Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

venerdì, novembre 08, 2013

Sinopoli: Pasifal a Venezia

Giuseppe Sinopoli (1946-2001)
Dante si perde in una "selva oscura", e per uscirne deve attraversare i tre regni dell'oltretomba, venire a contatto con il "mal dell'universo", purificarsene, e disporre la mente a incontrare la verità, solo allora tornerà al mondo: ma ormai il suo "disire e il velle", sensi e volontà, anima sensitiva e anima razionale, istinto e ragione, sono governati dalla Conoscenza dell'"Amor che move il sole e l'altre stelle". Parsifal si perde anche lui in una selva, inseguendo un cigno, e anche lui, per uscirne, deve attraversare un labirinto, incontrare il sogno e la morte, conoscere in fine la vera conoscenza: la foresta del Gral, nel primo atto, è solo la foresta di Amfortas, della colpa, dell'orgoglio che inchioda gli uomini alle apparenze, allontanandoli dalla verità. Il secondo atto è la fantasmagoria di tutte le apparenze: più forte di tutte, quella della donna come pura animalità, come puro, inappagabile desiderio, Kundry-Orgheluse. Il ricordo della madre, che precipita Tristano nel regno della Notte, dov'egli invita Isotta, risveglia invece Parsifal sul punto dell'annientamento: staccandosi dal bacio di Kundry salva se stesso, Kundry e l'umanità, ritornando alle origini, alla madre abbandonata. Ma Wagner non è Goethe: le origini wagneriane, protestanti, non hanno nulla a che vedere con le "Madri" pagane del Faust, le matrici originarie, alchemiche, della Natura. E tuttavia, senza che Wagner possa nemmeno sospettarlo, Parsifal è vicinissimo a quelle misteriose terribili origini.
Giuseppe Sinopoli si smarrisce in una selva di pietra, Venezia, labirinto di terre e di acque, costruito magicamente intorno a una spirale ermetica, il Canal Grande, che attraversa a forma di S i sestieri della città. Sinopoli racconta in questo suo bellissimo libro  "Parsifal a Venezia" proprio questo smarrirsi nel labirinto di Venezia, simbolo pietrificato del Labirinto della Conoscenza. Come ogni città magica, o, meglio, sacra, anche Venezia è un Centro sospeso tra la Vita e la Morte, tra Oriente e Occidente: tra il mare, oltre le bocche di Malamocco, e l'isola di San Michele, l'isola dei Morti. A nord il Montsalvat è San Marco, a sud il giardino di Klingsor è il Ghetto. Nel percorrere questo cerchio, smarritosi dopo le prove di Parsifal al Teatro La Fenice, Sinopoli percorre una Via iniziatica di Morte e Resurrezione, come l'uccello divino che dà nome al teatro, e come il giovanetto, puro folle, di cui, a teatro, canta il canto. Il libro è il racconto di questa iniziazione.
Dedicato a Luigi Nono, è anche la confessione di un amore: l'amore della madre, Venezia, città dove Sinopoli è nato. I simboli s'infittiscono. Del resto la scrittura è, sempre, una scrittura di simboli. I cinesi credevano che il mondo andasse ogni volta riscritto: l'interrogazione dell'oracolo - I King - è interrogare la scrittura dell'attimo, ciò che nell'attimo il cosmo ci comunica attraverso la scrittura dei segni ottenuta dal lancio degli steli di bambù. Greci e romani, e noi dopo di loro, credevano invece che il mondo fosse stato scritto una volta per sempre dagli dei, e agli uomini toccasse decifrarlo. In fondo la fisica di Galilei nasce dagli stessi presupposti. Ma non quella di oggi, sospesa a una continua riscrittura del calcolo. Sinopoli, in fondo, anche lui si tiene sospeso tra le due scritture: il simbolo non è solo ciò che si crede nascosto nella Natura, ma anche ciò che la stessa Natura riscopre attraverso l'esperienza dell'uomo che la interroga. E ciò che si scopre, la risposta, o, più esattamente, il responso, è a sua volta un simbolo già scritto, ma che solo si conosce riscrivendolo da capo come non ancora mai scritto.
Dino Villatico
("Repubblica", 8 gennaio 1992)

venerdì, novembre 01, 2013

Vivat: Robert King direttore e discografico

Robert King (1960)
Robert King, il celebre direttore inglese, debutta nel mondo discografico con una propria etichetta, Vivat: in occasione delle prime uscite con l’ensemble King's Consort, lo abbiamo incontrato per chiedergli i motivi di questa decisione.

