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| L'Opéra Garnier, Parigi |
senza causa.
Pioveva ancora un poco, a tratti. Nella sospensione vaga e inquieta dell'aria c'era una nebulosa immobilità di cose disfatte e passate. Lo spazio, pieno di caligine, sembrava assordito, fermo; tuttavia, tra gli aspetti tumultuosi e crudi del trottoir metropolitano, avresti creduto di sentir frusciare il panorama assorto di una vita anteriore.
E pure, quella era l'ora febbrile e clamorosa delle ultime notizie di Parigi. Da vicino e da lontano gli strilloni urlavano come demoni scatenati «L'Intransigeant... la Ruhr... l'armée française à Coblenz».
La folla si muoveva a precipizio, con quel furore francese che, mescolato alla passione politica, muta certi uomini in fantocci ridicoli e pericolosi.
Fiumi di veicoli enormi e d'ogni specie, impazienti, circolavano e s'incrociavano intorno a noi, scampanellando senza tregua e scaricando a bruciapelo dalle trombe i più rauchi e mostruosi avvertimenti.
Nella buca ardente della ferrovia sotterranea si gettavano a denti stretti forme innumerevoli di pedoni frettolosi.
La luce elettrica s'era accesa d'improvviso sui grandi boulevards e sulla lucida Avenue che porta al Palais Royal.
Stavamo lì su due piedi, fra la baraonda, dinanzi all'edificio dell'Opéra: la gran pignatta costruita dal Garnier, circondata di statue e di lampioncini malinconici, dominava la piazza come un'isola fortificata e
tenebrosa.
In alto, sul frontone del famoso e diffamato teatro, s'apriva il loggiato pensile che, illuminato con fuochi di bengala, svaporava in una calda tristezza di solitudine. Figure incerte e femminee s'affacciavano a quel loggiato favoloso, si sporgevano nella notte, si muovevano e si mescolavano delicatamente lassù come visioni trepide in una sede sacra ed eccelsa.
Guardavamo lì fermi, trasecolando, quel presepio aereo. La baraonda circostante, i gridi e le gomitate ci facevano sussultare, mentre quell'al di là ci invitava con un ineffabile richiamo.
Detto fatto, ci lanciamo in uno spazio libero fra le automobili; e d'un salto, eccoci fra lo scialbore dei fanali e il nero delle colonne.
Nel vestibolo maestoso e vacuo, ogni accesso è presieduto da una specie di tribunale eretto, sul quale troneggiano, solenni, dei signori in frack e sparato bianco, rasati sino al blu, che inalberano sulla testa dei magnifici cilindri di alta forma. Sono questi pallidi tipi di croupiers che sorvegliano, sbadigliando con un sussiego accigliato e taciturno, gli ingressi e controllano i biglietti di quelli che entrano.
Ci par d'essere nella più solenne e deserta Corte d'Assisi.
E fin qui, nessuna eco musicale che giunga a noi. Nessun presentimento lirico. Una estenuazione scoraggiante, un che di blasé fluttua e s'allunga pei vasti corridoi silenziosi, rischiarati pigramente.
Qualche persona di qualità entra ancora, con domestica lentezza. Sono dei ritardatari; un cenno, e traversano stanchi questo primo monumentale controllo.
Lo spettacolo deve essere già incominciato da un pezzo. Ci buttiamo verso il celebre scalone, facciamo i gradini a due per volta, correndo sul tappeto che ci guida sempre più in alto. I giri e rigiri sono interminabili; durante l'ascensione vorticosa ci vien fatto d'intravvedere tra gli splendori spalancati dei promenoirs l'uniforme di parata di una guardia repubblicana che vigila sui beni dello Stato; costui ci rimette paternamente su la buona strada.
Finalmente eccoci, col cuore in gola, all'ultimo piano; là ci colpiscono l'orecchio gli scoppi vaghi degli ottoni soffocati dalla porta chiusa e i mormorii indistinti di un coro che sembra sepolto. C'è ancora modo, tra il muro e la porta, di sbagliare indirizzo; per fortuna, la guardiarobiera del loggione ci soccorre e ci mette dentro, con un sorriso e un inchino impercettibile.
