Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

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domenica, dicembre 14, 2014

Luciano Pavarotti secondo Paolo Isotta


Luciano Pavarotti by Samuel
Paolo Isotta, critico musicale del “Corriere della Sera”.
La sua visione nonché considerazione circa il tenore Luciano Pavarotti è parecchio ardita. Ma credo valga comunque la pena di conoscerne l'Isotta pensiero:
 
"Vorremmo ricordare il tenore emiliano com’era ai suoi esordi, rimuovendo i detriti limacciosi accumulatisi con gli anni. Da tenore «di grazia », emulo di Tito Schipa, il quale è ovviamente irraggiungibile, cantava nel «mezzo carattere» dell’Elisir d’amore e della Sonnambula. Possedeva un timbro delizioso ch’era immagine di giovinezza, fiati lunghi e sani e quella splendida chiarezza di dizione che non l’ha abbandonato mai. Sotto quest’ultimo profilo, anche nei periodi meno felici, Pavarotti restava esempio d’una vecchia scuola italiana gloriosa: quando cantava si capiva ogni parola. Contemporaneamente praticò con lo stesso successo il repertorio «lirico»: a esempio, il duca di Mantova del Rigoletto. Lo si volle accostare a Beniamino Gigli e, ripeto, per bellezza di timbro e chiara dizione ne era un erede. Ho un prezioso ricordo d’un testimone oculare quanto autorevole. Interpretava questo ruolo al Massimo di Palermo sotto la bacchetta del grande e burbero Antonino Votto. Rientrando il Maestro in camerino dopo la recita, borbottava: «Nunn’ è ccosa!». Perché un direttore di tal calibro era scontento d’un delizioso tenore? Pavarotti possedeva in radice difetti da definirsi in radice che i pregi della giovinezza dissimulavano ma non potevano cancellare. Egli era un analfabeta musicale, nel senso che non aveva mai appreso a leggere la notazione musicale: le opere doveva impararle a fatica nota per nota con un tapeur paziente. Questo è ancora il meno. Egli era a-ritmico per natura, non era possibile inculcargli se non in modo vago la nozione della durata delle note e dei rapporti di durata.
L’Opera lirica non è il canto del muezzin, è prodotto di accompagnamento orchestrale e richiede voci che s’accordino fra loro. S’immagini Pavarotti nel Sestetto della
Lucia di Lammermoor… Per avere quest’eccezionale cantante si doveva passar sopra a molte, a troppe cose, e così si ricorreva a direttori d’orchestra abili nel «riacchiappare » il tutto quanto pronti a chiudere tutti e due gli occhi sul rispetto della partitura musicale. Questo difetto è con gli anni aumentato, giacché Pavarotti, il suo vero torto, non aveva e non voleva avere coscienza dei propri limiti. Col crescergli un ego caricaturalmente ipertrofico diventava sempre più insofferente delle critiche, anche solo degli avvertimenti affettuosi, come affrontava zone del repertorio che gli erano precluse dalla natura e dall’arte. Da qui alle adunate oceaniche nei continenti, cantando egli con amplificazione, alle manifestazioni miste con artisti leggeri, magari più musicali di lui, alle canzoni napoletane detestabilmente eseguite, al suo abbigliamento carnevalesco, ai prodigi di cattivo gusto, è stato tutto un descensus Averni: ogni passo ti tira il successivo. E pensare che aveva cantato col maestro Karajan. "
 