Cosa l’ha spinta a creare una nuova etichetta dopo la lunga collaborazione con Hyperion?
L'industria discografica è cambiata profondamente e il mio desiderio era quello di avere un controllo maggiore su quanto incidiamo: non mi fraintenda, Hyperion e un'etichetta meravigliosa ma col passare del tempo mi sono accorto che quello che noi volevamo registrare non faceva parte dei loro progetti. Ad esempio, ho dovuto lottare moltissimo per far passare il progetto del Requiem di Michael Haydn, che poi ha venduto quarantamila copie! Quindi ho deciso di seguire l'esempio di altri e di fondare un’etichetta tutta nostra: certo, per quanto riguarda i complessi di strumenti originali noi siamo fra i primi, forse dopo il solo John Eliot Gardiner. Insomma, Vivat nasce per permetterci di avere libertà di scelta, controllo totale e per farci prendere dei rischi, quando le etichette tradizionali sembrano giocare in difesa. Forse siamo dei pazzi!
I primi tre dischi sono molto diversi tra loro, perché si spazia dal Barocco francese alla musica sacra inglese tra Otto e Novecento, per finire con i Quartetti op.18 di Beethoven. Mi spiega il motivo di queste scelte?
Prendiamo il CD con le musiche di Stanford e Parry: Hyperion non ce l'avrebbe mai fatto incidere o, semmai, l'avrebbe affidato ad altri. Si tratta di musica che adoro e che, da inglese, sento scorrermi nelle vene: quindi ho deciso potesse inaugurare degnamente il nuovo catalogo, che per il resto sarà basato sul repertorio per cui il King's Consort è diventato famoso, senza tralasciare qualche deviazione un po’ stravagante! Un altro punto fermo delle nostrc registrazioni sarà sempre l'altissima qualità di tutte le componenti: prenda, ad esempio, il booklet, molto ricco, in varie lingue, pieno di informazioni. Se vogliamo aggiungere quattro pagine per descrivere ogni strumento di ogni musicista dell'orchestra, o se vogliamo mettere un album fotografico, ebbene, possiamo farlo adesso.
Torniamo a Stanford e Parry, la cui musica è poco nota da noi in Italia...
Stanford, in particolare, è un grande compositore, la cui lezione si protrasse per almeno cinquant’anni dopo la sua morte, e appartiene alla tradizione della musica sacra, non a quella del Romanticismo inglese: c'è una palese influenza di Brahms nel suo stile, senza tralasciare poi alcuni momenti Wagneriani, come nella seconda traccia del CD dove pare di sentire il Rheingold! Penso che il pubblico italiano possa amare questa musica, considerandolo come un buon vino che deve essere aperto con cura e gustato lentamente. Tenga poi conto del fatto che abbiamo utilizzato, per l'incisione, strumenti dell'epoca e uno stile esecutivo il più fedele possibile; molti cantanti, che già conoscevano questa musica praticamente a memoria, si sono stupiti per quanto sembrasse nuova, come passare da una visione bidimensionale ad una tridimensionale, con una cura inusitata di tutti i dettagli strumentali e vocali (pensiamo ai portamenti). Musica sacra, certo, ma imponente, grandiosa, non proprio con l'intimismo di un Tallis!
Per Couperin, e le Leçons de Ténébres, si tratta invece di un ritorno, dopo l'incisione del 1990. Cosa è cambiato?
All'epoca rcgistrai questo capolavoro con due grandissimi controtenori, James Bowman e Michael Chance, mentre ora ho deciso di tornare alle indicazioni originali e di utilizzare due soprani, nonché al diapason francese, molto più basso; si tratta quindi  di una versione del tutto nuova per la quale ho voluto scegliere con la massima cura le mie cantanti, e credo che oggi non ci sia artista migliore, per questo repertono Barocco, di Carolyn Sampson, la cui voce si sposa benissimo con quella della norvegese Marianne Beate Kielland, più scura e timbrata perché, se guardiamo bene la partitura, la tessitura della seconda voce è piu bassa rispetto alla prima. Ho voluto enfatizzare questa differenza, avendo nel medesimo tempo cura che, quando le due voci si uniscono, si amalgamino bene, calzino proprio come la migliore scarpa italiana!
