Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

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martedì, agosto 05, 2014

Quel giorno che lessi Bondi e stetti male...

Rubiera (RE), Corte Ospitale
Era una fredda giornata di gennaio e un vento freddo ti entrava nei calzoni e da lì nei boxer e da lì arrivare al gioiellame di famiglia e ridurlo ad inutile orpello è un attimo.
Il luogo era Rubiera; un paesino ridente e rosso dell’Emilia felix; fra Reggio e Modena.
Io e Renato Sarti si era lì a provare credo ”Io santo tu beato“, lo spettacolo contro la chiesa in cui io faccio una specie di padre Pio, pugliese/balanzone e lui Pio XII, secco secco e bianco cenere, spettacolo che in giro per l’Italia nessuno vuole comprare (ma dai!?) insomma eravamo lì ospiti della “Corte Ospitale“ - un luogo bellissimo dove ti ospitano, c’è una specie di ostello con camere, ci sono delle sale prove, una cucina, una sala a mangè enorme… come essere ospiti di chi ama il teatro e ti accudisce e ti coccola… in cambio? una replica a prezzi stracciati.
C’è anche la Rubierese; società di calcio diretta con amore familiare e con tante squadre dai più piccini ai più grandi; tanti successi ed una sala trofei impressionante… allenatore dei portieri? per dirne una… Taibi
Bene, eravamo lì io e Renato. E il gelo e la neve ricoprivano le belle campagne reggiane, che diventano magiche e misteriose nei rigori dell’inverno… un buon bicchiere di vino ed un pane e salame in una qualche osteria di un borgo a scelta fra i tanti e la vita acquista tutto un suo senso…
Dove eravamo rimasti? Ah sì! a quell’incapace di Bondi!
Bene. Il nostro amico, e deus ex machina della corte ospitale, Walter Zambaldi ci propone, già che eravamo lì, di fare una serata/incontro con il pubblico per chiacchierare di ”Io santo tu beato” e, idea sua, per sovrappiù di leggere le poesie di Bondi… così a tempo perso e per vedere di nascosto l’effetto che fa…
Subito io e Renato dopo aver riso per venti minuti all’idea che Bondi possa aver scritto delle poesie, ed aver vomitato altri venti minuti saputo che era vero accettiamo… con sprezzo del pericolo e toccandoci anche un po’ i coglioni ci diamo appuntamento con Walter per il giorno dopo… al teatro verso le nove… vestiti come capita e con il libro (gliele hanno pubblicate!!!!) di Bondi in mano… coi guanti.
Nasce il problema subito evidente a me e a Renato di come affrontare la materia… come le leggiamo ‘ste poesie? Come ci mettiamo? Di traverso-ironici-seri ma con garbo-irridenti-con le misure protettive del caso?
Decidiamo alla fine di leggerle normalmente come, e ci vuole il pelo sullo stomaco, fossero le poesie di un qualsiasi poeta. E ci viene di nuovo un rigurgito, ma tant’è, oramai l’avevamo promesso a Walter e non ci potevamo più tirare indietro.
La sera del giorno dopo arriva in fretta… passata la giornata a provare il tempo ci è volato e ci troviamo senza renderci conto alle nove davanti al teatro… la serata va avanti allegra… si chiacchiera col pubblico… si parla di politica… di chiesa… di preti di frontiera e di papi assassini… ma, anche non volendo, dopo un po’ gli argomenti si esauriscono e viene il momento tanto atteso dal pubblico della lettura delle terzine del ministro della Cultura (e già qui parte la prima risata oceanica).
Cominciamo come d’accordo così… semplicemente a leggerle e dopo un poco, con somma sorpresa, l’ilarità serpeggia… partono le prime timide risate come di chi non sa se deve ridere o se bisogna stare seri… dopo un poco le titubanze ed il pudore vengono accantonati e le risate risuonano sonore… cominciano, da parte mia e di Renato, i paragoni impietosi e le battute anche pesanti… volevamo lasciare brechtianamente al pubblico ogni giudizio, ma trascinati dall’euforia generale non ci siamo trattenuti… quella sensazione di nausea se n’è andata e la serata si chiude con un lungo applauso e il risuonare delle risate si mischia ai commenti salaci “ministro d’la culteura! Ma va a cagher!“, “soccia che poeta!” e via così.
Fuori infuria la bufera e la neve scende copiosa… tutti torniamo a casa a scaldarci con un buon bicchiere di vino… sereni e con la convinzione di aver reso un servizio al paese… e alla poesia.

