Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

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sabato, febbraio 02, 2013

Wagner: Il crepuscolo degli dei

Hagen e suo padre Alberich
(Arthur Rackham 1867-1939)
Età ultima: età di uomini. Dei luminosi Asen abitatori del Walhalla, una sola traccia scialba: quella di Wotan che, dal racconto d'una sua messaggera, s'intravede tetro e taciturno nel concistoro degli dei, davanti alla immane catasta pronta a divampare, e a tutto distruggere. Delle deità inferiori, quella sola medesima messaggera, walkiria scorata, che vede consumarsi l'ultima sua speranza. Tra i demoni elementari, non più giganti né nani, soltanto l'ombra sinistra di Alberico nel sogno, o meglio, nell'incubo notturno di Hagen seduto a guardia della reggia ghibicunga. Le stesse tre Norne, le tessitrici del destino, compaiono sull'altura selvaggia delle walkirie, soltanto per lasciar intendere, che l'amara vicenda degli esseri, di tutti gli esseri, sta per finire. Il loro filo si strappa, per non riannodarsi in eterno. Scaduti o sminuiti anche gli eroi: Siegfried, da uccisore del drago, vincitore dello stesso Wotan e risvegliatore di walkirie, mutato, sotto l'impero d'un filtro, in avventuroso magico per conto altrui e in marito trasognato; Brünnhilde, per un tradimento insieme reale e presunto, fatta da amante eroica, filistea gelosa e bassa vendicatrice. Fuori di ogni eroismo, quando non addirittura al di sotto di ogni umanità, le persone nuove: inteso Hagen, animo pieno di frode, soltanto a quelle sue trame, che lo porteranno al tradimento e al delitto; evanescente Gutrune, tra veli tenui come di nebbia d'argento; impacciato e ingenuo fino al grottesco Gunther, nella sua umanità sempre vinta e sopraffatta.
Ragione di tanto squallore? Una sola, fondamentale: il sempre più ostinato isolarsi dell'individuo dalla Natura-Tutto; il sempre più orgoglioso contrapporsi della sua consapevolezza (Bewusstsein) alla divina inconsapevolezza (Unbewusstes) di quella primordiale unità. Brillava infatti un tempo, all'origine del mondo, l'oro puro nel fluire eterno dell'acqua innocente. Se non che, rapito quell'oro dalla mano cupida del nano Alberico, la catena delle colpe s'è iniziata ed ha continuato a svolgersi senza interruzione. Sue prigioniere e schiave, tanto l'una quanto l'altra delle due stirpi perennemente nemiche: quella luminosa di Wotan, degli dei e degli eroi da lui generati; quella oscura dei nani, dei giganti e degli esseri elementari. Unica soluzione possibile: la purificazione universale col fuoco - incendio del Walhalla e del mondo - e il dissolvimento dei singoli nella primordiale innocente unità: acqua che alla fine tutto invade e, secondo la sapienza ultima di Brünnhilde, ricupera l'oro, e viene a chiudere nel proprio grembo le ceneri dell'universo.
Questa la realtà metafisica che Wagner vive e riesce a far vivere nella Tetralogia, con penetrazione singolarissima della cosmologia nordica e con espressione d'arte imperitura. Per la verità, il dramma poetico del Crepuscolo, ultimo della serie in ordine logico, ma primo in ordine cronologico procede, anche nelle sue ultime rielaborazioni, assai più debole degli altri, impedito ancora dai detriti di confuse ideologie politico-sociali, e sopratutto, non mai completamente maturato dal suo iniziale stato di abbozzo. Male, anzi, interiormente, punto giustificata l'azione dei due filtri, che riduce il protagonista, non al vivo inconscio della selva ma all'automatismo smorto del sonnambulo; numerose le ripetizioni, fastidiosi i riassunti dai precedenti, non raramente ingenuo il dialogo, barocca l'immagine, incolore le figure. Ma basta che quella visione metafisica, che già nel Prologo delle Norne s'era disegnata agli occhi spirituali del poeta, balzi loro nuovameente incontro, perchè improvvisamente tutto si ridesti e si riaccenda. La scena delle Figlie del Reno riesce tra le, più luminose della Tetralogia. E il finale, dilatato fino agli estremi confini del mondo, non soltanto sorpassa a dismisura la scialba e angusta sua preparazione, ma costituisce per sè una di quelle rappresentazioni che toccano il vertice della sublimità tragica.
