era là, formidabile competitore a questa egemonia. Dietro a lui non stavano solo due grandi scomparsi, Berg e Webern, ma, soprattutto, in ogni paese, una pleiade di giovani compositori le cui posizioni non erano ancora chiare all'inizio della guerra, e che ora ne emergevano con una fede musicale precisa... E' stata la riscossa della serietà contro il gioco; dell'impegno contro la ponziopilateria; del coraggio di guardare in faccia la realtà del male e del dolore... contro l'elegante evasione nell'ironia››. Dato come punto fermo che la realtà tecnica della dodecafonia è nata dietro la spinta della Weltanschauung espressionista, era però facile prevedere che il nuovo metodo compositivo, allargandosi nel dopoguerra a zone culturali in precedenza rimaste estranee al travaglio evolutivo, avrebbe subìto una sorte di parziale riduzione a fenomeno puramente «tecnico» (sebbene senza smentire un'affermazione di costume). L'evidente reazione al dogmatismo neoclassico non si trasformò in Italia in un'assunzione dell'espressionismo in quanto tale, ma piuttosto dell'organizzazione dodecafonica dello spazio sonoro. Il progressivo estenuarsi della congestione contenutistica coincise con una propagazione della tecnica dei dodici suoni a un livello di storicità sentita come un «fare diverso›› al fine di reperire nuovi mezzi musicali; l'espressività più tesa che ne derivava veniva il più delle volte riportata nell'alveo degli schemi classici e ne conseguiva una sorta di contemperamento di atonalismo e diatonismo. Tanto è vero che non pochi tra i giovani e meno giovani appartenenti alla schiera dodecafonica, avevano aderito in passato, sia pure con intenti personali, ai dettami dell'imperante moda neoclassica: pensiamo in particolare ad Antonio Veretti, a Riccardo Nielsen, a Mario Peragallo (partito addirittura da posizioni veriste), ad Adone Zecchi. Quanto all'esordio di Guido Turchi, affacciatosi al Festival veneziano del 1946 con un Trio, esso era avvenuto all'insegna di una lucida fattura esente da tumulti espressionistici, mentre gli iniziali cimenti dodecafonici del giovanissimo Mario Zafred dovevano rappresentare un momento isolato di ricerca del triestino, transfuga subito dal campo atonale. Ancora ricordiamo come il milanese Bruno Bettinelli, mai allineato in precedenza tra i neoclassici di stretta osservanza, acquisisse pacatamente dalle nuove tendenze quanto poteva vitalizzare il suo scabro e teso linguaggio contrappuntistico. Più vicini alla matrice ideale e insieme ai moduli stilistici dei maestri viennesi, erano invece Roman Vlad, Riccardo Malipiero, Gino Contilli, Camillo Togni, per non parlare di Bruno Maderna, cui è toccato di avviare in Italia l'ultima grossa battaglia avanguardistica, quella del post-webernismo: ma qui siamo già ad un altro discorso, da cui deriva addirittura la più stretta attualità.
Armando Gentilucci
("Rassegna Musicale Curci", anno XX n. 3 settembre 1967)

lunedì, novembre 01, 2021

Una giornata con Scherchen

Gravesano, nel Canton Ticino, è un paesotto semplice e modesto: poche case sparse qua e là, senza caratteristica alcuna. Un oscuro caffeuccio di tipo piuttosto italiano che svizzero occhieggia timidamente su una piazzetta; più in là, le insegne di due o tre minuscoli negozi di commestibili: null'altro. Niente su cui l'occhio possa posarsi con soddisfazione estetica; il paesaggio è grigio e incolore salvo in un punto, lassù, dove ravvivata dal sole, brilla una macchia scarlatta:  la bandiera rossa crociata che sventola su un tetto.
