Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

sabato, maggio 17, 2008

Nikolaus Harnoncourt: la mano dell'autore guida le nostre

Nikolaus Harnoncourt suonava in orchestra ma la memoria delle partiture autografe continuava a dettargli altra musica

(Il polso sinistro di Nikolaus Harnoncourt porta il segno d'una cicatrice, di tempi lontani)
Da ragazzo scolpivo il legno.
(Dice. Mostra il braccio, stringe un poco le mani, come volesse chiudervi un suono o un pensiero. Ride)
Sono entrato in orchestra, non ho più scolpito. Non si possono fare le due cose. La scultura era troppo vulnerante.
(Vulnerante l'ha detto in italiano, non nel suo rapido tedesco; io non ho idea di come fossero le figure che tentava di sbozzare il ragazzetto Nikolaus con lo scalpello; ma per parecchie ore avevo cercato la giusta parola per scrivere com'era la sua Incompiuta, che continuava a ferirmi, e la sentivo pronunciare da lui. Vulnerante.)
Suonavo dunque il violoncello, nell'orchestra. Mi piaceva, era esaltante a volte. Ho conosciuto grandi direttori, li ho ammirati. La grandezza ha un suo segno, è assurdo e inutile discutere. Ma sono arrivato a un punto in cui non riuscivo più a farcela. Mi dicevo: divento matto. Suono una musica sul violoncello e ne sento un'altra. Eran due cose totalmente diverse. In questi casi non c'è altra alternativa che provare a fare venire fuori la musica da solo. Il suono, il pensiero. Ho cominciato a cercare, e a dirigere.

