Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

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lunedì, settembre 16, 2019

Spigolature sui direttori d'orchestra

Si raccontano molte storie sui direttori d’orchestra. Alcune vere, alcune finte. Quelle finte vengono normalmente attribuite via via a personaggi da bersagliare.
 
Questa è finta, ma viene attribuita a molti direttori di orchestra a cui a dire il vero sta benissimo. "Ragazzi!" grida un direttore d’orchestra, appunto, ai professori che non gli danno retta nelle prove; "adesso basta! Io sono uno che viene dalla gavetta, mi son fatto da me, non ho impresari famosi, non ho mai chiesto favori ai giornalisti, ma non è il caso di sottovalutarmi! Ho più orecchio di tanti colleghi famosi! Voi disturbate la mia arte! Io sono teso ad ascoltare ogni sfumatura e per questo vi correggo, per il bene di tutti e della musica!". Si fa un istante di silenzio; ma il timpanista, sullo slancio delle parole, non resiste e batte un grande colpo sul suo strumento. Il direttore impallidisce, inghiotte; poi, deciso, guarda tutti coll’occhio offeso e duro di chi deve punire. "Ragazzi!", esclama infine. "Chi e stato?".
 
E questa è vera, ma non si sa il nome dell’insegnante. Comunque è al conservatorio di Mosca, non troppo tempo fa. Gli allievi del corso di direzione d’orchestra sono fuori dall’aula: dentro, il docente si ferma a parlare col primo corno. "Attento, per favore, adesso alla trentaquattresima battuta al posto di mi naturale suoni mi bemolle" Entrano gli allievi, il primo sale sul podio. Incomincia a dirigere. Alla quarantottesima battuta il docente lo ferma: "E allora, tutto bene? Non ti sei accorto di qualcosa?..." "No", risponde l’allievo, "mi pareva che tutto andasse bene." "Ecco, vedi", spiega allora il docente, "in questa professione non bisogna mai fidarsi abbastanza del proprio istinto. L’esperienza ti permetterà di farti un orecchio più fine, la sapienza del mestiere ti farà sentire tutto più chiaro, l’umiltà ed il lavoro correggeranno le tue impressioni di ragazzo inesperto. Alla battuta trentaquattro, il primo corno ha suonato mi anziché mi bemolle". Allora il primo corno alza lo sguardo, si batte una mano sulla testa e si rivolge tutto dispiaciuto al docente: "Acc.. mi scusi: me n’ero dimenticato".
 
Questa viene data per vera, attribuita al maestro Vittorio Gui, ma qualcheduno la conosce come aneddoto di Kussewiskij, e c'è da dire che sta bene sia al grande direttore russo di tanti anni fa che al nostro grande maestro recentemente scomparso; perché è un momento tipico di quegli artisti candidi che credono in se stessi e non lo negano... Dunque, dal Maestro che ha appena terminato il concerto con la Sesta di Beethoven si precipita in camerino una signora appassionata di musica e con l’aria rapita dice: "Maestro, come dirige Beethoven lei non lo dirige nessuno!". Il Maestro le sorride: "Ma signora, che dice? Si figuri: c'è...", e incomincia a contare sulle dita d’una mano. "C'è... no, per la verità no... C'è..., dunque, c'è..." Si ferma. "Ma sa, signora, che forse ha ragione lei?".
 
Quest’altra è finta, ed è famosa. Karl Böhm passeggia insieme a Leonard Bernstein ed a Herbert von Karajan. "Sono il più bravo direttore del mondo", dice ad un tratto Böhm, "difatti sono il più pagato". "No, guarda, mi dispiace smentirti", replica deciso Bernstein; "ma il più bravo sono io. Me l’ha detto direttamente Dio". Karajan che era un passo più in là sovrappensiero si riscuote, e si rivolge a Bernstein: "Scusa: che cosa ti ho detto, io?".

Nino Sanzogno è un direttore non soltanto fra i più dotati di natura, ma fra i più ricchi di aneddoti. Quand’era violinista, per esempio, provocava situazioni curiose. Una volta, il direttore in una cittadina di provincia voleva il famoso attacco degli archi nel quarto atto della Traviata piano, pianissimo, sempre più piano, e s’arrabbiava molto perché i violini dell’orchestra, tra cui era Sanzogno, suonavano sempre con troppo suono. Alla recita, all’attacco del quart’atto s’udì come soltanto un pallido "swsccc", si vide il direttore agitarsi paonazzo, e poi l’esecuzione fu interrotta per alcuni minuti. Nell'intervallo, i violinisti avevano spalmato il sapone sulle corde dei loro strumenti. In altra circostanza, volle mettere alla prova De Sabata, famoso per il suo orecchio, e suonò una nota mezzo tono sopra per vedere se il maestro sentiva la piccola stonatura in mezzo agli altri violini che suonavano intonati. Ma De Sabata continuò tranquillissimo. Dopo un po’ disse: "Intervallo. Fra dieci minuti ci ritroviamo. E se quel disgraziato là", continuò, puntando l’indice su Sanzogno, "fa di nuovo apposta a suonare do diesis invece di do, gli rompo la testa".
 
Esistono anche direttori che ironizzano su loro stessi. Il grande maestro inglese Thomas Beecham lo faceva con uno squisito humour assurdo. Dopo un concerto con il famoso pianista Alfred Cortot gli domandarono com’era andata: "Vedete?", rispose, "lavoravamo tutti e due a memoria, ma ne avevamo poca. Abbiamo incominciato col concerto dell’Imperatore di Beethoven, poi siamo passati a Cajkovskij, poi credo proprio a Schumann; certamente abbiamo finito con Grieg ".
 
E poi esistono le orchestre dove si lavora con qualche disorganizzazione. A Napoli, si dice, non molto tempo fa, un famoso direttore udì che nel settore dei clarinetti qualche cosa non andava. "Clarinetti soli", impose; e loro eseguirono. "Solo lei", chiese allora ad un clarinettista. Questi, calmo, gli sorrise: "Ecco, Maestro, veramente, ’o clarinettista vero è mio fratello. Ma siccome oggi sta impedito, ha mandato me dicendo: va e fa come se suonassi, chissà che non sia meglio che niente". Sara vero? I napoletani sono gente di grande fantasia. Quattro anni fa, Riccardo Muti, che provava in un caldo pomeriggio una sinfonia giovanile di Bellini, provò a vincere l’inerzia dell’ora, spiegando: "Pensate, questa sinfonia fu scritta da Vincenzo Bellini quando aveva solo diciassette anni...". Dall’orchestra gli arrivò allora una voce, stancamente: "Per questo stava scarso". Naturalmente, all'esecuzione tutti suonarono al meglio dell'entusiasmo.
 
Infine. C’era un famoso direttore che aveva fama ed aria di bell’uomo, ma era un po’ complessato da un grandissimo naso. Tutta l’orchestra e tutto il personale del teatro sapevano di dover evitare ogni allusione. Proibite anche le frasi che alludessero: non si parlava di fiuto, non si doveva dire per esempio "a lume di naso". Durante tutto il tempo delle prove, tutti si controllarono benissimo, l’ossessione era un poco nell’aria, ma alla fine stava ormai per svanire. Dopo l’ultima prova, il maestro ringraziò i professori d’orchestra e posò come era solito la bacchetta sul leggio, e lasciò il podio, attraversando l'orchestra. Allora l’inserviente ebbe un dubbio: avrebbe dovuto, per il concerto della sera, fargli trovare la bacchetta in camerino o sul leggio? Rapido, fermò gentilmente il direttore: "Maestro, mi scusi, la bacchetta questa sera, la vuol portare lei, o gliela faccio trovare io sotto il naso?".
("Musica Viva", n.2, Anno I, novembre/dicembre 1978)

giovedì, ottobre 09, 2014

Paolo Isotta: "il PCI ha dato il culo per niente”

Paolo Isotta (Napoli, 1950)
Il critico musicale scrive una lettera (d’amore) a Feltri e si toglie i sassolini: “Ma l'errore del PCI nella gestione dell'egemonia culturale sua è stato di aver dato il culo per niente, ovvero fatto da taxi a soggetti che l'impiegavano per i loro fini” - “Pereira servile verso i salotti”...
 