Qui abita, quasi fosse un buon fattore di campagna, il Maestro Hermann Scherchen e noi veniamo da Milano, invitati da lui, per incidere quassù dei dischi. Dopo una scarrozzata di oltre due ore, dopo aver attraversato una frontiera, eccoci dunque alla ricerca di una sala da incisione (nota c famosa grazie al «Gravesaner Blätter» che ne è la cronaca), sala che, in un simile ambiente, con la sola nostra fantasia, senza preciso indirizzo, non sapremmo proprio dove sistemare. Scendiamo dalla macchina e chiediamo a destra e a sinistra ai rari passanti, piuttosto scontrosi, notizie sull'abitazione del Maestro; finalmente, in un gruppo di case che ci indicano di malavoglia, la troviamo. Dobbiamo superare una breve salita e passare di fianco a una grossa vasca rudimentale che, dicono, serve in estate da piscina mentre ha tutta l'aria di essere un abbeveratoio per le mucche, un lavatoio o giù di lì. Lasciata la vasca e fatti pochi passi ancora, eccoci all'ingresso di una veranda sulla quale occhieggia una serie di porte che, presumibilmente, immettono nelle stanze terrene dell'edificio-fattoria: la casa del Maestro.
Al nostro arrivo da quelle stanze esce una nidiata di bimbi biondi di varie età, (tanti piccoli Scherchen!). Appoggiati al muro ci osservano silenziosi con infantile curiosità. Mentre tentiamo di fraternizzare appare il Maestro, vestito alla Campagnola, sorridente e frettoloso il quale, senza preamboli, ci riceve e si introduce nella sala da incisione. E' una bella sala davvero, moderna ricca di apparecchiature tecnico-acustiche di microfoni, di leggii e di tant'altre cose. I pannelli isolanti, dai disegni romboidali, le danno un aspetto fra il magico e il futurista e la luce diffusa aiuta l'immaginazione a creare geometriche visioni.
Ci sistemiamo secondo la sezione degli strumenti, con i soliti riti per la ricerca del posto necessario e, alzati gli occhi, troviamo sul leggio diversi pezzi di musica che, seduta stante, studieremo e registreremo: il nostro lavoro per oggi.
In fondo è la comune prassi delle sedute di incisione alla quale siamo abituati da lunghi anni; unica stranezza e la inconsueta sede e lo stuolo dei bimbi che hanno invaso la sala e che, con occhi sgranati color lapislazzuli e acquamarina, seguono ogni nostro movimento, incantati, fin quando, tutto e tutti a posto, il padre li congeda. Allora, come uno stormo di uccelletti ubbidienti s'involano cincischiando parole in tedesco, italiano, francese e scompaiono al di là della porta. Iniziamo il lavoro. Scherchen ci ha invitati come « gruppo da camera›› per fare dischi "in proprio" nella duplice veste di direttore e produttore: un ciclo pratico e redditizio data la notorietà dell'artista. Il Maestro ci offre un certo compenso e inoltre, durante la pausa di riposo, una abbondante razione di «sandwiches›› con acqua fresca. Trattamento pratico e sano che non mette in pericolo la nostra lucidità mentale né il ritorno automobilistico serale in patria.
Scherchen ha sempre fretta, e non solo nel caso presente nel quale deve egli stesso sborsare un compenso orario. Quando arriva alla Scala per una prova è trafelato; suda come se avesse compiuto il viaggio da Gravesano a Milano a piedi e di corsa, viaggio che invece fa comodamente in automobile, andata e ritorno, poiché non vuole assolutamente trascorrere la notte fuori casa e bisogna andarlo a prendere e riaccompagnarlo di volta in volta. Giunto che sia, sale sul podio e sgrana un affrettato discorsetto di saluto (cos'ha detto? Mah!) e poi si mette al lavoro. Quando si ferma per correggere o spiegare, le sue osservazioni crepitano scalpitanti in un italiano impossibile pronunciato con tale vertiginosa rapidità da mozzare il respiro. E' molto difficile comprendere ciò che dice se non si è fatto l'orecchio e l'abitudine. Non ha ancora finito di parlare che subito riprende la prova, senza lasciare il tempo necessario per la ricerca del punto d'attacco. Metà orchestra ha capito e suona, l'altra metà cerca ancora e tace. Quando poi avrà trovato si unirà in qualche modo agli altri.