Nell’ultimo CD troviama i Quartetti op.18 di Beethoven. Cosa distingue questa versione dell'Allegri String Quartet?
Vivat non vuole essere solo l’etichetta discograhca del King's Consort, ma comprenderà, nei prossimi anni, anche artisti che apprezzo come uomini e come musicisti, e i membri dell'Allegri appartengono a questa categoria; certo, so bene che la concorrenza è enorme c che questo disco certo non venderà un milione di copie, ma credo che il pubblico apprezzerà il suono di questi ragazzi, registrato da molto vicino, senza trucchi e con un’estrema chiarezza dei dettagli. Un suono onesto, lo definirei, fanno musica con grande temperamento, e prima di scegliere loro ho ascoltato molti altri quartetti. Tenga presente che il violista del Quartetto Allegri è anche la prima viola del King's Consort: a cinquantatre anni voglio lavorate solo con gente che mi piace!
I prossimi progetti casa comprenderanno?
Il quarto disco sarà monteverdiano, dal titolo "Heaven and Earth", una raccolta di madrigali tratti dagli ultimi libri (dal quinto all'ottavo), nonché un paio di brani operistici (Orfeo e Poppea): in passato il King's Consort ha inciso molta musica sacra di Monteverdi, ma questa volta ho voluto concentrarmi invece sulle pagine profane. Una pagina come “Hor che 'l ciel" è una delle composizioni più grandi di tutti i tempi, l'ho ascoltata centinaia di volte eppure riesco sempre a trovare dettagli nuovi: sono molto contento di questa incisione, che uscirà intorno ad ottobre. E poi in settembre incideremo una raccolta di arie tratte dagli oratori di Haendel con Iestyn Davies, "il controtenore del momento", per proseguire in ottobre con la musica da camera dell'amato Purcell, le Sonate a quattro: c'è voluto molto tempo a trovare il team perfetto, che comprende anche Cecilia Bernardini, figlia del grande oboista Alfredo e a sua volta splendida violinista.
Oltre alla Sua attività col King’s Consort, dirige anche orchestre tradizionali: come cambia il metodo di lavoro in queste occasioni?
Amo lavorare con gli strumenti moderni, ho portato a termine splendidi progetti, per esempio alla Rai di Torino, i cui musicisti si sono mostrati molto aperti allo stile filologico: il mio comportamento, in ogni caso, non cambia, perché la musica e il compositore rimangono sempre al primo posto e il direttore è solo un tramite che deve garantire la fedeltà alle intenzioni del compositore.
Ma per i nostri lettori sarà forse una sorpresa conoscere la Sua attività nel mondo hollywoodiano, per le colonne sonore di tanti celebri film!
ln effetti ho avuto la fortuna di collaborare, specie con il mio coro, ad alcuni Blockbuster, come Il Codice Da Vinci o Shrek: io amo lavorare in teatro e per il cinema, mi interesso di tutti gli aspetti coinvolti, dalle luci alle scene alle parrucche, quindi se c'è una buona opportunità non me la faccio scappare.
C'è in vista qualche concerto in Italia?
Purtroppo no, perché si tratta di uno dei Paesi che amo di più, ma non dispero: il mercato della musica, come tanti altri, ormai lavora con preavvisi sempre minori e per noi musicisti può essere un problema non sapere cosa faremo, magari, fra tre e quattro mesi. Ma credo fermamente che anche in tempi difficili, la gente non potrà rinunciare alla musica: sta a noi, semmai, essere più creativi e flessibili.