Caro Vittorio, ti scrivo oggi domenica.
Sul Giornale di oggi hai dedicato a me e al mio libro "La virtù dell'elefante" un tale scritto che desidero rendere pubbliche le ragioni della mia gioia. In quarant'anni è la cosa più bella che io abbia ricevuta. Tu sei uno degli amici del cuore di una vita: e fin qui lo sapevamo tu, io e anche gli altri che condividiamo nelle rispettive cerchie. Ma se tu, da amico del cuore, volevi farmi un regalo scrivendo del mio libro, da quel Maestro che sei ti sarebbe bastato fare un ritratto di Paolino come ti veniva nella penna e avresti scritto un gran bell'articolo. 
Qui subentrano allora il tuo amore per me e la tua grandezza che ti fa uno dei migliori scrittori italiani viventi (alla nostra età e vivendo ambedue nec spe nec metu queste cose si dicono senza paura di esser tacciati di piaggeria: infatti stanno nel ritratto che nel libro ti ho dedicato). Tu le seicento pagine le hai lette tutte, e non lette, sviscerate: onde sei pervenuto a scrivere cose nuove e intelligenti frutto di uno sforzo straordinario per comprendere, internarti e darne conto.
Se io sono un genio, a essere geni siamo almeno in due. E ti vorrai rendere interprete verso Alessandro Gnocchi che, da capo-redattore "Cultura del Giornale", ha non meno amorosamente vegliato sul destino del mio libro: e con Alessandro Sallusti che, da direttore, ha sovrainteso al tutto.
Adesso non vorrei sembrare ridicolo se al tuo scritto oso appulcrare verbo: avresti il diritto di dirmi: «Stai a ccuorpo sazzio e ancora vai truvann qualcosa?», ossia: «Ti sei ben ingrassato e ancora non ti basta?». 
Innanzitutto mi ribello quando tu dichiari di essermi inferiore. Va bene se si prende per un'argomentazione retorica per absurdum: ma io invoco il tuo ritrattino da me steso per dimostrare che non è così. Tu sei protetto da Mercurio, io da Giove (nome col quale gli Antichi chiamavano San Gennaro): nel nostro rispettivo ambito ci equivaliamo. Poi mi ribello per le cose che dici sulla mia produzione di critico musicale di quarant'anni fa. 
Io lo spiego chiaramente: ero un ragazzino presuntuoso e bluffatore ed è incredibile che nessuno sia stato capace, allora, di dire, come al poker, «Vedo»: sarei stato espulso dal tavolino da giuoco. Il fatto è che io potevo parer bravo per chi riusciva a discernere, nella fuffa che producevo, potenzialità che poi, forse e solo forse, si sarebbero in futuro ostese: per dono divino ostese si sono, ma non da moltissimo tempo. 
Così la persecuzione che subii nel 1979 quando Franco Di Bella mi assunse al Corriere della Sera è stata un'altra astuzia di San Gennaro per giovarmi. Se allora io avessi effettivamente incominciato a fare il critico musicale del Corriere, mi sarei bruciato; sebbene a contrastarmi vi fossero nullità. Tu hai voluto ricordare un Duilio Courir, uno sventurato oggi scomparso ad apparente difesa del quale si ordirono le assemblee e le raccolte di firme «della Cultura italiana» contro di me. Costui non è mai stato un mio nemico: non ne aveva la statura: era lì solo in quanto garante d'interessi precisi d'un preciso gruppetto di potere al quale obbediva.
E allora mi permetterai di dire come io narro la persecuzione del 1979. Tu la attribuisci al Comitato di redazione e al Partito comunista. Il comitato di redazione era un mero strumento; il Partito comunista in quanto tale non ce l'aveva con me, ce l'aveva un gruppo che di esso si serviva.
Infatti coi comunisti veri, i nostalgici di Stalin, io in vita mia non ho mai avuto difficoltà o inimicizie. Ero amico di Paolo Spriano, di Lucio Colletti (prima e dopo), di Antonello Trombadori, di Luigi Corbani (idem). Adesso sono amico di Gianni Cervetti, straordinario uomo di cultura (colla c minuscola: ché tu e io colla C maiuscola intendiamo l'uso dell'istruzione a fini di oppressione del prossimo), di Luciano Canfora e di Antonio Bassolino. Secondo me l'errore del Partito comunista nella gestione dell'egemonia culturale sua è stato di aver dato il culo per niente, ovvero fatto da taxi a soggetti ed ambienti che l'impiegavano per i loro fini.
Chi ce l'aveva con me erano soprattutto i Salotti milanesi che gestivano la situazione per conto di Abbado (Claudio), Luigi Nono e Maurizio Pollini. Così si spiega che l'ufficio stampa della Scala, retto da un Carlo Mezzadri, all'insaputa o nell'impotenza del povero Carlo Badini, allora soprintendente, fosse uno dei centri di raccolta delle firme contro di me; e la signora Pollini girasse per Milano novella spigolatrice.
Esistono situazioni archeologiche le quali vengono poi ereditate anche quando siano venute meno le stesse loro causae vivendi, ragioni d'essere; e così, trentacinque anni dopo, la Scala di Lissner s'è rifatta interprete di costoro facendomi una persecuzione che mi ha giovato incredibilmente. Vorrai forse credere che Lissner e il suo successore Pereira abbiano qualcosa da fare col Pd (il nome col quale oggi si chiama il Pci)? C'è solo da dire che da Berlinguer, Ingrao e Amendola siamo passati a Pisapia e Dario Franceschini, sventurati privi di coraggio e d'intelligenza che in ordine alla Scala hanno sbagliato tutto, me compreso. Da grandi uomini a nani, ecco il destino.
Abuso della tua pazienza per fare un'osservazione relativa all'attuale soprintendente Pereira. Se costui fosse intelligente, dichiarerebbe: «Non sono d'accordo con quello che scrive Isotta e men che meno sugli attacchi che rivolge alla mia persona; ma la Scala è un teatro pubblico e il critico del Corriere della Sera è il più gradito degli ospiti». Ma costui non lo fa: perché il servilismo verso i Salotti produce anche lo Zelo, che fa perdere le battaglie già vinte. Le fece perdere a Pompeo Magno, figuriamoci Pereira…
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sabato, ottobre 26, 2013

Il musico in manette

Dura Lex, Sed Lex
Cronache giudiziarie di oggi e di ieri.