Squilibri, inesattezze, errori, non fa nulla purché si vada avanti ché il tempo manca e bisogna leggere leggere
Ciò detto, sembrerebbe impossibile arrivare con questo strano sistema, non certo ortodosso, a una buona e seria esecuzione. E invece assistiamo a questo miracolo: un Concerto diretto da Scherchen, un'opera presentata da lui, sono manifestazioni ammiratissime di indiscutibile valore artistico. Basti ricordare Faust di Busoni, Mosè e Aronne di Schönberg, Nozze di Figaro di Mozart, Macbeth di Verdi, Rienzi di Wagner rappresentati negli ultimi anni alla Scala e i Concerti sinfonici da lui diretti. E allora?
Dal punto di vista orchestrale tentiamo di descrivere come il Maestro costruisca le sue esecuzioni con una tecnica del tutto personale, forse violenta, ma senza dubbio efficace.
Letto il pezzo o il brano musicale da eseguire, corretti alla meglio gli errori, decifrate a rompicollo le note (sempre piuttosto difficili se si tratti di musica moderna o dodecafonica) tracciata per sommi capi la linea architettonica dell'esecuzione, tutto senz'ordine prestabilito e fra una tempesta di parole più o meno comprensibili, Scherchen, con la formidabile energia che sprizza dalla persona atletica con il possente gesto del suo braccio destro, con la mano senza bacchetta stretta talvolta a pugno, si alza, «afferra» l'orchestra (mi si passi l'espressione) e incitandola mentre segna con impeto il tempo, cancella le residue incertezze, annulla gli ultimi squilibri e ottiene un assieme dapprima incolore e un poco rozzo ma tecnicamente corretto, salvo creare poi, con altro gesto e con adeguate intenzioni, l'atmosfera necessaria e le oasi espressive che la musica via via richiede. Così i grandi blocchi e le piccole tessere del mosaico sonoro entrano quasi inavvertitamente nel loro alveo e l'esecuzione, senza alcun dubbio solida e valida, è costruita.
Se i risultati che Scherchen ottiene sono quelli che solitamente ammiriamo dobbiamo convenire che questa tecnica ha i suoi lati buoni e possiamo accettarla, anche se in qualche cosa non siamo d'accordo con lui e per esempio su certi arbitrari ritocchi alla strumentazione originale e sui tagli talvolta eccessivi che sforbiciano qua e là la musica con mutilazioni paurose.
Sono trascorse un paio d'ore: abbiamo inciso tre pezzi di Albinoni: musica di stile, tecnicamente facile. Buona esecuzione, fresca, chiara e fedele. Sarà certamente un disco di successo. Ora siamo in riposo alle prese con i «sandwiches›› e con l'acqua pura. Nella sala ecco irrompere nuovamente i bimbi, accompagnati questa volta da due giovanissimi cinesi, figli che Scherchen ha avuto dalla prima moglie. Meraviglioso antitetico miscuglio di sangue di pelle di occhi di capelli, evidente trionfo dell'antirazzismo! Non riesco a sentire in quale lingua parlano fra loro i due cittadini dell'ex celeste impero, vedo però che sono vestiti con l'inconfondibile giubba grigiastra dei seguaci di Mao. Guardandoli, nella mia mente si fa luce il ricordo improvviso di un lontano episodio: una cena offertami da Scherchen nel 1946 (avevo preparato per lui, che doveva arrivare in ritardo alle prove per un Concerto alla Scala, il Quartetto di Verdi trascritto per tutti gli Archi), cena cui partecipavano, oltre al Maestro, una esotica signora in kimono con la quale non si sapeva come parlare e poi Ada Finzi e Nicolò Carosio. La signora era certamente la madre dei due che, forse dalla Cina, erano venuti a salutare il padre nel cuore dell'Europa.
Siamo in auto, alla frontiera, annoiati per la lunga sosta dovuta alle molte macchine che ci precedono. Penso alla trascorsa giornata di lavoro, ricca di impressioni di avvenimenti di sorprese, di ricordi...
