Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

mercoledì, gennaio 21, 2026

Incontro con Gisella Selden-Goth

Gisella Selden-Goth (1884-1975)
Su una collina appena fuori di Firenze, al termine 
di una strada la cui rapidità è addolcita da alcune curve che consentono di vedere la «Torre del Diavolo» da quasi tutti i lati, si giunge ad uno spiazzo non vasto nel quale alcuni cipressi in età matura chiacchierano tra loro a ridosso di un muro merlato. Nella parte sinistra del muro, un portone dal color verde intenso viene aperto dopo che il suono della campana ha avvertito gli abitanti di questa costruzione medioevale gaia e ridente a dispetto del nome che porta. Qui da ormai tre lustri vive Gisella Selden-Goth, in una pace rallegrata dai fiori e dai frutti di tutte le stagioni, amorosamente coltivati e posti ad adornare e a profumare le varie stanze.
Cittadina americana, ma ungherese di nascita, la Selden-Goth sta per compiere ottant'anni, essendo nata il 6 giugno del 1884 o, come essa dice, «il sesto giorno del sesto mese di un anno la cui somma dei numeri che lo compongono dà un multiplo di tre». Non alta di statura, porta i candidi capelli raccolti dietro la nuca e le mani larghe, dai polpastrelli piatti e tesi, suggeriscono l'idea che avrebbe potuto benissimo suonare il violoncello, invece del pianoforte come ha fatto sempre fin dall'infanzia e come tuttora qualche volta fa.
Il pomeriggio è appena cominciato e l'aria è senza vento, densa di sole: par d'essere in una giornata di primavera anziché di gennaio, tante sono le luci dirette e riflesse che è possibile scorgere attraverso le vetrate del salone. Forse è proprio per questo che mi riesce difficile avviare un discorso che possa vincere la naturale ritrosia nel parlare di sé da parte della nostra ospite. Dico nostra perché il mio incontro con l'autrice del più affettuoso omaggio alla memoria di Ferruccio Busoni (un libro di centotrentaquattro pagine che l'editore Olschki ha appena finito di stampare) ha avuto quale testimone Jolanda Galigani che da anni ne gode la fiducia e la stima. «Non so se sono stata una donna completamente felice . dice Gisella Selden-Goth rispondendo direttamente ad una mia domanda che abborda l'argomento da lontano - dal punto di vista delle soddisfazioni spirituali. È una cosa che non mi sono mai chiesta sul serio perché non ne ho avuto il tempo. Posso però dire di essere stata fortunata, avendo avuto la possibilità di conoscere e di frequentare lungamente parecchi dei protagonisti della scena culturale mondiale. Con alcuni di essi ho stretto dei legami di profonda amicizia e anche dopo la loro scomparsa ho continuato a sentirli vicini. E se non parlo volentieri dei grandi personaggi coi quali ho intrattenuto rapporti è soprattutto perché non voglio
mettermi sullo stesso piano di coloro i quali vendono i propri ricordi»
Di ricordi questa signora dalla voce chiara che parla tanto bene la nostra lingua, solo fermandosi di tanto in tanto alla ricerca di un aggettivo che illumini la frase, ne ha tanti e di qualsiasi tipo. In mezzo ad essi addirittura vive e ogni giorno che passa ne disseppellisce dalla memoria e ne costruisce di nuovi per il domani, continuando a interessarsi attivamente di quanto succede in tutto il mondo nel campo dell'arte. Ha solo diradato le visite di quelli che vogliono conoscerla, perché non è e non si sente un «mostro sacro». Così ha più tempo per raccogliersi e da riservare agli amici intimi. «Non è che sia diminuita la mia voglia di venire a contatto con delle persone nuove, ma l'esperienza mi ha insegnato che è inutile avvicinare, specie oggi, individui restii ad accantonare i propri egoismi per mettersi sul piano della comunicabilità».
Nata e maturata in un ambiente intellettuale, Gisella Selden-Goth è stata l'unica allieva in composizione di Bela Bartok eccetto la di lui moglie e i suoi lunghi soggiorni in molti paesi del mondo («Solo per andare negli Stati Uniti ho solcato l'Atlantico diciotto volte») le hanno offerto la possibilità di raggiungere, sommando gli incontri con gli uomini a quelli con le varie culture, mete che molti ancora le invidiano. Ciò è accaduto da un lato per il suo entusiastico desiderio di conoscenza e dall'altro per l'intensità della sua partecipazione alla vita degli altri, che ha sempre visto prima di tutto quali creature umane. A lei e al suo senso dell'umanità, tanto più profondo quanto meno evidente, i suoi amici illustri si sono sempre rivolti, sicuri della sua comprensione e della sua riservatezza. Non stupisce quindi che non voglia giudicare nessuno, limitandosi ad esprimere, pesando le parole, qualche opinione. Se mai, lascio parlare i documenti, quali ad esempio le sessantatré lettere indirizzatele da Stefan Zweig, che ha pubblicato da qualche mese in Germania. il dolore causatole dalla morte del grande scrittore austriaco, autore de «Il mondo di ieri», suicidatosi insieme alla seconda moglie nel Sud America prima della fine dell'ultimo conflitto, non essendo più in grado di sopportarne gli orrori e gli scempi, vibra ancora, benché lei non voglia, nelle sue parole.