Partendo da che cosa?
Ah, dalle note. Restando nelle note. La mia interpretazione è tutta dentro le note. Le note come sono scritte dal compositore. La mia interpretazione credo sia nelle note: cosa dice la scrittura delle note. Il punto di partenza è questo. Leggere quello che il compositore ha scritto. L'autografo, naturalmente, non le edizioni. Ogni edizione è un'interpretazione dell'editore. Noi siamo qui a Feldkirch per suonare Schubert, e cerchiamo le note scritte dalla mano di Schubert. Penso all'edizione corrente, rivista da Brahms. E' piena di Brahms, di bellissimo Brahms. Ha tolto, ha allungato, è intervenuto dove Schubert ha sbagliato, cioè dove Schubert era troppo poco Brahms. Non c'è da scandalizzarsi, però è un'interpretazione da cui non si può partire, altrimenti si resta già spostati in partenza dall'idea creatrice.
Lei tiene un corso a Salzburg sulla lettura delle partiture autografe. Penso ai problemi di filologia e d'interpretazione che nasceranno continuamente.
No. (Si concentra, guarda avanti, come avesse un foglio su un tavolino immaginario. Siamo seduti nella saletta d'un albergo, in tutta semplicità. Fuori c'è la lucida chiarità un po' pallida dell'umida estate austriaca, da una finestra dietro a lui si avverte l'inizio d'un paesaggio. E' la sua luce, i testi dicono che è nato a Berlino, ma lo si sente un uomo moderatamente nordico).
No. E' un corso che riguarda una cosa precisa: la lettura dei segni. Ha un titolo: "Istruzioni per l'uso".
Come nelle medicine, come negli elettrodomestici?
Sì, bisogna sapere come si leggono i segni. I segni scritti dai compositori. Ho studiato tutta la vita questo problema. Ho scoperto che cambiano ad ogni generazione. Noi diciamo Mozart, e la sua è una vita breve; ma anche i suoi segni, ad esempio, non sono gli stessi e non vogliono dire le stesse cose nel Mozart giovane e nel Mozart maturo. Occorre un lungo lavoro di decodificazione, di confronti, di conoscenza della prassi di quei giorni, delle lettere e delle dichiarazioni dell'autore. Molto complesso, ma alla fine spesso tutto diventa semplice, si risolvono problemi che sembravano distrazioni o contraddizioni, perché si era partiti da un equivoco. Con gli allievi ci fermiamo proprio su questa piccola cosa che è il segno, ma concretamente, con l'idea di capire come usarlo, volta per volta.
La scrittura è affascinante.
La scrittura è magica. Meravigliosa. Io sono sopraffatto ogni volta al pensiero di come possa essere espressa una melodia da una serie di punti. E sappiamo che c'è un complesso di regole per saperne il tracciato. Anche queste leggi non esauriscono l'idea musicale, cioè non permettono di scriverla compiutamente, a parte in ogni caso gli infiniti modi di eseguirla. Ma leggendo le pagine scritte di pugno dell'autore, si capisce subito che nessuna edizione a stampa può sostituirla. L'edizione a stampa deve partire dal fatto che ci sia una realtà scientifica trasportabile con altre cifre. Ad esempio, l'edizione moderna sposta le posizioni delle parti per un criterio di leggibilità pratico, comune anche fra epoche diverse; e scioglie le incertezze con precise decisioni. Ma la scrittura non è scientifica, deve invece essere magica. Nessun fisico potrebbe risponderci su quanto sia alto un diesis o un bemolle, quanto lunga una pausa. I parametri non stanno tutti scritti. La convenzione di un insieme di regole tramandate, ed interpretate anche storicamente momento per momento, permette al compositore di esprimersi per iscritto, ma lo scritto è più di quanto sia l'ordine dei segni nelle regole. Lo scritto è il segno, concreto, irreperibile. I vecchi copisti lo sapevano: non che il loro lavoro ci ripeta l'autografo, perché la mano è un'altra; ma ci offrono una lettura molto più vicina a quella dell'autografo che non le edizioni a stampa. Ci possono essere più errori, e si tratterà di capirli. Ma sono mani che scrivono, non lastre che stampano. La scrittura è meravigliosa.
E adesso, col computer?
Disastro, disastro.
O forse si troverà il modo, senza volere, di lasciare anche qui un'impronta.
Disastro, disastro.
L'autore pero si esprime naturalmente con i mezzi che ha, secondo il suo tempo.
Ma l'interprete davanti alla scrittura dell'autore non prende nota che c'è un crescendo, lo sente quel crescendo. E' riportato al gesto diretto.
Come la scultura?
(Stringe la mano sinistra. Sorride, come si fa quando gli intervistatori dicono una frase giusta da intervistatori, che collegano. Ma negli occhi chiari c'è il lampo del dubbio: avrà capito, chi gli parla, che la scrittura è magica, che il segno è importante, che la libertà dell'interprete sta tutta nella fedeltà con cui si rende responsabile di ciò che ha letto nella scrittura?)
E dopo la scultura ha lasciato anche il violoncello?
Ormai sì. Non si possono fare troppe cose, quando richiedono ciascuna troppo. Mi sono concentrato nel lavoro dell'interpretazione da direttore.
E ha cominciato la rivoluzione. Prima, gli autori classici. Poi la "musica antica". Lo scandalo dell'eloquenza romantica e postromantica tolta al Settecento, la fine dell'assimilazione delle partiture barocche all'epoca successiva: quei suoi duri e freddi, in confronto al ricco e tondo sound berlinese, al luccicante appagamento americano. Quei lenti, quegli allegri precipitati. Le peripezie dell'arco corto che insegue la linea melodica, anziché il legato che la domina. E, dietro allo scavo nell'epoca lontana, la celebrazione dei linguaggio, nel tempo dello strutturalismo e delle grandi verifiche linguistiche sui meccanismi del parlare e dell'agire degli uomini e della società. Rivoluzione sessantottina nella musica, sempre che il Sessantotto non fosse il momento politico d'una revisione generale della storia umana. Insomma, un rovesciamento definitivo dell'interpretazione, l'apertura d'una costante alternativa e dell'esigenza che l'interprete cerchi e si faccia responsabile.
Io non ho mai voluto fare la rivoluzione. Io sentivo che Bach era diverso da come lo dovevo suonare. E ho cominciato a cercare perché. Le cose si sono sovrapposte. Altri, intanto, cominciavano lo stesso percorso.
Noi ci siamo molto occupati, dall'inizio, su Musica Viva, di questa riscoperta. Ma c'è fra voi una colleganza, il senso di condividere questa grande avventura?
Ognuno ha un percorso suo. Ci sono incontri. A Ferrara, ho diretto Mendelssohn e Mozart. C'era Gardiner, ad ascoltare. E' venuto da me, entusiasta: "Mendelssohn fan-ta-stico!" Un'altra volta, ha ascoltato un mio concerto di Mozart e Schubert. E' arrivato in camerino: "Schubert magnifico!". Si vede che non gli piace proprio come faccio Mozart.
E' un Mozart meno "cantato", e forse anche meno rigoroso nei tempi, di quanto uno non si aspetti.
Non canto, io? Non canto in Mozart? Sì, che canto. Ma è un canto nato da piccoli elementi. Non la grande melodia, come sarà poi nella storia la lunga linea di Wagner, di Mahler anche con le sue contrapposizioni e rotture, di Brahms. E' un (pausa, poi lento, in italiano) tetto di tante tegole piccole (guarda in che scioglilingua è andato ad imbarcarsi, forse sta studiando l'opera buffa italiana); è una (in italiano, ma deciso) frase di cui devo sentire ogni parola. Sì, il tempo non è rigoroso. Non so che cosa volesse dire dentro la sua battuta Mozart nella Jupiter. "Do, sol-la-si-do, sol-la-si-do" (sta cantando, con una certa agiata libera scorrevolezza, poi nella pausa si ferma ma muovendo istintivamente il corpo tanto da suggerire la perdita del tempo di metronomo), "do-do, si-re do-sol, fa".
Sol, re-mi-fa-sol, re-mi-fa-sol.
Re re, do sol, fa la, sol. Anche Mendelssohn è ancora nella linea grande, ma costruita con piccoli frammenti: come Schubert, naturalmente. Ma Mendelssohn è già verso un'altra cosa. Parla, più che non con parole, con colori.
Schubert...
Schubert. Non è paragonabile a nessuno. Non si può prendere per lui nessun punto di riferimento nella grande tradizione. Non Mozart, non Beethoven. Parla un dialetto come i grandi isolati. Mi viene in mente John Dowland, o Johann Strauss. Schubert in musica parla in dialetto viennese. Non si riesce a trovare alcun parametro storico per afferrarlo. E' musica che trascina nota per nota. Bisogna lasciarsi prendere dal flusso dell'esecuzione.
E qui, con il Concertgebouw, accadeva, trascinando anche noi. Quante prove avete avuto per arrivare ad un accordo così straordinario?
Non moltissime. Un numero normale. Però con questa orchestra ho lavorato recentemente per sei settimane; ed è maturata una grandissima intesa. Io non sono (si mette ben diritto, trincia l'aria con gesto molto secco, bene a tempo) un direttore militare. Mi piace ricordare semplicemente quello che abbiamo vissuto e stabilito durante le prove. Per Schubert, poi, c'è bisogno che tutti pensino ed inventino in armonia. La difficoltà è che Schubert non ci arriva per vie storiche, ma direttamente per quelle dell'immaginazione. Ed è un'immaginazione sottile, sfumata, intensa... C'è in tutte le sue opere una tristezza con un piccolo sorriso. (Aggrotta le ciglia, cerca una frase italiana espressiva, la trova nel repertorio, in Monteverdi): un mare di pianti. Non si può dirigere una partitura di Schubert, bisogna guidare il flusso dell'interpretazione di tutti. C'è bisogno di una grande fantasia collettiva. (In italiano) Insieme.
Sempre partendo dalle note autografe...
Sì, e anche partendo da un'altra cosa, che c'è sempre in Schubert, si sente. Un testo. Io sento Schubert (mostra un foglio immaginario, poi parla in italiano) e io ascolto un poesia (Poesia maschile, con bel senso di attesa fra l'articolo e il sostantivo. Poi riprende nella sua lingua, ma non più rapido, adesso è preso dalla necessità d'essere chiaro, come deve succedergli quando ha qualcosa di lirico e segreto da comunicare). Sento un forte che non si oppone al pianissimo, ma parte dal pianissimo. Sento una canzone, di linee brevi, intonata dall'uno e dall'altro, e gli altri che rispondono con altro canto, sempre di frasi precise. Ogni entrata è un'emozione, non bisogna accentuare, non bisogna organizzare, bisogna lasciare fluire. La complessità della forma, se c'è, si scioglie o si intrica da sola, non bisogna avere paura. Se la si è capita, si rivela.
Curiosamente questo è l'anno Schubert. Lo si ascolta un po' dappertutto. Eppure non è il suo anniversario. Invece tocca a Rossini, poi a Monteverdi...
Ah, Monteverdi, uno dei miei numi. A Salzburg dirigerò Poppea. Sono vent'anni che non la dirigo. Sarà un lavoro tutto diverso, ogni volta bisogna ricominciare da capo in ogni caso, in musica. Ho controllato i manoscritti in quel pasticcio di edizioni diverse per città diverse, uno dei nodi più intricati della musicologia; ho esaminato i libretti per venirne a capo; e poi ho venti anni di più! Non c'è più, purtroppo, Jean Pierre Ponnelle, e in ogni caso non si potrebbe ripetere quel lavoro eccitante che avevamo fatto allora. Ci sarà un regista che stimo molto, Flimm, con cui ho appena lavorato nel Fidelio a Zurigo. E' pieno d'una grande fantasia, sente per Monteverdi ed in particolare per L'incoronazione di Poppea, provo a dirlo in italiano che viene meglio: "il paesaggio mediterraneo cattolico". Ci sarà da cantare veramente. Non credo al canto senza fuoco, la voce umana è sempre la stessa, degli specialisti barocchi non mi fido, non ha senso cercare le stilizzazioni fredde dopo avere letto le lettere di Monteverdi, che cosa dice sul "recitar cantando" o sul "cantare recitando".
E Rossini?
Rossini no. Non m'appartiene. Un Verdi potrà accadere, sì, ne ho un grande rispetto, vorrei affrontar presto Otello, Falstaff, Don Carlo. Rossini non mi fa sentir qualcosa. Beethoven non capiva perché il pubblico andasse tanto a Rossini, neanche Schubert. Io capisco, ma dentro non mi accende. I direttori italiani a volte mi dicono: è il nostro Mozart. Ma mi sembra tutt'un'altra cosa. Anche le opere di Vivaldi non mi fanno cominciare a pensare di dirigerle. Neanche Wagner, nemmeno Mahler, dico per adesso, poi cambierò forse, non so. Ora mi premono altri. A Salzburg dirigerò la Missa solemnis di Beethoven, e quel pensiero mi prende molto.
Al Festspielhaus, dirigerà. Anche qui, non luoghi suggestivi, ma auditorium con acustica eccellente.
La musica va ascoltata, non si può solo immaginarla. Per le Messe, si può cercare un compromesso. Viene da piangere al pensiero della Messa nella gran sala, anziché in una chiesa. Ma a Salzburg non ci sono chiese disponibili con un'acustica sufficiente per garantire un livello buono. Ho un gran ricordo della Chiesa della Passione, da voi a Milano, con la Passione secondo Matteo, l'acustica era un po' irregolare, ma avevamo disposto le persone e gli strumenti al meglio, e il compromesso teneva. A Salzburg non s'è trovato. Salzburg è importante, però, anche per il suo futuro. Adesso con Mortier cambierà molto, cambierà anche il pubblico.
Anche in Italia ci sono molti dirigenti nuovi. Cambierà.
In Italia non mi chiamano molto; e quando mi chiamano lo fanno in tempi brevi, quando l'agenda è già tutta occupata. (Anche questa frase è vulnerante. Dal paese di Feldkirch, con un grande conservatorio, due auditorium perfetti ed il festival più intelligente dell'estate, parte un pensiero alla nostra cara terra di parole sulla musica, di riflettori accesi sussiegosamente su ciò che casualmente capita).
Cambierà.
(Ma siam passati dal forte al pianissimo. Da quel pianissimo che nasce dal forte, al contrario che in Schubert. Non lui, ma noi, siamo gli autori di innumerevoli Incompiute.)
Lorenzo Arruga
("Musica Viva", Anno XVI, Numero 8/9, Agosto/Settembre 1992)