Nicola Cattò ("Musica", n.249, settembre 2013)

sabato, ottobre 26, 2013

Il musico in manette

Dura Lex, Sed Lex
Cronache giudiziarie di oggi e di ieri.

A Genova
Il pretore Adriano Sansa ha ordinato di porre i sigilli al pianoforre di Roberto Chierici, un ragazzo di 16 anni, aspirante allievo del conservatorio, da tre anni studente di pianoforte. Motivo: lo strumcnto fa troppo rumore, nonostante abbia inserita la "sordina", e la circosranza ha indotto una vicina di casa a chiedere l’intervento della magistratura. ("Il Gazzettino", 4.VII,1979)
A Mestre
Il pretore onorario dott. Ariberto Marchiori con una sentenza ha ordinaro che violino e pianoforte possono essere suonati solamente dalle 9 alle 12, e nelle ore pomeridiane dalle 16 alle 18, esclusi i giomi festivi nei quali gli strumenti non possono essere suonati. Questa sentenza colpisce Chiara e Paolo Craglietto, 17 e 13 anni, due fratelli mestrini, studenti di conservatorio e di liceo, entrambi già molto apprezzati per impegno e qualità artistiche. ("La Tribuna di Treviso", 9.IX.1979)
A Bologna
Statuit praecepit Dominus Potestas quod nemo ire debeat per civitatem Bononiae de nocte cum leuto, viola, seu aliquo alio instrumento cum lumine vel sine lumine [...] et de hoc teneatur tam scolares, quam alii homines et perdat liutum er violam et instrumentum. (Statuti comunali bolognesi del sec. XIII)

L’eccesso di zelo nella tutela della quiete pubblica dispiegato dal legislatore medievale potrà far sorridere i contemporanei, da tempo avvezzi ad assopirsi al suono di meno melodiosi ordigni che non siano il liuto e la viola. Ogni nostro compatriota o turista straniero conosce infatti per esperienza la delizia delle notti estive del Bel Paese, cullate dal camo "di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esp1osivo", per dirla con la prosa profetica di Marinetti, vero prototipo dell’italiano nuovo, che preferiva il design futuristico delle marmitte d’automobile al panneggio della Vittoria di Samotracia.
E poi ci sono i festival gastro-politici dei partiti ("venite compagni", oppure, secondo un’altra lezione "amici", "alla pesca del coniglio!"), i concerti pop in piazza con le amplificazioni a 20.000 watt, il juke-box del bar dell'angolo, l’hi-fi quadrifonico del vicino amante del ballo liscio, il Mundial, i cortei sindacali, il ritorno dalla partita, gli amici dello sposo a clackson spiegato, il mangiacassette che spunta inopinato dalla valigia del vicino di scompartimento, e via assordando. Di fronte alla marea inarrestabile di rumori meccanici ed elettronici, ai mille segnali autorizzati e non, agli amabili riti corali della partecipazione di massa (le attività produttive no, quelle diventano sempre più silenziose, o almeno sono soggette ad un controllo sindacale sulla c.d. "nocività da rumore") il diritto alla privacy sonora appare sempre più come un bene di lusso, accessibile solamente a coloro che per elevatezza di reddito o per marginalità scelta o subita possono interporre vasti spazi di rispetto fra se e il marasma urbano (ville con parco, oppure casolari di campagna, spechi romiti tra le vallate alpine).
Può anche accadere a questo punto che le vittime di tanta prevaricazione, impotenti ad intervenire radicalmente sulla qualità della vita metropolitana (è forse un caso che i fattacci giudiziari riguardino due dei suburbi industriali più ecologicamente degradati di tutto il Paese, vale a dire Genova e Mestre, paradisi della siderurgia e della chimica di base?) scelgano come bersaglio della propria aggressività, secondo una tipica logica di individuazione del punto di minor resistenza, le poche, pretecniche e ormai ridicolmente desuete fonti di produzione del suono: vogliamo dire gli strumenti musicali nella loro povera realtà fisica di corde vibranti e tavole armoniche risonanti, senza nemmeno un mezzo watt di amplificazione elettrica.
Ed ecco trovati i nuovi untori: sono i viziosi strimpellatori di Schumann, i violinisti eredi della dubbia reputazione morale di un Tartini o di un Paganini, gli squallidi adepti del flauto dolce, già bollati di filo nazismo dai vati della scuola di Francoforte. E giù i vicini a sporgere denuncia in carta da bollo, e i pretori a citare in giudizio; indi, udite le testimonianze e valutate le prove, a porre (in nome del popolo italiano) i sigilli alle tastiere, a multare e diffidare i babbi che si mostrano incapaci di instillare
per tempo nei loro pargoletti gusti e valori più adeguati ai tempi moderni C’è una Honda nel tuo futuro, figliolo! Che poi costa anche meno di un Bechstein mezzacoda, ma in compenso ha molti, molti decibel in più. E soprattutto (se sbaglio mi corregga l’arcigno economista) ha dietro di sé un apparato produttivo che per tecnologia, fatturato globale e produttività per addetto deve ispirare reverenza a chiunque. Anche ai magistrati della Repubblica?