Ritengo opportuno cambiare argomento e le chiedo di mostrarmi, trasferendoci nel salone accanto, la collezione di manoscritti musicali che l'ha resa celebre nel mondo e che è da poco ritornata da una esposizione alla «Library of Congress» di New York e alla quale andrà definitivamente dopo la sua morte. Si tratta di opere da lei acquistate in aste svoltesi nei due emisferi. «Il tesoro della casa», come lo chiama la Selden-Goth, è una composizione per organo di J.S. Bach. Gli sono degni compagni lavori di Schubert, Liszt, Haydn, Weber, Wolf, Paganini, Porpora, Chopin, Mendelssohn, Schönberg e altri. Sulla sinistra dell'ambiente, ove apposite bacheche inframmezzate da librerie raccolgono la collezione, sta un pianoforte a coda. Sopra di esso, vicino alla fotografia con dedica di Ferruccio Busoni e alle trentacinque pagine del suo manoscritto della «Nuova Estetica», Gisella Selden-Goth ha posto l'autografo della mozartiana «Fuga a due cembali», recante la data del 29 dicembre 1793, affinché l'idolo del genio di Empoli gli sia il più possibile vicino. Girando lo sguardo, ci si accorge che forse non a caso la fotografia di Busoni è quasi di fronte all'autografo bachiano e cioè del maestro che egli maggiormente aveva ammirato dopo il salisburghese. Il discorso fatalmente ritorna su Ferruccio Busoni, del quale quest'anno ricorre il quarantennale della morte e fra due anni sarà celebrato il centenario della nascita. «Non sono mai stata allieva di Busoni - tiene a precisare la signora Selden-Goth - ma soltanto un'amica devota che tuttora lo venera e compie ogni sforzo per mantenerne viva la memoria. E mi permetta di aggiungere che trovo disdicevole per l'Italia che la figura e l'opera di questo suo figlio siano così poco conosciute. La stessa Firenze gli ha dedicato una strada non certo degna di lui». La voce della mia interlocutrice si è fatta un po' secca e i movimenti delle mani ora congiunte sul petto esprimono molto di più di qualsiasi altra parola. Non posso non darle ragione. Accampando le scuse meno valide, noi italiani non ci siamo mai seriamente preoccupati di porre nella dovuta evidenza Ferruccio Busoni, Eppure egli è stato non solo l'autore di «Arlecchino», della «Turandot» e del «Dottor Faust» che quest'anno finalmente riascolteremo al «Maggio Musicale Fiorentino», ma anche l'ineguagliato editore di Bach, il teorico (pur frammentario) della musica moderna. E ancora: Un pianista formidabile e un maestro forse troppo esigente e ciò non ostante capace di formare allievi quali Egon Petri, Dimitri Mitropoulos, Wladimir Vogel, Joseph Szigeti, Kurt Weill, tanto per citarne alcuni. «Già - annuisce la Selden-Goth - Busoni è stato tutto questo e anche qualcosa di più. Un fenomeno irripetibile. E l'alone di mistero che l'ha circondato e lo circonda trova nella di lui vita più di una spiegazione. Valgano tre esempi. Il primo si riferisce al suo pianismo, di cui nessun disco potrebbe restituirci l'immagine esatta in quanto la componente magica che lo caratterizzava non è riproducibile. Il secondo alla sua abitudine di non nascondere quel che pensava, fino ad affermare: "Io so annusare la volgarità anche da un solo comma, quando lo vedo per iscritto". Il terzo esempio riguarda l'ultima frase che pronunciò prima di morire, per domandare all'allievo Zadora che, dalla stanza accanto, gli suonasse al pianoforte la «Barcarola venezíana» di Mendelssohn e cioè quanto dì più apparentemente distante dal suo spirito ci potesse essere in quell'attimo supremo. Ho deciso che tutti i manoscritti in mio possesso, lettere incluse, del mio maestro Bela Bartok e di Ferruccio Busoni rimangano alla mia famiglia, con la raccomandazione che restino in Italia».
Due cani, un bassotto e un raff-terrier, irrompono dal giardino attraverso una vetrata rimasta socchiusa. Si fermano di colpo e ci vengono ad annusare. Poi ci fanno festa. Gisella Selden-Goth sorride dolcemente e ci tende le mani. «Son venuti a dirmi che debbo uscire un attimo con loro prima che il sole si raffreddi. Arrivederci a presto». Suona un campanello e lo stesso cameriere che ci aveva introdotti ci accompagna all'uscita. Sul tavolino, in mezzo alle poltrone, lascio una lettera di Busoni a Gisella Selden-Goth, senza averla potuta finire di leggere. Fra l'altro, egli scriveva: «Mi risulta sempre più chiaro che noi della musica non possiamo prendere maggior visione quanto forse delle stelle. Possediamo di essa solo una piccola entità, mentre è probabilmente infinita...».
Giovanni Attilio Baldi
("Disclub", 4, anno II, gennaio 1964)