di Bebo Storti (Il Fatto Quotidiano, 22/10/2010)

venerdì, giugno 07, 2013

Alberto Mantelli: il Terzo Programma Rai

Terzo Programma Rai
Il Terzo Programma, che inizierà le sue trasmissioni a partire dal 1° ottobre 1950, sarà diffuso dalle 21 alle 23,15 circa dalle stazioni a modulazione di frequenza di Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, Venezia e dalle stazioni a onda corta di Roma.
 
Se si considera la storia della radiodiffusione nelle sue linee essenziali, si disegnano a tutt'oggi tre momenti fondamentali di cui l'ultimo viene sorgendo sotto i nostri occhi proprio in questi anni.
Createsi le condizioni organizzative e tecniche della diffusione e quelle tecniche della ricezione, la radio si pose come fatto così nuovo e senza precedenti che visse i suoi primi anni quasi non altrimenti che come meraviglioso giocattolo, come magica scatola che sapeva trasportarci ovunque nel mondo al calar della notte. Chi non s’affidava allora con sempre rinnovato stupore al tappeto incantato, quasi emerso dalla favola, per trasvolare la notte dai velluti e dagli ori del primo teatro del mondo - sonoro come un oscuro alveare posato sulla riva di via Manzoni - al locale di Budapest a specchio del Danubio; dal misterioso pulsare del metronomo che segnava i silenzi di Radio Vienna e lasciava trasparire, come attraverso un retino tipografico, l'immagine notturna dell'agonizzante capitale di un mondo disfatto della prima guerra del nostro secolo, ai rintocchi solenni della torre di Westminster che recavano sul loro suono in ogni casa d’Europa quella del fiume, delle strade e dei giardini di Londra?
I programmi di quel tempo tendevano ad essere cosiffatti da intrattenere ognuno, da lasciarsi ascoltare indifferentemente in ogni casa ove fosse accesa una radio.
Se pure, per molto tempo da allora, il semplice fatto dell'ascolto recasse con se il magico fascino delle lontananze valicate, presto la radiodiffusione acquisì la coscienza della propria missione E si definì un modo di comporre e distribuire i programmi che, attraverso assestamenti di non essenziale rilievo, sussiste tuttora. Un modo che derivò dal dato di fatto reale ed inequivocabile che la radio è strumento destinato a tutti e pertanto ha il compito di fornire un complesso di prestazioni rivolte e adeguate alle esigenze dell'intera gamma dei gusti e delle predilezioni, delle attitudini e della cultura degli ascoltatori. Fu e rimane il metodo di programmazione che potrebbe definirsi di trasmissioni differenziate in un programma indifferenziato; il cui obbiettivo consiste nella composizione di una somma equilibrata ed armonica di elementi di genere diversissimo e tale pertanto da soddisfare, singolarmente prese, le esigenze di tutti gli ascoltatori.
Ne risulta un programma entro cui questi ultimi devono operare una scelta. Per la sua necessaria ed equamente distributiva costituzione, è un programma nel quale nessuno dovrebbe, in linea di principio, lamentare l'esistenza di trasmissioni non gradite. Il concerto sinfonico oggi e la rivista domani diffusi alla stessa ora, proprio col loro attrarre e insieme respingere rispettivamente due grandi gruppi di ascoltatori, caratterizzano questo metodo di programmazione che fornisce un programma rivolto a tutti, ma composto proprio per ciò di elementi che nel loro succedersi producono un generarsi contemporaneo di interessi, di repulsioni, di indifferenze.
L'originario concetto, ed esattissimo, della collettiva destinazione del programma radiofonico dovette incidere così fortemente nell’animo di coloro che da più di un ventennio lavorano per la radio e ogni giorno ne considerano i problemi, che la prassi delle trasmissioni differenziate in un programma indifferenziato rimase immutata.
Cosicché, mentre sotto ogni aspetto la produzione radiofonica veniva perfezionandosi, il metodo di programmazione non si modificava, pur essendo sensibile una sua fondamentale segreta deficienza: l'indifferenziazione dei programmi.