sabato, maggio 10, 2008

Il Fidelio di Abbado: intervista al regista Chris Kraus

Al Teatro "Valli" di Reggio Emilia con la prima regia lirica di Chris Kraus, il regista del film Quattro minuti.

Un altra avventura, voluta e desiderata a lungo, per Claudio Abbado. Lo sguardo è rivolto ancora una volta a Beethoven ma, dopo il memorabile ciclo sinfonico, in questa occasione si tratta di un Fidelio che prende forma grazie a una coproduzione internazionale, che coinvolge la Fondazione i Teatri di Reggio Emilia, Teatro Real di Madrid, Festspielhaus Baden Baden, Teatro Comunale di Ferrara e Teatro Comunale di Modena. Un nuovo allestimento per il quale sono coinvolte compagini quali la Mahler Chamber Orchestra, l'Arnold Schoenberg Chor e il Coro de la Comunidad de Madrid, con protagonisti, tra gli altri, Endrik Wottrich (Florestan) e Anja Kampe (Leonore). A curare la regia di questo spettacolo, che debutta i prossimi 6 e 8 aprile al Teatro Valli di Reggio Emilia, Abbado ha chiamato un "debuttante" come Chris Kraus, classe 1963, esponente del giovane cinema tedesco, al quale rivolgiamo alcune domande mentre sta lavorando a questo allestimento.
Quale ruolo ha avuto la musica nelle sue precedenti esperienze cinernatografiche (penso, per esempio, al recente film Quattro minuti)?
«In tutti i miei film la musica ha un ruolo fondamentale. Ho studiato musica fin da piccolo, avevo 5 anni: flauto, pianoforte, anche se non sono un professionista. E la musica mi ha sempre influenzato. E' stato in Quattro minuti che ho deciso di dare alla musica un ruolo da personaggio principale, ero stanco di vedere film in qualche modo rovinati dalla musica sbagliata. La musica ha il ruolo di tramite tra testa e cuore, entra direttamente nella teste e nei cuori ... ».
Tra il linguaggio cinematografico e quello operistico, quali differenze ritiene più significative?
«Le differenze sono, ovviamente, tantissime. Se cinema e opera hanno due linguaggi diversi, possiamo dire che le parole sono le stesse, ma la grammatica cambia. Nel cinema bisogna cercare di ricavare il meglio nel brevissimo, concentrando piuttosto che dilatando; nell'opera funziona il contrario e bisogna raggiungere il massimo nel medio e lungo termine, dilatando piuttosto che abbreviando. E' una questione di velocità diverse... In fin dei conti, però, tutto ha a che fare con le emozioni, l'obiettivo - nell'uno e nell'altro linguaggio - è quello di comunicare emozioni ... ».
Quali sono i caratteri principali della Sua regia per questo Fidelio?
«Non amo parlare - a questo punto del lavoro che è appena iniziato - della regia, preferisco mostrarla in scena. Posso dire che, siccome sono un narratore, mi sento di dovere raccontare delle storie e nel Fidelio ne ho individuate tre: la prima è una storia d'amore, la seconda è una vicenda di violenze, di sentimenti che provano gli esseri umani soggiogati e oppressi; infine, la terza storia è una vicenda di potere e, alla fine dei conti, di politica».
Come è stato lavorare su Beethoven con Abbado?
«Ero stato contattato da Claudio Abbado, al quale, avevo spiegato tutte le mie perplessità, dovute al fatto che non avevo mai fatto la regia di un'opera. Ma mi aveva detto che proprio era quel che cercava. Una persona che venisse da esperienze totalmente diverse. L'ho incontrato. Non l'avevo mai visto prima. Mi si è fatto avanti, sorridente e amichevole. Abbiamo cominciato a lavorare subito, ma non sembrava di lavorare, sembrava piuttosto un gioco. Non abbiamo parlato subito del Fidelio nello specifico, ma del "mondo del Fidelio", necessario per lavorare insieme in una tale avventura. Gli dissi cosa pensavo, soprattutto per il finale, fu d'accordo. Se devi raccontare una storia di prigioni, devi mostrarla, la prigione. Diedi un suggrimento. Non disse di no. E' stato l'inizio dell'avventura. Sono così felice che Claudio Abbado abbia avuto così tanto coraggio! E' un uomo che ama il rischio, che ama le sfide. Vedremo assieme quale sarà il risultato, adesso non lo possiamo sapere».
Ha altri progetti musicali?
«Questa per me è una grande avventura, la prima di questo genere. Vedremo solo alla fine quello che sarà, tutto dipende dal risultato. Per ora sono così felice di questa sfida e sono ottimista di natura... ma di altri progetti, in questa fase, non se ne parla nemmeno ... »

intervista di Alessandro Rigolli (Gdm, 04/08)

sabato, maggio 03, 2008

Giacinto Scelsi: una biografia

L’8 gennaio del 1905, esattamente alle ore 11, nasceva Giacinto Francesco Maria Scelsi, nel piccolo villaggio di Pitelli, territorio del comune di Arcola. Questa località fa parte della provincia di La Spezia. Il padre Guido, all’epoca Tenente di Vascello, proveniva da una famiglia di origine siciliana che aveva avuto un ruolo di spicco nelle vicende dell’Unità d’Italia; la famiglia della madre, Donna Giovanna d’Ayala Valva, era originaria di Taranto, ma risiedeva abitualmente nel castello di Valva in Irpinia.