sabato, gennaio 10, 2026

Debussy e la fanciulla benedetta

Claude Debussy (1862-1918)
Da circa un quarto di secolo 
gli studiosi di Debussy rifiutano l'etichetta un tempo corrente di “impressionista”. Questo per una duplice esigenza: far comprendere meglio gli aspetti più specifici e originali della sua musica e in particolare della sua concezione del tempo musicale, e indagare sui suoi rapporti con le altre arti.
È in questi rapporti che il musicista francese rivela una straordinaria recettività, un'apertura vastissima. Significativo in tal senso è il suo interesse per il movimento preraffaellita, soprattutto per Dante Gabriel Rossetti.
L'incontro con i versi di Rossetti nella composizione della Damoiselle élue segna una fase cruciale nel percorso di Debussy: siamo negli anni 1887-88, subito dopo le Ariettes oubliées su testo di Verlaine, e prima dei Cinq poèmes de Baudelaire.
A Rossetti peraltro Debussy pensò di tornare progettando prima della fine del secolo una composizione tratta dalla sua Saulaie (traduzione francese di Willow-wood). Ma non sappiamo fino a che punto egli vi si dedicò.
La Damoiselle élue fu composta quando i Preraffaelliti in Francia erano una scoperta ancora recente e relativamente poco nota: la commissione del Prix de Rome, che Debussy aveva vinto nel 1884, giudicò il testo di questa cantata «troppo oscuro», e tale da giustificare in qualche modo, con il suo «carattere indeterminato», le «sistematiche tendenze al vago nella forma e nell'espressione» già in precedenza rimproverare al compositore.
Debussy aveva dunque riconosciuto subito in Dante Gabriel Rossetti le suggestioni che gli servivano: la diffusione dei Preraffaelliti in Francia comincia dopo il 1880, e in particolare sono del 1884 alcuni importanti articoli di Paul Bourget e di Gabriel Sarrazin, mentre l'anno successivo esce l'antologia Les poètes moderns d'Angleterre, dovuta sempre a Sarrazin, da cui Debussy trasse la traduzione francese della Blessed Damozel di Rossetti. La poesia era stata scritta nel 1847, all'epoca in cui Rossetti ventenne traduceva i poeti dello stil novo e della scuola siciliana e la Vita nova, che riecheggiano nei suoi versi.
La “damozel”, la fanciulla benedetta che languidamente si sporge dal dorato balcone del cielo, con tre gigli in mano e sette stelle nella bionda e lunga chioma, è morta giovanissima, come Beatrice, e come lei rivolge il pensiero all'innamorato sulla terra. Ma diversamente da Beatrice, non nutre affatto preoccupazioni di natura pedagogico-morale. Al contrario, vive tutta nella struggente attesa di ricongiungersi all'amato, in un paradiso che somiglia piuttosto a un limbo venato di morbida e malinconica sensualità. Là gli amanti si bagneranno nella luce al cospetto di Dio, parleranno del loro amore «sans confusion ni faiblesse» e accosteranno le guance, riscattando finalmente il desiderio inappagato, la languida nostalgia carnale che dà il suo sapore peculiare al «misticismo» della poesia.
La poesia si conclude con una nota di sospesa mestizia, di attesa frustrata: la fanciulla, ingannata da un volo d'angeli che si perde in lontananza, prima sorride, sperando nell'arrivo dell'amato, poi piange delusa. Così nei versi di Rossetti gli echi stilnovistici conferiscono un colore del tutto peculiare al tema romantico di amore e morte, e l'immagine della fanciulla angelicata rivela le ambigue, misteriose inquietudini e gli estenuati languori che circondano di arcane suggestioni molte figure femminili del Simbolismo. Mélisande è meno evanescente, ma la sua immagine è altrettanto carica di silenzio e di mistero. Maeterlinck trasse del resto dalla poesia di Rossetti importanti stimoli, e in questo senso la scelta di Debussy sembra portare il segno di una predestinazione. E a Debussy non potevano sfuggire le suggestioni esercitate su Rossetti da Poe e da alcune sue figure femminili circondate da un alone spettrale. Lo stesso Rossetti aveva indicato la propria fonte in una delle più celebri poesie di Poe, The Raven: «Vidi che Poe aveva fatto il possibile per rendere il dolore di un amante in terra e decisi di invertire la situazione e di dare sfogo ai- sogni dell'amata in cielo». All'immagine della Blessed Damozel, che accompagnò Rossetti nel corso di tutta la sua carriera artistica, è legato anche un dipinto del 1875-78. Vi si traducono in termini visivi le ambigue seduzioni, l'alone di mistero e morbida sensualità che caratterizzano il paradiso sognato nella poesia: il quadro è concepito come una pala d'altare, dove la fanciulla si affaccia, mentre nella predella sottostante l'infelice innamorato volge verso l'alto uno sguardo di mestizia inconsolabile. Sarrazin vide il quadro a Londra nel 1883, Debussy potrebbe averne conosciuto una riproduzione.
Del mondo poetico e visivo di Rossetti si trovano tracce nell'opera di Debussy fino al Martyre de Saint Sébastien. Qui importa sottolineare come le suggestioni di quel mondo contribuirono alla prima definizione della musica di Debussy: l'incantata freschezza e il fascino acerbo della Damoiselle élue sono inseparabili dal clima onirico e dalla sensualità del testo. In questa musica la ricerca di una raffinata semplicità, di diafane trasparenze, mira a superare o eludere i rischi di eccessive influenze wagneriane, sebbene siano innegabilmente presenti echi del Parsifal che Debussy aveva ascoltato a Bayreuth nel 1888, accanto a suggestioni legate a Franck e ad alcuni aspetti della tradizione francese, ad esempio a Gounod.
Il particolare sapore della Damoiselle élue nasce anche dal suo definirsi come un'opera di transizione, dove convivono in un singolare amalgama echi di armonie tristaniane e lievi arabeschi Art Nouveau, intuizioni vocali e strumentali presaghe del Pelléas e inflessioni non lontane da Gounod o da languori massenettiani. Di qui il suo fascino, con la grazia diafana, la ieratica, voluta «monotonia», fatta di pallore esangue, dove alcuni dei momenti più suggestivi sono legati all'incanto arcano e sospeso dei silenzi evocati dai versi di Rossetti. In questa partitura l'aerea leggerezza coesiste anche con pagine di rarefatta, studiata semplicità (ad esempio nelle inflessioni arcaiche della scrittura corale) e di situazioni armoniche di più consistente spessore. Per la prima volta qui Debussy affronta un testo in prosa: i versi di Rossetti infatti sono tradotti da Sarrazin in liberi andamenti che solo qua e là presentano rime e simmetrie. Senza giungere alle sottigliezze e all'intensità della vocalità del Pelléas la parte vocale muove in una direzione di raffinata, non convenzionale sobrietà, e presenta nella felice flessibilità soluzioni non lontane da quelle del Debussy maturo. Il suo rapporto con il testo è rivelato anche dai tagli da lui praticati nel metterlo in musica, omettendo 10 delle 24 strofe della poesia e conferendo cosi maggior risalto agli elementi essenziali dell'immagine femminile, cara a Rossetti, ma affascinante anche per il musicista.
Il testo offre un naturale punto di riferimento per l'articolazione formale del pezzo, dove si riconoscono quattro sezioni collegate fra loro senza interruzione: un preludio strumentale, un primo episodio narrativo affidato al coro e alla récitante, un episodio centrale con le parole della damoiselle e una conclusione (di nuovo con il coro e la récitante). L'inizio del preludio ci pone di fronte a una delle più rivelatrici intuizioni armonico-timbriche: il primo tema, di estrema semplicità, si delinea «lento e calmo» su accordi perfetti che danno luogo a una caratteristica successione di quinte parallele, con l'effetto di un suono luminoso e pagine più direttamente collegabili a un clima di gusto preraffaellita, e colloca subito la cantata in una sfera arcana e remota. Seguono morbidi ondeggiamenti di arpeggi, e poco oltre gli archi propongono il secondo tema, di sapore più tradizionale, non immemore forse di Gounod. Di ammirevole flessibilità nei suoi accenti pastorali è il terzo tema, introdotto alla battuta 35 dal flauto solo. Questi tre temi costituiscono il materiale principale del pezzo, dove ritornano in diverse varianti, affiancandosi ad alcune idee nuove che trovano di volta in volta spazio più limitato. Si riconosce una assai libera simmetria tra il primo episodio (che segue il preludio) e quello conclusivo, più breve, tra le sezioni cioè che incorniciano il monologo della damoiselle. Jean Barraqué ha sottolineato la straordinaria suggestione, «degna del Pelléas», dell'inizio di questo monologo, introdotto da un disegno discendente dell'oboe che si profila in un arcano silenzio, e avviato poi in un clima di mestissima rarefazione.
Ma i presagi del Pelléas non si esauriscono qui: fra gli altri, un passo verso la fine, dopo che gli archi col tremolo hanno evocato il volo d'angeli che illude la damoiselle, là dove tale volo si perde «dans les sphères distantes» su un accordo che irradia una luce malinconica e arcana.
Non parliamo di presagi del Pelléas per invitare a un ascolto della Damoiselle élue in funzione del capolavoro futuro. Semplicemente si vuole mostrare con quale consapevole coerenza la scelta del testo di Rossetti si inserisce nella ricerca del giovane Debussy e contribuisce a fargli prendere coscienza di aspetti essenziali della sua poetica. È un testo collegabile ad altre sue scelte, non solo per i rapporti con Maeterlinck e Poe. Anche e soprattutto per la sensualità di cui è impregnato e per le sue ambivalenze (si pensi solo al rapporto con la poesia stilnovistica e con la Beatrice dantesca) merita più attenzione delle facili ironie di chi ebbe a definire la damoiselle «la sorellina di Mélisande, una Mélisande da collegio», come Marcel Dietschy.
Paolo Petazzi
("Musica e Dossier", Anno II, Numero 4, Febbraio 1987)