E' fenomeno caratteristico degli eventi profondamente nuovi e di grande incidenza sulla vita dell’uomo di subire una sorta di arresto, che si prolunga, per un certo tempo, dopo la loro comparsa. Ed è probabile che l’avvento della radiodiffusione sia soggiaciuto a ciò. Va però considerato del pari il fatto che l'estendersi dell'suo della radio come strumento di svago e di cultura, l'esser divenuta la radio una sorta di necessario strumento per l'uomo è fenomeno relativamente recente. E questo fatto proprio, il fatto cioè dell'ormai sempre più radicata presenza della radio nella vita dell’uomo, reca implicito che lo strumento che essa è, venga a corrispondere, nel modo migliore e più continuativo, a quanto possano chiedervi coloro che se ne valgono.
Non solo allora, per una spinta interna e naturale di evoluzione, ma anche per uno stimolo esterno tendente ad adeguarla alle esigenze del servizio che essa adempie, la radio si è affacciata ad una svolta del suo cammino. Una svolta di estrema importanza e la prima, forse, veramente decisiva dal giorno della sua comparsa.
Il passo che la radio si accinge a compiere, in questi anni successivi all'ultima guerra, consiste nell'affiancare alla prassi della programmazione indifferenziata quella della programmazione differenziata, tendente cioè ad operare una vasta, sia pur sommaria, ma fondamentale selezione nella folla degli ascoltatori. Non è difficile determinare il percorso di questa immaginaria frontiera e la spartizione che essa viene ad operare tra gli ascoltatori: raggrupparli sulla base di due fondamentali esigenze. Da un lato quelle di coloro che chiedono alla radio un puro, facile svago che non impegni se non al minimo l'attenzione. Dall'altro quelle di coloro che, per naturale tendenza o per acquisita attitudine, non solo sono disposti ad ascoltare, ma anche esigono programmi che richiedono, in vario grado, un'attenzione impegnata, Ed ecco raccogliersi, da un lato, le trasmissioni cosiddette leggere, dall’altro, quelle cosiddette serie o culturali.
L`avvio verso un tipo differenziato di programmazione ha avuto la sua prima realizzazione in Inghilterra dove, qualche anno fa, il complesso dei programmi irradiati dalla BBC si suddivise in tre distinti settori: leggero, culturale (e cioè i due termini della differenziazione) e medio, conservante il carattere indifferenziato di prima.
Questa riforma dei programmi attuata dalla BBC non fu un atto fortuito e arbitrario, un lusso insomma ed un capriccio di una grande organizzazione radiofonica. Ma fu per contro uno dei primi passi verso un nuovo indirizzo sul metodo di programmazione che rispondeva ad una situazione ormai divenuta matura.
Questa riforma poneva in essere un evidente vantaggio nei confronti degli ascoltatori: essi venivano così a disporre simultaneamente di due programmi differenziati e specializzati, uno serio ed uno leggero, per tutta la durata delle ore di trasmissione. Si determinava anche un sensibile vantaggio nei confronti delle trasmissioni serie o culturali considerate nel loro valore assoluto. ln questo senso: che il trasferimento di tali trasmissioni da un programma indifferenziato ad un programma speciale rendeva possibile ed agevole un loro intrinseco, sostanziale miglioramento in seno ad un programma indifferenziato una trasmissione seria o culturale finisce sempre col soggiacere a limitazioni derivanti dalla preoccupazione di quella generica, collettiva tollerabilità su cui si fonda il criterio della indifferenziazione. Confini che ovviamente ed istintivamente si stabiliscono sempre su di una quota alquanto più bassa, non solo delle rarefatte punte di più difficile ascolto, ma di una stessa media elevata.