A Genova
Il pretore Adriano Sansa ha ordinato di porre i sigilli al pianoforre di Roberto Chierici, un ragazzo di 16 anni, aspirante allievo del conservatorio, da tre anni studente di pianoforte. Motivo: lo strumcnto fa troppo rumore, nonostante abbia inserita la "sordina", e la circosranza ha indotto una vicina di casa a chiedere l’intervento della magistratura. ("Il Gazzettino", 4.VII,1979)
A Mestre
Il pretore onorario dott. Ariberto Marchiori con una sentenza ha ordinaro che violino e pianoforte possono essere suonati solamente dalle 9 alle 12, e nelle ore pomeridiane dalle 16 alle 18, esclusi i giomi festivi nei quali gli strumenti non possono essere suonati. Questa sentenza colpisce Chiara e Paolo Craglietto, 17 e 13 anni, due fratelli mestrini, studenti di conservatorio e di liceo, entrambi già molto apprezzati per impegno e qualità artistiche. ("La Tribuna di Treviso", 9.IX.1979)
A Bologna
Statuit praecepit Dominus Potestas quod nemo ire debeat per civitatem Bononiae de nocte cum leuto, viola, seu aliquo alio instrumento cum lumine vel sine lumine [...] et de hoc teneatur tam scolares, quam alii homines et perdat liutum er violam et instrumentum. (Statuti comunali bolognesi del sec. XIII)

L’eccesso di zelo nella tutela della quiete pubblica dispiegato dal legislatore medievale potrà far sorridere i contemporanei, da tempo avvezzi ad assopirsi al suono di meno melodiosi ordigni che non siano il liuto e la viola. Ogni nostro compatriota o turista straniero conosce infatti per esperienza la delizia delle notti estive del Bel Paese, cullate dal camo "di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esp1osivo", per dirla con la prosa profetica di Marinetti, vero prototipo dell’italiano nuovo, che preferiva il design futuristico delle marmitte d’automobile al panneggio della Vittoria di Samotracia.
E poi ci sono i festival gastro-politici dei partiti ("venite compagni", oppure, secondo un’altra lezione "amici", "alla pesca del coniglio!"), i concerti pop in piazza con le amplificazioni a 20.000 watt, il juke-box del bar dell'angolo, l’hi-fi quadrifonico del vicino amante del ballo liscio, il Mundial, i cortei sindacali, il ritorno dalla partita, gli amici dello sposo a clackson spiegato, il mangiacassette che spunta inopinato dalla valigia del vicino di scompartimento, e via assordando. Di fronte alla marea inarrestabile di rumori meccanici ed elettronici, ai mille segnali autorizzati e non, agli amabili riti corali della partecipazione di massa (le attività produttive no, quelle diventano sempre più silenziose, o almeno sono soggette ad un controllo sindacale sulla c.d. "nocività da rumore") il diritto alla privacy sonora appare sempre più come un bene di lusso, accessibile solamente a coloro che per elevatezza di reddito o per marginalità scelta o subita possono interporre vasti spazi di rispetto fra se e il marasma urbano (ville con parco, oppure casolari di campagna, spechi romiti tra le vallate alpine).
Può anche accadere a questo punto che le vittime di tanta prevaricazione, impotenti ad intervenire radicalmente sulla qualità della vita metropolitana (è forse un caso che i fattacci giudiziari riguardino due dei suburbi industriali più ecologicamente degradati di tutto il Paese, vale a dire Genova e Mestre, paradisi della siderurgia e della chimica di base?) scelgano come bersaglio della propria aggressività, secondo una tipica logica di individuazione del punto di minor resistenza, le poche, pretecniche e ormai ridicolmente desuete fonti di produzione del suono: vogliamo dire gli strumenti musicali nella loro povera realtà fisica di corde vibranti e tavole armoniche risonanti, senza nemmeno un mezzo watt di amplificazione elettrica.
Ed ecco trovati i nuovi untori: sono i viziosi strimpellatori di Schumann, i violinisti eredi della dubbia reputazione morale di un Tartini o di un Paganini, gli squallidi adepti del flauto dolce, già bollati di filo nazismo dai vati della scuola di Francoforte. E giù i vicini a sporgere denuncia in carta da bollo, e i pretori a citare in giudizio; indi, udite le testimonianze e valutate le prove, a porre (in nome del popolo italiano) i sigilli alle tastiere, a multare e diffidare i babbi che si mostrano incapaci di instillare
per tempo nei loro pargoletti gusti e valori più adeguati ai tempi moderni C’è una Honda nel tuo futuro, figliolo! Che poi costa anche meno di un Bechstein mezzacoda, ma in compenso ha molti, molti decibel in più. E soprattutto (se sbaglio mi corregga l’arcigno economista) ha dietro di sé un apparato produttivo che per tecnologia, fatturato globale e produttività per addetto deve ispirare reverenza a chiunque. Anche ai magistrati della Repubblica?

Carlo Vitali ("Nuova rivista musicale italiana", n.4, ottobre/dicembre 1979)

