Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

giovedì, gennaio 01, 2026

Elettra: Strauss e il suo tempo...

Strauss (1864-1949) al tempo di Elettra
La prima musica edita di Riccardo Strauss porta la data 
del 1881, ma il precoce musicista aveva già sottoscritto alcune pagine nel 1870 quando aveva cioè appena sei anni. La sua carriera fu rapida; l'incontro con Alessandro Ritter decisivo per la sua arte e la sua carriera. La fama fu presto raggiunta ed egli ebbe anche l'alto onore di dirigere a Bayreuth il Tannhäuser del suo «dio» Wagner.
L'Elettra è preceduta dalle opere Guntram (1894), Feuersnot (1901) e Salomè (1905) e dai poemi sinfonici Dall'ItaliaDon Giovanni, Macbeth, Morte e trasfigurazione, Till Eulenspiegel, Così parlò Zaratustra, Don Chisciotte, Vita d'eroeSinfonia domestica; perciò l'opera di cui ci occupiamo nacque quando il nome di Strauss aveva già varcato i confini della patria dando origine ad una vera montagna di discussioni più o meno giustificate.
Di qualunque natura fossero tali discussioni, l'ammirazione non difettava mai in esse. Se pensiamo, anche oggi, che il Don Giovanni porta la firma di un musicista di venticinque anni, bisogna riconoscere che del talento in quel «barbaro dagli occhi azzurri» ve ne doveva essere.
In Italia, però, la più forte ammirazione e le critiche più vive le destò la Salomè, opera altamente impegnativa; fu essa a stornare il compositore dal poema sinfonico che tanto amava. Il Bcllaigue aveva già definito questo atto tenebroso e sensuale «la mise en oeuvre la plus extraordinaire des elements les plus miserables»; a questa affermazione ne seguirono numerose altre che andarono alla ricerca delle fonti più disparate, fino ad accusare il musicista di insistere, con troppa compiacenza, in uno «stile» da caffè-concerto tedesco. Ma a questi sciocchi censori lo Strauss rispose con quel capolavoro che è il Cavaliere della rosa; e a coloro che rintracciarono un senso di volgarità nella danza della figlia di Erode
egli regalò i ritmi di valzer del barone Orchs di Lerchenau. Del resto ai suoi oppositori, ispirandosi alla filosofia Wagneriana dei Maestri cantori di Norimberga, aveva già risposto in Vita d'eroe.
Elettra diede modo ai critici di affilare ancor più quelle armi che avevano già usato per Salomè. La polemica giunse fino al punto di affermare decisamente che Strauss non scriveva melodie, ma obbligava i cantanti ad urlare e ad interpretare drammi e tragedie sensuali e crudeli. Niente più. Accusa quest'ultima, almeno fino al 1905, non fatta a torto; ma Strauss non era poi il solo responsabile: era anche colpa del tempo e l'autore di Don Giovanni non voleva essere altro che un interprete del suo tempo.
Se noi oggi volessimo fare un processo retrospettivo all'arte di Strauss ci troveremmo nella necessità di chiamare a testimone, e forse ad imputata, tutta la civiltà che dettò legge dalla fine dell'ottocento ai primi del novecento. Nel 1912, dopo l'apparizione del Cavaliere della rosa, Giannotto Bastianelli rilevò che Strauss viveva, palpitava, nel presente di allora; affermò che il musicista era, in fondo, niente altro che una parte del mondo intellettuale; uno strano mondo che «per vivere il presente si ripiega sul passato e addolorato di questo ripiegamento all'indietro, disperato di uno slancio nuovo in avanti, prorompe in una stridente sonora risata umoristica e ironica». Il mondo, insomma, che rammentava bene la umanissima satira del Falstaff verdiano e constatava la propria impotenza a oltrepassare il confine parsifaliano.
Quale fu la conseguenza di tutto ciò? Che la tecnica, espressione tipica del momento, prevalse sullo spirito. Scrisse argutamente Ottone Schanzer, il poeta-traduttore dell'Elettra, in una amichevole polemica: «Il contenuto tematico della musica straussiana è volgare? Ebbene volgiamoci intorno, di grazia! Non è la vita odierna, nelle massime e tipiche sue espressioni, un tessuto di volgarità e di violenze? Dall'automobile investitore, fetido e fragoroso, alla violenza meetingaia dei vari Rabagas popolari; dalla brutalità sanguinaria delle guerre alle gare di box e di lotta; dalle selvaggie e crudeli manovre affaristiche al Knut russo e alla... ghigliottina francese? E si pretende che l'uomo chiamato ad esprimere in suoni la vita del suo tempo, non risenta fatalmente di tali durezze e di tali volgarità? Se lo Strauss è grande, è tale appunto per questo, che egli è non già un registratore di suoni, ma il più colossale risuonatore della vita moderna. Egli è l'esponente musicale del suo tempo».
Le polemiche, come sempre accade, esagerarono; si fece perfino una colpa allo Strauss di aver accettato l'eredità orchestrale e sinfonica del ricco patrimonio wagneriano. Verissimo, invece, che Strauss lasciò la spiritualità wagneriana per darsi in braccio ad Oscar Wilde, verissimo che le sue partiture sono più costruite che spontanee; ma, infine, chi poteva avere spalle tanto ampie da sopportare simile peso e tanta capacità da riuscire ad «amministrare» a dovere la ricchezza delle undici opere wagneriane?
Strauss, per liberarsi di questo peso, assommò tutto il passato e tutto il presente, divenne così lo schiavo del suo tempo apparendo di volta in volta reale, fantastico, satirico, elegante, raffinato, grossolano, eroico, sensuale, erotico, perverso, feroce. Decadente e cerebrale, raddoppio senza timore le dosi al momento opportuno.
Egli, che aveva cominciato scrivendo musica da camera pura, volle poi dinanzi a sé, nel momento della composizione e dell'ispirazione, un programma, una visione da commentare: nella musica sinfonica, nel teatro, nel lied. Le partiture di Strauss potrebbero considerarsi un meraviglioso preludio al film sonoro, una serie di illustrazioni e di fatti eccezionalmente commentati attraverso la musica. Mentre Debussy coglieva il profumo, l'aria dei paesaggi che immaginava, Strauss ci disegnava a vivi colori gli eroi preferiti con tutti i loro sentimenti e con tutti i loro difetti.
Con la sua musica Strauss dichiarava guerra, a squilli di tromba, al mondo intellettuale europeo. Questo rimase da prima stordito, ma i musicisti veri, coloro che non si contentavano di sfiorare la superficie delle varie manifestazioni dell'arte, cercavano di persuadere i parolai che nelle partiture di Strauss, Elettra compresa, esisteva abilità polifonica, audacia armonica, potenza orchestrale e una costruzione veramente gigantesca. Giovanni Tebaldini, nel 1909, riconosceva che Strauss possedeva una potenzialità e una sicurezza magnifiche nell'usare i mezzi espressivi e un così grandioso imperio dell'orchestra da «impressionare e sbalordire chiunque». Le partiture di Strauss, infatti, sono dei veri e propri «trattati» dei quali bisogna però fare uso discreto per non far in modo da rimanere vittima della loro potenza d'attrazione.