Che il fenomeno ora descritto sia apparso ad un certo momento - e cioè nell'immediato ultimo dopoguerra - come una realtà di cui bisognava tener conto, lo prova il sorgere di iniziative tendenti a creare delle zone di ascolto, chiaramente circoscritte ed esplicitamente denunciate agli ascoltatori, entro le quali si agiva con la massima libertà verso punte più difficili e meno accostanti. ln regime di programmazione indifferenziata questa soluzione liberava parzialmente le trasmissioni serie dal vincolo di coesistenza e quindi di tendenziale livellamento versa il meno difficile. Non occorre ricordare le varie iniziative attuate in questo senso dalla Radio Italiana, tra cui la più notevole fu quella del Teatro dell'usignolo prima e dei Notturni dell'usignolo in seguito. Vere zone di ascolto specializzate e primo passo verso una differenziazione dei programmi. tesi come sono da ricordare le trasmissioni del Club d’essai messe in onda dalla Radiodiffusion Française.
Dicevo poc'anzi che la tendenza alla differenziazione dei programmi non deve essere considerata un fenomeno casuale e arbitrario, che avrebbe potuto indifferentemente determinarsi o non determinarsi.
Qui si sommano e si compenetrano due fattori interdipendenti.
L’uno, consistente nel fatto che la radio ha acquisito, negli ultimi anni, una presenza sempre più viva nella vita dell’uomo: dal che deriva che l’uomo è indotto a richiedere ad essa dei "servizi" meno
generici e più adeguati alle proprie intime esigenze.
L'altro consistente in questa precisa realtà: che il fatto culturale, inteso nel suo significato più comprensivo, batte alla porta dello spirito dell'uomo e in particolar modo dell’uomo occidentale. Se la condizione umana quale oggi sussiste (comunque e da qualsivoglia causa o complesso di cause provocata) può indurre ad un disperato e spensierato rifuggire dai problemi, ad un "lasciarsi vivere" piuttosto che a "vivere", questa condizione umana induce anche, oppostamente, a guardare nella vita, a interrogarla, ad affidarsi a quelle risposte che nella fuga dei secoli i grandi spiriti hanno dato ed eternato nelle loro opere e a quelle altre che, nel nostro tempo, si sforzano di dare artisti, pensatori e scienziati.
Quell'atteggiamento letterario del nostro tempo (ma non solo letterario, s’intende) che i francesi hanno battezzato "littérature engagée", letteratura impegnata, agganciata alla vita, non è forse il passo del letterato verso l’uomo vivente cui risponde, all'opposta riva, il passo dell’uomo verso la cultura?
La stessa diffusione di pubblicazioni che somministrano la cultura in pillole attraverso innumerevoli opuscoli, pur rivestendo il carattere indubbiamente di comoda, facile, veloce lettura, rimane un sintomo innegabile e non trascurabile dell’attrazione che oggi la cultura esercita sull'uomo.
ln seno al più esteso fenomeno della differenziazione dei programmi (che riveste uno spiccato carattere di tecnica di programmazione radiofonica) il nascere dei terzi programmi e gli stessi loro preannunci, costituiscono la risposta della radio all’esigenza di cultura propria dell'uomo contemporaneo.
Il Terzo Programma italiano - che inizierà la sua attività il 1° ottobre prossimo - rappresenta il passo decisivo della Radio Italiana verso la differenziazione dei programmi. Riforma che non più essere integralmente affrontata se non al verificarsi di quelle condizioni tecniche di massimo ascolto, sulla gamma di onde medie assegnate all’Italia dalla Conferenza di Copenaghen, che si verificheranno allorché sarà ultimato il piano di installazione di nuovi trasmettitori, oggi in via di realizzazione e prossimo ad essere totalmente attuato.
La comparsa del Terzo Programma riveste una singolare importanza ai fini dell'attività radiofonica italiana non solo in tal senso, ma nel senso pure di tradurre in atto con adeguata larghezza di mezzi quella ferma volontà di inserirsi fattivamente nella vita culturale che, fino ad oggi, trovava un naturale e giusto ostacolo nell’impostazione indifferenziata dei programmi. ln entrambi i sensi poi quest'avvenimento sembra testimoniare una situazione di vitalità della radiofonia italiana in seno alla famiglia radiofonica europea e, più estesamente, nei confronti delle più presumibili esigenze degli ascoltatori.
Due articoli di Salvino Sernesi, comparsi sul Radiocorriere (25-3l dicembre l949 e l8-24 giugno l950) hanno indicato rispettivamente: il primo, alcuni lineamenti del Terzo Programma italiano e la strada sulla quale esso si sarebbe avviato; il secondo, il punto a cui si era giunti dopo i primi sei mesi di studio e di lavoro. Tra l’uno e l‘altro di questi articoli uscirono, sul Radiocorriere e su alcune riviste e giornali, scritti di vari rappresentanti della Cultura italiana, i quali, nella diversità dei punti di vista che rispecchiavano, ci confermarono in quei criteri che erano parsi più validi fin da quando si era cominciato concretamente a pensare al Terzo Programma. Punti di vista diversi, ed anche contrastanti, che non parevano perdere tuttavia nulla del loro valore facendoli coesistere in quella cospicua somma di materiale - e cioè di "programmi" - quale risulta, ad esempio, dal piano di un solo trimestre di questo Terzo Programma.
ln realtà, il primo articolo del Direttore Generale della Radio Italiana aveva individuato, sia pure attraverso brevissimi accenni, le linee fondamentali sulla cui traccia, in seguito, parve opportuno procedere.
E le risposte a quell’invito alla discussione furono una riprova abbastanza confortante che v'erano buone e concrete ragioni per seguire quella rotta.
 