Abbiamo fatto tardi. Il Maestro, nell'entusiasmo creativo, ci ha chiesto un'ora in più dell'orario stabilito e così ora siamo costretti a rientrare col buio. Un agente si affaccia al finestrino e ci rivolge la domanda di rito sull'eventuale contrabbando. No, nulla, non abbiamo nulla. Allora ci avviamo lentamente, a fari accesi, nella scia serpeggiante delle automobili che, a perdita d'occhio, si snodano sulla strada del ritorno.
Questo voleva essere il ricordo di una giornata di lavoro trascorsa con Scherchen, un ricordo scritto quando lui era vivo, vivissimo. Purtroppo ora anch'egli è scomparso. Abbiamo perso un altro direttore di prima grandezza, un altro Maestro che non sarà facile sostituire.
Enrico Mínetti
("Rassegna Musicale Curci", anno XXI n. 3 settembre 1968)

lunedì, ottobre 25, 2021

Il concerto per viola

La Viola, quella moderna che si intende oggidì (a 4 corde e dalla 
accordatura fissa, erede di una numerosa famiglia - soprano, contralto, tenore, baritono, basso; e da braccio e da gamba - a 5, 6 ed anche 7 corde, dall'accordatura variabilissima, raddoppiate con altrettante che vibrano per simpatia come nel caso della viola d'amore o addirittura fino alle 25 della viola-lira!) ha un repertorio davvero ragguardevole e per quantità e per qualità. Giustificata e meritata quindi una autorevole rentrée in campo concertistico, dopo la parentesi imposta dall'apparizione del violino e l'imperversare del pianismo.
Autori contemporanei, ormai consapevoli delle risorse timbriche di questo strumento a corda così congeniale alle caratteristiche musicali del nostro tempo, le hanno dedicato onere di rilievo nella propria produzione (basti accennare alla «Suite›› di E. Bloch o alla «Musica›› di G. F. Ghedini ed ovviamente - per la qualità - al «Concerto›› di B. Bartòk, ed anche per la quantità - alle varie composizioni per la viola di D. Milhaud, e naturalmente, a quelle di P. Hindemith). Dove però la viola afferma e conferma una linea in costante e continuo progresso è nel tipo di composizione tradizionalmente impegnativo per uno strumento solista, il Concerto. Tutte o quasi, una serie di opere da rivalutare e valorizzare, onde non ci si fermi alla pregiudiziale di una mancanza di repertorio per la viola, e per cui abbisogna una diffusione ed una conoscenza autentica di quei Concerti già pubblicati, ed una ricerca di altri che giacciono pressoché ignorati nelle Biblioteche Musicali, da affidarsi ai musicologi, ai cultori specifici della viola, strumentisti compresi, ed ai vari Enti Concertistici Italiani.
Ai musicologi, il compito di obiettivamente valutare gli stessi compositori: oggi come oggi, un musicista della statura artistica ben al di sopra della media quale è G. Ph. Telemann, non sembra criticamente collocato a dovere, quasi dovesse farsi perdonare di essere stato riconosciuto tale dai suoi contemporanei, e dimenticando in definitiva quanta parte diretta ebbe, fra l'altro, nello sviluppo musicale del proprio tempo. Un recente Dizionario Musicale pare dolersi che «ormai alcune sue composizioni sono state incise su Dischi o figurano nei programmi della Radio››. Fra le opere sue incise è per l'appunto il Concerto per viola, gemma musicale profondamente originale e sorprendente per solidità e freschezza. E quasi uno sconosciuto risulta Al. Rolla, nonostante i suoi 4 Concerti per viola.
Mentre invece esiste una vera e propria tradizione, che parte da autori violinisti e pianisti del passato (Rolla, Giorgetti) per arrivare ad autori, specificamente violisti, del nostro tempo (Enesco, Hindemith).
Questa tradizione, frutto di una vera e propria formazione ed evoluzione musicale, dovrebbe convincere gli Enti concertistici a premiare la fede degli strumentisti italiani in uno strumento da concerto decisamente completo: la Viola.
Il numero e l'importanza degli autori e dei concerti composti per la viola meritano ampia attenzione. Diamo, qui di seguito, un succinto, e tuttavia già esauriente, elenco di autori di Concerti per viola.