Le quattro sue successive rielaborazioni, oltre quella rappresentata dal presente testo, segnano le tappe del lungo e consapevole travaglio del poeta. Dall'atmosfera grossolanamente ottimistica e ardentemente politica di Feuerbach, Röckel e Bakunin, a quella sottilmente e disperatamente pessimistica del Buddo e di Schopenhauer, e, infine, a quella nuovamente ottimistica ma spiritualmente cristiana, o almeno cristianizzante, della "compassione" di Parsifal, il dramma viene via via illuminandosi di tante e così diverse luci, da dare il barbaglio e quasi la vertigine. Una più attenta considerazione porta tuttavia a riconoscere che, per quanto molte e variamente colorate, quelle luci partonolutte da un solo punto: dalla perenne, caratteristica aspirazione germanica verso l'inconscio e dalla conseguente avversione verso l'intelligenza considerata, in quanto creatrice ed isolatrice dell'individuale, origine di tutti i mali e detentrice di tutte le colpe. Ancora più profondo: dalla perenne aspirazione germanica verso il dissolvimento di tutte e di ciascuna di quelle innumerevoli esistenze limitate, in cui un cieco crudo destino, la Wurd, ha voluto che si frantumasse l'unità del Tutto. Sotto questo rispetto, la redazione qui accolta, che è anche quella così inconsapevolmente declamata e cantata da tanti attori sulla scena e cosi inconsapevolmente ascoltata da tante folle nei teatri, viene a rappresentare nella sua espressione, spoglia delle ideologie successivamente sopraggiunte, la maggiore e migliore adesione. alla metafisica naturalistica e alla cosmologia tragica dell'Edda.
Quintessenza, dunque, di odinismo. Coloro che hanno giudicato del finale del Crepuscolo come di un trapasso senza discontinuità verso il cristianesimo, o addirittura come di una simbologia mitologica rivestente uno spirito già cristianizzato, a mio avviso, o hanno dato troppo peso alla variante mai musicata di sapore parsifaliano e a qualche altro vago particolare, di cui è detto nel commento; o non si sono resi abbastanza conto, nè della vera essenza del paganesimo odinico, nè delle numerose e tenaci radici, onde lo spirito wagneriano si trova ad esso congiunto. Realmente così numerose e tenaci, che una serie di letture abbastanza rapide e superficiali potè bastare a che il pensatore-poeta, penetrasse in quell'essenza ben più a fondo di tutte le indagini di una critica secolare, e riuscisse a farsene sangue del proprio sangue e spirito del proprio spirito. Tanto, che non se ne liberò più: neppure all'ultimo rigoglioso prorompere di quella spiritualità cristiana, che, insospettata da Nietzsche, aveva pur sempre e fin da principio costituito, per dirla goethianamente, la seconda anima del suo petto.
Rappresentazione grandiosa. Il Drews ha ragione di trovare nella Tetralogia di Wagner un respiro di universalità più vasto che nel Faust di Goethe: tragedia d'un uomo questa, tragedia d'un mondo quella. Ma è anche lecito rilevare - prescindendo dalla smisurata ricchezza e sapienza artistica dell'una, e dalla elementarità scabra mista di tumido barocco dell'altra - che di tanto la Tetralogia sorpassa per interiore coerenza il Faust, di quanto un granitico paganesimo avanza in saldezza e compattezza un cristianesimo ibrido e composito. Una sola opera forse, può, sotto questo rispetto, stare di fronte alla "elementare tragedia" wagneriana: la Divina Commedia dantesca. Se non che qui, superfluo dirlo, l'interiore coerenza si costruisce con tale armonia e s'illumina di tanto alta spiritualità, che la Tetralogia n'esce, al confronto, necessariamente greve e opaca.
Il dramma musicale, non parallelo al poetico, ma inserito nella stessa sua viva essenza, secondo lo spirito di quella dottrina che da me è stata a suo tempo ampiamente illustrata nella prefazione del Tristano, mira, nel Crepuscolo, soprattutto ad immettere in un solo alveo le molteplici correnti che sono necessariamente affiorate, in corso più o meno lungo e impetuoso, durante tutta la Tetralogia. Relativamente scarsi, quindi, i motivi nuovi - una terza parte circa di quelli che compongono l'intera tessitura musicale dell'opera - e netto il predominio del «tematismo» sul «motivismo»: inteso quello come pura composizione musicale, e questo come espressione piena e complessa insieme d'arte e di vita. Meno frequente perciò, che nelle prime Giornate, la meraviglia e l'«incantesimo» dell'ascoltatore; ma in compenso, più, consapevole e profonda la sua ammirazione. Quel confluire, infatti, e ritrovarsi di motivi e di famiglie di motivi - non si tratta, naturalmente di metafora poetica nè di schematismo critico, ma di realtà viva che congiunge in famiglie e categorie così gli uomini e le cose, come le loro voci -; e sopratutto quel loro ultimo conciliarsi e comporsi nei motivi essenziali e eterni dell «acqua» e dell'«amore» quasi come in un' inscindibile dualità di corpo e di spirito, mentre afferma ancora una volta, di fronte a chi voglia e a chi non voglia intendere, la presenza reale e attuale di fantasia e pensiero nell'opera d'arte, riesce alla duratura conquista della nostra umanità. Che è poi la più alta consacrazione, a cui quella medesima opera possa e debba aspirare.
 