Terzo Programma: programma culturale. Questa specificazione, pur nella sua apparente genericità, è quella che meglio di ogni altra ne definisce le caratteristiche. A condizione, beninteso, che si assuma il termine "cultura" nel suo senso più vivo e reale di espressione della vita spirituale ed anche, estendendone alquanto l’accezione, di riflesso vivente e sensibile della problematica in cui l’uomo d’oggi esiste, lotta e si sviluppa. Sarebbe ingenuo segnare delle frontiere da non attraversare, delle zone proibite da non violare quando ben si conosce quanto sia umano e talora inevitabile andar fuori del segno.
E' ovvio che nel dire "cultura" nel senso espresso poc'anzi si è inteso evitare di identificarla con la pura erudizione che è, essenzialmente, presupposto e strumento di cultura, e che come tale non può essere l'oggetto fondamentale di una sede aperta sulla collettività come è la radio.
Posta questa esigenza di ordine generale, a cui si è cercato e si cercherà di mantenersi fedeli con ogni sforzo e con ogni mezzo, occorre rapidamente accennare ai criteri seguiti nella formulazione dei programmi.
Fra tutti essenziale - e in derivazione diretta dal concerto di cultura cui or ora si accennava - è valso il principio di mettere l'ascoltatore, in occasione di ogni singolo "numero" del programma, di fronte ad una più o meno estesa prospettiva culturale e non mai (nei ragionevoli limiti del possibile) di fronte ad un fatto estetico, morale, economico, sociale concluso in se stesso e cioè avulso da una catena di antecedenti e di conseguenti, dall’ambiente storico o artistico circostante. Nel tradurre in concrete simile criterio si è cercato di operare con gli accorgimenti più diversi e, in molti casi, facendo leva sul
"mezzo" radiofonico che parve offrirsi come strumento assai ricco di risorse; evitando nel contempo la via tanto semplice quanto, a nostro avviso, meno efficace del commento illustrativo.
Ed ecco delinearsi un primo criterio, largamente adottato: la disposizione ciclica della materia. Eccetto casi e circostanze particolari, i cicli sono stati composti e disposti in modo che i loro singoli elementi avessero una sufficiente e compiuta ragion d’essere; e simile disposizione ha consentito di proiettare ogni parte costitutiva del ciclo su di una superiore, più estesa e più: comprensiva unità.
Un secondo criterio e costituito - a proposito degli Omaggi, dei Ritratti e delle Confessioni e colloqui - dal collocare le personalità o gli aspetti delle personalità presi in esame, entro l'angolo visuale più ampio che il soggetto posse consentire, con l'intervento, all'occorrenza, di più collaboratori ad una stessa trasmissione. Anche qui, nel limiti del possibile, evitando indicazioni dirette o comunque troppo esplicite e operando con un gioco di elementi convergenti che suggeriscano all’ascoltatore più che non gli dicano, lo instradino più che non lo conducano. E potranno entrare in gioco accorgimenti propri del mezza radiofonico.
Per indicare un esempio: la vivezza dell’incontrarsi, dell'incrociarsi e dell’integrarsi dei ricordi su Pirandello, che sorgeranno intorno al microfono dalla viva voce d'un gruppo di amici del Maestro, dovrebbe dare un risultato di testimonianza e di illuminazione della sua personalità forse non ripetibile in altra sede che non sia la radio. Un risultato che dovrebbe ripercuotersi come una suggestione e come un complesso di dati integrativi sulla trasmissione Omaggio a Pirandello di cui queste testimonianze costituiscono un elemento.