Nell'oscurità d'una grotta sonora popolata da silhouettes protese, intente e fiammeggianti come terrecotte nel riverbero di un forno, una piccola poltrona di velluto rosso, vuota, al davanzale, ci aspetta; e siamo a posto.
Una spanna più su del nostro capo il soffitto cupo, enorme, s'allarga e s'allontana oscuramente.
La recita è in pieno corso. La sala immensa del teatro s'apre tutta sotto i nostri piedi come un abisso semibuio, silenzioso e formicolante, annegata in un rosso amaro che i lumi radi e protetti non riescono a esplorare.
Contempliamo, col capogiro, da questo nido di avvoltoi, l'atroce turbinio di quel mondo crepuscolare inerte e prostrato in una beatitudine sontuosa.
Nella veglia accaldata e sonnolenta, l'orchestra quasi roca rimescola e sciupa dolcemente i suoi timbri. Le armonie si addensano e sfilano trasfigurate come figure al tramonto. I violoncelli circolano sommessi e chini fra i fiati declinanti, mentre le trombe echeggiano tristi, trionfali, lente nella lontananza.
Nessuno potrà dire l'insistente turbamento che dà la musica in questo luogo memorabile popolato e fastoso.
Una ricchezza pesante e ravvolta di colori indistinti e quieti si coagula all'intorno. Forme gelide dai riflessi misteriosi, nella torrida semi oscurità, guizzano irretite in un vasto sogno musicale, come mosche lucenti e innumerevoli prese in una immensa tela di ragno.
Il lampadario, a palloni opachi e iridescenti, grosso come un carrousel, illumina da vicino le grevi incrostazioni dorate e la fumosa e violenta pittura della cupola. A mezz'aria lembi di luce han fremiti velati e perlacei di neve che ondeggi nel tramonto e si sciolga.
Nel trasparire profondo di quelle tenebre vive con un rilievo misterioso e aggraziato una folla sospesa e senza età.
Nelle loggie riboccanti di alto ceto riposano, in atteggiamenti di contrizione, gli sparati immacolati, le décolletées pallide e ambigue, i crani lucidi e privilegiati e le lunghe braccia guantate; fra la seta e le gemme, affacciata ai davanzali dei balconi, la folla siede quasi prosternata. I piccoli raggi dei lumi scivolano sulle lunghe spalle azzurrine, sui dorsi polposi e lisci, rimbalzando ed echeggiando sul raso e sul velluto verde cobalto con uno splendore stanco, dissonante e morbido di toni. Nel fondo indistinto vigila, eretta e ossequiente, la nera galanteria dei cavalieri francesi.
Benché non sia troppo vecchio, questo teatro ha un aspetto di decrepitezza esanime, incantevole, come, a vederla ritornare, così sterminata e tumultuosa, un'epoca sepolta.
In questa cornice il pubblico sembra proprio quello di cento anni fa.
Il sipario venerabile e smorto, dipinto a larghe pieghe di velluto sanguigno, discende silenziosamente.
Nell'intervallo, molti spettatori leggono il libretto.
Curiosa usanza, quella di richiamare il pubblico quando la recita riprende, con un frastuono di colpi lugubri e reiterati come se dietro il sipario inchiodassero un feretro. L'orchestra è già di nuovo tutta a posto, disseminata fra i lumi verdi dei leggii e sembra un accampamento di scarabei in cravatta bianca; la lettura ricomincia svogliata e accademica.
Dalla rampa dell'orchestra sino alla balconata di primo ordine le poltrone di velluto paonazzo della platea montano irruenti come squadroni della vecchia guardia lanciati verso un'altura, in file serrate e ondeggianti.
Il pubblico è così folto che copre letteralmente le architetture e sembra piovere giù dalla cupola nel fuoco crollante delle cavità più oscure e disperate.
Tutta la parete di contro sembra un'apoteosi distrutta che s'inabissa con un dissolvimento maestoso o una ascensione quasi immobile, infatuata e piena d'un lucore agonizzante che si estingue languidamente.
Quella sera si rappresentava all'Opéra la Kovancina di Mussorgski.
Bruno Barilli
("Corriere Italiano", 18 agosto 1923)

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