Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

sabato, settembre 12, 2026

L'"Opéra" di Parigi

L'Opéra Garnier, Parigi
Non so che diavolo ci avesse preso quella sera. Era
vamo smemorati del tutto e ravvolti in una perplessità
senza causa.
Pioveva ancora un poco, a tratti. Nella sospensione vaga e inquieta dell'aria c'era una nebulosa immobilità di cose disfatte e passate. Lo spazio, pieno di caligine, sembrava assordito, fermo; tuttavia, tra gli aspetti tumultuosi e crudi del trottoir metropolitano, avresti creduto di sentir frusciare il panorama assorto di una vita anteriore.
E pure, quella era l'ora febbrile e clamorosa delle ultime notizie di Parigi. Da vicino e da lontano gli strilloni urlavano come demoni scatenati «L'Intransigeant... la Ruhr... l'armée française à Coblenz».
La folla si muoveva a precipizio, con quel furore francese che, mescolato alla passione politica, muta certi uomini in fantocci ridicoli e pericolosi.
Fiumi di veicoli enormi e d'ogni specie, impazienti, circolavano e s'incrociavano intorno a noi, scampanellando senza tregua e scaricando a bruciapelo dalle trombe i più rauchi e mostruosi avvertimenti.
Nella buca ardente della ferrovia sotterranea si gettavano a denti stretti forme innumerevoli di pedoni frettolosi.
La luce elettrica s'era accesa d'improvviso sui grandi boulevards e sulla lucida Avenue che porta al Palais Royal.
Stavamo lì su due piedi, fra la baraonda, dinanzi all'edificio dell'Opéra: la gran pignatta costruita dal Garnier, circondata di statue e di lampioncini malinconici, dominava la piazza come un'isola fortificata e
tenebrosa.
In alto, sul frontone del famoso e diffamato teatro, s'apriva il loggiato pensile che, illuminato con fuochi di bengala, svaporava in una calda tristezza di solitudine. Figure incerte e femminee s'affacciavano a quel loggiato favoloso, si sporgevano nella notte, si muovevano e si mescolavano delicatamente lassù come visioni trepide in una sede sacra ed eccelsa.
Guardavamo lì fermi, trasecolando, quel presepio aereo. La baraonda circostante, i gridi e le gomitate ci facevano sussultare, mentre quell'al di là ci invitava con un ineffabile richiamo.
Detto fatto, ci lanciamo in uno spazio libero fra le automobili; e d'un salto, eccoci fra lo scialbore dei fanali e il nero delle colonne.
Nel vestibolo maestoso e vacuo, ogni accesso è presieduto da una specie di tribunale eretto, sul quale troneggiano, solenni, dei signori in frack e sparato bianco, rasati sino al blu, che inalberano sulla testa dei magnifici cilindri di alta forma. Sono questi pallidi tipi di croupiers che sorvegliano, sbadigliando con un sussiego accigliato e taciturno, gli ingressi e controllano i biglietti di quelli che entrano.
Ci par d'essere nella più solenne e deserta Corte d'Assisi.
E fin qui, nessuna eco musicale che giunga a noi. Nessun presentimento lirico. Una estenuazione scoraggiante, un che di blasé fluttua e s'allunga pei vasti corridoi silenziosi, rischiarati pigramente.
Qualche persona di qualità entra ancora, con domestica lentezza. Sono dei ritardatari; un cenno, e traversano stanchi questo primo monumentale controllo.
Lo spettacolo deve essere già incominciato da un pezzo. Ci buttiamo verso il celebre scalone, facciamo i gradini a due per volta, correndo sul tappeto che ci guida sempre più in alto. I giri e rigiri sono interminabili; durante l'ascensione vorticosa ci vien fatto d'intravvedere tra gli splendori spalancati dei promenoirs l'uniforme di parata di una guardia repubblicana che vigila sui beni dello Stato; costui ci rimette paternamente su la buona strada.
Finalmente eccoci, col cuore in gola, all'ultimo piano; là ci colpiscono l'orecchio gli scoppi vaghi degli ottoni soffocati dalla porta chiusa e i mormorii indistinti di un coro che sembra sepolto. C'è ancora modo, tra il muro e la porta, di sbagliare indirizzo; per fortuna, la guardiarobiera del loggione ci soccorre e ci mette dentro, con un sorriso e un inchino impercettibile.