sabato, maggio 19, 2012

Enzo Dara ricorda il debutto di Luciano Pavarotti

L’anniversario è indimenticabile: il 29 aprile del 1961 il giovane Luciano Pavarotti iniziava al Teatro Municipale “Romolo Valli” la sua trionfale carriera. Avendo vinto il concorso Achille Peri, gli spettava di esordire nella Bohème, nei panni del poeta Rodolfo.
Luciano Pavarotti
Trent’anni dopo – lunedi 29 aprile 1991 – il Teatro “Romolo Valli” organizzò i “festeggiamenti per il 30esimo del debutto” di un Pavarotti già superstar, organizzando un concerto con un cast stellare: Luciano Pavarotti, June Anderson (soprano), Piero Cappuccilli (baritono), Paolo Coni (baritono), Enzo Dara (basso), Giovanni Furlanetto (basso), Raina Kabaivanska (soprano), Patrizia Pace (soprano), Giuseppe Sabbatini (tenore), Shirley Verret (mezzosoprano). A dirigere l’orchestra del teatro Comunale di Bologna due maestri: Leone Magiera e Maurizio Benini.
Nella sua abitazione di Mantova Enzo Dara, basso buffo di caratura mondiale (1500 recite, 76 personaggi, 34 album, 24 anni con Claudio Abbado, in attività fino al 2004, oggi regista) ci riceve e torna volentieri sulla serata- evento al Teatro “Romolo Valli”.
Maestro Dara, racconti….
Luciano alle prove del giorno prima era un po’ nervoso. Poi la sera dopo, appunto lunedi 29 aprile, si placò e stregò tutti quanti.
Insieme avete cantato un duetto dell’Elisir d’amore di Donizetti...
Sì, abbiamo fatto il duetto “Voglio dire…lo stupendo…”, il duetto in cui Nemorino compra dal medico ambulante Dulcamara che ero io, una bottiglia che non era affatto l’Elisir promesso ma una bottiglia di Bordeaux da poco. Ci siamo molto divertiti. Fummo anche adeguatamente applauditi. Poi quando Pavarotti ha cantato ”Che gelida manina” è scoppiato il delirio.
La serata al Valli era dedicata a Gigetto Reverberi, un uomo speciale. Concorda?
Di più. Il teatro reggiano era il regno del nostro Gigetto, grande uomo di teatro, grande e vero socialista, amante della lirica e delle belle voci giovanili. Ricordo che lo spettacolo a lui dedicato fu anche teletrasmesso e passato in video dalla Decca.
Maestro, se non ricordo male con Pavarotti lei ha anche inciso “L’elisir d’amore” al Metropolitan
Sì, nel 1990, anno in cui io avevo cantato a Madrid “Il Turco in Italia” diretto da Zedda, il ”Don Pasquale” a Venezia con Ferro sul podio, e “L’Italiana in Algeri” a Vienna accanto a Raimondi.
Poi vi siete ritrovati al Met di New York diretti dal grande Levine….
Sempre nell’Elisir. Ne è uscito anche un video con la regia di Brian Large. Essendo quasi compaesani Luciano ed io amavamo parlarci spesso in dialetto. E lui cominciava sempre chiedendomi “Enso, come stet?” “Ben e ti?”.
E Pavarotti come replicava?
Da dio! Certo Reggio entrava spesso nei nostri discorsi. Lui ha cominciato al Valli una carriera trionfale, io ho svoltato debuttando a Reggio come basso buffo il primo febbraio del 1967. Con l’“Elisir d’amore”, diretto da Masini. Il 14 ho cantato a Guastalla, il 16 a Modena con Luciano. Poi siamo andati in tutto il mondo: Reggio ci ha portato fortuna.

Enrico Pirondini (Giornale di Reggio, 29 aprile 2012)

martedì, novembre 29, 2005

"Notturno" a Firenze

Dopo una cenetta amichevole in un tipico ristorante fiorentino, stavo rincasando in compagnia del Maestro Diamand, direttore del Festival di Edinburgo, per raggiungere il nostro albergo poco distante.
Mezzanotte era scoccata appena. Intorno era tutto silenzio.
Si udiva solamente il rumore dei nostri passi nelle inquietanti viuzze della vecchia Firenze.
Si camminava in fretta perché l'ora era propizia a degli incontri poco desiderabili.
Infatti, dopo un po' ci accorgemmmo che qualcuno ci stava inseguendo a poca distanza. Ci guardammo con il buon Maestro Diamand e senza proferir parola allungammo il passo.
Anche l'inseguitore fece altrettanto. Noi, allora, ci mettemmo quasi a correre, mentre il tipaccio ci stava già raggiungendo velocemente. Furtivo diedi un'occhiata all'indietro e vidi un omaccione grande e molto grosso, con una barba incolta, una sciarpa intorno al collo che gli copriva metà del volto, con un cappellino a caschetto, calato sugli occhi. Ansimava pure lui e sembrava deciso a metterci le mani addosso.
Il Maestro Diamand, pallido e spaventato mi disse trafelato: «Caro Raffaele, a questo punto sarà meglio fermarsi e non opporre resistenza, anzi, diamogli il portafogli e che se ne vada al diavolo».
Mi sembrò un buon consiglio, tanto, a quell'ora, sarebbe stato inutile fare gli errori di fronte ad un colosso del genere.
Così ci fermammo porgendo i nostri soldi, ma l'energumeno si buttò con tutta la sua mole al colle del povero Diamand ed ansimando fortemente, disse con una voce acuta e nasale: «Caro Maestro, Lei sarà, senz'altro, venuto a Firenze, per sentire domani sera la mia Bohème».
Il tipaccio, l'energumeno, l'omaccione grande e grosso altri non era che il nostro caro Luciano Pavarotti.

da "I ricordi teatrali" di Raffaele Arié