giovedì, gennaio 01, 2026

Elettra: Strauss e il suo tempo...

Strauss (1864-1949) al tempo di Elettra
La prima musica edita di Riccardo Strauss porta la data 
del 1881, ma il precoce musicista aveva già sottoscritto alcune pagine nel 1870 quando aveva cioè appena sei anni. La sua carriera fu rapida; l'incontro con Alessandro Ritter decisivo per la sua arte e la sua carriera. La fama fu presto raggiunta ed egli ebbe anche l'alto onore di dirigere a Bayreuth il Tannhäuser del suo «dio» Wagner.
L'Elettra è preceduta dalle opere Guntram (1894), Feuersnot (1901) e Salomè (1905) e dai poemi sinfonici Dall'ItaliaDon Giovanni, Macbeth, Morte e trasfigurazione, Till Eulenspiegel, Così parlò Zaratustra, Don Chisciotte, Vita d'eroeSinfonia domestica; perciò l'opera di cui ci occupiamo nacque quando il nome di Strauss aveva già varcato i confini della patria dando origine ad una vera montagna di discussioni più o meno giustificate.
Di qualunque natura fossero tali discussioni, l'ammirazione non difettava mai in esse. Se pensiamo, anche oggi, che il Don Giovanni porta la firma di un musicista di venticinque anni, bisogna riconoscere che del talento in quel «barbaro dagli occhi azzurri» ve ne doveva essere.
In Italia, però, la più forte ammirazione e le critiche più vive le destò la Salomè, opera altamente impegnativa; fu essa a stornare il compositore dal poema sinfonico che tanto amava. Il Bcllaigue aveva già definito questo atto tenebroso e sensuale «la mise en oeuvre la plus extraordinaire des elements les plus miserables»; a questa affermazione ne seguirono numerose altre che andarono alla ricerca delle fonti più disparate, fino ad accusare il musicista di insistere, con troppa compiacenza, in uno «stile» da caffè-concerto tedesco. Ma a questi sciocchi censori lo Strauss rispose con quel capolavoro che è il Cavaliere della rosa; e a coloro che rintracciarono un senso di volgarità nella danza della figlia di Erode
egli regalò i ritmi di valzer del barone Orchs di Lerchenau. Del resto ai suoi oppositori, ispirandosi alla filosofia Wagneriana dei Maestri cantori di Norimberga, aveva già risposto in Vita d'eroe.
Elettra diede modo ai critici di affilare ancor più quelle armi che avevano già usato per Salomè. La polemica giunse fino al punto di affermare decisamente che Strauss non scriveva melodie, ma obbligava i cantanti ad urlare e ad interpretare drammi e tragedie sensuali e crudeli. Niente più. Accusa quest'ultima, almeno fino al 1905, non fatta a torto; ma Strauss non era poi il solo responsabile: era anche colpa del tempo e l'autore di Don Giovanni non voleva essere altro che un interprete del suo tempo.
Se noi oggi volessimo fare un processo retrospettivo all'arte di Strauss ci troveremmo nella necessità di chiamare a testimone, e forse ad imputata, tutta la civiltà che dettò legge dalla fine dell'ottocento ai primi del novecento. Nel 1912, dopo l'apparizione del Cavaliere della rosa, Giannotto Bastianelli rilevò che Strauss viveva, palpitava, nel presente di allora; affermò che il musicista era, in fondo, niente altro che una parte del mondo intellettuale; uno strano mondo che «per vivere il presente si ripiega sul passato e addolorato di questo ripiegamento all'indietro, disperato di uno slancio nuovo in avanti, prorompe in una stridente sonora risata umoristica e ironica». Il mondo, insomma, che rammentava bene la umanissima satira del Falstaff verdiano e constatava la propria impotenza a oltrepassare il confine parsifaliano.
Quale fu la conseguenza di tutto ciò? Che la tecnica, espressione tipica del momento, prevalse sullo spirito. Scrisse argutamente Ottone Schanzer, il poeta-traduttore dell'Elettra, in una amichevole polemica: «Il contenuto tematico della musica straussiana è volgare? Ebbene volgiamoci intorno, di grazia! Non è la vita odierna, nelle massime e tipiche sue espressioni, un tessuto di volgarità e di violenze? Dall'automobile investitore, fetido e fragoroso, alla violenza meetingaia dei vari Rabagas popolari; dalla brutalità sanguinaria delle guerre alle gare di box e di lotta; dalle selvaggie e crudeli manovre affaristiche al Knut russo e alla... ghigliottina francese? E si pretende che l'uomo chiamato ad esprimere in suoni la vita del suo tempo, non risenta fatalmente di tali durezze e di tali volgarità? Se lo Strauss è grande, è tale appunto per questo, che egli è non già un registratore di suoni, ma il più colossale risuonatore della vita moderna. Egli è l'esponente musicale del suo tempo».
Le polemiche, come sempre accade, esagerarono; si fece perfino una colpa allo Strauss di aver accettato l'eredità orchestrale e sinfonica del ricco patrimonio wagneriano. Verissimo, invece, che Strauss lasciò la spiritualità wagneriana per darsi in braccio ad Oscar Wilde, verissimo che le sue partiture sono più costruite che spontanee; ma, infine, chi poteva avere spalle tanto ampie da sopportare simile peso e tanta capacità da riuscire ad «amministrare» a dovere la ricchezza delle undici opere wagneriane?
Strauss, per liberarsi di questo peso, assommò tutto il passato e tutto il presente, divenne così lo schiavo del suo tempo apparendo di volta in volta reale, fantastico, satirico, elegante, raffinato, grossolano, eroico, sensuale, erotico, perverso, feroce. Decadente e cerebrale, raddoppio senza timore le dosi al momento opportuno.
Egli, che aveva cominciato scrivendo musica da camera pura, volle poi dinanzi a sé, nel momento della composizione e dell'ispirazione, un programma, una visione da commentare: nella musica sinfonica, nel teatro, nel lied. Le partiture di Strauss potrebbero considerarsi un meraviglioso preludio al film sonoro, una serie di illustrazioni e di fatti eccezionalmente commentati attraverso la musica. Mentre Debussy coglieva il profumo, l'aria dei paesaggi che immaginava, Strauss ci disegnava a vivi colori gli eroi preferiti con tutti i loro sentimenti e con tutti i loro difetti.
Con la sua musica Strauss dichiarava guerra, a squilli di tromba, al mondo intellettuale europeo. Questo rimase da prima stordito, ma i musicisti veri, coloro che non si contentavano di sfiorare la superficie delle varie manifestazioni dell'arte, cercavano di persuadere i parolai che nelle partiture di Strauss, Elettra compresa, esisteva abilità polifonica, audacia armonica, potenza orchestrale e una costruzione veramente gigantesca. Giovanni Tebaldini, nel 1909, riconosceva che Strauss possedeva una potenzialità e una sicurezza magnifiche nell'usare i mezzi espressivi e un così grandioso imperio dell'orchestra da «impressionare e sbalordire chiunque». Le partiture di Strauss, infatti, sono dei veri e propri «trattati» dei quali bisogna però fare uso discreto per non far in modo da rimanere vittima della loro potenza d'attrazione.