Un terzo criterio - pensato in funzione di creare molteplici valenze culturali attorno alle singole componenti di un programma e di conseguenza un largo e ricco gioco prospettico - trova la sua applicazione nelle Serate a soggetto. ln esse l'intero complesso delle trasmissioni di una serata, nella quale possono concorrere testi musicali, teatrali, narrativi, gravita intorno ad un soggetto che potrà essere di volta in volta una personalità artistica (Gide, Clair, Schumann), un mito (Orfeo), una città come espressione di culture e di civiltà (Vienna, mondo di ieri), un traguardo storico-culturale (Parigi, l830) e via dicendo. ln questo caso il mezzo radiofonico potrà giocare attraverso un vero e proprie "montaggio" o anche semplicemente attraverso l'accostamento dei testi collocati ad integrarsi o a reagire a vicenda.
Formule meno esplicite e meno complesse delle Serate a soggetto, ma sempre giocate sull'accostamento di testi tra di loro in qualche modo affini, sono state assunte quale altro frequente criterio di composizione del programma ovunque se ne presentasse l'occasione.
Il concetto di cultura quale si é inteso dovesse valere a insegna del Terzo Programma e quale si è poc'anzi indicato va al di là di quella che potrebbe chiamarsi "cultura umanistica" e si estende includendo l'impostazione e la trattazione dei molteplici problemi di cosiddetta attualità che toccano da vicino l'uomo contemporaneo. ln essi, anche quando la cronaca sembra agire più scopertamente, vi è sempre un aspetto o una faccia in cui il dato pratico e contingente si incontra con un motivo ideale, con un valore umano che li fa assurgere a quel piano di interessi spirituali da cui il Terzo Programma non vuole estraniarsi, pena un isolamento della vita, un distacco dalla realtà che potrebbero infirmarlo alle sue stesse basi. ln questo senso è stato studiato un complesso di rubriche, pressochè tutte concepite secondo diversi tipi di formulazioni radiofoniche.
Il Terzo Programma d’altra parte, pur col suo forte aggancio a quei problemi di attualità politica, sociale, economica che gli consentono di poggiare e di radicarsi nel vivo della vita contemporanea, dovrà essere estraneo alla cronaca e al minuto contingente svolgersi degli avvenimenti: per questa ragione, che pertiene alla sua più tipica fisionomia, esso non ospita alcuna forma di Giornale radio durante le sue trasmissioni. Solo programma riferibile al Giornale radio, e ricorrente una volta alla settimana, è l’Avvenimento della settimana, sorta di articolo di fondo che prende le mosse dall'evento più rilevante dei sette giorni che precedono la sua trasmissione.
E' noto, infine, come i programmi della Rete Rossa e della Rete Azzurra vengano distribuiti nel corso della settimana secondo uno schema fisso determinato dal carattere complementare delle due reti e della conseguente necessità di evitare che lo stesso genere di trasmissione possa cadere contemporaneamente sull'una e sull'altra rete.
Il carattere nettamente differenziato del Terzo Programma dai programmi della Rete Rossa e della Rene Azzurra consente una sua quasi assoluta autonomia. Ma questa autonomia e questo essere svincolato da uno schema fisso è soprattutto una necessità per il nuovo programma, Solo infatti una completa libertà di movimenti nella disposizione della materia può permettere un lavoro di "impaginazione" delle serate secondo i criteri più innanzi illustrati.
L'esperienza radicalmente nuova consistente nel dar vita a questo Terzo Programma non può non accompagnarsi ad una certa inevitabile percentuale di incognite che sarebbe ingenuo non attendersi.
La meèa di un’attività quale è quella che oggi si inizia, e cioè il tradursi in atto di un complesso molto esteso di proponimenti, e lontana e i primi mesi di realizzazioni ci diranno se e come la rotta prevista dovrà essere modificata.
 