Colui che cercava di essere l'interprete del proprio tempo vide «il tempo» schierarsi contro di lui. Le accuse piovvero da ogni parte ancora. Si disse persino che egli aveva una spiccata inclinazione a tradurre la musica «in biglietti da mille», che si trastullava con un materiale da operetta, che rubava i suoi temi ai musicisti più disparati, che depredava Wagner, spudoratamente. Ci fu chi ebbe a dire che la mancanza di un codice atto a punire questi «attentati all'arte» dovesse essere considerata una delle più curiose «minchionerie» del secolo XX! Che cosa non si disse di Strauss o contro Strauss? Pure, se rileggiamo gli scritti dell'epoca, vediamo che nelle ultime righe, poco prima della firma - forse per attenuare la fegatosità delle critiche precedenti - appare quasi sempre una frase che suona presso a poco così: «ad ogni modo è certo che ci troviamo dinanzi ad una delle figure più rappresentative dell'arte musicale»... Anche la polemica e la stroncatura erano un'abitudine, una mania del tempo; di tale mania, qualche critico moderno, non è ancora guarito.
La densa folla degli «antagonisti», allorché apparvero l'Arianna a Nasso e il Borghese gentiluomo, credette di poter cantare vittoria, anzi si gridò questa parola prima ancora che si conoscessero tali partiture. Ma Strauss non aveva nessuna intenzione di rinnovarsi o di rinunciare a se stesso; lo dimostrarono più tardi la Donna senz'ombra e la Donna silenziosa. Scrisse acutamente il Bastianelli: «La novità non consiste che in un perfezionamento. Pochi autori come lo Strauss si trovano nell'impossibilità di rinnovarsi. Perché tal miracolo avvenisse, non occorrerebbe soltanto che si mutassero i modelli a cui lo Strauss si è costantemente ispirato, Gluck, Mozart, Haydn, Rossini, Beethoven, Schubert, Schumann, Brahms, Weber, Wagner, Bruckner e, perfino, Bellini, Donizetti e Verdi; non occorrerebbe soltanto che lo Strauss cominciasse a sentire la purezza di stile dei nostri madrigalisti, del quattro c del cinquecento e dei nostri organisti religiosi dello stesso tempo. Un mutamento d'indirizzo storico nella cultura straussiana, d'altra parte difficilissimo, non potrebbe portare che a un mutamento di gusti, dirò così, per loro stessi immutabilmente eclettici. No, perché davvero lo Strauss si rinnovasse occorrerebbe che si rinnovasse quel suo senso scettico della vita, quella sua coscienza di raffinato indifferente, quella sua anima di dilettante moderno. Allora si muterebbe anche il suo punto di vista estetico, che è un eclettismo indifferente, desideroso sol di accumulare materiale melodico armonico e strumentale, atto a sorprendere e ad eccitare i nervi». Lo scettico, il raffinato, il dilettante non mutarono in nulla e gli «antagonisti» furono battuti, come appunto accade in Vita d'eroe.
Con quanto si è detto, naturalmente, non si vuole affermare che l'opera di Strauss sia perfetta. Intanto egli, se ebbe la forza di liberarsi dai miti wagneriani, ebbe anche il torto di cadere in braccio al decadentismo; altro suo «ripiegamento» potrebbe essere considerato il passaggio compiuto dal parossismo alla bassa ironia; ma il lato debole di questo «teutone prepotente» non è ancora qui. Egli, nella sua potenza di creatore, rimase sempre soggiogato a qualcuno e a qualche cosa; la «visione» lo domina ovunque; l'ombra di Wagner lo segue imperterrita; la tematica impersonale lo soffoca. Liszt, Berlioz e Wagner lo tengono al laccio; egli si vendica inserendo vene ironiche nella sua Arianna, ma il suo spirito non riesce a persuadere, forse perché anche esso affoga nella prolissità germanica.
Era stato lui a dire «fra dieci anni nessuno saprà più chi sia Wagner», era stato lui a bestemmiare così sul Sigfrido: «È un'opera noiosa, brutta, disordinata, senza alcuna traccia di melodia... Gli ottoni eseguiscono passi propri degli archi... Gli accordi, se pure meritano ancora questo nome, straziano l'orecchio... Il principio del terzo atto è un baccano infernale da non si dire... Non trovo parole per spiegare quanto sia brutta questa musica!». Wagner si vendicava, ossessionandolo, con la sua presenza.
Soffocato dalla tematica impersonale, si è detto. C'è stato chi è andato più in là ed ha negato uno stile allo Strauss. Ora se ò vero che Strauss si ispirò a questo ed a quello, se è vero che si inchinò dinanzi a Wagner e a Brahms, se è vero che la costruzione della sua orchestra è impura, è anche vero che la musica di Strauss la si riconosce ad un miglio di distanza. Accade ciò per la sua stessa impurità? Non diremmo, specialmente se pensiamo ai migliori poemi sinfonici.
Colui che non riusciva a frenare la sua passione sonora, alla vigilia dei sessanta anni si fa più riflessivo. Cerca un'orchestra ridotta che prima non amava, si avvicinava a Mozart, e il finale del secondo atto di Intermezzo lo rifà quattro volte: non gli era mai accaduto di essere tanto cauto! Cautela derivante da una meno vitale e spontanea forza creativa? Si. Ormai Strawinski dominava il campo e Strauss sentiva che di là soffiava un vento pericoloso per la sua arte tutta appoggiata sulla tradizione. Ed ecco la confessione: «Anni addietro, mi trovavo a1l'avanguardia, oggi sono quasi alla retroguardia. La cosa mi lascia indifferente. Sono stato sincero in ogni momento della mia vita e non ho mai composto una determinata musica per la gioia di sentirmi qualificare come avvenirista o rivoluzionario. Purtroppo, invece, non sono così sicuro che i così detti «futuristi musicali», nello scrivere i loro lavori atonali e anti-melodici siano altrettanto sinceri e non cerchino, piuttosto, di sbalordire il pubblico, di esasperarlo, per guadagnarsi una fama del genere di quella di Erostrato. Ci sono molti «finti pazzi» nel mondo musicale, io rispetto soltanto i pazzi veri».
Con tutto ciò, Strauss non si pone in disparte, seguita a scrivere imperterrito - è di oggi il suo nuovo lavoro teatrale dal titolo Capriccio - e fino a ieri continuava a girare il mondo, a braccetto di sua moglie, dirigendo i suoi poemi sinfonici. Egli, S. M. Riccardo II, l'Imperatore delle orchestre, non può dimenticare che a quaranta anni era considerato un autentico genio. Vita d'eroe è il programma della sua vita.
A chi un giorno gli domandò quale musica lo soddisfacesse di più, egli rispose sicuro: «La mia!». Il superuomo di Nietzsche, tipico eroe del tempo straussiano, domina tutta la vita di Riccardo Strauss.
Mario Rinaldi
("Elettra", Istituto d'Alta Cultura, 1 gennaio 1943)