G. Ph. Telemann, il cui Concerto per viola avrebbe attirato l'attenzione del grande Bach, tanto da essere stato da questi trascritto per clavicembalo, è autore di innumerevoli composizioni religiose e profane, vocali e strumentali.
K. Stamitz, figlio del fondatore della «Scuola di Mannheim››, virtuoso di viola e viola d'amore.
G. F. Handel scrisse un Concerto per viola che è all'altezza della sua produzione migliore.
J. Chr. Bach, l'ultimo dei figli di Giovanni Sebastiano, compose parecchi Concerti per pianoforte e per altri strumenti, tra i quali figura anche la viola.
K. D. von Dittersdorf, violinista e compositore di successo.
F. A. Hoffmeister, compositore ed editore (uno dei fondatori dell'Agenzia Editoriale divenuta in seguito la Peters), è autore di uno squisito Concerto per viola.
A. Rolla, prima viola della Cappella Ducale di Parma, direttore d'orchestra del Teatro alla Scala nel 1802 e professore di violino e viola, dalla fondazione, nel Conservatorio milanese, è pure noto anche per essere stato, sia pure soltanto per qualche mese, maestro di Paganini.
Fra i contemporanei, B. Bartòk è autore di un Concerto per viola, scritto nel 1944-45, opera postuma, pubblicato da W. Primrose, il celebre violista inglese a cui fu dedicato.
P. Hindemith ha scritto per il proprio strumento (è stato violista attivo per lunghi anni), Sonate a solo e con accompagnamento di pianoforte, la Trauermusik e 3 Concerti con accompagnamento d'orchestra.
D. Milhaud è autore di 2 Sonate per viola e pianoforte, dei 4 Visages, del Concertino d'étè e di 2 Concerti per viola e orchestra.
W. Walton, autore non troppo prolifico, eccelle con Concerto per viola e orchestra, interpretato in prima assoluta da Hindemith nel '29.
Quincy Porter (da non confondersi con il celeberrimo autore di canzoni, Cole) è violista-autore nordamericano. Ha scritto una Sonata per viola sola e un ottimo Concerto.
Renzo Sabatini, concertista di viola e viola d'amore, ha curato edizioni moderne di Vivaldi, Ariosti (6 lezioni per viola d'amore), e composto un Concerto per viola, 11 strumenti e percussione.
Mario Zafred è autore di un Concerto per viola e orchestra che ha ottenuto nel 1956 il Premio Marzotto.
Guido Pannain, illustre musicologo dalla vasta produzione musicale, ha scritto un Concerto per viola e orchestra che è rapidamente entrato nel più diffuso repertorio.
Renzo Ferraguzzi
("Rassegna Musicale Curci", anno XVI, n. 5-6 ottobre-dicembre 1962)

martedì, ottobre 19, 2021

Bartok: Les six Quatuors

"Kodaly e io volevamo fare la 
sintesi dell'Oriente e dell'Occidente. Per la nostra razza, per la posizione geografica del nostro Paese che è allo stesso tempo la punta estrema dell'Est e il bastione difensivo dell'Ovest, noi potevamo pretendere questo... Debussy ha restaurato il senso degli accordi in tutti i musicisti; è stato importante quanto Beethoven che ci ha rivelato la forma progressiva, e quanto Bach, che ci ha definitivamente introdotti nelle trascendenze del contrappunto... Io mi pongo sempre questo problema: si può fare una sintesi di questi tre classici e restituirla viva ai moderni? Forse col lavoro quotidiano che Schumann raccomandava... Sì, con molto, moltissimo lavoro".
Così diceva Bela Bartok a Serge Moreux, appena iniziati gli anni trenta. E certo in questa confessione stava una delle sue "tesi", la più importante e valida ai fini della pura creazione musicale. L'altra "tesi"» era quella della rivalutazione delle radici popolari o nazionali della musica della sua terra. Mentre tanti ingegni europei scherzavano con le antichità, e si pavoneggiavano in nuove arcadie accademie, Bartok - uscito da quella singolare e affascinante terra che è l'Ungheria - indicava una strada della cui giustezza nessuno può dubitare.