Carlo Vitali ("Nuova rivista musicale italiana", n.4, ottobre/dicembre 1979)

sabato, ottobre 19, 2013

Massimo Mila: La fantacustica, principi di una scienza nuova

Roma, Auditorium
Ci rallegriamo spesso per gli innegabili progressi che la cultura musicale sembra fare nel nostro paese, con tanta abbondanza di pubblicazioni, col miglioramento della programmazione nei concerti e nei teatri, con la qualità delle radiotrasmissioni e l’elevato livello di molta parte della produzione discografica. E poi, ogni tanto, giù una mazzata sulla testa, a ricordarti che tutto é come prima, magari peggio di prima.
Poniamo: a Roma sembra si siano finalmente decisi alla costruzione di un auditorium. Bene. Un quotidiano romano, ("Il Tempo", 16 febbraio 1983, pag.4) dedica un’intera pagina al progetto, amabilmente soffiando nella nota polemica tra "effimero" e "permanente". Reca, tra l’altro, la composizione della commissione nominata dalla Giunta regionale per lo studio del problema. Vi sono nomi illustri della cultura, della musica e della spettacolo, come Paolo Portoghesi, Scaparro, Zafred, Zeffirelli. Un Gianni Borgna ne fa parte con la qualifica di "musicologo". La categoria dei musicologi in Italia é liberamente aperta, e niente vieta che ne faccia parte l’autore di uno studio sulla rnusica dei giovani, da Elvis Presley a Sophie Marceau, anche se di musicologi piu qualificati a Roma ce ne sono tanti. Speriamo solo che non si pensi di costruire un auditorium per il rock, genere di musica che presenta esigenze acustiche del tutto diverse da quelle d’un’orchestra sinfonica o d’un quartetto d’archi.
Ma non si tratta di questo. Il guaio é che Per ricreare l’atmosfera perduta a rieducare la nostra sensibilità il giornale ha la felice idea di fare intervistare da Paolo Sangiorgi "uno dei piu autorevoli studiosi viventi di fisica acustica, se non a livello mondiale, certamente europeo". E' un ingegnere, che é anche professore universitario, "uno scienziato abituato a verificare con i fatti quello che dice". Questo luminare della fisica acustica "è però anche uno di quegli uomini che per un’esclusiva  necessità di saggezza rifiuta le interviste, o se le concede pone come condizione essenziale il fatto di non poter essere identificato".
Bene, quali lumi ci porta questo scienziato ignoto? Dopo avere avanzato la scoraggiante affermazione che per costruire un auditorium come si deve, come lo intende lui, non bastano i 18 miliardi stanziati da un assessore regionale, ma "potremmo cavarcela con 200 miliardi tutto compreso", e dopo avere consigliato, del resto non a torto, di non cedere alla tentazione di dimensioni esagerate, per non elaborare una megastruttura come è accaduto a Berlino dove "il suono è riprodotto con impianti di amplificazione", sicché "non è più un auditorium, è una Telefunken, un tempio dell’elettronica" (lì ci suonano gli sprovveduti orchestrali della Filarmonica, sotto la guida di quel notorio incompetente che è Herbert von Karajan), bene, dopo queste premesse generali si entra in particolari d’ordine, diciamo così, scientifico e si forniscono informazioni interessanti, e soprattutto nuove, sulle qualità del suono, prima delle quali viene considerata l’intensità, che si misura in decibel: "30 decibel è la pulsazione del cuore" (accidenti), "120 decibel è il rumore d’un reattore". Per cui se ne deduce che basta la presenza di quattro o cinque persone per coprire il frastuono d’un reattore. E ci si domandi come sia possibile la conversazione di quattro o cinque persone, tutte col loro cuore rombante a 30 decibel ("Sentilo battere! sentilo battere!" diceva Zerlina).