Alberto Mantelli

sabato, settembre 03, 2011

Discorso di Garmisch per l'85° compleanno (11 giugno 1949)

Signor Primo Ministro, signor Governatore, signori Borgomastri, cari amici!

Sono felice che a mia moglie e a me sia concesso di tornare, almeno per i mesi estivi, nella vecchia patria, nella cerchia familiare, per godere della nostra casa e del nostro giardino. Purtroppo non mi sono ancora rimesso dai disturbi a cui sono stato soggetto soprattutto negli ultimi sei mesi, al punto da non poter osare di prender parte personalmente ai festeggiamenti che la mia cara città natale vuole offrirmi. Sono sinceramente commosso che Ella, Signor Primo Ministro, si sia scomodato personalmente a venire qui in compagnia di membri del Governo bavarese e del Borgomastro di Monaco, per Portarmi gli auguri Suoi e del Governo dello Stato in questa ricorrenza. Voglia accettare i miei ringraziamenti più sentiti per le Sue gentili e calde parole e per il bel regalo, che ho apprezzato moltissimo. Ringrazio anche di tutto cuore il signor Governatore Garlock, come pure i Signori Borgomastri di Monaco e di Garmisch per il loro gentile saluto; e nell'accettare la cittadinanza onoraria non vorrei dimenticare di ringraziare le autorità di Garmisch-Partenkirchen, e specialmente il Presidente della giunta provinciale e il signor Borgomastro Schütte, per l'amichevole aiuto e l'affettuosa premura con cui si sono presi cura della mia famiglia e della mia casa durante la mia assenza.
Benché circondato dalle più amorevoli attenzioni nella ospitale Svizzera, nel clima mite del lago di Ginevra, e sollevato, insieme con mia moglie, dalle preoccupazioni della vita quotidiana, nonché fortunatamente messo in grado di assistere con piccoli aiuti la mia famiglia e i miei compatrioti sofferenti, tuttavia il mio pensiero correva continuamente con profondo dolore al duro destino della mia amata città natale, a cui si collegano indissolubilmente i più bei ricordi della mia vita. Pensavo alla bella sala dell'Odeon, in cui ascoltai, studente di ginnasio e figlio di un membro dell'orchestra, tutta la produzione sinfonica dei classici fino all'allora ancora aborrito Berlioz, eseguita nei concerti dell'Accademia Musicale. Fu là che Hermann Levi tenne a battesimo nel 1883 la prima sinfonia del ginnasiale, che ascoltava da un posto in piedi tra le colonne; ginnasiale che tre anni dopo esordiva già come direttore con una Suite per fiati senza prove, in una matinée di Bülow con l'orchestra di Meiningen; e fu là che, ancora quindici anni fa, fui seguito come sempre magnificamente dalla fedele orchestra in un ciclo Beethoven-Liszt-Strauss che fece storcere il naso a molti. Allora non immaginavo che sarebbe stato un congedo definitivo. Pensavo poi all'incantevole Residenztheater, in cui Mozart aveva diretto il suo Idomeneo e dove, 120 anni più tardi, potei inaugurare una nuova cultura mozartiana facendo apprezzare, con l'intelligente regia di Possart, soprattutto Così fan tutte, opera ampiamente misconosciuta.
Sempre presente era però il dolore per la distruzione del Teatro di Corte, nella cui orchestra il mio caro padre tenne per cinquant'anni il posto di primo corno, collaborando alle prime assolute del Tristano e dei Maestri cantori sotto la direzione di Bülow e ricevendo persino l'elogio personale del grande Maestro. In quel bel tempio dell'arte ascoltai, bambino di sei anni, Il franco cacciatore e Il flauto magico; nel 1886 vi diressi la mia prima opera, Jean de Paris di Boieldieu, e vi trascorsi fino a tarda età, come collaboratore e come ascoltatore, innumerevoli ore nel più alto godimento artistico. Ancora negli ultími vent'anni le esecuzioni esemplari della più gran parte dei miei lavori teatrali (Friedenstag e Capriccio addirittura in prima assoluta) colmarono il mio orgoglioso cuore d'autore di gratitudine incancellabile e di ammirazione per Clemens Krauss e Rudolf Hartmann, che ne furono interpreti magistrali.
Vorrei terminare questi brevi ricordi biografici con il più fervido augurio a che la bella città sull'Isar rinasca presto nel suo antico splendore, le istituzioni artistiche ricche di grandi tradizioni vi rifioriscano a nuova vita e costituiscano di nuovo un centro di cultura visitato da tutto il mondo colto e amante dell'arte.
Mi permetta, stimatissimo Signor Primo Ministro, di offrirLe, in ricordo di questo giorno così onorifico per me e quale modesto contraccambio, un piccolo manoscritto per la Biblioteca di Stato Bavarese. E' la partitura di un valzer da concerto, München, che ho scritto anni fa per un film che poi non è stato girato. Non è pubblicato, né è stato mai eseguito: possa continuare a dormire in un posticino onorevole.
E ancora una volta mille grazie per la vostra bontà e la vostra amicizia.