Ma Bartok, chi era costui? E' un segno dei nostri tempi che di lui si conosca assai poco, almeno sotto il profilo biografico. Eppure egli è uno degli autentici "grandi" del nostro secolo, e il suo nome sta accanto, con pieno diritto, a quelli di Prokofief, di Strawinski, di Schoenberg, di Hindemith Di tutti, forse è stato il più limpido, probabilmente il più impegnato. Un filo tragico lega gli episodi della sua vita, percorsa da avvenimenti crudeli e da inimicizie politiche: anche per lui c'è stato l'o1traggio e l'esilio. E una difficoltà tutta politica di trovare una terraferma, fin dall'infanzia, in quel crogiuolo di popoli e di proteste che era l'Impero austro ungarico.
Esaminiamo i dati biografici. Bartok nacque in un paesino del Torontal, Nagyszentmiklos, nella zona magiara della attuale Romania. Orfano a otto anni, fu educato dalla madre, maestra elementare, e vagò nella zona finché non approdò a Bratislava, la capitale slovacca. Allora Bela Bartok aveva dodici anni, e si era nel 1893.
Terminata la scuola media, Bartok (si veda la sua autobiografia, pubblicata da Einaudi negli Scritti sulla musica popolare del compositore stesso) deve decidere a quale conservatorio andare. Scelse Budapest, e mai scelta fu più felice. L'altra alternativa era Vienna (o la Germania). Qui incontrò la grande musica, passando da Wagner a Strauss a Debussy, e pose le basi per il suo immenso lavoro sulla riscoperta della vera musica magiara: elementi popolari autentici entrarono nelle sue prime composizioni.
Le idee di Bartok urtarono rapidamente contro le addormentate coscienze nazionali, che non trovarono di meglio che indignarsi. La sua lunga battaglia (nella quale ebbe a compagno fedele Zoltan Kodaly) contro le aberrazioni nazionalistiche venne interrotta nel 1940 dalla necessità di lasciare l'Europa. Bartok emigrò negli Stati Uniti, come dovette fare tutta una schiera di alti ingegni europei: benché accolto con generosità ed amicizia quell'uomo esile e pensoso, miracolosamente dotato e straordinariamente chiaro, non riuscì a «inserirsi›› completamente nel Paese adottivo. Morì nel 1945, in terra straniera, senza rivedere la patria tanto amata, che ora l'avrebbe accolto con tutti gli onori e con tutta la forza della riconquistata indipendenza.
Ma intanto, il mondo si era inchinato alla sua arte. Il Castello di Barbablu, Il mandarino meraviglioso, i Concerti per piano e orchestra, quello per violino e orchestra, i Mikrokosmos, la Sonata per due pianoforti e percussione, la Musica per archi, percussione e celesta, il Concerto per orchestra del periodo americano, accanto alle raccolte di canti popolari, entravano sovente nei repertori e nei programmi.
Da questo elenco mancano i Quartetti, che sfuggirono spesso all'attenzione di molti. Ma questi Quartetti, in numero di sei, hanno una importanza fondamentale. Ora la Curci Erato li propone al pubblico in un album di prestigio, affidato per l'esecuzione al Quartetto Bartok di Budapest, vale a dire al complesso forse più qualificato, tecnicamente e spiritualmente, a eseguirli.
Non è un'opera raccolta in breve periodo d'anni, al contrario. Il primo è del 1908, il secondo è datato 1915-17, il terzo è del 1927, il quarto del 1928. Infine il quinto e il sesto sono rispettivamente del 1934 e del 1939. I nomi degli esecutori: Peter Komlos, primo violino; Sandor Devich, secondo violino; Geza Nemeth, viola; Karoly Botvay, violoncello.
Le date sopraelencate indicano chiaramente la dislocazione dei Quartetti e le loro diverse «quote». Benché sia difficile stabilire con nettezza dei "periodi" nella musica di Bartok, tuttavia risulta chiaro all'esame e all'ascolto che la serie dei Quartetti rivela l'ascesa verso sempre più grandi altezze spirituali. Il Sesto, in verità conclude in modo conseguente e unitario un discorso che non ha mai subito interruzioni. Per questo - se è vero che i Sei quartetti sono come le frasi di un unico periodo - è essenziale che siano ascoltati nel loro ordine e nella loro interezza.