martedì, dicembre 30, 2025

Concerti 2025

 


Domenica, 2 febbraio 2025
Modena, Hangar Rosso Tiepido, ore 17,00
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 8 in fa maggiore, Op. 93
- Sinfonia n. 6  in fa maggiore, Op. 68 "Pastorale"
(trascrizione per violino e pianoforte di Hans Sitt)
Mauro Loguercio: violino
Emanuela Piemonti: pianoforte

Sabato, 8 febbraio 2025
Parma, Auditorium Paganini, ore 20,30
Gustav Mahler
Sinfonia n. 5 in do diesis minore
Filarmonica Arturo Toscanini
Robert Treviñodirettore

Giovedì, 13 marzo 2025
Modena, Sede Grandezze & Meraviglie, Via Ganaceto 40c, ore 18,00
in occasione della 13a Giornata Europea della Musica Antica
Johann Sebastian Bach
Die Kunst der Fuge, BWV 1080 - Lezione/Concerto, parte I
Contrapunctus 1
Contrapunctus 2
Contrapunctus 3
Contrapunctus 4
Contrapunctus 5
Contrapunctus 6 a 4 in Stylo Francese
Contrapunctus 7 a 5 per Augmentationem et Diminutionem
Riccardo Castagnetti: clavicembalo

Sabato, 16 marzo 2025
Bologna, Auditorium Manzoni ore 17,30
Johannes Brahms
Ein deutsches Requiem, per soli, coro e orchestra, Op.45
Valentina Farcas, soprano
Liviu Holender, baritono
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Gea Garatti Ansini, maestro del coro
Hartmut Henken, direttore

Giovedì, 20 marzo 2025
Modena, Sede Grandezze & Meraviglie, Via Ganaceto 40c, ore 18,00
in occasione della 13a Giornata Europea della Musica Antica
Johann Sebastian Bach
Die Kunst der Fuge, BWV 1080 - Lezione/Concerto, parte II
Contrapunctus 8 a 3
Contrapunctus 9 a 4 alla Duodecima
Contrapunctus 10 a 4 alla Decima
Contrapunctus 11 a 4
Canon per Augmentationem in Contrario Moto
Canon alla Ottava
Canon alla Decima in Contrapunto alla Terza
- Canon alla Duodecima in Contrapunto alla Quinta
- Fuga a 3 soggetti
Riccardo Castagnetti: clavicembalo

Martedì, 8 aprile 2025
Parma, Auditorium del Carmine, ore 20,30
Omaggio a Dmitrij Shostakovich nel cinquantenario della morte
Dmitrij Shostakovich
- Quintetto per pianoforte e quartetto d'archi, Op. 52 (1940)
- Sinfonia n. 15, Op. 141 (1971) - trascrizione di Victor Derevianko autorizzata dall'Autore per violino, violoncello, pianoforte e percussioni
David Schultheiss: violino
Luigi Mazza, violino
Leonardo Bartali, viola
Yves Savary, violoncello
Pierpaolo Maurizzi, pianoforte
Danilo Grassi, percussioni
Stefano Barbato, percussioni
Tommaso Scopsi, percussioni

Domenica, 24 maggio 2025
Modena, Hangar Rosso Tiepido, ore 20,30
Musica Ricercata - Ricercata Musica
Gyorgy Ligeti
- Musica Ricercata (1953)
  I Sostenuto - Misurato - Prestissimo
  II Mesto, rigido e cerimoniale
  III Allegro con spirito
  IV Tempo di valse (poco vivace: "à l'orgue de Barbarie")
  V Rubato. Lamentoso
  VI Allegro molto capriccioso
  VII Cantabile, molto legato
  VIII Vivace. Energico
  IX (Néla Bartok in memoriam) Adagio. Mesto - Allegro maestoso
  X Vivace. Capriccioso
  XI (Omaggio a Girolamo Frescobaldi) Andante misurato e tranquillo
Pierangelo Taboni
- Ricercata Musica
  XI Andante misurato e tranquillo (del legatissimo)
  X Vivace. Capriccioso (registri estremi)
  IX Adagio. Mesto - Allegro maestoso (alle corde)
  VIII Vivace. Energico (riduzione d'intervalli)
  VII Cantabile, molto legato (corale perpetuo)
  VI Allegro molto capriccioso (la bòta)
  V Rubato. Lamentoso (responsoriale)
  IV Tempo di Valse (Chopin)
  III Allegro con spirito (del tremolo)
  II Mesto, rigido e cerimoniale (tracce di nuova consonanza)
  I Sostenuto-Misurato-Orestissimo (del ribattuto)
Pierangelo Taboni, pianoforte

Domenica, 15 giugno 2025
Bologna, Auditorium Manzoni, ore 16,00
Richard Wagner
Siegfried - (Sigfrido)
(esecuzione in forma di concerto)
Michael Heim, Siegfried | Matthäus Schmidlechner, Mime | Thomas Johannes Mayer, Der Wanderer
Claudio Otelli, Alberich | Sorin Coliban, Fafner | Bernadett Fodor, Era
Sonja Saric, Brünhilde | Julia Grueter, Stimme des Waldvogels
ORCHESTRA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Oksana Lynivdirettrice