Colui che cercava di essere l'interprete del proprio tempo vide «il tempo» schierarsi contro di lui. Le accuse piovvero da ogni parte ancora. Si disse persino che egli aveva una spiccata inclinazione a tradurre la musica «in biglietti da mille», che si trastullava con un materiale da operetta, che rubava i suoi temi ai musicisti più disparati, che depredava Wagner, spudoratamente. Ci fu chi ebbe a dire che la mancanza di un codice atto a punire questi «attentati all'arte» dovesse essere considerata una delle più curiose «minchionerie» del secolo XX! Che cosa non si disse di Strauss o contro Strauss? Pure, se rileggiamo gli scritti dell'epoca, vediamo che nelle ultime righe, poco prima della firma - forse per attenuare la fegatosità delle critiche precedenti - appare quasi sempre una frase che suona presso a poco così: «ad ogni modo è certo che ci troviamo dinanzi ad una delle figure più rappresentative dell'arte musicale»... Anche la polemica e la stroncatura erano un'abitudine, una mania del tempo; di tale mania, qualche critico moderno, non è ancora guarito.
La densa folla degli «antagonisti», allorché apparvero l'Arianna a Nasso e il Borghese gentiluomo, credette di poter cantare vittoria, anzi si gridò questa parola prima ancora che si conoscessero tali partiture. Ma Strauss non aveva nessuna intenzione di rinnovarsi o di rinunciare a se stesso; lo dimostrarono più tardi la Donna senz'ombra e la Donna silenziosa. Scrisse acutamente il Bastianelli: «La novità non consiste che in un perfezionamento. Pochi autori come lo Strauss si trovano nell'impossibilità di rinnovarsi. Perché tal miracolo avvenisse, non occorrerebbe soltanto che si mutassero i modelli a cui lo Strauss si è costantemente ispirato, Gluck, Mozart, Haydn, Rossini, Beethoven, Schubert, Schumann, Brahms, Weber, Wagner, Bruckner e, perfino, Bellini, Donizetti e Verdi; non occorrerebbe soltanto che lo Strauss cominciasse a sentire la purezza di stile dei nostri madrigalisti, del quattro c del cinquecento e dei nostri organisti religiosi dello stesso tempo. Un mutamento d'indirizzo storico nella cultura straussiana, d'altra parte difficilissimo, non potrebbe portare che a un mutamento di gusti, dirò così, per loro stessi immutabilmente eclettici. No, perché davvero lo Strauss si rinnovasse occorrerebbe che si rinnovasse quel suo senso scettico della vita, quella sua coscienza di raffinato indifferente, quella sua anima di dilettante moderno. Allora si muterebbe anche il suo punto di vista estetico, che è un eclettismo indifferente, desideroso sol di accumulare materiale melodico armonico e strumentale, atto a sorprendere e ad eccitare i nervi». Lo scettico, il raffinato, il dilettante non mutarono in nulla e gli «antagonisti» furono battuti, come appunto accade in Vita d'eroe.
Con quanto si è detto, naturalmente, non si vuole affermare che l'opera di Strauss sia perfetta. Intanto egli, se ebbe la forza di liberarsi dai miti wagneriani, ebbe anche il torto di cadere in braccio al decadentismo; altro suo «ripiegamento» potrebbe essere considerato il passaggio compiuto dal parossismo alla bassa ironia; ma il lato debole di questo «teutone prepotente» non è ancora qui. Egli, nella sua potenza di creatore, rimase sempre soggiogato a qualcuno e a qualche cosa; la «visione» lo domina ovunque; l'ombra di Wagner lo segue imperterrita; la tematica impersonale lo soffoca. Liszt, Berlioz e Wagner lo tengono al laccio; egli si vendica inserendo vene ironiche nella sua Arianna, ma il suo spirito non riesce a persuadere, forse perché anche esso affoga nella prolissità germanica.
Era stato lui a dire «fra dieci anni nessuno saprà più chi sia Wagner», era stato lui a bestemmiare così sul Sigfrido: «È un'opera noiosa, brutta, disordinata, senza alcuna traccia di melodia... Gli ottoni eseguiscono passi propri degli archi... Gli accordi, se pure meritano ancora questo nome, straziano l'orecchio... Il principio del terzo atto è un baccano infernale da non si dire... Non trovo parole per spiegare quanto sia brutta questa musica!». Wagner si vendicava, ossessionandolo, con la sua presenza.
Soffocato dalla tematica impersonale, si è detto. C'è stato chi è andato più in là ed ha negato uno stile allo Strauss. Ora se ò vero che Strauss si ispirò a questo ed a quello, se è vero che si inchinò dinanzi a Wagner e a Brahms, se è vero che la costruzione della sua orchestra è impura, è anche vero che la musica di Strauss la si riconosce ad un miglio di distanza. Accade ciò per la sua stessa impurità? Non diremmo, specialmente se pensiamo ai migliori poemi sinfonici.
Colui che non riusciva a frenare la sua passione sonora, alla vigilia dei sessanta anni si fa più riflessivo. Cerca un'orchestra ridotta che prima non amava, si avvicinava a Mozart, e il finale del secondo atto di Intermezzo lo rifà quattro volte: non gli era mai accaduto di essere tanto cauto! Cautela derivante da una meno vitale e spontanea forza creativa? Si. Ormai Strawinski dominava il campo e Strauss sentiva che di là soffiava un vento pericoloso per la sua arte tutta appoggiata sulla tradizione. Ed ecco la confessione: «Anni addietro, mi trovavo a1l'avanguardia, oggi sono quasi alla retroguardia. La cosa mi lascia indifferente. Sono stato sincero in ogni momento della mia vita e non ho mai composto una determinata musica per la gioia di sentirmi qualificare come avvenirista o rivoluzionario. Purtroppo, invece, non sono così sicuro che i così detti «futuristi musicali», nello scrivere i loro lavori atonali e anti-melodici siano altrettanto sinceri e non cerchino, piuttosto, di sbalordire il pubblico, di esasperarlo, per guadagnarsi una fama del genere di quella di Erostrato. Ci sono molti «finti pazzi» nel mondo musicale, io rispetto soltanto i pazzi veri».
Con tutto ciò, Strauss non si pone in disparte, seguita a scrivere imperterrito - è di oggi il suo nuovo lavoro teatrale dal titolo Capriccio - e fino a ieri continuava a girare il mondo, a braccetto di sua moglie, dirigendo i suoi poemi sinfonici. Egli, S. M. Riccardo II, l'Imperatore delle orchestre, non può dimenticare che a quaranta anni era considerato un autentico genio. Vita d'eroe è il programma della sua vita.
A chi un giorno gli domandò quale musica lo soddisfacesse di più, egli rispose sicuro: «La mia!». Il superuomo di Nietzsche, tipico eroe del tempo straussiano, domina tutta la vita di Riccardo Strauss.
Mario Rinaldi
("Elettra", Istituto d'Alta Cultura, 1 gennaio 1943)