Il Quartetto n. 1 (in la minore) può intendersi come il punto di partenza da uno stabilito dato culturale. Esso ha come padre spirituale, secondo molti critici, l'ultimo Beethoven. C'è nel Quartetto una classica unità, una vitalità e una verità concentrate al sommo grado. I tre movimenti (Lento, Allegretto, Introduzione-allegro-allegro vivace) sono scritti quasi d'un fiato, e contengono una serie di figure nuove e mutevoli e di ritmi che si fa poca fatica a catalogare - anche se si può parlare apertamente di una immissione folcloristica - come ungheresi.
Il Quartetto n. 2 cade in un periodo in cui Bartok ha già portato avanti le sue ricerche sul patrimonio folk. E' un lavoro intelligente e non alieno da preoccupazioni intellettuali: vi si notano perfino echi delle esperienze nell'Africa del Nord. Dei tre movimenti, Moderato, Allegro molto capriccioso, Lento, l'ultimo è stato considerato particolarmente commovente e intenso. Differenze e unità si alternano nella composizione, la cui impronta personalissima balza subito in evidenza nelle numerose invenzioni di una scrittura a dir poco geniale.
Il Quartetto n. 3 in do diesis è il più breve e il più severo (a Bartok piaceva particolarmente). Rigoroso nella struttura e ambiguo nella tonalità, non chiude la porta a immagini che hanno una radice folcloristica abilmente mascherata. Bartok, a questo punto, possiede in modo totale l'arte della scrittura per quartetto.
E' facile indugiare in descrizioni psicologiche, a proposito del Quartetto n. 4 immediatamente successivo nel tempo. E' preferibile invece considerare il lavoro nella sua unità, nella sua parentela con Debussy e la civiltà culturale ad esso collegata. Il Quartetto ha una straordinaria forza evocativa, si libra in atmosfere specialmente intense, non disdegna il descrittivo e dunque il paesaggio. La gamma delle sensazioni appare più vasta che in passato, e l'ordine delle cose vi si dipinge in modo ora affabile ora imprevisto.
Splendido e nuovissimo, il Quartetto n. 5 dà il senso della grandezza di Bartok al di là di ogni descrizione. Ascoltarlo è fonte di continua sorpresa. Si pensi allo Scherzo, al semplice lirismo dell'Andante, all'essenzialità e alla bellezza di ogni frase. Il magistero tecnico è tale che il compositore ormai raggiunge ogni risultato nel modo più semplice e diretto. Il Quartetto n. 6, che conclude la serie, è come la vetta di tutto il pensiero dell'uomo: ispirato alla morte della madre questo lavoro pare nutrito di una tragedia che supera il fatto personale per interpretare il dolore e lo sgomento del mondo. Era il 1939, e la seconda guerra mondiale stava per incidere tragicamente il destino dell'Europa.
Parlando dei Quartetti bartokiani non si può non citare una frase estremamente chiarificatrice lasciataci dall'autore stesso: «Anche nelle mie opere più astratte, come i Quartetti, ove imitazioni di certi tratti della musica contadina non appaiono, si rivela un certo spirito indescrittibile, inesprimibile, un "certo non so che" che dà a chi ascolta e conosce la tradizione rurale l'impressione che ciò non poteva essere scritto che da un musicista dell'Europa orientale››.
E' una dichiarazione straordinariamente e orgogliosamente vera: è l'incontro ad altissimo livello delle due «tesi» di cui parlavamo all'inizio di queste note. Ed è la prova di una costante e impegnata dedizione a un ideale che da nazionale emergeva sul piano totale e inequivocabilmente purissimo di un discorso valido per tutti, oggi e sempre.
Dell'esecuzione si può dire ancora e infine che è perfetta, e che migliore non la si saprebbe immaginare.
Mario Pasi
("Rassegna Musicale Curci", anno XXI n. 3 settembre 1968)