Nell'oscurità d'una grotta sonora popolata da silhouettes protese, intente e fiammeggianti come terrecotte nel riverbero di un forno, una piccola poltrona di velluto rosso, vuota, al davanzale, ci aspetta; e siamo a posto.
Una spanna più su del nostro capo il soffitto cupo, enorme, s'allarga e s'allontana oscuramente.
La recita è in pieno corso. La sala immensa del teatro s'apre tutta sotto i nostri piedi come un abisso semibuio, silenzioso e formicolante, annegata in un rosso amaro che i lumi radi e protetti non riescono a esplorare.
Contempliamo, col capogiro, da questo nido di avvoltoi, l'atroce turbinio di quel mondo crepuscolare inerte e prostrato in una beatitudine sontuosa.
Nella veglia accaldata e sonnolenta, l'orchestra quasi roca rimescola e sciupa dolcemente i suoi timbri. Le armonie si addensano e sfilano trasfigurate come figure al tramonto. I violoncelli circolano sommessi e chini fra i fiati declinanti, mentre le trombe echeggiano tristi, trionfali, lente nella lontananza.
Nessuno potrà dire l'insistente turbamento che dà la musica in questo luogo memorabile popolato e fastoso.
Una ricchezza pesante e ravvolta di colori indistinti e quieti si coagula all'intorno. Forme gelide dai riflessi misteriosi, nella torrida semi oscurità, guizzano irretite in un vasto sogno musicale, come mosche lucenti e innumerevoli prese in una immensa tela di ragno.
Il lampadario, a palloni opachi e iridescenti, grosso come un carrousel, illumina da vicino le grevi incrostazioni dorate e la fumosa e violenta pittura della cupola. A mezz'aria lembi di luce han fremiti velati e perlacei di neve che ondeggi nel tramonto e si sciolga.
Nel trasparire profondo di quelle tenebre vive con un rilievo misterioso e aggraziato una folla sospesa e senza età.
Nelle loggie riboccanti di alto ceto riposano, in atteggiamenti di contrizione, gli sparati immacolati, le décolletées pallide e ambigue, i crani lucidi e privilegiati e le lunghe braccia guantate; fra la seta e le gemme, affacciata ai davanzali dei balconi, la folla siede quasi prosternata. I piccoli raggi dei lumi scivolano sulle lunghe spalle azzurrine, sui dorsi polposi e lisci, rimbalzando ed echeggiando sul raso e sul velluto verde cobalto con uno splendore stanco, dissonante e morbido di toni. Nel fondo indistinto vigila, eretta e ossequiente, la nera galanteria dei cavalieri francesi.
Benché non sia troppo vecchio, questo teatro ha un aspetto di decrepitezza esanime, incantevole, come, a vederla ritornare, così sterminata e tumultuosa, un'epoca sepolta.
In questa cornice il pubblico sembra proprio quello di cento anni fa.
Il sipario venerabile e smorto, dipinto a larghe pieghe di velluto sanguigno, discende silenziosamente.
Nell'intervallo, molti spettatori leggono il libretto.
Curiosa usanza, quella di richiamare il pubblico quando la recita riprende, con un frastuono di colpi lugubri e reiterati come se dietro il sipario inchiodassero un feretro. L'orchestra è già di nuovo tutta a posto, disseminata fra i lumi verdi dei leggii e sembra un accampamento di scarabei in cravatta bianca; la lettura ricomincia svogliata e accademica.
Dalla rampa dell'orchestra sino alla balconata di primo ordine le poltrone di velluto paonazzo della platea montano irruenti come squadroni della vecchia guardia lanciati verso un'altura, in file serrate e ondeggianti.
Il pubblico è così folto che copre letteralmente le architetture e sembra piovere giù dalla cupola nel fuoco crollante delle cavità più oscure e disperate.
Tutta la parete di contro sembra un'apoteosi distrutta che s'inabissa con un dissolvimento maestoso o una ascensione quasi immobile, infatuata e piena d'un lucore agonizzante che si estingue languidamente.
Quella sera si rappresentava all'Opéra la Kovancina di Mussorgski.
Bruno Barilli
("Corriere Italiano", 18 agosto 1923)

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