Mercoledì, 2 luglio 2025
San Cesario sul Panaro, Corte di Villa Boschetti, ore 21,00
Il Trio di Oboè
O. Di Lasso - Oculos non vidit
A. Wranitzky - Trio in do maggiore per 2 oboi e corno inglese
G. Powning - Tre canti popolari francesi per 2 oboi e corno inglese
C. Koechlin - Le Repos de Tityre
O. Di Lasso - Qui sequitur me
M. Curtis - 3 Duetti da Jazz Standards (from "The Library of Oboe Madness")
C. Koechlin - Monodia, per oboe solo
L. van Beethoven - Variazioni su "Là ci darem la mano", dal Don Giovanni di Mozart, WoO 28
Trio di Oboè
- Luca Avanzi, Cristina Ruggirello, Omar Zoboli (oboi e corni inglesi)

Giovedì, 11 settembre 2025
Gualtieri, Palazzo Bentivoglio, Salone dei Giganti, ore 21,00
Buxus Consort Festival
DRACULA
Sonorizzazione live del film di Tod Browning (1931)
Philip. Glass - The Dracula Quartets (1999)
Quartetto d'Archi di Torino
- Edoardo De Angelis, Umberto Fantini, violini
- Andrea Repetto, viola
- Manuel Zigante, violoncello

Domenica, 14 settembre 2025
Modena, Chiesa di San Pietro, ore 16,00
Grandezze & Meraviglie
MISSA REVEILLEZ VOUS
G. Dufay - Ave Regina coelorum (mottetto)
G. Dufay - Missa reveillez vous (messa)
G. Dufay - Salve, Sancte Pater, patriae lux, forma Monorum (antifona)
Anonimo - Madre che  festi colui che te fece (lauda)
Anonimo - O Francisco pater pie (mottetto)
Anonimo - Vergene madre pia (lauda)
Anonimo - Misericordia altissima Dio (lauda)
Anonimo - Sancta Maria Regina coelorum (lauda)
G. Binchois - Ut queant laxis (inno)
Anonimo - Ave Mater o Maria (lauda)
Ensemble Simonetta
(Angelo Basile, Martina Bomben, Livia Caffagni, Virginia Del Bianco, Angelica Maggio, Mitsuki Minagawa, Sofia Paoli, Tommaso Petracchi, Cecilia Tamplenizza, Giorgio Rosi)
Claudia Caffagni, direzione

Giovedì, 18 settembre 2025
Parma, Auditorium del Carmine, ore 17,00
Seminari del Master di Musica da Camera: Della gioia del suonare insieme
Franz Schubert - La Sonata Arpeggione (D. 821)
Gustavo Zagrebelsky: pianoforte
Relia Lukic, violino

Martedì, 23 settembre 2025
Modena, Chiesa di San Carlo, ore 20,30
Grandezze & Meraviglie
JOHANN SEBASTIAN BACH
Suite francese I in re minore, BWV 812
Suite francese III in si minore, BWV 814
Suite francese IV in mi bemolle maggiore, BWV 815
Toccata in mi minore, BWV 914
Toccata in sol maggiore, BWV 916
Toccata in do minore, BWV 911
Stefano Innocenticlavicembalo

Domenica, 5 ottobre 2025
Modena, Hangar Rosso Tiepido, ore 17,00
Amici della Musica di Modena "Mario Pedrazzi"
A CATHY - Teatro per una voce
J. Cage - Solo for voice (1958)
P. Corrado - Com a tua Voz (2011)
S. Bussotti - Lachrimae (1978)
E. Carter - La Musique (2007)
G. Aperghis - PUB 2 (2000)
G. Verlingieri - Altre voci (A Cathy) (2005)
V. Montalti - Bestiaire Remix (2013)
L. Berio - Sequenza III (1965)
C. Berberian - Stripsody (1966)
Ljuba Bergamellivoce

Mercoledì, 8 ottobre 2025
Sassuolo, Palazzo Ducale, ore 20,30
Grandezze & Meraviglie
CELESTI VOCI 
C. Monteverdi - Audi Coelum (dal Vespro della Beata Vergine, 1610)
D. Scarlatti - Stabat Nater a 10 voci e basso continuo
Ensemble Vocale e Strumentale Dulcedo
Anna Panozzodirezione
Lia Serafinidocente preparatore

Giovedì, 16 ottobre 2025
Modena, Chiesa del Voto, ore 20,30
Grandezze & Meraviglie
CLAUDIO MONTEVERDI
Sesto Libro de' madrigali a cinque voci, con un Dialogo a Sette con il suo Basso continuo, in Venetia, 1615, appresso Ricciardo Amandino 
- Lamento d'Arianna
- Zefiro torna e 'l bel tempo rimena
- Una donna fra l'altro onesta e bella
- A Dio Florida bella
- Sestina: Lacrime d'Amante al sepolcro dell'Amata
- Ohimè, 'l bel viso
- Qui rise, o Tirsi
- Misero Alceo
- Batto, qui pianse Ergasto
- Presso un fiume tranquillo
ROSSOPORPORA
Cristina Fanelli, Arianna Miceli, canti
Lucia Napoli, alto
Leonardo Malara, Giacomo Schiavo, tenori
Alberto Spadarotto, basso
Dario Carpanese, cembalo e organo
Walter Testolindirezione

Sabato, 18 ottobre 2025
Modena, Chiesa di Santa Maria delle Assi, ore 18,00
Gioventù Musicalia Italia - sede di Modena
RADICI, RAMI, FOGLIEI
Johann Sebastian Bach - L'Arte della Fuga, BWV 1080
QUARTETTO DI CREMONA
Cristiano Gualco, violino
Paolo Andreoli, violino e viola
Simone Gramaglia, viola, viola tenore e flauto dolce
Giovanni Scaglione, violoncello