La presente edizione è stata condotta, come le altre dei drammi precedenti, sul testo dello spartito musicale adottato dalla regia di Bayreuth (Breitkopf u. Härtels Textbibliothek, n. 520) riveduto nella grafia ed emendato nella punteggiatura. Le varianti (escluse al solito quelle delle didascalie e le meramente grafiche) procedono dal testo letterario definitivamente curato dall' autore e dalle varie rielaborazioni rappresentate dalle anteriori edizioni. Il lettore le troverà registrate e descritte nel commento, sotto,il titolo: Origine, composizione e fortuna.
Sulla versione italiana (Zanardini) e sulle francesi (De Brinn' Gaubast, Ernst) da me sempre tenute presenti, non avrei che a ripetere quanto ho già scritto nelle prefazioni ai precedenti drammi, e più specialmente al Siegfried. E a quelle rimando, non senza rinnovare l'augurio che si trovi modo di risparmiare al nostro pubblico un testo in troppi luoghi non dico frainteso, ma addirittura sfigurato.
Criteri di versione e di commento. i medesimi anch'essi, altre volte fissati. Mi si permetta richiamarli dal Siegfried: «Forte della ventennale esperienza di traduttore goethiano e wagneriano, ho cercato di penetrare nei recessi più reconditi del ricchissimo lessico e di sciogliere ad una ad una le pieghe del singolarissimo stile wagneriano, non senza augurarmi che qualche studioso di seria esperienza e di gusto sicuro sia finalmente allettato, da quel che ho qui raccolto necessariamente per cenni, ad uno studio compiuto ed organico sull'argomento. Conservata e fermata ancora una volta, fino agli estremi limiti del nostro possibile linguistico, lettera e spirito dell'allitterazione sia consonantica che vocalica, ho lasciato di quando in quando spontaneamente fiorire la rima (anche interna) e adottato il verso regolare italiano - specie l'endecasillabo - ogni volta che, in fedeltà di versione, l'originale, più che consentirlo, mi sembrava addirittura richiederlo. N'è così venuta, se non mi inganno, una più intima aderenza dell'espressione italiana allo spirito poetico-musicale, alla metrica, alla prosodia e alla rara ma pur presente rima del dramma, e, l'insieme un che di più luminoso e arioso, onde' il nostro pubblico s'avvierà, ritengo, sempre meglio alla comprensione del mondo nordico.
«Nove anni di interruzione hanno reso indispensabile, sulla base dei nuovi studi, veramente, tolti alcuni notevolissimi, molto più abbondanti che rivelatori, uno scrupoloso aggiornamento bibliografico e una forte rielaborazione del commento linguistico, mitologico, estetico e musicale. E l'una cosa e l'altra è stata compiuta con lunghe e non sempre facili ricerche e con assidua meditazione. La già da me esposta e illustrata interpretazione del Ring n'esce, mi sembra, vie maggiormente, per non dire definitivamente consolidata. Ancora una volta il commento del GOLTHER, eccellente ma scarsissimo, m'è quasi mancato; in compenso quello del de BRINN' GAUBAST mi è stato molto più utile che nella Walkiria. Qualche non inutile novità - la citazione dei testi eddici riferita, oltre che alla versione tedesca, anche all'originale nordico; la lista delle abbreviazioni bibliografiche; il richiamo dei motivi rielaborati al luogo dove la prima volta sono apparsi e registrati nel commento; le genealogie mitiche ricostruite dalle fonti; una migliore distribuzione e chiarezza nei corpi e nell'assetto tipografico - riuscirà gradita, spero, a pubblico e a studiosi».
«Per l'illustrazione musicale, non ho che a ripetere il più volte detto. Senza allontanarmi
dai criteri di un'accessibile divulgazione, ho tenuto presenti il commento di E. BARTHELEMY (annesso alla versione del de Brinn' Gaust), e le guide dello CHOP (Reclam), del WAACK (Breitkopf u. Härtel), del BURGHOLD (Schott) e del BASSI (Ricordi). Ma assai più, come sempre, ho cercato di far rivivere impressioni ed esperienze dirette, principalissima, tra le quali, naturalmente, l'audizione di Bavreuth».