Segue il problema "dell’impulso musicale", che determina "la così detta intellegibilità del discorso". E qui tutto è troppo bello, e bisogna indulgere a una lunga citazione. "Per dire una parola l’uomo impiega circa un secondo; una frase di dieci parole, 10 secondi. Ma se io parlo in un luogo dove al decimo secondo sto ancora ascoltando una parte della prima parola nessuno capirebbe niente. E questo è il problema della coda sonora. Del corretto distacco tra un impulso musicale e l’altro". (Gran conforto, questa Coda, per i sordastri, quelli che "sentono la voce ma non capiscono le parole").
Evidentemente il nostro scienziato ignoto ignora che la velocità di trasmissione del suono è uguale, 340 metri al minuto secondo, in qualunque luogo, al cesso come alla Scala, e varia soltanto col variare della pressione atmosferica (per questo in alta montagna il suono viaggia più adagio che in pianura). La possibilità di sovrapposizione delle onde sonore deriva soltanto dall’eventuale presenza di riverberazioni, ed è a questo rischio che si deve badare costruendo una sala, qualunque sia la sua ampiezza.
Continuiamo, che ora viene il bello. "Quindi per ascoltare fedelmente un concerto fatto con musiche di Rossini e più in generale di musica italiana dell’800 c’è bisogno di una maggior scansione. Per la musica tedesca e Wagner in particolare è necessario invece un maggiore impasto". Donde la preoccupante deduzione che a rigore "sarebbero necessari auditorium diversi" (con quel prezzo!) "per musiche diverse".
Oltre all’intensità, e in certo senso prima, perché più intrinseci, è noto che il suono possiede altri due parametri: l’altezza e il timbro. Il nostro scienziato riesce brillantemente a confonderli l’uno con l’altro. “Ultimo problema da affrontare è quello del timbro. Della qualità della riproduzione. Questa si misura in "ertz" (sic!). 100 ertz (sic!) ad esempio è il timbro di una voce maschile, 200 quello di una voce femminile, 16.000 ertz (sic!) è invece una zanzara. E' in base a queste frequenze che si distingue il suono di uno strumento da un altro".
L’incognito studioso sarebbe ben imbarazzato a spiegare perché una medesima nota, della stessa altezza, con lo stesso numero di hertz, suoni tanto diversa alle nostre orecchie a seconda che sia emessa dalla voce della Caballé, dal flauto di Gazzelloni o dal violino di Uto Ughi. Qualunque scolaro del sest’anno di conservatorio potrebbe spiegargli che il timbro e l’altezza sono due qualità diverse e distinte del suono. L’altezza, non il timbro, dipende dal numero di hertz, cioè dalla frequenza di vibrazioni d’un corpo elastico (200 per la voce femminile sono davvero un po’ pochine, ma non è escluso che qualche contralto fenomenale ci riesca a scendere). Il timbro dipende dalle diverse combinazioni di suoni armonici che si accompagnano al suono fondamentale. Ma chissà se il nostro Professore sa che Cosa sono i suoni armonici. E tuttavia egli appartiene a quella categoria di personaggi che nel linguaggio giornalistico si designano con l’ineffabile qualifica di "esperti".

Massimo Mila ("Nuova Rivista Musicale Italiana", n.1, gennaio/marzo 1983)