Sabato, 18 ottobre 2025
Modena, Chiesa di San Domenico, ore 20,30
Grandezze & Meraviglie
MISSA PAPAE MARCELLI
- Tu es Petrus (Mottettorum liber secundus, 1572)
- Kyrie - Christe - Kyrie / Gloria in excelsis deo (MPM, Missarum liber secundus, 1567)
- Osculetur me (Mottettorum quinque vocibus liber quartus, ex Canticis Salomonis, 1584)
- Duo ubera (idem, Mottettorum..., 1584)
- Credo in unum Deum (MPM, Missarum liber secundus, 1567)
- Quae est ista (idem, Mottettorum..., 1584)
- Fasciculus Myrrhae (idem, Mottettorum..., 1584)
- Sanctus - Agnus Dei (MPM, Missarum liber secundus, 1567)
- Surge propera amica mea - Surge Amica Mea (idem, Mottettorum..., 1584
BISCANTORES
Luca Colombodirezione

Venerdì, 24 ottobre 2025
Bologna, Auditorium Manzoni, ore 18,00
Richard Wagner
Götterdämmerung - (Il crepuscolo degli dei)
(esecuzione in forma di concerto)
Michael Heim, Siegfried | Anton Keremidtchiev, Gunther | Claudio Otelli, Alberich
Albert Pesendorf, HagenSonja Saric, Brünhilde | Charlotte Shipley, Gutrune | Atala Schöck, Waltraute
Tamta Tarielashvili, Die erste Norn | Eleonora Filipponi. Die zweite Norn
Brit-Tone Müllertz, Die dritte Norn / Yulia Tkachenko, Woglinde
Marina Ogii, Wellgunde | Eglè Wyss, Flosshilde
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Oksana Lynivdirettrice

Sabato 15 & Domenica 16, 2025
Reggio Emilia, Auditorium "G. Masini", ore 17,00
Gustav Mahler
"Riempire gli spazi oscuri di un immenso sogno d'amore" - in ricordo di Alberto Agazzani
Sabato 15 novembre
Conferenza di Quirino Principe - presentazione di Daniela Iotti
Rimembrare, temere, sognare: attraverso le sinfonie di Gustav Mahler
Domenica 16 novembre
Concerto con musiche di Gustav Mahler
- "Bimm bamm! Es sungen drei Engel" (V movimento dalla Terza Sinfonia)
- "O Mensch! Gib acht" (IV movimento dalla Terza Sinfonia)
- "Wir genießen die himmelischen Freuden" (IV movimento dalla Quarta Sinfonia)
- "Bimm bamm! Es sungen drei Engel" (V movimento dalla Terza Sinfonia)
Yaling Chen, soprano
Elia Venturini, pianoforte
Giovanna Baldini, contralto
Aldo Orvieto, pianoforte
Coro di voci bianche Cavricanto
Ensemble vocale femminile del Conservatorio "A. Peri - C. Merulo"
Ilaria Cavalca, direttrice

Sabato, 22 novembre 2025
Modena, Cattedrale - Duomo, ore 20,30
Gioventù Musicalia Italia - sede di Modena
PALESTRINA 500
- R. Dubra - Ave Maria (Coro a cappella)
- G.P. Palestrina - Missa Papae Marcelli: Kyrie - Gloria (Coro a 4 voci e organo)
- J. Tavener - The Lamb (Coro a cappella)
- G.P. Palestrina - Missa Papae Marcelli: Credo (Coro a 4 voci e organo)
- E. Whitacre - Lux Aurumque (Coro a cappella)
- G.P. Palestrina - Missa Papae Marcelli: Sanctus (Coro a 4 voci e organo)
- A. Pärt - Pari Intervallo (Organo solo)
- A. Pärt - Littlemore tractus (Coro e organo)
- G.P. Palestrina - Sicut Cervus - Sitivit Anima Mea (Coro a cappella)
- A. Pärt - Magnificat (Coro a cappella)
- G.P. Palestrina - Missa Papae Marcelli: Agnus Dei (Coro a 4 voci e organo)
Coro Filarmonico di Modena "Luigi Gazzotti"
Giulia Manicardi, direttrice
Cappella Musicale San Francesco da Paola - Reggio Emilia
Silvia Perucchetti, direttrice
Stefano Pellini, organo

Sabato, 13 dicembre 2025
Mantova, Basilica Palatina di Santa Barbara, ore 21,00
Concerto di Musica Sacra
- S. Rossi - Shir Lama' alot a 5 (Salmo 121) (Coro)
- S. Rossi - Keter (Coro)
- F. Durante - Magnificat (Soli, Coro e strumenti)
- A. Vivaldi - Dixit Dominus (Salmo di Davide 109) (Soli, Coro e strumenti)
Coro da Camera Orlando di Lasso
Eugjen Gargiola, violino I
Michele Braghini, violino II
Eva Impellizzeri, viola
Michele Ballarini, violoncello
Cristiano Scipioni, contrabbasso
Giulia Baruffaldi, oboe
Matteo Este, organo
Michael Guastalladirettore

Domenica, 14 dicembre 2025
Carpi, Teatro Comunale, ore 17,00
80° anniversario del debutto del Quartetto Italiano avvenuto a Carpi il 12 novembre 1945
- A. Corelli - Sarabanda, Giga, Badinerie
- C. Debussy - Quartetto in sol minore Op. 10
- L. van Beethoven - Quartetto Op. 59 n. 3
bis
- M. Ravel - dal Quartetto in fa maggiore: Très lent
- J. S. Bach - da Die Kunst der Fuge: Contrapunctus IX
Quartetto di Cremona
- Cristiano Gualco, violino I
- Paolo Andreoli, violino II
- Simone Gramaglia, viola
- Giovanni Scaglione, violoncello

Domenica, 21 dicembre 2025
Modena, Teatro Comunale Pavarotti-Freni, ore 20,30
Bach - Magnificat
- G. F. Telemann - Unsist ein Kind geboren, TWV 1:1451
- J. S. Bach - Christen, ätzet diesen Tag, BWV 63
- J. S. Bach - Magnificat, BWV 243
Ensemble Vox Luminis
- Lionel Meunier, direttore musicale e basso


lunedì, dicembre 22, 2025

Goffredo Petrassi: Musica, Amore mio...