sabato, ottobre 19, 2013

Massimo Mila: La fantacustica, principi di una scienza nuova

Roma, Auditorium
Ci rallegriamo spesso per gli innegabili progressi che la cultura musicale sembra fare nel nostro paese, con tanta abbondanza di pubblicazioni, col miglioramento della programmazione nei concerti e nei teatri, con la qualità delle radiotrasmissioni e l’elevato livello di molta parte della produzione discografica. E poi, ogni tanto, giù una mazzata sulla testa, a ricordarti che tutto é come prima, magari peggio di prima.
Poniamo: a Roma sembra si siano finalmente decisi alla costruzione di un auditorium. Bene. Un quotidiano romano, ("Il Tempo", 16 febbraio 1983, pag.4) dedica un’intera pagina al progetto, amabilmente soffiando nella nota polemica tra "effimero" e "permanente". Reca, tra l’altro, la composizione della commissione nominata dalla Giunta regionale per lo studio del problema. Vi sono nomi illustri della cultura, della musica e della spettacolo, come Paolo Portoghesi, Scaparro, Zafred, Zeffirelli. Un Gianni Borgna ne fa parte con la qualifica di "musicologo". La categoria dei musicologi in Italia é liberamente aperta, e niente vieta che ne faccia parte l’autore di uno studio sulla rnusica dei giovani, da Elvis Presley a Sophie Marceau, anche se di musicologi piu qualificati a Roma ce ne sono tanti. Speriamo solo che non si pensi di costruire un auditorium per il rock, genere di musica che presenta esigenze acustiche del tutto diverse da quelle d’un’orchestra sinfonica o d’un quartetto d’archi.
Ma non si tratta di questo. Il guaio é che Per ricreare l’atmosfera perduta a rieducare la nostra sensibilità il giornale ha la felice idea di fare intervistare da Paolo Sangiorgi "uno dei piu autorevoli studiosi viventi di fisica acustica, se non a livello mondiale, certamente europeo". E' un ingegnere, che é anche professore universitario, "uno scienziato abituato a verificare con i fatti quello che dice". Questo luminare della fisica acustica "è però anche uno di quegli uomini che per un’esclusiva  necessità di saggezza rifiuta le interviste, o se le concede pone come condizione essenziale il fatto di non poter essere identificato".
Bene, quali lumi ci porta questo scienziato ignoto? Dopo avere avanzato la scoraggiante affermazione che per costruire un auditorium come si deve, come lo intende lui, non bastano i 18 miliardi stanziati da un assessore regionale, ma "potremmo cavarcela con 200 miliardi tutto compreso", e dopo avere consigliato, del resto non a torto, di non cedere alla tentazione di dimensioni esagerate, per non elaborare una megastruttura come è accaduto a Berlino dove "il suono è riprodotto con impianti di amplificazione", sicché "non è più un auditorium, è una Telefunken, un tempio dell’elettronica" (lì ci suonano gli sprovveduti orchestrali della Filarmonica, sotto la guida di quel notorio incompetente che è Herbert von Karajan), bene, dopo queste premesse generali si entra in particolari d’ordine, diciamo così, scientifico e si forniscono informazioni interessanti, e soprattutto nuove, sulle qualità del suono, prima delle quali viene considerata l’intensità, che si misura in decibel: "30 decibel è la pulsazione del cuore" (accidenti), "120 decibel è il rumore d’un reattore". Per cui se ne deduce che basta la presenza di quattro o cinque persone per coprire il frastuono d’un reattore. E ci si domandi come sia possibile la conversazione di quattro o cinque persone, tutte col loro cuore rombante a 30 decibel ("Sentilo battere! sentilo battere!" diceva Zerlina).
Segue il problema "dell’impulso musicale", che determina "la così detta intellegibilità del discorso". E qui tutto è troppo bello, e bisogna indulgere a una lunga citazione. "Per dire una parola l’uomo impiega circa un secondo; una frase di dieci parole, 10 secondi. Ma se io parlo in un luogo dove al decimo secondo sto ancora ascoltando una parte della prima parola nessuno capirebbe niente. E questo è il problema della coda sonora. Del corretto distacco tra un impulso musicale e l’altro". (Gran conforto, questa Coda, per i sordastri, quelli che "sentono la voce ma non capiscono le parole").
Evidentemente il nostro scienziato ignoto ignora che la velocità di trasmissione del suono è uguale, 340 metri al minuto secondo, in qualunque luogo, al cesso come alla Scala, e varia soltanto col variare della pressione atmosferica (per questo in alta montagna il suono viaggia più adagio che in pianura). La possibilità di sovrapposizione delle onde sonore deriva soltanto dall’eventuale presenza di riverberazioni, ed è a questo rischio che si deve badare costruendo una sala, qualunque sia la sua ampiezza.
Continuiamo, che ora viene il bello. "Quindi per ascoltare fedelmente un concerto fatto con musiche di Rossini e più in generale di musica italiana dell’800 c’è bisogno di una maggior scansione. Per la musica tedesca e Wagner in particolare è necessario invece un maggiore impasto". Donde la preoccupante deduzione che a rigore "sarebbero necessari auditorium diversi" (con quel prezzo!) "per musiche diverse".
Oltre all’intensità, e in certo senso prima, perché più intrinseci, è noto che il suono possiede altri due parametri: l’altezza e il timbro. Il nostro scienziato riesce brillantemente a confonderli l’uno con l’altro. “Ultimo problema da affrontare è quello del timbro. Della qualità della riproduzione. Questa si misura in "ertz" (sic!). 100 ertz (sic!) ad esempio è il timbro di una voce maschile, 200 quello di una voce femminile, 16.000 ertz (sic!) è invece una zanzara. E' in base a queste frequenze che si distingue il suono di uno strumento da un altro".
L’incognito studioso sarebbe ben imbarazzato a spiegare perché una medesima nota, della stessa altezza, con lo stesso numero di hertz, suoni tanto diversa alle nostre orecchie a seconda che sia emessa dalla voce della Caballé, dal flauto di Gazzelloni o dal violino di Uto Ughi. Qualunque scolaro del sest’anno di conservatorio potrebbe spiegargli che il timbro e l’altezza sono due qualità diverse e distinte del suono. L’altezza, non il timbro, dipende dal numero di hertz, cioè dalla frequenza di vibrazioni d’un corpo elastico (200 per la voce femminile sono davvero un po’ pochine, ma non è escluso che qualche contralto fenomenale ci riesca a scendere). Il timbro dipende dalle diverse combinazioni di suoni armonici che si accompagnano al suono fondamentale. Ma chissà se il nostro Professore sa che Cosa sono i suoni armonici. E tuttavia egli appartiene a quella categoria di personaggi che nel linguaggio giornalistico si designano con l’ineffabile qualifica di "esperti".

Massimo Mila ("Nuova Rivista Musicale Italiana", n.1, gennaio/marzo 1983)

sabato, dicembre 08, 2012

Paolo Grassi minaccia Herbert von Karajan

Paolo Grassi (1919-1981)
Le polemiche dichiarazioni del presidente della Rai Paolo Grassi minaccia il maestro Karajan per il «Don Carlo» della Scala negato alla tv.

Roma, 27 ottobre.
Il presidente della Rai-tv, Paolo Grassi, ha lanciato oggi il «guanto» di sfida ad Herbert von Karajan, uno dei direttori d'orchestra più prestigiosi al mondo. Con parole di fuoco Grassi ha aperto ufficialmente un caso destinato a mettere a rumore il mondo della lirica. Perché? La Rai e la Scala di Milano avevano preparato un «colpo» mondiale per il 7 dicembre: «diretta» dal «tempio» meneghino del Don Carlos di Giuseppe Verdi, condotto dal maestro austriaco, con il migliore cast del momento: Mirella Freni, José Carreras, Piero Cappuccini, Nicolai Ghiaurov. Regìa di Luca Ronconi e scene di Luciano Damiani. L'opera italiana sarebbe entrata in casa di un terzo degli abitanti del nostro pianeta. Invece Von Karajan ha detto «no» per motivi personali e per interessi economici che lo legano a una «catena d'oro». Il caso era serpeggiante da tempo; la polemica era stata movimentata dai giornali tedeschi, ma in Italia se ne parlava poco perché, in silenzio, la Scala tentava di rattoppare la situazione e convincere Karajan a fare marcia indietro. Stamane però gli indugi li ha rotti Paolo Grassi, già direttore del teatro milanese, conoscitore degli umori e del carattere del direttore d'orchestra più pagato al mondo. Lo spunto è stato un articolo del «Radiocorriere», ultimo numero, che sparava: «In pericolo la diretta mondiale del Don Carlos». Grassi convocava una conferenza stampa e partiva a razzo: ritorsioni, boicottaggio di certe etichette discografiche e di alcune case cinematografiche, porta chiusa a Karajan se il «maestro» continuerà ad opporsi alla trasmissione della Rai-Tv in «mondovisione». II presidente Grassi era furibondo e non ha certo moderato i termini del suo attacco. II «veto» di Karajan sarebbe dovuto principalmente all'impegno con una casa cinematografica per la produzione di un film dell'opera verdiana con gli stessi cantanti e la stessa orchestra. Un film per i palati raffinati degli amanti dell'opera lirica di tutto il mondo; un successo sicuro che Karajan vedrebbe in parte compromesso dalla «diretta» a colori, ideata dalla televisione di casa nostra per quel ciclo che, con successo, ha già fatto conoscere al grande pubblico opere e complessi prestigiosi (tra cui il Bolscioj di Mosca). Il «no» di Karajan ha fatto scattare Paolo Grassi il quale ha annunciato «misure gravissime», senza specificarle, che sarà il consiglio d'amministrazione dell'Ente ad adottare per tutelare gli interessi della Rai-tv Le notizie da Milano dicono che la «liberatoria» da parte della direzione della Scala non è ancora arrivata. Il problema quindi, per Paolo Grassi, è di estrema gravità: «Abbiamo tutti i mezzi necessari per chiudere le nostre frontiere alle attività e alle orchestre in arrivo perché non vogliamo imporre egemonie e non intendiamo assolutamente accettare quelle altrui». Di fronte ad una platea di giornalisti che non si perdeva neppure una virgola, Grassi ha aggiunto: «al colonialismo e sudditanza coloniale esiste una via di mezzo ed è questa che noi preferiamo seguire. Ma con Von Karajan ho avuto personalmente, quando ero alla Scala, vicende sempre diffìcili perché una cosa è l'artista, che non si discute, e una cosa è tutto ciò che è legato a certi impresari e agenzie». La furia di Grassi non si è placata neppure parlando dei problemi della direzione della Scala di Milano: «Formalmente la Scala non riesce ancora ad ottenere la cosiddetta liberatoria per la trasmissione in mondovisione. Io credo che si tenti, non alla tedesca, ma all'italiana, di fare marcire il problema. Ma noi però ci comporteremo diversamente: prima che la rete sia messa di fronte al fatto compiuto di non potere oltrepassare il Brennero (il confine, n.d.r.) con il "Don Carlos" adotteremo misure gravissime. Il maestro Von Karajan deve dimenticarsi di certe abitudini del passato». Linea dura quindi contro Von Karajan e il suo tentativo di bloccare l'iniziativa italiana. Il direttore d'orchestra austriaco ha le sue ragioni, altrettante la Rai-tv. E sono ambedue di natura economica. Paolo Grassi non ne ha fatto cenno, parlando solo di difesa del prestigio, attacco di tipo colonialista e minacciando «rappresaglie» contro un atteggiamento di offesa all'autonomia culturale della nostra televisione. Nel pomeriggio si è fatta sentire anche la voce di Mimmo Scarano, direttore della prima rete televisiva. «Attendiamo una risposta — ha detto — qualunque essa sia da parte della Scala purché venga al più presto». E Scarano ha spiegato chiaramente perché. La Rai non può perdere tempo in un «tiro alla fune» che si protragga magari fino alla vigilia della trasmissione. Non c'è dubbio che il «Don Carlos» sarà trasmesso in Italia. Ma ci sono gli impegni con «Mondovisione» e con le tv estere che vogliono mandate in onda il programma, lo hanno prenotato e lo pagheranno. Secondo Scarano l'opera ha un pubblico potenziale di 400 milioni di spettatori. «Più i giorni passano — ha aggiunto — più diventa difficile mantenere gli impegni».