Anche il piccolo Giacinto, con la sorellina Isabella, trascorse gran parte dell’infanzia in questo vetusto castello, dove ricevette le prime basi di un’istruzione alquanto singolare: un precettore gli dava lezioni di latino, di scacchi e di scherma. Per quanto riguarda l’educazione musicale, anche in tarda età amava ricordare le molte ore passate a 'improvvisare' su di un vecchio pianoforte. Non risulta abbia frequentato scuole superiori e studi musicali regolari di sorta. In seguito la famiglia si stabilì a Roma e le peculiarità musicali di Scelsi furono assecondate dalle lezioni impartite privatamente dal M° Giacinto Sallustio.

Negli anni ‘20, assieme all’ambiente aristocratico e mondano, incominciò a frequentare anche il mondo artistico, musicale e letterario dell’epoca; risale, infatti, a questo periodo l’inizio dell’amicizia con Jean Cocteau, Norman Douglas, Mimì Franchetti, Virginia Wolf, che dovevano iniziarlo ai movimenti culturali internazionali dell’epoca. Sono di questo periodo numerosi soggiorni all’estero, specialmente in Francia ed in Svizzera; fondamentale fu il viaggio compiuto nel 1927 in Egitto, dove la sorella risiedeva con il marito: può considerarsi questo il suo primo contatto con musiche di concezione non europea. Alcuni scritti impermeati di surrealismo nascono in quegli anni. La sua prima composizione, Chemin du coeur, è del 1929, e già dal 1930 inizia a lavorare a quella che diventerà Rotativa, l’opera che lo rivelerà al mondo musicale internazionale. Eseguita, infatti, il 20 dicembre 1931 in prima assoluta alla Salle Pleyel di Parigi, sotto la direzione di Pierre Monteux, non passò per nulla inosservata. Nonostante l’insoddisfazione del giovane compositore, molto rigoroso nei riguardi della propria opera, l’esecuzione di Rotativa attirò su di lui l’attenzione della critica e del mondo musicale.

Negli anni ‘30, si alternano per Scelsi periodi di vita mondana, frequenti viaggi all’estero, problemi di salute e una interessante attività creativa. Interpreti della sua musica saranno personalità di spicco del mondo musicale italiano, fra gli altri, Willy Ferrero, Carlo Maria Giulini, Ornella Puliti Santoliquido, ecc.. Nel 1937 il compositore organizzò a sue spese quattro concerti di musica contemporanea presso la Sala Capizucchi: farà eseguire opere di giovani compositori italiani e moltissimi stranieri, fra i quali Kodaly, Meyerowitz, Hindemith, Schoenberg, Stravinskij, Schostakovitch, Prokofief, Nielsen, Janàcek, Ibert, ecc., allora quasi tutti totalmente sconosciuti in Italia. Nell’organizzazione di tali concerti si avvarrà anche della collaborazione di Goffredo Petrassi, con cui inizia una lunga amicizia. Questi concerti ebbero però vita breve anche per l’entrata in vigore delle leggi razziali, che ostacolavano l’esecuzione di composizioni di autori ebrei, cosa che Scelsi non accettò e lo costrinse da allora a un graduale allontanamento dall’Italia. A questo periodo si possono far risalire i suoi interessi per altri linguaggi e tecniche compositive, per esempio la dodecafonia, della quale ebbe i primi rudimenti da un allievo di Schoenberg, il viennese Walter Klein. Contemporaneamente si interessa delle teorie di Scrjabin, di cui ebbe fonte di informazione diretta dal dott. Egon Köler, che lo ebbe in cura per un certo periodo e che con tutta probabilità lo iniziò alla cromoterapia. Non secondario è stato il suo interesse per le teorie musicali staineriane e per il curioso mondo ruotante attorno a Monte Verità.
All’entrata dell’Italia in guerra, nel 1940, si trovava in Svizzera, dove rimase per tutto il periodo del conflitto e dove si sposò con Dorothy-Kate Ramsden, cittadina inglese. Nonostante gli anni difficili, continuò una intensa attività culturale, sia poetica sia compositiva, e il compositore incominciò un lavoro di tipo teorico fondamentale per gli sviluppi futuri della propria musica.
In questi anni, non si negò, per quanto era nelle sue possibilità, ad aiutare membri perseguitati della comunità intellettuale internazionale, trovando loro rifugio in luoghi sicuri.
Durante questo forzato soggiorno in Svizzera vi furono esecuzioni di sue composizioni, come il Trio per archi, eseguito nel 1942 dal Trio di Losanna, diretto da Edmond Appia, e varie altre opere per pianoforte eseguite da Nikita Magaloff. Alla fine del secondo conflitto mondiale ritornò in Italia; si stabilì a Roma dove vivevano anche la madre adorata, il padre e la sorella Isabella. Dalla Svizzera Scelsi arrivava con una profonda crisi di tipo psichico che tuttavia non gli impedì di portare a compimento alcune opere già iniziate: il Quartetto per archi, eseguito dal Quatuor de Paris a Parigi nel 1949 e, la Nascita del Verbo, eseguita per la prima volta a Parigi sempre nello stesso anno, sotto la direzione di Roger Désormières. Vive anni molto travagliati, coincidenti con una irreversibile crisi di tipo creativo-musicale, che lo portarono a limiti molto pericolosi; trovò una via di scampo nella poesia, nelle arti visive e nei suoi interessi per il misticismo orientale e l’esoterismo. Presso lo straordinario editore Guy Levis Mano di Parigi uscirono i tre libretti Le poids net, L’archipel nocturne e La conscience aïgue, che per tanti anni rimasero le sole opere edite. Durante la permanenza in una clinica svizzera per malattie nervose, dove si ricoverò per un periodo, Scelsi diede una serie di conferenze sulla creatività, di un’apertura e di una lungimiranza, da potersi considerare documenti premonitori dei suoi successivi e futuri sviluppi creativi. I suoi interessi per le arti visive, in particolar modo per l’arte informale, troveranno degna cornice in quello che sarà l’attività della Rome-New York Art Foundation, diretta dalla sua compagna di vita di quegli anni, l’americana Frances Mc Cann. La profonda amicizia che lo legò a Henri Michaux, ebbe probabilmente anche funzione di stimolo nella ricerca di quell’arte che considerò sempre di vitale importanza: la musica. Questo coinciderà con la sua ormai accettazione attiva delle filosofie orientali, le dottrine Zen, lo Yoga e la problematica dell’Inconscio.
Anche nel campo musicale incominciano anni di ricerca e sperimentazione. La strumentazione di figure determinate dal caso, l’improvvisazione su strumenti tradizionali usati in maniera non ortodossa, l’uso di nuovi strumenti come l’ondiola, capace di riprodurre i quarti e gli ottavi di tono, ma soprattutto la maniera di improvvisare in uno stato privo di condizionamenti molto vicino al vuoto zen, ci hanno rivelato le sue opere più possenti. Il suo modo del tutto originale di procedere nella composizione dette adito a feroci critiche ed ostracismi, che non si acquietarono neppure alla sua scomparsa, momento in cui, al contrario, si manifestarono con nuovo vigore e livore.Impossibilitato psichicamente e fisicamente al lavoro minuzioso di trascrizione delle proprie improvvisazioni, regolarmente registrate su nastro magnetico, doveva avvalersi di traslatori che come prima peculiarità dovevano avere un orecchio assoluto, e che naturalmente operavano sotto la sua guida. (Scelsi applicò lo stesso procedimento anche nella creazione poetica: nacque così il visionario poema Il sogno 101. Il Ritorno).
Il lavoro non si esauriva con la traslazione delle musiche registrate; si aggiungevano, infatti, minuziose istruzioni per l’esecuzione, accorgimenti per donare al suono valori corrispondenti alla sua volontà, costruzione di sordine per gli archi fatte realizzare apposta su suo disegno, strumenti a corde trattati come percussioni, filtri sonori per deformare il suono negli strumenti a fiato, l’uso della voce quale elemento di rottura della struttura sonora, basi di registrazione preesistenti quale traccia all’esecuzione. Originalissimo era peraltro il suo metodo di orchestrazione, che consisteva nell’accoppiare strumenti simili sfasati fra loro di un quarto di tono (fatto che dà all’esecuzione una vibrazione misteriosa, e imprevedibili effetti di battimenti).
Altro aspetto non secondario del suo lavoro fu di finitura, portato avanti in collaborazione con gli interpreti. Le sue opere, infatti, date le difficoltà di esecuzione, trovarono il loro primo ostacolo proprio nell’interpretazione. Solo rari esecutori di altissima qualità si accinsero a studiare la sua musica e alcuni passarono dei lunghi periodi ospiti nella sua casa per tale scopo. Ecco solo alcuni nomi degli interpreti che hanno avuto la possibilità di fare questa straordinaria esperienza: Michiko Hirajama, Frances Marie Uitti, Enzo Porta, Joëlle Léandre, Geneviève Renon, Carol Robinson, Marianne Schroeder, Stefano Scodanibbio, ecc.. Proprio quando Scelsi aveva finalmente trovato un mondo di suoni per sé congeniale, incominciò quel processo di occultamento della propria produzione anteriore, da lui considerata ormai di tipo accademico. La rivelazione di questa nuova fase fu l’esecuzione dei Quattro pezzi su una nota, eseguiti al Theatre National Populaire di Parigi nel dicembre 1961, sotto la direzione di Maurice Le Roux.