Richard Strauss

sabato, luglio 09, 2011

Concorso "Paolo Borciani" 2011

Brunello: «Concorso “Borciani” già la finale è un premio»
Come ormai tutti sanno (e bene lo sappiamo noi), il Premio Borciani ha raggiunto la fama di "più importante Premio Internazionale" dedicato al Quartetto d'archi. Lo dimostrano la sua storia e l'attenzione che gli viene dedicata da organizzatori di concerti e giornali specializzati di tutto il mondo.
Proprio la sua unicità ha generato l'idea di distinguerlo dalle usuali "competizioni" musicali e rendere così il premio Borciani e chi se lo aggiudica, degno di essere paragonato a una sorta di "Nobel" del Quartetto. Di conseguenza arrivare ad essere candidati al Premio Borciani (indivisibile), cioè raggiungere la Prova Finale, è in sé un premio, come dimostra anche la cospicua somma di denaro destinato, in ogni caso, a qualsiasi quartetto finalista.
Per poter sostenere il peso di una così importante decisione, la Giuria deve rappresentare, al massimo livello, varie modalità di pensiero musicale ed essere trasversale su più generazioni per avere le basi nel passato, ma essere aperte al futuro. Una indubbia personalità del mondo del Quartetto come Günter Pichler a presiedere la Giuria del Premio Borciani 2011, ha garantito che i lavori della Giuria stessa non perdessero di vista i valori musicali sui quali misurare le prove dei quartetti concorrenti. La decisione del risultato finale è stata raggiunta dalla Giuria in pieno accordo con i regolamenti del Premio Borciani che, come in ogni edizione passata, sono stati applicati anche quest'anno. La Giuria non ha dovuto cercare né compromessi né attestarsi su rigide posizioni, in quanto l'evidenza del regolamento non dava possibilità alcuna.
A soddisfazione di noi organizzatori, la constatazione che il mondo del quartetto cresce e il livello medio si alza di edizione in edizione. Le capacità strumentali dei singoli componenti hanno superato le aspettative e la qualità e la preparazione dei quartetti ne beneficia. L'entusiasmo e la tenacia che hanno dimostrato fanno ben sperare nella loro continua ricerca e approfondimento del pensiero e dello stile musicale, lezione lasciataci dal Quartetto Italiano e dal suo fondatore Paolo Borciani.
Questa edizione del Premio Borciani si è arricchita della presenza massiccia del pubblico di appassionati della città e anche molte presenze straniere durante tutte le prove e soprattutto nella serata finale a teatro esaurito. Il pubblico è fondamentale per qualsiasi esecuzione musicale; mette in moto l'elemento emozionale che in genere in un concorso viene tralasciato. Per questo è stato scelto di presentare la Prova Finale come un concerto vero e proprio. Serve però ricordare che il giudizio finale della Giuria si basa, anche per regolamento, sulle votazioni delle prove seconda, terza e di finale e questo può provocare delle discrepanze. Il Premio del Pubblico è nato anche per dare soddisfazione a esecutori e pubblico sul risultato di un evento, che non può però avere la visione generale che un percorso di varie prove e su diversi repertori può dare.
Sicuramente una attenzione alla comunicazione con il pubblico avrebbe spiegato tutto ciò, me ne assumo la responsabilità, ma non avrebbe cambiato nè il risultato nè avrebbe risparmiato i dissensi.
Il futuro del Premio Borciani, al di là delle diverse valutazioni, non può che essere rafforzato nel suo prestigio e serietà dopo una prova di grande intensità come quella appena vissuta, ne sono certo, da pubblico, quartetti, organizzatori, tutti accomunati da vera passione per il Quartetto.

Mario Brunello (direttore artistico Concorso Borciani)