"La Stampa", 28/10/1977 - numero 246

mercoledì, settembre 29, 2010

Il silenzio ritrovato: la "sciarpa sordina"

Questo, che vi preghiamo di leggere pazientemente, è un messaggio amabile ed un cortese invito rivolto a tutti coloro che amano veramente la musica

ma...

...indirizzato in particolare a quelli di noi, tutti, presenti all'evento che sta per iniziare, che fossero colpiti da qualsiasi tipo di irritazione tracheo-bronchiale con esito in tosse e lo starnuto di qualsiasi natura.
Prerequisito dell'ascolto è il silenzio. La tosse appartiene al gruppo dei suoni "sgradevoli" e tanto più è intollerabile quanto più è in grado di cancellare, coprendolo, il suono di uno strumento o di una voce, nelle più delicate, flebili, dolci, sublimi ed irripetibili fasi della esibizione.
Non si può demonizzare chi tossisce: ognuno di noi può esserne vittima; né pretendiamo che alcuno rinunci allo spettacolo per il quale ha debitamente pagato l'ingresso o che ricorra a farmaci sedativi spesso inutili o dannosi Ciò che chiediamo con molta, moltissima gentilezza è di seguire le nostre istruzioni per ridurre al minimo l'emissione fragorosa.
Dopo una lunga serie di prove pratiche, abbiamo concluso che un accessorio molto elegante dell'abbigliamento di Signore e Signori, molto usato durante le stagioni inclementi, può servire al caso nostro. Ci riferiamo alla sciarpa.
Sì, una sciarpa, ma con caratteristiche particolari. Deve essere di lana, eseguita e prodotta con una tessitura molto spessa, tenace e tale da rappresentare una barriera insonorizzante che assorba e catturi ogni "espirazione rumorosa".
Tenuta a portata di mano, ripiegata una o più volte per ispessirla, esaltandone il risultato, si porta a coprire naso e bocca, premendola vigorosamente con le due mani su bocca e naso.
Tutto qui. Per questa sua incredibile dote naturale l'abbiamo battezzata "Sciarpa sordina".
Sorridete pure ma provate tutti. Nessun costo, nessuna controindicazione sulle patologie in corso, l'espirazione avverrà, ma ... silenziosamente, o quasi. Ci auguriamo che tutti adottino il metodo, invero molto semplice, in attesa che altri propongano di meglio.
Aggiungiamo che restare in silenzio è rispetto per chi ci offre il meglio della sua arte, per chi ascolta come spettatore e per le Direzioni Artistiche degli Enti Teatrali che hanno scelto i programmi.

Un allievo della Scuola Musicale A.Peri (1937-1942)
Una giovane impegnata in allestimenti musicali
Un tenore di successo
Un grande musicista reggiano
Tanti amici del Teatro

giovedì, giugno 29, 2006

Il barbiere di Madrid

Al teatro La Zarzuela di Madrid stavamo ultimando le prove de Il Barbiere di Siviglia di Rossini. La parte di Figaro era stata affidata al bravo baritono Enzo Sordello.
Dopo una "generale" assai faticosa, decidemmo di permetterci una cena coi fiocchi in uno dei ristoranti più in voga della capitale spagnola. Detto fatto.
Il locale era pieno zeppo di gente molto chic, l'ambiente assai elegante, e numerosi camerieri volteggiavano indaffarati, stretti in impeccabili frac. Ordinammo delle golosità come Gazpacho, Paella alla valenciana, Asado e non so cosa ancora. Eravamo affamatissimi, dopo aver trascorso quasi tutto il giorno in teatro.
Pregustando quelle delizie culinarie, l'amico spazientito, tamburellando con le dita sul tavolo canticchiava il sestetto dei secondo atto del Barbiere: "E' il cervello, poverello, già stordito, sbalordito...", solo che, storpiando volutamente le parole, diceva: "E il Sordello poverello, già stordito, sbalordito, non ragiona, si confonde, si riduce ad impazzar". Appena vide arrivare il primo piatto, s'infilò velocemente il tovagliolo nel colletto a mo' di bavagliolo ed impugnando
forchetta e coltello si preparò all'attacco.
Il nostro maitre era un signore anziano, alquanto sussiegoso, ed impettito nel suo frac dallo sparato inamidato.
Vedendo come l'amico si era combinato con il tovagliolo, come se si trovasse in una trattoria a Trastevere, gli si avvicinò sussurrandogli tra i denti indispettito: "Barba o capelli, Signore?", fissandolo negli occhi con sguardo provocatorio.
Il buon Enzo rimase per un po' interdetto, ma poi, ripresosi, gli disse ad alta voce: "Solo capelli, prego! La barba, se vuole gliela faccio io domani sera in teatro, perché IL BARBIERE sono io".