martedì, dicembre 30, 2025

Concerti 2025

 


Domenica, 2 febbraio 2025
Modena, Hangar Rosso Tiepido, ore 17,00
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 8 in fa maggiore, Op. 93
- Sinfonia n. 6  in fa maggiore, Op. 68 "Pastorale"
(trascrizione per violino e pianoforte di Hans Sitt)
Mauro Loguercio: violino
Emanuela Piemonti: pianoforte

Sabato, 8 febbraio 2025
Parma, Auditorium Paganini, ore 20,30
Gustav Mahler
Sinfonia n. 5 in do diesis minore
Filarmonica Arturo Toscanini
Robert Treviñodirettore

Giovedì, 13 marzo 2025
Modena, Sede Grandezze & Meraviglie, Via Ganaceto 40c, ore 18,00
in occasione della 13a Giornata Europea della Musica Antica
Johann Sebastian Bach
Die Kunst der Fuge, BWV 1080 - Lezione/Concerto, parte I
Contrapunctus 1
Contrapunctus 2
Contrapunctus 3
Contrapunctus 4
Contrapunctus 5
Contrapunctus 6 a 4 in Stylo Francese
Contrapunctus 7 a 5 per Augmentationem et Diminutionem
Riccardo Castagnetti: clavicembalo

Sabato, 16 marzo 2025
Bologna, Auditorium Manzoni ore 17,30
Johannes Brahms
Ein deutsches Requiem, per soli, coro e orchestra, Op.45
Valentina Farcas, soprano
Liviu Holender, baritono
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Gea Garatti Ansini, maestro del coro
Hartmut Henken, direttore

Giovedì, 20 marzo 2025
Modena, Sede Grandezze & Meraviglie, Via Ganaceto 40c, ore 18,00
in occasione della 13a Giornata Europea della Musica Antica
Johann Sebastian Bach
Die Kunst der Fuge, BWV 1080 - Lezione/Concerto, parte II
Contrapunctus 8 a 3
Contrapunctus 9 a 4 alla Duodecima
Contrapunctus 10 a 4 alla Decima
Contrapunctus 11 a 4
Canon per Augmentationem in Contrario Moto
Canon alla Ottava
Canon alla Decima in Contrapunto alla Terza
- Canon alla Duodecima in Contrapunto alla Quinta
- Fuga a 3 soggetti
Riccardo Castagnetti: clavicembalo

Martedì, 8 aprile 2025
Parma, Auditorium del Carmine, ore 20,30
Omaggio a Dmitrij Shostakovich nel cinquantenario della morte
Dmitrij Shostakovich
- Quintetto per pianoforte e quartetto d'archi, Op. 52 (1940)
- Sinfonia n. 15, Op. 141 (1971) - trascrizione di Victor Derevianko autorizzata dall'Autore per violino, violoncello, pianoforte e percussioni
David Schultheiss: violino
Luigi Mazza, violino
Leonardo Bartali, viola
Yves Savary, violoncello
Pierpaolo Maurizzi, pianoforte
Danilo Grassi, percussioni
Stefano Barbato, percussioni
Tommaso Scopsi, percussioni

Domenica, 24 maggio 2025
Modena, Hangar Rosso Tiepido, ore 20,30
Musica Ricercata - Ricercata Musica
Gyorgy Ligeti
- Musica Ricercata (1953)
  I Sostenuto - Misurato - Prestissimo
  II Mesto, rigido e cerimoniale
  III Allegro con spirito
  IV Tempo di valse (poco vivace: "à l'orgue de Barbarie")
  V Rubato. Lamentoso
  VI Allegro molto capriccioso
  VII Cantabile, molto legato
  VIII Vivace. Energico
  IX (Néla Bartok in memoriam) Adagio. Mesto - Allegro maestoso
  X Vivace. Capriccioso
  XI (Omaggio a Girolamo Frescobaldi) Andante misurato e tranquillo
Pierangelo Taboni
- Ricercata Musica
  XI Andante misurato e tranquillo (del legatissimo)
  X Vivace. Capriccioso (registri estremi)
  IX Adagio. Mesto - Allegro maestoso (alle corde)
  VIII Vivace. Energico (riduzione d'intervalli)
  VII Cantabile, molto legato (corale perpetuo)
  VI Allegro molto capriccioso (la bòta)
  V Rubato. Lamentoso (responsoriale)
  IV Tempo di Valse (Chopin)
  III Allegro con spirito (del tremolo)
  II Mesto, rigido e cerimoniale (tracce di nuova consonanza)
  I Sostenuto-Misurato-Orestissimo (del ribattuto)
Pierangelo Taboni, pianoforte