Certamente tutti questi elementi dovevano disturbare il mondo accademico che si dimostrò sempre più ostile nei suoi confronti, accentuato dal sempre maggior successo all’estero delle sue opere. A dire il vero, anche in Italia, non mancarono i suoi sostenitori, primo fra tutti il compositore Franco Evangelisi: a lui si devono, infatti, le rare esecuzioni di opere scelsiane, realizzate nell’ambito dei festival di Nuova Consonanza. Scelsi passò gli ultimi anni in vita raccolta nella sua abitazione di Roma, in Via San Teodoro 8, divenuta ormai mèta di amici e ammiratori. A questo periodo risalgono le pubblicazioni della sua opera di tipo teorico e letterario, affidate alla Casa Editrice “Le parole gelate”; inizia anche la pubblicazione sistematica della sua imponente produzione musicale, ad opera della “Editions Salabert” di Parigi. Negli ultimi anni Scelsi viaggiò solo in occasione di concerti a lui dedicati, avendo così l’opportunità di ascoltare almeno una volta dal vivo quelle musiche che aveva portato per tanti anni dentro di sé. L’ultimo concerto di sue composizioni, da lui presenziato, fu il 1 aprile del 1988 a La Spezia, la sua città natale, dove non era mai ritornato dagli anni della sua infanzia. Cessò ogni comunicazione con il mondo esterno il giorno 8.8.88 e si spense nella mattina del giorno dopo.

Luciano Martinis (redazione a cura di Irmela Heimbächer Evangelisti)