dai "Ricordi Teatrali" di Raffaele Ariè

giovedì, giugno 15, 2006

Il Figaro di Busseto

Durante un ennesimo pellegrinaggio nei luoghi verdiani andai a Busseto per salutare l'amico Carlo Bergonzi. Non trovandolo nell'albergo di sua proprietà e dal nome naturalmente verdiano, I due Foscari, mi misi a passeggiare per la via principale di quella tranquilla e sonnolenta cittadina.
M'imbattei così in un piccolo e strano negozio di parrucchiere con centinaia di fotografie di artisti lirici appese alle pareti, con tanto di dediche "Al Figaro nazionale". Con mio stupore, sbirciando più insistentemente tra i vetri ne vidi due o tre di mie, in costume teatrale di Boris, Don Carlo e Nabucco.
Incuriosito, con la scusa di farmi fare la barba entrai.
Il buon uomo, che aveva in mente solo il mio volto truccato, non mi riconobbe e si mise diligentemente ad esercitare con abilità la sua funzione. Mentre stavo sotto i suoi ferri decisi di provocare in lui qualche reazione, facendo delle considerazioni sulla Lirica e sui suoi cantanti preferiti.
Esordì subito, affermando che all'infuori di Verdi non c'era nessuno e che il più grande tenore verdiano era, senza alcun dubbio, il suo concittadino Bergonzi, vantandosi di fargli regolarmente la barba ogni mattina, mentre diceva peste e corna di un tale "spagnolo".
Volli allora punzecchiarlo un po' bonariamente e gli espressi una esagerata preferenza per la musica del grande antagonista, il teutonico Riccardo Wagner. Gli dissi maliziosamente che anche Wagner, quando lo voleva, poteva scrivere delle melodie alla Giuseppe Verdi, come per esempio quelle del Vascello fantasma e del Rienzi. Era stato Verdi stesso, negli ultimi anni della sua maturità, ad avvicinarsi al genio di Bayreuth.
Questa mia affermazione lo fece uscire dai gangheri e, mentre le sue mani tremolanti per la rabbia maneggiavano ormai troppo pericolosamente l'affilato rasoio, decisi di rivelargli finalmente la mia identità, confessandogli che per divertirmi un po' volevo solo stuzzicare la sua commovente sudditanza verdiana. Lo rassicurai che pure io ero e sono grande ammiratore del Peppino Nazionale, di cui durante la mia lunga carriera avevo interpretato tutti i personaggi, dal Filippo II al Fiesco, dal vecchio Silva all'Attila, da Padre Guardiano a Zaccaria.
A lavoro terminato chiuse il negozio anche se fuori orario per accompagnarmi, pieno di entusiasmo, prima nel museo verdiano indi nel teatrino antistante la piazza, pregando poi un suo compaesano di scattargli una foto ricordo da aggiungere alla sua collezione di noi due inginocchiati davanti alla statua del grande Cigno di Busseto. Finimmo al bar e dopo qualche bicchierino aggiunse: "Ma lo sa, mio caro Ariè, che con le sue incaute asserzioni su Wagner ha corso un bel pericolo per la sua preziosa gola... per poco io gliela tagliavo!".

dai "Ricordi Teatrali" di Raffaele Ariè

domenica, maggio 21, 2006

Il travestito

Tornando da una lunga tournée all'estero, al valico di ponte San Luigi, tra Mentone e Ventimiglia, esibii, come al solito, il passaporto. La mia macchina era stipata fino all'inverosimile, da bauli e valigie.
Alla domanda di rito del giovane doganiere, su cosa avessi da dichiarare, risposi candidamente: "Nulla, ciò che porto con me, sono, soprattutto, costumi teatrali. Sa.... sono un cantante lirico, io ... !". E così dicendo, gli feci vedere una fotografia del famigerato Rasputin, l'ambiguo personaggio che avevo appena interpretato.
Il giovane, disorientato ed alquanto insospettito, guardando la strana immagine, mi chiese: "Chi è questo barbone?". "Sono io, naturalmente", risposi con fierezza, al che lui, sgranando gli occhi, fissandomi intensamente e confrontandomi con la foto, minaccioso esclamò: "Ma allora, lei si traveste!? Lei usa barba e baffi?! Cambia connotati, insomma! Si metta da parte ed apra tutto!!!". Urlò.
Sotto gli sguardi divertiti di chi, invece, transitava velocemente, rimasi, ahimè, bloccato per ore alla frontiera.
Quella volta, la tanto decantata passione per la lirica non aveva funzionato.

dai "Ricordi teatrali" di Raffaele Arié

sabato, aprile 15, 2006

Il cocomero egizio

La scrittura estiva alle Terme di Caracalla non è solo un impegno artistico: la bellezza delle vestigia ed il richiamo del mare per la vicinanza di Fregene la rendono molto attraente. Unisce insomma l'utile al dilettevole, condito per di più dall'atmosfera di romana cordialità di colleghi e amici che si prodigano a rendere la scrittura un po' "vacanziera", proprio per questo molto ambita da noi cantanti sollecitati come siamo sempre dagli stress della carriera.
Ricordo in particolare il "Club dei cocomerari", una collaudata iniziativa dei tecnici di palcoscenico: contro una modesta quota che si versava al capo macchinista, si acquisiva il diritto durante lo spettacolo, dietro le quinte naturalmente, di concedersi una bella abbuffata di gigantesche fette di anguria rossa e ben ghiacciata, assai sospirate durante le afose serate dell'agosto romano.
Come grande consumatore di cocomeri mi iscrissi immediatamente alla benemerita associazione versando anzi l'equivalente di un doppio abbonamento, viste le inusitate quantità che riuscivo a divorare durante le recite.
Una sera, però, durante il terzo atto dell'Aida quando il soprano canta la sua famosa aria sulle rive del Nilo, vi fu una scena fuori programma: mentre i tre cammelli stavano attraversando il palcoscenico uno di loro urtò con tutto il suo peso una quinta che cadde fragorosamente scoprendo il severo e compìto Ramphis che seduto beatamente su un gradino stava addentando un'immensa fetta di cocomero. Quel Ramphis ero io. Mi alzai di scatto scappando a gambe levate ma non potei evitare uno scrosciante applauso del pubblico che compiacente e divertito dimostrava di avere gradito l'insolita "messa in scena".

dai "Ricordi Teatrali" di Raffaele Ariè

sabato, aprile 01, 2006

Più maligno del maligno

Ero stato scritturato all'Opéra di Parigi per un lungo periodo per cantare Il flauto magico, Faust e Boris Godunov. I miei colleghi francesi non mostravano di apprezzare molto la presenza di cantanti stranieri nel loro tempio della Lirica e non nascondevano la loro freddezza neanche nei miei confronti.
Un giorno trovai la mia valigetta del trucco posata davanti alla porta del camerino con sopra un biglietto: "Bon voyage"! Un'altra volta sparì la barba dello Zar, proprio prima della recita di Boris, ma il terzo "dispetto" fu assai più malizioso. Quella sera dovevo cantare Mephisto nel Faust di Gounod. Insospettito dalle precedenti esperienze decisi la mattina della recita di recarmi in teatro per verificare che tutto fosse al suo posto. Rassicurato, trascorsi tranquillo la lunga giornata riposando in albergo, giacché quel ruolo, come si sa, è tutt'altro che facile. Arrivata la sera, mi recai all'Opéra. Tutto era in ordine. Tranquillizzato, incominciai la elaborata truccatura che richiedeva almeno un'ora di tempo.
A pochi minuti dall'inizio dello spettacolo spalmai sul mento il mastice ed incollai finalmente la tipica barbetta a punta del Demonio. All'istante un pizzicore intollerabile mi prese alla gola ed incominciai una lunga serie di potentissimi starnuti.
Spaventatissimo (lo spettacolo stava iniziando), non sapevo cosa fare: sperando di alleviare in qualche modo il disagio cercai di bere del thé poi del cognac e non so cosa ancora, ma invano. Il naso e la gola erano diventati di fuoco e gli starnuti irrefrenabili. Presi il coraggio a due mani e, raccomandandomi al mio buon santo, uscii sul palcoscenico ed attaccai coraggiosamente la prima battuta: "Perché tal sorpresa? La voce tua da me fu intesa". E giù uno starnuto, poi un altro, un terzo e poi non ricordo se cantavo o starnutivo di più.
Fu una recita... indimenticabile? L'indomani la critica diceva: "Il basso Arié, malgrado un forte e fastidiosissimo raffreddore, non volendo deludere i suoi fans, ha cantato ugualmente, dimostrando oltreché una buona dose di coraggio, anche una buona tecnica di... starnuto".
Più maligno del Maligno stesso, qualcuno aveva cosparso la barbetta con un'abbondante dose di polvere da starnuto.