Goffredo Petrassi (Luigi Montanarini, 1940)
Fin da 
piccolo sono sempre stato molto curioso e continuamente attratto, per una mia vitalità e vivacità interiore, da tutto quello che mi circondava: non soltanto da un punto di vista musicale, ma anche letterario e artistico in generale; non sapevo ancora bene di cosa volessi occuparmi, ma mi interessavo, nei modi limitatissimi e con l'ingenuità di un adolescente senza cultura, di architettura e di pittura, visitavo chiese e musei. Era tutto un ammasso di cultura che cresceva senza un controllo, senza una guida, perché procedevo solo sulla spinta dell'istinto; ma tutto ciò mi ha arricchito enormemente, perché in seguito questo bagaglio che avevo acquisito per conto mio si è cominciato a ordinare, a sistemare ed è poi diventato una specie di specchio, di lente che rifletteva e ingrandiva il mio mondo musicale. Non che si stabilissero dei collegamenti diretti, ma semplicemente con la crescita della cultura ho acquistato a poco a poco il controllo sul gusto, sullo stile, ho imparato a non abbandonarmi a un'espressione musicale qualsiasi, che non fosse controllata da un forte senso autocritico. Questo mi pare che debba avvenire in ciascuno di noi, non credo sia stato un mio pregio personale; certo è che ritengo che un musicista che non si affacci sul mondo esterno, che sia ignorante di letteratura e di arte, che non senta un'esigenza di cultura, di accrescimento, di nuove prospettive, non possa realmente essere definito musicista completo. E ancor di più questo discorso vale per un compositore.
Quando ha deciso di fare il compositore?
L'ho deciso tardissimo, naturalmente: prima non avevo le idee molto chiare; mi ricordo che a diciotto anni volevo diventare letterato. Scrivevo cose spaventose, e ho abbandonato l'idea.
E quindi ha iniziato a dedicarsi alla composizione...
Sì, seguendo una strada prima autonoma, pur dovendo fare i conti con i due maggiori compositori allora operanti in Italia, Pizzetti e Respighi; nutrivo un grande interesse per Pizzetti, meno per Respighi. A questo proposito ho vivissimo un ricordo di gioventù: dai loggioni dell'Augusteo ho assistito alla prima esecuzione dei Pini di Roma (il 14 dicembre 1924, n.d.r.); me la ricordo benissimo, e mi ricordo ancora bene che io fui tra i pochissimi fischiatori. Non sapevo io stesso il perché, ma in mezzo al trionfo delle legioni romane, alla esaltazione della gloria del Campidoglio c'era qualche cosa che non si conciliava con il mio stato d'animo, e ho fischiato. Io non appartenevo alla scuola respighiana; certo, avevo ammirazione per l'abilità del compositore nel trattare l`orchestra, ma per conto mio il melodizzare di Respighi ha caratteri poco riconoscibili. Poco tempo fa, però, risentendo Feste romane, mi ha colpito un particolare che avevo dimenticato; alla fine c'è qualche minuto di “pazzia”, con l'orchestra che fa delle cose quasi inconsulte; è durante l'episodio della notte dell'Epifania a Piazza Navona, ed è una “pazzia” simile a quella delle ultime battute del Bolero di Ravel, quando c'è l'improvvisa modulazione a mi maggiore e poi una specie di cadenza con l'orchestra impazzita; insomma ho scorto in quel finale delle Feste romane la possibilità che aveva Respighi di esprimere cose più intense e più profonde di quelle che generalmente traspaiono.
Nessun contatto con Respighi, dunque?
No, il mio indirizzo è stato diverso. È stato invece l'incontro con Alfredo Casella che ha precisato meglio quella che era la mia direzione. Casella era l'emblema di un atteggiamento estetico aperto verso altre suggestioni e quindi era assai diverso da quella dimensione culturale della musica in Italia ferma sul piede melodrammatico di casa, chiusa verso l'esterno. In quegli anni ho anche ammirato molto Hindemith, che avevo ascoltato varie volte all'Augusteo e che mi aveva sedotto perché corrispondeva alle esigenze della mia vitalità, alla mia curiosità.
Ma era difficile allora conoscere le musiche degli autori stranieri?
No, per niente. Negli anni Venti e nei primi anni Trenta era facilissimo. Tutti i grandi protagonisti della musica, solisti, direttori, compositori, venivano continuamente a Roma, all'Augusteo. Io mi sono nutrito
di musica al loggione dell'Augusteo; ho vissuto lì fin da piccolo, fin da quando ho cominciato a occuparmi di musica; per quattro anni ho anche fatto parte dell'orchestra. Suonavo non come fisso, ma come aggiunto, la “piccola cucina” della batteria. Sono stati quattro anni in cui ero dall'altra parte, e là, nelle viscere dell'orchestra, ho imparato tutto; ho imparato la strumentazione, l'uso dei timbri; è stato un
insegnamento talmente importante che spesso mi domando che cosa avrei combinato se non avessi vissuto quell'esperienza determinante.
L'Augusteo è stato quindi fondamentale per Goffredo Petrassi...
Per me, ma soprattutto per la cultura musicale italiana. Abituò pubblico e musicisti alle novità. Quasi ogni domenica c'era una prima esecuzione, o italiana o straniera, o una ripresa di musiche di autori contemporanei italiani, diretta da Bernardino Molinari; oggi questo non succede più e le opere contemporanee sono confinate in festival e festivalini grandi o piccoli. Oggi il pubblico è impigrito rispetto alla musica odierna, perché non è stato sollecitato quanto era necessario.
Ma il pubblico di allora gradiva la musica contemporanea?
Il pubblico di quell'epoca era abbastanza colto; spesso dissentiva, ma la musica nuova si faceva, e questo era l'importante. Potrei fare infiniti esempi, ma valga uno per tutti: la prima esecuzione a Roma del Bolero di Ravel, subito dopo la prima assoluta. Il pubblico domenicale rimase sconcertato dall'eterno susseguirsi dello stesso tema, pur con tutte le sfaccettature timbriche che sappiamo; alla fine era disorientato, non sapeva cosa pensare: ci furono quindi applausi, urla, tentennamenti di testa, gente che sbraitava, che litigava, perché era stata sollecitata in un modo inconsueto. Ma la composizione fu replicata, mi pare due giorni dopo, ed ebbe un successo enorme; quindi si vede chiaramente che era un pubblico che sapeva giudicare bene, reattivo e non pigro perché più colto.
Come si è snodato, poi, dopo questi primi anni, il suo itinerario artistico?