Domenica, 15 giugno 2025
Bologna, Auditorium Manzoni, ore 16,00
Richard Wagner
Siegfried - (Sigfrido)
(esecuzione in forma di concerto)
Michael Heim, Siegfried | Matthäus Schmidlechner, Mime | Thomas Johannes Mayer, Der Wanderer
Claudio Otelli, Alberich | Sorin Coliban, Fafner | Bernadett Fodor, Era
Sonja Saric, Brünhilde | Julia Grueter, Stimme des Waldvogels
ORCHESTRA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Oksana Lynivdirettrice

Mercoledì, 2 luglio 2025
San Cesario sul Panaro, Corte di Villa Boschetti, ore 21,00
Il Trio di Oboè
O. Di Lasso - Oculos non vidit
A. Wranitzky - Trio in do maggiore per 2 oboi e corno inglese
G. Powning - Tre canti popolari francesi per 2 oboi e corno inglese
C. Koechlin - Le Repos de Tityre
O. Di Lasso - Qui sequitur me
M. Curtis - 3 Duetti da Jazz Standards (from "The Library of Oboe Madness")
C. Koechlin - Monodia, per oboe solo
L. van Beethoven - Variazioni su "Là ci darem la mano", dal Don Giovanni di Mozart, WoO 28
Trio di Oboè
- Luca Avanzi, Cristina Ruggirello, Omar Zoboli (oboi e corni inglesi)

Giovedì, 11 settembre 2025
Gualtieri, Palazzo Bentivoglio, Salone dei Giganti, ore 21,00
Buxus Consort Festival
DRACULA
Sonorizzazione live del film di Tod Browning (1931)
Philip. Glass - The Dracula Quartets (1999)
Quartetto d'Archi di Torino
- Edoardo De Angelis, Umberto Fantini, violini
- Andrea Repetto, viola
- Manuel Zigante, violoncello

Domenica, 14 settembre 2025
Modena, Chiesa di San Pietro, ore 16,00
Grandezze & Meraviglie
MISSA REVEILLEZ VOUS
G. Dufay - Ave Regina coelorum (mottetto)
G. Dufay - Missa reveillez vous (messa)
G. Dufay - Salve, Sancte Pater, patriae lux, forma Monorum (antifona)
Anonimo - Madre che  festi colui che te fece (lauda)
Anonimo - O Francisco pater pie (mottetto)
Anonimo - Vergene madre pia (lauda)
Anonimo - Misericordia altissima Dio (lauda)
Anonimo - Sancta Maria Regina coelorum (lauda)
G. Binchois - Ut queant laxis (inno)
Anonimo - Ave Mater o Maria (lauda)
Ensemble Simonetta
(Angelo Basile, Martina Bomben, Livia Caffagni, Virginia Del Bianco, Angelica Maggio, Mitsuki Minagawa, Sofia Paoli, Tommaso Petracchi, Cecilia Tamplenizza, Giorgio Rosi)
Claudia Caffagni, direzione

Giovedì, 18 settembre 2025
Parma, Auditorium del Carmine, ore 17,00
Seminari del Master di Musica da Camera: Della gioia del suonare insieme
Franz Schubert - La Sonata Arpeggione (D. 821)
Gustavo Zagrebelsky: pianoforte
Relia Lukic, violino

Martedì, 23 settembre 2025
Modena, Chiesa di San Carlo, ore 20,30
Grandezze & Meraviglie
JOHANN SEBASTIAN BACH
Suite francese I in re minore, BWV 812
Suite francese III in si minore, BWV 814
Suite francese IV in mi bemolle maggiore, BWV 815
Toccata in mi minore, BWV 914
Toccata in sol maggiore, BWV 916
Toccata in do minore, BWV 911
Stefano Innocenticlavicembalo

Domenica, 5 ottobre 2025
Modena, Hangar Rosso Tiepido, ore 17,00
Amici della Musica di Modena "Mario Pedrazzi"
A CATHY - Teatro per una voce
J. Cage - Solo for voice (1958)
P. Corrado - Com a tua Voz (2011)
S. Bussotti - Lachrimae (1978)
E. Carter - La Musique (2007)
G. Aperghis - PUB 2 (2000)
G. Verlingieri - Altre voci (A Cathy) (2005)
V. Montalti - Bestiaire Remix (2013)
L. Berio - Sequenza III (1965)
C. Berberian - Stripsody (1966)
Ljuba Bergamellivoce

Mercoledì, 8 ottobre 2025
Sassuolo, Palazzo Ducale, ore 20,30
Grandezze & Meraviglie
CELESTI VOCI 
C. Monteverdi - Audi Coelum (dal Vespro della Beata Vergine, 1610)
D. Scarlatti - Stabat Nater a 10 voci e basso continuo
Ensemble Vocale e Strumentale Dulcedo
Anna Panozzodirezione
Lia Serafinidocente preparatore

Giovedì, 16 ottobre 2025
Modena, Chiesa del Voto, ore 20,30
Grandezze & Meraviglie
CLAUDIO MONTEVERDI
Sesto Libro de' madrigali a cinque voci, con un Dialogo a Sette con il suo Basso continuo, in Venetia, 1615, appresso Ricciardo Amandino 
- Lamento d'Arianna
- Zefiro torna e 'l bel tempo rimena
- Una donna fra l'altro onesta e bella
- A Dio Florida bella
- Sestina: Lacrime d'Amante al sepolcro dell'Amata
- Ohimè, 'l bel viso
- Qui rise, o Tirsi
- Misero Alceo
- Batto, qui pianse Ergasto
- Presso un fiume tranquillo
ROSSOPORPORA
Cristina Fanelli, Arianna Miceli, canti
Lucia Napoli, alto
Leonardo Malara, Giacomo Schiavo, tenori
Alberto Spadarotto, basso
Dario Carpanese, cembalo e organo
Walter Testolindirezione