dai "Ricordi Teatrali" di Raffaele Ariè

mercoledì, marzo 29, 2006

Povero Beethoven

Mi trovavo in un lindo paesetto del Cadore per le vacanze estive.
La sua bella piazzetta, con al centro una tipica fontana ricca di statuine e ferri battuti, era la mèta preferita delle mie brevi passeggiate prima di coricarmi; spesso m'incontravo con un noto musicologo inglese la cui scelta era pure caduta su questo solitario angolo di montagna. Una sera, durante la nostra solita uscita, sentimmo parlare dell'interesse degli abitanti verso la musica classica, e dei vari complessi da camera che con nostra somma sorpresa venivano a dare dei concerti nel delizioso paesino.
Nel frattempo, intanto, si era sparsa la voce sulla nostra presenza nel luogo e, spinti dalle insistenti preghiere dell'intellighenzia locale, decidemmo di organizzare, nell'unica sala della scuola che poteva essere messa a nostra disposizione, una conferenza-concerto su Beethoven. Mancava il pianoforte, però... così che dovemmo farcelo prestare dal farmacista, mentre per il trasporto si decise di chiamare due grossi facchini che discussero a lungo il prezzo dell'insolito servizio.
Tutto il paesotto era stato tappezzato da manifesti. Lettere cubitali mettevano in risalto il nome del Gigante di Bonn, mentre altre, più modeste, i nostri, dato che anch'io avevo aderito a prendere parte alla serata, cantando qualche lirica. Tutto era quasi pronto e nella sala ferveva una grande agitazione per dare gli ultimi ritocchi, quando finalmente arrivò il pianoforte, sorretto da due forzuti facchini.
Dopo aver terminato il lavoro, vidi quei due avvicinarmisi e chiedermi candidamente: "Scusi, Signor Beethoven, chi paga per il trasporto del pianoforte?. "Io" risposi divertito; e sorridendo, non solo pagai il convenuto, ma diedi loro anche una lauta mancia, lusingato per l'immeritato onore... che, ignari, mi avevano attribuito.

dai "Ricordi Teatrali" di Raffaele Arié

sabato, febbraio 11, 2006

Il canto è lavoro?

Anch'io, come tanti altri, sono un sopravvissuto dai campi di concentramento, dove ho avuto la sfortuna di soggiornare per ben tre anni.
Sono note le condizioni disumane alle quali i prigionieri erano sottoposti; non mi soffermerò quindi su dei particolari di "vita" di questi luoghi. Piuttosto, vorrei sottolineare la colossale importanza che avevano le scarpe per la nostra sopravvivenza. Finché, durante i controlli, le scarpe apparivano ancora in buono stato, il prigioniero veniva considerato abile per il massacrante lavoro e quindi risparmiato. Finite le scarpe, finiva con esse anche la speranza di rimanere ancora un po' in vita, giacché gli aguzzini non ne distribuivano mai un secondo paio.
Per questa ragione, stavamo molto attenti allo stato delle nostre calzature alle quali dedicavamo cure che non avevamo nemmeno per noi stessi.
C'era fra di noi un ragazzo che, improvvisatosi calzolaio, per qualche mozzicone di sigaretta o per un po' di brodaglia avanzata faceva dei miracoli con toppe, stracci o pezzi di gomma, trovati chissà dove. Il ragazzo, piuttosto taciturno, non si rifiutava mai di venirci in aiuto lavorando nella baracca fino a tarda notte a lume di candela e noi l'avevamo soprannominato "Salvatore".
Da allora sono passati tanti anni. Ogni tanto il mio pensiero andava con tenerezza alla figura di questo angelo, al quale forse molti di noi devono la vita.
Non molto tempo fa, passeggiando per una strada di Gerusalemme, fui fermato da un vecchietto, grigio e dimesso. Lo guardai e riconobbi in lui il "nostro" Salvatore.
"Cosa fai nella vita?" gli chiesi.
"Faccio sempre il calzolaio, ma ora non rattoppo più zoccoli e scarponi, bensì riparo scarpe di lusso", disse con orgoglio "E tu, Raffaele, cosa fai? Cosa lavori?".
"lo... canto", proferii timidamente.
"Va bene, ho capito canti ... Anch'io quando lavoro, canto. Ma che lavoro fai?".
Forse aveva ragione Salvatore: Il canto è lavoro?

dai "Ricordi Teatrali" di Raffaele Ariè

domenica, gennaio 15, 2006

Per parlare male della musica contemporanea

ALCUNI UTILI SUGGERIMENTI

Questi compositori d'oggi non sono più come quelli d'una volta. Non c'è più niente da (1) capire, (2) cantare uscendo, (3) godere.
E' come andare a un film dove non si capisce (1) (ma attenzione a non insistere, perché ci sono anche film di successo senza trama, persino in Walt Disney), (2) le parole che dicono (ma attenzione a evitare i paragoni coì film in una lingua sconosciuta, altrimentì può venire in mente che si debba imparare la lingua sconosciuta), (3) chi è buono e chi è cattivo, chi vince e chi perde (ma attenzione a non fare paragoni con la vita, perché anche nella vita di solito è così).
E poi i rumori, che fanno. Dove sono le armonie di Bach (attenzione che i presenti abbiano ascoltato Bach)? Dove la pienezza di Beethoven? Dove il godimento di Debussy (attenzione perché adesso magari si incontrano gli amanti della musica antica che ignorano Debussy e vi portano il discorso su Beethoven con gli strumenti d'epoca).
Vado a casa, accendo la radio. C'è Stockhausen, sono a tavola, mi va di traverso, o Stockhausen o il cibo. Devo scegliere, uno dei due. Sintonizzo su Eros Ramazzotti o su Onda Verde.
Al concerto c'è Mozart (gioia). Brahms (eh, bene). Schubert (mi perderò un po', ma bello). Di nuovo Brahms (non esageriamo). Petrassi (a che momento c'è Petrassi? Arrivo dopo il caffè, o esco in tempo per andare al cinema? Insomma se lo saltassi? No, perché uno non è sempre in vena, ci vuole la sera giusta). Le ho detto: vieni all'opera, cara? M'ha risposto: come sei caro, come pensi sempre a me! Cosa danno? Ho annunciato: Bartók. Purtroppo le è venuto il mal di capo. (Le ho detto: Stravinsky, ha fatto una pausa, e poi: "ah". Le ho detto: Henze; m'ha domandato: "Chi?". Le ho detto: Sciarrino, ha riattaccato).
Perché interessarmi di quello che scrivono oggi, quando posso godermi un bell'Händel? E' suo quel giornale? Posso dare un'occhiata? Sa, non li compero, perché sono troppo stupidi. No, grazie, non lo porto via, adesso vado a casa, e mi rileggo qualche pagina dei Miserabili. Lei scende a questa stazione? In che direzione va? Ma scherza, no non ho una macchina, anche lei perché si rende schiavo di quella benzina, di quel rumore, di quell'industria che è peggio di quella del disco? Guardi, io fossi in lei farei tutt'altre scelte. La natura, la misura umana. Mi dia retta, guardi che me ne intendo. A proposito: c'è mio cugino che vende un calesse.