sabato, aprile 26, 2008

Bach e la numerologia

La possibilità che i compositori del passato siano potuti ricorrere alla Numerologia scatena oggi reazioni anche fortemente contrastanti: dal rifiuto a priori delle menti più razionali ai romantici idealismi degli speculatori più irriducibili.
Anche in questo caso vale quanto comunemente si raccomanda agli interpreti, ovvero un approccio oggettivo ad epoche remote le quali, in quanto tali, si differenziano profondamente dalla nostra per cultura e sensibilità. Chi interpreta il passato lo deve prima osservare così come esso si presenta, per poi darne la propria lettura. Scopo di questo contribuito è pertanto quello di fornire, al di là di ogni empirismo, elementi concreti volti a verificare la probabilità di una tradizione numerologica nella cultura musicale occidentale. Cultura in cui, lungi dal rappresentare un caso isolato, si inserì Johann Sebastian Bach.
Essendo essa volta ad evocare concetti di natura astratta altrimenti difficilmente esprimibili, la numerologia rientrava nell’ampio contesto dell'Ars Rhetorica. In musica ravvisiamo, nell‘espressione retorica di quegli anni, diversi livelli di ricezione:
*l’Affetto immediatamente recepibile, trasmesso dal compositore servendosi di figure immediatamente riconoscibili (exclamatio, suspiratio ecc.) che così, al pari di un attore, rendeva partecipe ogni ascoltatore del significato testuale. È la fase ultima e più "esteriore" dell’impianto retorico, la cosiddetta decoratio.
Ma l’affetto poteva essere espresso anche attraverso le parvenze grafiche di una determinata figura o frase musicale, procedimento definito da molti trattati col termine greco hypotyposis. "Quest’ornamento è proprio dei veri artisti. Oh, se tutti i compositori ne facessero uso!" (Burmeister, Musica Poetica). Così Bach arriva a dipingere musicalmente forme di croce, schiere di angeli e perfino le fiamme dello Spirito Santo, come già intuì Schweitzer parlando di "pitture musicali". Va da sé come solo gli occhi di un iniziato siano in grado di distinguere tali figure sulla carta
Ma vi è uno stadio ancora più nascosto, quello che conferisce ai dati numerici di una composizione (unità di tempo, quantità di battute, di note o di motivi) un significato "esoterico", in quanto percepibile sono sulla base di approfondite ricerche. Vista in quest‘ottica, la numerologia esula da un contesto meramente matematico entrando a far parte dell‘ampio vocabolario simbolico-musicale a disposizione del compositore.
Tale approccio reservato sarebbe solo apparentemente in contrasto con lo spirito universale di Lutero: dopo essersi rivolto all’assemblea e successivamente ai conoscitori, il musicista sembrerebbe voler qui dialogare con il suo Io più recondito. È quella privata, secondo il Vangelo, l’attestazione di Fede più autentica: "Prima di rivolgervi al Padre, chiudete la porta della vostra casa; poi pregate così...". Ci sembra questo il senso delle innumerevoli "firme" in codice (attraverso le cifre 14, 41, 158) incastonate da Bach nelle sue composizioni.
Ma questa è solo una supposizione poiché, nonostante i tentativi di molti, le intime convinzioni di Bach non sono dimostrabili; certo è che l’interpretazione dei numeri era allora una tappa obbligata dello studio della Bibbia, arrivando quindi a coinvolgere chi sul testo biblico musicalmente operava. Non quindi arida speculazione od elitario intrattenimento, bensì l’altra faccia del movere: il docere, concetti entrambi citati da Bach nei suoi frontespizi.
Non va esclusa l’‘ipotesi che il compositore, nell’erigere il suo edificio musicale, si servisse di determinate formule matematiche proprio come un architetto del rinascimento; è noto come tale procedimento sia diffusissimo anche nel nostro tempo (Webern, Boulez e molti altri). Che tali cifre fossero tratte dalla tradizione biblica non dovrebbe stupire più di tanto, in una società impregnata di cultura religiosa com’era la Germania luterana; in un contesto completamente differente, Alban Berg avrebbe invece citato „numericamente" i nomi degli amici Zemlinsky, Schönberg e Webern (Kammerkonzert), e perfino i particolari delle sue ... passioni extraconiugali (Lyrische Suite)!
Tra i vari codici numerologici diffusi in Occidente, la Ghematria era quello generalmente più applicato: possiamo supporre che l’idea di sostituire ciascuna nota con una lettera possa risalire ad influssi orientali; alcune lingue asiatiche sono infatti prive di numeri, utilizzando al loro posto lettere dell’alfabeto. L’origine della Ghematria è tuttavia generalmente attribuita a Pitagora; attraverso la cultura ebraica tale sistema si innestò nella civiltà cristiana.
Guillaume de Machaut (ca.1300-1377) utilizza l’alfabeto numerico nel testo del suo Rondeau Dix et sept, cinq. Le prime frasi della composizione sono: "Dix et sept, cinq, trese, quatorse et quinse / M’a doucement de bien amer espris". I numeri 17, 5, 13, 14 e 15 equivalgono a RENOP, anagramma del nome Péronne, sua compagna.
Nel Quattrocento l’esempio più famoso di numerologia applicata alla musica è certamente il motteto "Nuper rosarum flores" di Guillaume Dufays (1400?-1474) scritto per la consacrazione del Duomo di Firenze seguendo le proporzioni matematiche della cupola del Brunelleschi, ma non è che un caso tra tanti. Il ricorso alla Ghematria è infatti documentato anche nella musica di Johannes Tinctoris (1435-1511?), e Josquin des Prez (1440-1521), espressamente stimato da Lutero.
Jacob Obrecht (1452-1505) è autore di due messe, Sub Tuum Praesidium e Maria Zart, dalla struttura talmente complessa da spingere il loro editore moderno ad allegarvi ben 146 pagine di esplicazione (M.van Crevel, Amsterdam, 1959)! Egli spiega come in questa musica siano celate speculazioni matematiche di ogni genere, dalla serie di Fibonacci al teorema di Pitagora, inclusa naturalmente la ghematria. Ad esempio, nel Medio Evo Cristo veniva spesso rappresentato dal numero 888, esattamente quanti sono i tactus della messa Sub Tuum.
Nel Rinascimento tutto ciò coincideva con l’affermarsi di un sentire che, come è noto, sull’armonia delle proporzioni e il valore del numero fondava la sua estetica.
L‘inizio del Seicento musicale fu segnato da un avvenimento fondamentale: il passaggio dalla Prima alla Seconda Prattica, iniziato nell’ambito della Camerata Fiorentina e portato a compimento da Claudio Monteverdi. La Musica si estraniò gradualmente dal medioevale Quadrivium (Aritmetica, Musica, Geometria, Astronomia) divenendo essenzialmente un veicolo espressivo, al servizio di un Affetto immediatamente recepibile, unendosi nel Trivium (grammatica, dialettica, retorica) all’Ars Rhetorica. Ciò implicò un progressivo allontanamento dalla sensibilità rinascimentale.
Anche la cultura tedesca recepì i nuovi stimoli provenienti dall’Italia. Martin Lutero intuì immediatamente le facoltà propedeutiche della Musica, considerandola quale Donum Dei e conferendole, affiancandola alla Teologia, valenza dottrinale: il Protestantesimo applicò intelligentemente la Seconda Prattica piegandola ai fini della Riforma. Il concetto protestante di Musica Poetica fu espresso per la prima volta da Nicolaus Listensius nel suo Musica (1537), mentre il primo trattato dedicato alle figure retoriche in musica fu il Musica Poetica di Joachim Burmeister (1599).
In Italia, il passaggio dal Rinascimento al Barocco comportò la progressiva estinzione della numerologia; Vincenzo Galilei, nel suo "Dialogo dell‘antica Musica…“, biasima quei compositori dediti a tecniche troppo speculative, pronunciandosi in favore di un‘espressione più immediata. In Germania al contrario, l‘evoluzione del gusto determinò un‘emigrazione della Cabala verso le sfere più recondite del sapere.
Quale esempio di scritti numerologici risalenti all’epoca di Bach, Friedrich Smend cita le pubblicazioni "Der biblische Mathematicus" del predicatore luterano Johann Jakob Schmidt (1736) ed il 19. Capitolo dei "Paradoxal-Discourse" di Andreas Werckmeister (1707), intitolato: "Von der Zahlen geheimen Deutung" (sul significato segreto dei numeri). Riferendosi alla Gematria, Schmidt scrive: "Il ricorso a tali invenzioni per innocuo lusus ingenii o spirituale intrattenimento, come affermato dal beato Lutero, non va assolutamente condannato". (Der biblische Mathematicus)
Bach potrebbe aver conosciuto, sempre di Werckmeister, il Musicae mathematicae hodegus curiosus oder Richtiger Musicalischer Wegweiser, pubblicato a Lipsia nel 1687. L‘autore, celebre anche per le sue ricerche sul temperamento, scriveva: "Anche il musicista dovrà studiare con zelo gli intervalli musicali (...) Essi sono costituiti secondo numeri e proporzioni, così come Dio tutto ha ordinato secondo numeri, peso e misura...". (Cribrum musicum, Lipsia 1700)
Interessante come Werckmeister, nei Paradoxal-Discourse, limiti la pratica cabalistica alle unità numeriche più piccole, quelle fondamentali, quasi in riferimento alle entità realmente presenti nel Creato: effettivamente le cifre cui tradizionalmente si aggiudica una valenza allegorica raramente superano il 13. Il pensiero del teorico tedesco può anche riferirsi alla natura simbolica del numero 1, immagine di Dio; per S.Agostino infatti, più un numero si avvicina all’Uno più esso è prossimo alla perfezione.
L’arte del numero quindi al servizio di una convinzione (o convenzione) religiosa ma anche vista quale nobile, elevante diletto intellettuale. Ciò è confermato da una non cospicua (almeno allo stato attuale delle ricerche) ma significativa letteratura dell’epoca. Nella biblioteca di Bach era presente lo scritto Judaismus (Amburgo 1707) del teologo luterano Johannes Müller. Egli scrive: "Se si ricorre alla Cabala non soltanto per illustrare la Sacra Scrittura, bensì anche per alludere al proprio ingegno ("ingeniose zu alludieren"), ciò non sarà contrario al volere di Dio, nè rientrerà tra le pratiche magiche, ma sarà prossimo alla fede cristiana (...). Ciò può accadere senza che la coscienza ne sia ferita".
Non è forse il „canone segreto", sfoggiato da Bach sul suo ritratto, l’esempio più eclatante di tale ingegno? Il sorriso leonardesco del musicista la dice lunga su questo suo intellettuale "duello" con i posteri... .
Non vi è dubbio però che agli albori dell’Illuminismo la Cabala fosse ormai una disciplina rivolta a pochi iniziati, tenendo così fede all‘essenza reservata delle sue origini. Johann Mattheson e Johann Adolf Scheibe ad esempio, ormai calati nel pragmatismo di Diderot e Voltaire, si pronunciano in termini scettici se non addirittura ironici sull’antico sapere numerico, confermandone così l’effettiva esistenza nelle epoche precedenti. Che la numerologia fosse caduta in disuso già in nel XVIII secolo è dimostrato anche dal celebre ritratto bachiano, commissionato nel 1746 ad Elias Gottlob Haussmann per l’ammissione alla Società di Mizler. Nell‘originale spiccano sulla casacca del musicista 14 bottoni (BACH), mentre le copie immediatamente approntate dopo la sua morte non tengono conto di questo particolare, evidentemente ignorandone il significato.
In ambito musicale le opere sacre di Heinrich Schütz si rivelano estremamente interessanti anche nella loro simbologia, mentre fu Johann Kuhnau (predecessore di Bach al cantorato lipsiense) ad includere nella prefazione delle sue Biblischen Historien (1700) un quesito numerico rivolto ai colleghi.
L’interesse di Bach per i numeri ed il loro significato simbolico è accertato, come testimoniano le sue annotazioni al Bibelkommentar di Abraham Calov. Esodo 15:20 descrive la danza di Miriam e delle donne ebree in risposta al canto di Mosè e dei suoi uomini; qui Bach annota: “Preludio a due cori, da eseguirsi a gloria di Dio”. Alcuni commentatori suggeriscono che il mottetto Singet dem Herrn, per doppio coro, sia stato ispirato da questo passaggio. Ancora, in Esodo 15:27: “Ed essi giunsero ad Elim, dove vi erano dodici sorgenti d’acqua e settanta alberi di palma”. Il commentatore puntualizza come nel Vecchio Testamento vi fossero 12 tribù d’Israele e 70 anziani, e nel Nuovo Testamento 12 Apostoli e 70 Discepoli. Bach, prontamente, sottolinea il passo, dimostrando così il suo interesse per simili associazioni.
In questo contesto va rilevata la presenza nella biblioteca di Bach del Haupt=Schlüßel über die hohe Offenbarung S.Johannis (Schleusingen 1684) di Caspar Heunisch. Questo libro offre una ‚interpretazione di tutti i numeri dell’Apocalisse‘, applicando però quanto esposto all‘intera Sacra Scrittura.
Riallacciandosi a quanto auspicato da S.Agostino, l‘italiano Pietro Bongo (Numerorum Mysteria, 1599) raccomandava che la simbologia matematica fosse mantenuta "segreta" e non esposta al pubblico dominio. Perfettamente logico quindi che, almeno fino al Novecento, nessun compositore si sia premurato di estendere una chiave di interpretazione delle proprie opere.
L’abitudine di trasmettere messaggi in codice attraverso i numeri è documentata nel corso di tutta la storia della musica tedesca: se ne trovano tracce anche nelle opere di Schumann, Brahms e Bruckner, fino alla seconda scuola viennese. Fu Alban Berg uno dei primi compositori a "rivelare" per iscritto i segreti del suo Kammerkonzert, in una copia della partitura ritrovata dopo la sua morte.
Proprio intorno a quegli anni musicologi e specialisti iniziarono ad interessarsi a questo particolare aspetto della musica di Bach. Nel 1937 apparve nel Bach Jahrbuch un pionieristico articolo di M. Jansen, Bachs Zahlensymbolik, an seinen Passionen untersucht („La simbologia numerica in Bach, applicata alle Passioni"). Ma fu l‘anno bachiano 1950 a vedere la pubblicazione del primo importante studio sull’argomento, ispiratore di quelli successivi: J.S.Bach bei seinem Namen gerufen, di Friedrich Smend. Ricorrendo alla Numerologia l‘autore formulò una sua soluzione al mistero del "Canone segreto" presentato nel ritratto di Hausmann.
Da allora sono apparsi innumerevoli contributi (per lo più in lingua tedesca ed inglese) dedicati a quello che sembra costituire l‘argomento più delicato e discusso nell’ambito della ricerca bachiana. Molteplici infatti i criteri di approccio: da chi con veemenza si oppone (U.Meyer, Zahlenalphabet bei Bach? Zur antikabbalistischen Tradition im Luthertum, [Sulla tradizione anticabalistica nel Luteranesimo] 1981) a chi, forte di calcoli al di là ogni immaginazione, è stato capace di delineare fantasiosi paralleli tra correzioni dei manoscritti e salmi ebraici (Ludwig Prautzsch, Vor deinen Thron..., 1980). Di carattere prettamente esoterico sono le scoperte di Kees van Houten ed altri olandesi (BACH an het getal, 1985): il nostro sarebbe ricorso nelle sue opere a simbolismi numerici collegati alla setta medievale dei Rosacruciani, anticipando nelle proporzioni delle Variazioni Goldberg l’esatta data della sua dipartita!
A titolo informativo stiliamo qui un elenco dei pricipali numeri con il significato simbolico loro generalmente attribuito. Naturalmente l‘elenco non si riferisce esclusivamente alla musica di Bach, bensì all’intera tradizione cabalistica occidentale.