È stata una presa di coscienza progressiva, prima come appropriazione dei mezzi tecnici, poi approfondendo e chiarendo la mia visione estetica della musica, che significava soprattutto uno studio di ricerca interiore su quello che mi era più congeniale, su quello che mi interessava più profondamente esprimere. Questo naturalmente è avvenuto attraverso molti tentativi e molti riferimenti anche a compositori del passato. Uno di questi è stato Frescobaldi; il suo insegnamento, attraverso l'analisi delle sue opere, è stato per me di grande importanza, svelandomi un certo modo di melodizzare, di condurre il percorso armonico, di organizzare i temi musicali, siano essi due, tre o quattro. Da Frescobaldi sono passato subito a Bach, un altro pilone su cui si è fondata la mia ricerca, orientata da un punto di vista tecnico verso l'antica pratica del contrappunto; e questo è un fatto normale se si considera che avevo capito che non potevo lasciarmi stregare dalle sirene dell'impressionismo, nonostante fossero molto affascinanti. Da ragazzo, con una vita travagliata e non certo facile, se la domenica ascoltavo all'Augusteo un pezzo di Debussy, per tutta la settimana camminavo come sollevato a tre, quattro centimetri da terra, tanto era l'incanto, la suggestione, il totale straniamento dalla realtà che le musiche di Debussy provocavano in me. Era una sirena il cui canto ha lasciato delle tracce, ma il debussysmo per me non era più praticabile; io rifuggivo dalla scala per toni interi perché a quei tempi era l'ultima spiaggia dell'ultimo provinciale dell'ultima provincia. Però questa magia debussyana è stata filtrata attraverso altre cose: è intervenuta una presa di coscienza che mi ha portato verso cognizioni molto più vaste, esperienze culturali di tutti i generi mi hanno arricchito in tanti sensi.
C'è un filo conduttore nella musica degli ultimi cinquant'anni?
Apparentemente può sembrare che il filo conduttore sia stato spezzato attorno al 1950, dalla scuola di Darmstadt in poi; è quello che comunemente si dice. In realtà non è così, perché ormai, a distanza di tempo, oggi riusciamo a vedere quanto Boulez sia debitore a Debussy piuttosto che ai viennesi. Ci rendiamo conto di quanto Stockhausen affondi le sue radici profondamente nella cultura e nell'estetica tedesca, quasi senza fratture. Con questo non voglio dire semplicemente che ci sono dei tratti nazionali, ma voglio dire che l'azzeramento, il ricominciare completamente da capo, non c'è stato. C'è stato certamente un rivolgimento nel modo di riconsiderare la musica, nel modo di comporre, di organizzare il discorso musicale; sicuramente si è verificata una grande evoluzione formale, ma per quello che riguarda l'essenza della musica, la sostanza della tradizione, il filo conduttore non si è spezzato e lo si scorge chiaramente rispetto a quello che è il lato più intimo e oscuro delle cose, quello dell'estetica.
Allora il ritorno a certi padri della tradizione non è una scoperta delle nuove generazioni?
Io non prenderei in considerazione questi ritorni a questo o a quel nome del passato: oggi si ritorna a uno, domani si ritornerà a un altro; mi interessa di più quello che i giovani possono succhiare dalla tradizione. Questo è un discorso più complesso, perché noi diciamo tradizione, ma ognuno di noi ha la sua propria, personale tradizione. Non c'è una tradizione di referenza valida per tutti, non esiste una tradizione oggettiva. Per quello che mi riguarda io considero tradizione certi musicisti, certi archetipi che io chiamo i miei «padri fondatori»; con questi c'è un'intesa particolare, perché sono quelli che mi hanno nutrito. Se io prendo un nome così, qualunque, Beethoven, ebbene le pare che io possa dire qualcosa che non sia di totale venerazione? Eppure Beethoven non è stato uno degli autori che mi hanno nutrito, la mia tradizione personale non contempla Beethoven, e non è una bestemmia, perché anche lo scrivere musica si collega alla fondamentale ricerca di se stessi e delle proprie radici. Le radici le dobbiamo scovare dentro di noi, dobbiamo ciascuno per proprio conto interrogarci e capire bene cosa si è, cosa si vuole, e quindi che cosa ci necessita, quale è il nutrimento di cui abbiamo bisogno. Questo è veramente fondamentale, e questo ciascuno deve scegliere e scoprire da sé, guardandosi dentro profondamente con coraggio.
Lei una volta ha detto che il compositore non deve vendersi l'anima al diavolo.
Già, la famosa frase... Ma proprio questa è la conseguenza di quello che ho detto: la ricerca di noi stessi deve essere sincera, coraggiosa, svolta in totale buona fede; sembra un luogo comune, ma quando si comincia a guardarsi dentro è una specie di abisso: ci sono quelli che hanno il coraggio di andare in profondità ed estrarne qualche cosa di possibile, ci sono quelli che affogano e quelli che si bloccano e non procedono; la maggior parte si rifiuta di guardare e si lascia guidare da moventi diversi da quelli puramente artistici e musicali. Ma l'arte ha un'etica che non bisogna tradire. Se si tradisce non è più arte, è un'altra cosa. Non parlo naturalmente della vita quotidiana dell'artista gaudente, ma voglio dire che prima di tutto bisogna scandagliare se stessi e rimanere coerenti con i propri ideali più intimi.
Maestro, lei ha scritto solo due opere teatrali e due balletti: scrivere per il teatro non le piace?
Mi sono spesso chiesto perché la mia produzione teatrale sia tutto sommato limitata e ho capito che la ragione di fondo sta nella mia naturale riservatezza, perché nell'opera, o almeno nell'opera come la s'intende comunemente, i personaggi devono esprimere la loro interiorità, devono parlare di sé, devono mostrarsi quasi denudati; io ho sempre avuto una specie di pudore per questo tipo di espressività, questo modo estremo di esprimersi non mi è mai stato congeniale. Infatti ho compiuto almeno altri due tentativi di opera, una su libretto di Albert Camus, l'altra di Giraudoux, ma sono arrivato in entrambi i casi solo alla metà del primo atto; poi non sono più andato avanti. Questo modo di comunicare non è il mio, ho sempre preferito esprimermi piuttosto attraverso il coro. E poi in fondo, pur amando moltissimo il teatro d'opera, mi pare che, tutto sommato, sia un genere per certi aspetti consunto, esaurito.
Maestro, che cosa ha cercato soprattutto, in tutti questi anni di pratica compositiva?
Ho cercato soprattutto la realizzazione di me stesso, l'espressione del mio modo di essere; anche se può sembrare una banalità, è veramente l'unica risposta possibile; quando ho dei turbamenti, l'unico modo per placarli è esprimere me stesso attraverso la musica. Non so fare altro, faccio la musica.
Palo Arcà
("Musica e Dossier", Anno 1, Numero 1, Novembre 1986)  