Musica Viva, Anno XVIII n.3/4, marzo/aprile 1994

mercoledì, gennaio 11, 2006

Quando l'abito fa il monaco

Parcheggiare una macchina nelle grandi città è diventata un'impresa pressoché impossibile, ma trovare posto a Parigi, alla Place de l'Opéra, è più che un'utopia.
Quella sera dovevo vestire i panni dello Zar assassino Boris Godunov ed ero un po' in ritardo, data la complessità del trucco per la mia trasformazione.
Quindi, abbandonando in fretta l'automobile fuori dagli spazi previsti per gli artisti, corsi in teatro per dare inizio alla creazione del personaggio.
Quando fui finalmente pronto e mancavano pochi minuti alla scena dell'incoronazione, un "flic" di bassa statura, alquanto smarrito tra le quinte, fece la sua apparizione dietro il palcoscenico e rivolgendosi allo "straccione" che sosteneva il ruolo di Varlaam chiese chi era il proprietario della macchina che portava un numero italiano.
Naturalmente quella macchina non poteva essere che mia, visto che ero l'unico straniero che prendeva parte allo spettacolo.
Il vigile, irritatissimo, aveva già in mano il libretto delle contravvenzioni, volendo ad ogni costo mostrare all'indisciplinato automobilista "macaroni", venuto d'oltralpe, la sua autorità.
Quando Varlaam indicò con il dito il "colpevole", il povero flic rimase pietrificato. Davanti a lui si ergeva un personaggio inquietante: altissimo, su degli stivali rialzati da tacchi inverosimili, in una veste regale piena di "pietre preziose" e con una barba imponente, su di una faccia feroce, sovrastata da una corona d'oro cosparsa di "diamanti".
Afferrato il disagio del buon tutore dell'ordine, decisi lì per lì di entrare subito nel mio personaggio e con fare maestoso e voce tonante gli chiesi cosa volesse da me, guardandolo fisso negli occhi, con lo sguardo di chi non ammette discussioni. Il vigile si fece allora ancor più piccolo e, balbettando, rimise in tasca il libretto e scusandosi disse: "Mon Seigneur, si vous voulez bien me donner les clefs de votre voiture, je tacherai de trouver une place libre, sans vous deranger".
Mai come quella volta capii come sia inesatto l'adagio popolare che recita: "l'abito non fa il monaco".

da "I ricordi teatrali" di Raffaele Arié

giovedì, dicembre 29, 2005

Raffaele Ariè: "The Rake's Progress"

Molti anni fa ero a New York per il mio debutto americano nel Faust di Gounod. Da bravo europeo, mi sentivo spaesato e con un po' di nostalgia per le nostre care abitudini.
Ghiotto come sono per la cucina balcanica, volevo rasserenarmi cercando a destra e a sinistra un "posticino" che potesse soddisfare le mie debolezze gastronomiche. Finalmente, mi venne indicato l'indirizzo di un ristorante nella 57esima strada, che molto speranzoso raggiunsi immediatamente.
Il locale era piccolo, ma accogliente, nonostante fosse quasi vuoto. Al tavolo non lontano dal mio, sedevano chiacchierando due persone, un ometto piccolo ed occhialuto ed un signore alto e smilzo, completamente calvo.
Quando tentai di ordinare al cameriere il mio piatto preferito mi trovai in serie difficoltà, giacché il buon uomo non parlava nessuna lingua straniera. Provai in italiano, francese, spagnolo, senza alcun successo, ma quando alfine gli chiesi se parlava forse il russo l'ometto occhialuto, che evidentemente aveva seguito la gustosa scenetta, s'intromise ed in purissima lingua russa mi chiese se poteva essermi utile.
Rallegrato da quel provvidenziale intervento, spiegai quali fossero le mie brame "culinarie".
Lui allora, rivolgendosi al cameriere monolingue, ordinò in inglese il piatto da me desiderato.
Tra di noi si stabilì così una breve e piacevole conversazione. L'ometto volle sapere da dove venivo e perché mi trovavo a New York e quando seppe che stavo per debuttare nel ruolo di Mefistofele, drizzò ancor più le orecchie e tradusse la nostra conversazione al suo amico smilzo.
Con mia somma sorpresa m'invitarono gentilmente a giungermi al loro tavolo. Intimidito, mi sentii un po' a disagio, ma accettai con sollievo il loro invito.
Mi presentai con nome e cognome e loro fecero altrettanto, e alzandosi in piedi, l'ometto indicò lo smilzo dicendo: "Le presento il maestro Mitropoulos" ed indicando se stesso aggiunse: "Il mio nome è Igor Stravinsky"!
Impietrito, mi accasciai sulla sedia e rimasi ammutolito.
Ci volle parecchio prima che io potessi riprendere il controllo di me stesso.
Intanto, il grande maestro volle sapere tante cose sulla mia carriera e mi disse che stava scrivendo un'opera dove c'era anche un ruolo di basso, e sarebbe venuto, senz'altro, in teatro a sentirmi.
Poi più tardi ci congedammo, dopo aver passato una piacevolissima serata assieme.
La mia tournée americana si svolse positivamente e presto dimenticai la promessa fattami e tornai in Italia. Stavo cantando alla Scala, quando dopo alcuni mesi, il segretario generale mi chiamò per comunicarmi, che il maestro Stravinsky mi aveva richiesto per la "Prima" mondiale della sua nuova opera The Rake's Progress (La Carriera di un libertino)!
Così, per un piccolo "peccato di gola" ebbi la grande soddisfazione di prendere parte alla "storica prima" alla Fenice di Venezia, diretta dallo stesso, "ometto occhialuto" che avevo conosciuto nel piccolo ristorante greco di Manhattan.

Raffaele Ariè (da "Ricordi teatrali")

martedì, novembre 29, 2005

"Notturno" a Firenze

Dopo una cenetta amichevole in un tipico ristorante fiorentino, stavo rincasando in compagnia del Maestro Diamand, direttore del Festival di Edinburgo, per raggiungere il nostro albergo poco distante.
Mezzanotte era scoccata appena. Intorno era tutto silenzio.
Si udiva solamente il rumore dei nostri passi nelle inquietanti viuzze della vecchia Firenze.
Si camminava in fretta perché l'ora era propizia a degli incontri poco desiderabili.
Infatti, dopo un po' ci accorgemmmo che qualcuno ci stava inseguendo a poca distanza. Ci guardammo con il buon Maestro Diamand e senza proferir parola allungammo il passo.
Anche l'inseguitore fece altrettanto. Noi, allora, ci mettemmo quasi a correre, mentre il tipaccio ci stava già raggiungendo velocemente. Furtivo diedi un'occhiata all'indietro e vidi un omaccione grande e molto grosso, con una barba incolta, una sciarpa intorno al collo che gli copriva metà del volto, con un cappellino a caschetto, calato sugli occhi. Ansimava pure lui e sembrava deciso a metterci le mani addosso.
Il Maestro Diamand, pallido e spaventato mi disse trafelato: «Caro Raffaele, a questo punto sarà meglio fermarsi e non opporre resistenza, anzi, diamogli il portafogli e che se ne vada al diavolo».
Mi sembrò un buon consiglio, tanto, a quell'ora, sarebbe stato inutile fare gli errori di fronte ad un colosso del genere.
Così ci fermammo porgendo i nostri soldi, ma l'energumeno si buttò con tutta la sua mole al colle del povero Diamand ed ansimando fortemente, disse con una voce acuta e nasale: «Caro Maestro, Lei sarà, senz'altro, venuto a Firenze, per sentire domani sera la mia Bohème».
Il tipaccio, l'energumeno, l'omaccione grande e grosso altri non era che il nostro caro Luciano Pavarotti.

da "I ricordi teatrali" di Raffaele Arié