  1. Dio, l’Unità. Per gli ebrei, "Dio è uno". Si pensi all’incipit del Credo dalla Messa in si minore: il soprano declama il Credo in unum Deum iniziando solo e su un’unica nota.
  2. L’Uomo, "nato da Dio, il vero Uno" (J.J. Schmidt, Der biblische Mathematicus). La vita terrena si compone di dualismi: Dio e l’Uomo, Cielo e Terra, Bene e Male, giorno e notte, anima e corpo, uomo e donna, destra e sinistra... In musica il tempo binario è detto imperfectum.
  3. La Trinità, Dio. Perfezione: il tempo ternario è perfectum. L’unità composta di tre parti: Passato, Presente, Futuro; Inizio, Centro e Fine. Morte e Risurrezione: Cristo giace 3 notti nel sepolcro, per risorgere il Terzo giorno; nella terza ora del giorno (Hora Nona) Cristo è condannato a morte. Secondo la tradizione medievale, alla stessa ora Dio crea Adamo: il sacrificio di Cristo per la Redenzione dell‘Uomo.
  4. La Terra, il Mondo (gli elementi, le stagioni, i punti cardinali). Per i cristiani, i quattro evangelisti e le quattro fasi della vita terrena di Cristo: Incarnazione, Passione, Risurrezione, Ascensione. Messa in si minore, Gloria: il "divino” ritmo ternario si trasforma in 4/4 in corrispondenza dell’Et in terra Pax.
  5. Satana, il Male. Secondo Werckmeister, "numero degli spiriti malvagi". Secondo altre tradizioni, l’Uomo: la testa, le due braccia e le due gambe corrispondono ad un pentragramma, così come cinque erano i pianeti conosciuti nel Medioevo: Giove, Mercurio, Saturno, Venere, Marte. Le ferite di Cristo.
  6. La Creazione. Per Sant'Agostino, Dio creò il Mondo in sei giorni (Hexameron), poiché il 6 è un numero perfetto: esso è infatti insieme somma e prodotto delle sue componenti (1+2+3 – 1x2x3). Nel Wir glauben BWV 680 di Bach (Crediamo tutti in un solo Dio, creatore...) l’ostinato del pedale si ripete per sei volte.
  7. Per la cultura cristiana ed ebraica, a causa del continuo apparire di questa cifra nella Bibbia, numero sacro per eccellenza. La fusione di Dio (3) con l’Uomo (4) : nelle 7 invocazioni del Padre Nostro, 3 si riferiscono all’eternità, 4 alla vita terrena. Lo Spirito Santo: i 7 Doni, il Settimo Giorno consacrato a Dio. Forse non è un caso che in lingua tedesca parole come Heiland, Erlöser, (Salvatore), Messias si compongano di sette lettere.
  8. Perfezione e Vita eterna. L’Ottavo Giorno: per S.Agostino, al Sabbat segue il Giorno del Signore, "senza inizio e senza fine". Graficamente, le due linee simboleggiano intersecandosi il passaggio dalla vita terrena a quella spirituale. In musica, l’ottava (Diapason) comprende non a caso tutti i suoni disponibili nel nostro sistema. Sempre nel Wir glauben (Creatore del cielo e della terra) dalla Klavierübung, l’ostinato al pedale si estende lungo tutta l’ottava (=totalità).
  9. In quanto 3x3, simbolo trinitario.
  10. La Legge, i comandamenti, a loro volta suddivisi in 3 (rivolti a Dio) e 7 (rivolti al Prossimo). Il 7 in questo caso allude all’Uomo, fatto di corpo (4) e anima (3). Il preludio sopra Dies sind die heilgen zehn Gebot BWV 678 è in tempo 6/4 (=10), e Bach raddoppia le cinque frasi del corale presentandole in canone. Nella cantata Du sollst Gott, deinen Herren lieben (Devi amare il Signore Dio tuo) la stessa melodia è introdotta per dieci volte dalla tromba.
  11. Il Peccato, per S.Agostino il "soverchiamento della Legge". Gli Apostoli dopo il tradimento di Giuda: cfr. "Herr, bin ich" (Signore sono io?) esclamato dagli Apostoli per undici volte nella Passione secondo Matteo di Bach (pochi sanno che Heinrich Schütz, nella sua Johannes Passion, fece esattamente lo stesso).
  12. La Chiesa, gli Apostoli, le tribù d’Israele, le porte della Città Celeste. Per S.Gregorio Magno simbolo della Chiesa in quanto Dio Trinitario che si manifesta al mondo (3x4). Il cosmo, lo Zodiaco.
  13. Hermann Fischer fornisce una visione interessante di quello che per noi oggi è il numero della sfortuna. Potrebbe simboleggiare l’unità della Chiesa con il Maestro: anche l’espressione Jesus Christus si compone di tredici lettere.
Vi sono inoltre numeri che nella Bibbia rivestono un valore particolare:

  • 24 = I Saggi che nella Gerusalemme Celeste si raccolgono di fronte al trono, in contemplazione eterna.
  • 33 = Gli anni di Cristo.
  • 40 = Penitenza: quarant’anni trascorse il popolo d‘Israele nel deserto, per 40 giorni Mosè e Cristo digiunano nel deserto. La battuta 40 del Vater Unser BWV 682 è l’unica in tutto il pezzo (91 battute) dove il pedale tace.
  • 46 = Simbolo del Tempio, eretto in 46 anni.
  • 77 = l’Incarnazione di Cristo, settantasettesimo discendente di Adamo (Luca, 3, 23).
  • 144 = I centoquarantaquattro eletti, destinati alla Città Eterna.
Attraverso la Ghematria, Bach ricorrerebbe con frequenza a determinate cifre cariche di significato. Ludwig Prautzsch così le elenca:

  • 14 BACH
  • 29 J.S.B, anche SDG (Soli Deo Gloria)
  • 41 J.S. BACH
  • 43 CREDO
  • 47 HERR (Signore)
  • 48 INRI
  • 53 SOHN (Figlio, di Dio)
  • 59 GLORIA, GOTT (Dio)
  • 61 ISRAEL
  • 70 JESUS
  • 71 KRIPPE (Presepio)
  • 73 ZEBAOTH
  • 75 BETHLEHEM
  • 83 IMMANUEL
  • 112 CHRISTUS
  • 158 JOHANN SEBASTIAN BACH
È probabile che Bach ricorresse tali numeri utilizzandone anche i diversi fattori. La terza parte della Klavierübung cela alcuni esempi affascinanti. Notoriamente composta in omaggio alla Trinità, quest’opera complessa consta non a caso di 27 composizioni, ovvero 3 x 3 x 3, esattamente quante sono le sezioni della Passione secondo Matteo. La celebre fuga “tripla” in mib (tre alterazioni, tre soggetti), è divisa in tre sezioni rispettivamente di 36, 45 e 36 battute (tutte cifre divisibili per tre). La somma dei singoli fattori 3 + 6 + 4 + 5 + 3 + 6 equivale ancora una volta a 27; inoltre 2 + 7 = 3 + 3 + 3 !
In particolare Bach citò “numerologicamente” il proprio nome in molte delle sue composizioni. Il celebre corale Vor deinen Thron attesta inoltre come, nella musica sacra, egli ricorresse ai “suoi” numeri forse identificandosi nel messaggio del testo in questione: in questo pezzo la prima frase del corale (al soprano) è composta di 14 note, mentre in tutto il corale la voce superiore consta di 41 note, così come 41 sono le entrate del soggetto in versione originale ed inversa.

tratto da www.sectioaurea.com