Sabato, 18 ottobre 2025
Modena, Chiesa di Santa Maria delle Assi, ore 18,00
Gioventù Musicalia Italia - sede di Modena
RADICI, RAMI, FOGLIEI
Johann Sebastian Bach - L'Arte della Fuga, BWV 1080
QUARTETTO DI CREMONA
Cristiano Gualco, violino
Paolo Andreoli, violino e viola
Simone Gramaglia, viola, viola tenore e flauto dolce
Giovanni Scaglione, violoncello

Sabato, 18 ottobre 2025
Modena, Chiesa di San Domenico, ore 20,30
Grandezze & Meraviglie
MISSA PAPAE MARCELLI
- Tu es Petrus (Mottettorum liber secundus, 1572)
- Kyrie - Christe - Kyrie / Gloria in excelsis deo (MPM, Missarum liber secundus, 1567)
- Osculetur me (Mottettorum quinque vocibus liber quartus, ex Canticis Salomonis, 1584)
- Duo ubera (idem, Mottettorum..., 1584)
- Credo in unum Deum (MPM, Missarum liber secundus, 1567)
- Quae est ista (idem, Mottettorum..., 1584)
- Fasciculus Myrrhae (idem, Mottettorum..., 1584)
- Sanctus - Agnus Dei (MPM, Missarum liber secundus, 1567)
- Surge propera amica mea - Surge Amica Mea (idem, Mottettorum..., 1584
BISCANTORES
Luca Colombodirezione

Venerdì, 24 ottobre 2025
Bologna, Auditorium Manzoni, ore 18,00
Richard Wagner
Götterdämmerung - (Il crepuscolo degli dei)
(esecuzione in forma di concerto)
Michael Heim, Siegfried | Anton Keremidtchiev, Gunther | Claudio Otelli, Alberich
Albert Pesendorf, HagenSonja Saric, Brünhilde | Charlotte Shipley, Gutrune | Atala Schöck, Waltraute
Tamta Tarielashvili, Die erste Norn | Eleonora Filipponi. Die zweite Norn
Brit-Tone Müllertz, Die dritte Norn / Yulia Tkachenko, Woglinde
Marina Ogii, Wellgunde | Eglè Wyss, Flosshilde
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Oksana Lynivdirettrice

Sabato 15 & Domenica 16, 2025
Reggio Emilia, Auditorium "G. Masini", ore 17,00
Gustav Mahler
"Riempire gli spazi oscuri di un immenso sogno d'amore" - in ricordo di Alberto Agazzani
Sabato 15 novembre
Conferenza di Quirino Principe - presentazione di Daniela Iotti
Rimembrare, temere, sognare: attraverso le sinfonie di Gustav Mahler
Domenica 16 novembre
Concerto con musiche di Gustav Mahler
- "Bimm bamm! Es sungen drei Engel" (V movimento dalla Terza Sinfonia)
- "O Mensch! Gib acht" (IV movimento dalla Terza Sinfonia)
- "Wir genießen die himmelischen Freuden" (IV movimento dalla Quarta Sinfonia)
- "Bimm bamm! Es sungen drei Engel" (V movimento dalla Terza Sinfonia)
Yaling Chen, soprano
Elia Venturini, pianoforte
Giovanna Baldini, contralto
Aldo Orvieto, pianoforte
Coro di voci bianche Cavricanto
Ensemble vocale femminile del Conservatorio "A. Peri - C. Merulo"
Ilaria Cavalca, direttrice

Sabato, 22 novembre 2025
Modena, Cattedrale - Duomo, ore 20,30
Gioventù Musicalia Italia - sede di Modena
PALESTRINA 500
- R. Dubra - Ave Maria (Coro a cappella)
- G.P. Palestrina - Missa Papae Marcelli: Kyrie - Gloria (Coro a 4 voci e organo)
- J. Tavener - The Lamb (Coro a cappella)
- G.P. Palestrina - Missa Papae Marcelli: Credo (Coro a 4 voci e organo)
- E. Whitacre - Lux Aurumque (Coro a cappella)
- G.P. Palestrina - Missa Papae Marcelli: Sanctus (Coro a 4 voci e organo)
- A. Pärt - Pari Intervallo (Organo solo)
- A. Pärt - Littlemore tractus (Coro e organo)
- G.P. Palestrina - Sicut Cervus - Sitivit Anima Mea (Coro a cappella)
- A. Pärt - Magnificat (Coro a cappella)
- G.P. Palestrina - Missa Papae Marcelli: Agnus Dei (Coro a 4 voci e organo)
Coro Filarmonico di Modena "Luigi Gazzotti"
Giulia Manicardi, direttrice
Cappella Musicale San Francesco da Paola - Reggio Emilia
Silvia Perucchetti, direttrice
Stefano Pellini, organo

Sabato, 13 dicembre 2025
Mantova, Basilica Palatina di Santa Barbara, ore 21,00
Concerto di Musica Sacra
- S. Rossi - Shir Lama' alot a 5 (Salmo 121) (Coro)
- S. Rossi - Keter (Coro)
- F. Durante - Magnificat (Soli, Coro e strumenti)
- A. Vivaldi - Dixit Dominus (Salmo di Davide 109) (Soli, Coro e strumenti)
Coro da Camera Orlando di Lasso
Eugjen Gargiola, violino I
Michele Braghini, violino II
Eva Impellizzeri, viola
Michele Ballarini, violoncello
Cristiano Scipioni, contrabbasso
Giulia Baruffaldi, oboe
Matteo Este, organo
Michael Guastalladirettore

Domenica, 14 dicembre 2025
Carpi, Teatro Comunale, ore 17,00
80° anniversario del debutto del Quartetto Italiano avvenuto a Carpi il 12 novembre 1945
- A. Corelli - Sarabanda, Giga, Badinerie
- C. Debussy - Quartetto in sol minore Op. 10
- L. van Beethoven - Quartetto Op. 59 n. 3
bis
- M. Ravel - dal Quartetto in fa maggiore: Très lent
- J. S. Bach - da Die Kunst der Fuge: Contrapunctus IX
Quartetto di Cremona
- Cristiano Gualco, violino I
- Paolo Andreoli, violino II
- Simone Gramaglia, viola
- Giovanni Scaglione, violoncello

Domenica, 21 dicembre 2025
Modena, Teatro Comunale Pavarotti-Freni, ore 20,30
Bach - Magnificat
- G. F. Telemann - Unsist ein Kind geboren, TWV 1:1451
- J. S. Bach - Christen, ätzet diesen Tag, BWV 63
- J. S. Bach - Magnificat, BWV 243
Ensemble Vox Luminis
- Lionel Meunier, direttore musicale e basso