sabato, dicembre 13, 2025

Edwin Fischer dalle molte anime

Edwin Fischer (1886-1960)
Il portello del palcoscenico si apre, ed Edwin Fischer ir
rompe sulla scena: cinghialotto che la musica attira come una battaglia o un incontro d'amore, la traversa di corsa per metà, scavalca a saltini la pedana del direttore d'orchestra, si ferma tarchiato e sodo al fianco del pianoforte, come un artigliere al fianco del pezzo; e il primo pezzo comincia maestosamente a sparare, il Concerto in re minore per pianoforte e orchestra di Wolfgang Amadeus Mozart.
Ogni pianoforte andrebbe fabbricato a somiglianza del pianista che lo suona; onde non il pianoforte basso e lungo sul quale domenica scorsa Edwin Fischer «lavorò», ma un pianoforte più breve e tarchiato: non un Rorquale di Sibbald insomma, o balaenoptera musculus di trenta metri di lunghezza, ma un fisitero pigmeo, o Kogia breviceps, di quattro metri al massimo.
Se nell'abate Liszt siamo tutti concordi a riconoscere il tipo fisico del pianista, cioè a dire l'uomo che non solo è fornito di braccia lunghissime e spezzate in più articolazioni del normale, ma dispone anche di braccia in soprannumero che gli consentono di sonare da solo a quattro mani, dobbiamo dire che Edwin Fischer pianista non è; lui che nelle membra non ha lo sviluppo diabolico dell'abate, ma un corpo intasato e a cartuccia; non le scheletriche mani del grande Franz, ma due mani rotondette che per natural tendenza si arrotondano anche più nel pugno, e lasciate pendule in cima alle braccine robuste ma brevi, non oltrepassano la falda della giacca essa pure cortissima. Dobbiamo dire che Edwin Fischer pianista non è, anche se il pianoforte egli certamente lo suona meglio e con più serietà dell'abate Liszt, come argomentiamo non da una nostra esperienza personale, ma da quanto ci narrava nostra madre, che udì l'abate prima tenere un'accademia a Firenze in una sala tutta bianca e oro, poi lo riudì a Odessa, una notte che anche il Mar Nero si era messo a dare un fragoroso récital, dietro una camerata di caserma che bandiere e festoni di carta invano si sforzavano di trasformare in sala da concerto.
Mar Nero è la traduzione del turco Karadeniz, che i Turchi chiamano così per le frequenti tempeste che agitano questo mare; i Greci invece chiamano il Mar Nero Ponto Eusino, che significa «mare ben ospitale». Si crede generalmente che soltanto le cose metafisiche consentono la varietà delle opinioni; ecco invece che anche una cosa tutta fisica come il mare...
E veramente Edwin Fischer pianista non è, se per pianista s'intende un uomo solitario e in frac, a tu per tu con un pianoforte esso pure solitario e in frac; per meglio dire Fischer è pianista multiplo, che vuole sonare e assieme dirigere, far cantare o martellare a stormo il pianoforte che gli sta davanti, e assieme far cantare o martellare a stormo gli strumenti che gli stanno intorno, animando e guidando con l'occhio, con l'alfabeto delle dita, con le spallucce in tumulto anche quelle macchine di suoni cui le sue braccia troppo corte non possono arrivare.
Costretto al solo pianoforte Edwin Fischer bolle e sussulta d'impazienza, si afferra ora una mano ora l'altra per impedire a quelle frementi radici di carne di compiere qualche atto inconsiderato, si tiene stretto alla sedia come Prometeo alla rupe, per non saltar su e mettersi a sonare «personalmente» gli strumenti dell'orchestra, e non uno a uno ma tutti assieme.
Guardavamo l'ansiosa attesa di Edwin Fischer, durante la lunga introduzione del concerto di Mozart, e soffrivamo della sua sofferenza. Ma non fino all'ultimo fu forte Edwin Fischer. Ogni tanto al richiamo dei temi più cari, Fischer non riusciva più a frenarsi, e «toccava» la tastiera, mescolandosi dietro un fortissimo dell'orchestra, come in mezzo a una folla si manda un segreto bacio alla donna amata. Forse l'impazienza di Fischer sarebbe stata men dura, se fosse stato attaccato il concerto con maggiore energia. Come tutti i ragazzi, anche Wolfgang Amadeus voleva fare il grande: e l'introduzione del Concerto in re minore è uno dei momenti in cui più viva è la patetica, la commovente volontà di questo «eterno fanciullo» di mostrarsi grave e importante. Chi lo sa? Nella voce di quel tema imponente, Mozart sperava di mostrarsi «uomo» alla sua Costanza, e che importa se questo Concerto Mozart lo scrisse nel 1785, quando apparentemente egli sembrava adulto? Onde noi crediamo che questo «momento» richiede la baldanzosa, la forzata energia di un ragazzo che per mascherarsi da grande, si è dipinto col tappo affumicato alla fiamma della candela, due baffi in mezzo alla faccia rosea e paffuta.
Non meravigli se i panni stanno così stretti addosso ad Edwin Fischer. Conosciamo uomini pieni di anima e tutti polso e pulsanti dalla cima dei capelli alla punta dei piedi (così doveva essere Chopin quando sonava per il diletto di Honoré de Balzac, grasso e peloso), ma uomini di tante anime ne conosciamo uno solo: Edwin Fischer. Anime che quando le manine del loro padrone ballano in tempesta sulla tastiera, son buoni tutti ad accorgersi che sono tante e tutte animate di un'energia da Eumenidi; ma non calano di numero quando Fischer comprime le dita a due sole sottilissime voci, come nel secondo tempo del Concerto di Mozart (in questo sospiroso sogno di un fanciullo) o anche a una unica voce, come nel «tranquillo» della metà del primo tempo del Concerto in do minore di Beethoven; perché in quelle due sole voci, in quell'unica voce sono riunite e attorte a filo tutte quante le anime di Fischer con tutto il loro ardore, con tutta la loro poesia, come nel segno solitario di un Raffaello sono riuniti i molti segni di un Tintoretto.
Alberto Savinio
(in "Scatola Sonora", Einaudi Letteratura 53, 1977)