Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

lunedì, ottobre 17, 2005

Sergiu Celibidache l'incorruttibile

Conobbi Sergiu Celibidache dodici anni or sono, quand'ero direttore artistico del Comunale di Bologna, e per due anni ebbi occasione di vederlo frequentemente; da dieci anni non l'ho più incontrato. Ci salutammo molto correttamente e persino cordialmente, l'ultima volta. Ma, poco prima, eravamo incappati in una di quelle liti che lasciano una frattura incolmabile: specie con Celibidache, uomo che non dimentica.
Gli ho dedicato il mio ultimo libro, a cui tengo moltissimo. Gliel'ho dedicato senza dirglielo, perché non ho più avuto occasione di vederlo, e senza pensare se la dedica gli avrebbe fatto piacere o no: gliel'ho dedicato perché, sebbene sia persona con cui è talvolta impossibile andar d'accordo, Celibidache è un educatore, a cui io devo molto.
Un educatore che educa onorando fino all'autodistruzione la verità o quella che lui crede sia la verità. Celibidache non ha mai badato alla carriera e non ha mai cercato di tenersi aperta, nella sconfitta, una via di scampo. Si raccontano di lui molte storie, forse vere e forse inventate, ma che rispondono esattamente al personaggio quale l'ho conosciuto. Una mi sembra esemplare. Si dice che il suo comportamento fu tanto lineare quanto suicida quando, appena diplomato, ebbe l'incarico di supplire Furtwängler, tenuto ìn quarantena perché compromesso col nazismo, alla Filarmonica di Berlino. Tornato Furtwängler a Berlino dopo aver ripreso l'attività ed aver diretto un po' dappertutto, l'orchestra venne chiamata a votare pro forma il nome del direttore, a vita, della Filarmonica. Celibidache non si mise da parte e non si tenne di riserva per la successione, ma si presentò invece in concorrenza con Furtwängler: ebbe un sol voto, quello del Konzertmeister, del violino di spalla.
Vera o no che sia la storia - si tratterebbe di verificarla - sta di fatto che Celibidache, che giudicava e che continuò a giudicare negativamente il Furtwäengler musicista, si schierò contro di lui per sacro rispetto della musica. "Non bisogna mettere qui in evidenza il timpano" - gli sentii dire una volta, mentre spiegava l'ultimo tempo della Patetica di Ciaikovsky "Furtwängler lo fa, e ciò dimostra che questo è un errore". E se i Filarmonici di Berlino, dopo aver suonato per sette anni con Celibidache, consentivano al ritorno di Furtwäengler, peggio per loro; Celibidache doveva metterli di fronte alle loro responsabilità verso la musica, sacrificando se stesso. Perdette, ma ebbe il voto del Konzertmeister. E questo lasciava aperta la speranza.
Nella lite furiosa che lo portò ad abbandonare Bologna - dove era direttore stabile - e a non dirigere più in Italia, e nella quale io venni coinvolto non in prima persona, Celibidache non aveva la minima ragionevole probabilità di spuntarla, e lo sapeva. Ma non se ne andò sbattendo sdegnosamente la porta. Mi è capitato più volte di trovare direttori d'orchestra, registi, cantanti che si servono della forza del loro prestigio e che fanno gesti clamorosi per ottenere il massimo: la vittoria sul momento senza compromettere il futuro. Celibidache propose invece, sul momento, una soluzione compromissoria che era persino grottesca e che lo mise in una posizione di estrema debolezza. Come sempre, sacrificava se stesso, ponendo al teatro il problema morale di perdere per il futuro la collaborazione di un musicista come lui. Fra i tanti che ho conosciuto ne ho trovato un altro solo, di questo stampo. Io non lo capii bene, allora, tutto invaso com'ero dalla rabbia di trovarmi alle prese con una tale insana ostinatezza. E mi sentii liberato da un peso quando Celibidache se ne andò, e gli fui grato e stupito perché se ne andò senza fare scenate.
Le avesse fatte, benedett'uomo! Avrei continuato a detestarlo. Invece, un poco alla volta cominciai a pensare che, nella sua follia, Celibidache aveva giocato una posta molto alta, e mi trovai nella spiacevole situazione di don Abbondio, che di fronte al Cardinal Federigo pensa solo "Che sant'uomo, ma che tormento". Oggi credo che sia proprio degli educatori essere dei tormenti, a patto di essere pure sant'uomini. E Celibidache, per quanto mi riguarda, lo è stato.

Piero Rattalino (Musica Viva, Anno VIII n.1, gennaio 1984)

1 commento:

Anonimo ha detto...

Che io sappia la vicenda del voto del primo violino dei Berliner ci fu dopo la morte di Furtwängler, quando dovettero decidere il nuovo direttore a vita (Furtwängler era il precedente ed era appunto morto).
Tra l'altro i rapporti tra Furtwängler e Celibidache non mi risulta fossero così astiosi come sembrerebbe da questo articolo di Rattalino.
Insomma, credo proprio che la memoria gli abbia giocato un brutto scherzo.