Guido Manacorda, 1935 (testo riveduto da Giulio Cogni)

domenica, gennaio 06, 2013

Wagner: Siegfried

Siegfried
(Arthur Rackham 1867-1939)
Giornata di sole: giornata di Siegfried. Generoso germoglio dei Wälsídi Siegmund e Sieglinde, incestuosamente concepito sotto il candore lunare d'una trepida primavera nordica, salvato dal furore di Wotan per la pietà disobbediente di Brünnhilde fra stridi e baleníi di Walkirie prima ancora di nascere, Siegfried cresce nella spelonca, che è insieme abitazione e fucina di Mime. Cresce, lui eroica giovinezza ignara di paura, tutta protesa senza saperlo verso l'amore, proprio per le cure di un nano mostriciattolo, che pieno d'invidia e di malizia, trema ad ogni stormire di fronda, Gli è che il nano medita nel piccolo cuore rugoso di poter bene valersi un giorno di lui per uccidere Fafner, torpido gigante custode dell'oro; salvo poi, s'intende, conquistato appena quell'oro, a sbarazzarsi anche di lui, con qualcuna di quelle tante droghe ch'egli sa così bene manipolare.
Elemento tra gli elementi, fiore tra i fiori, cucciolo tra gli animali, Siegfried va intanto vagando per la foresta: a tutti amico, amici a lui tutti. Il ruscello gli specchia la florida figura, gli alberi lo proteggono della loro ombra, gli orsi lo seguono mansuefatti. Se non che, non è egli appena riuscito a strappare al nano il segreto della propria nascita, che subito il sangue dei Wälsídi ribollentegli nelle vene lo spinge a gesta di battaglia e di vittoria. Ritemprata a ferro e a fuoco la spada del padre spezzata un giorno da Wotan, per inesorabile destino, crudele sempre contro la propria schiatta, Fafner cade sotto quell'infallibile taglio, dopo aspro combattimento. Lo segue poco dopo nella stessa sorte Mime, colpito d'un sol colpo, con nausea e con spregio. Ora il gaio richiamo d'un uccel di bosco guida il giovane eroe verso 1a Walkiria addormentata nel cerchio delle fiamme. Ma la via gli viene sbarrata dallo stesso Wotan. Un urto breve e acerbo: il dio è vinto spezzata per sempre la sua lancia di frassino. Siegfried può ormai traversare le fiamme con gioiosa immunità. Fra tante prove, non l'esitazione di un istante, non un brivido, non un tremore. La paura ingenuamente voluta e mai potuta apprendere, egli la proverà, per la prima e per l'ultima volta, davanti alla vergine dormiente, effusi i biondi capelli fuori del casco d'argento. In quel momento stesso, una sola immagine egli disperatamente puerilmente invoca: quella della madre. Ma infine quale trionfo! In gioia canto e amore, esulta il «giovanile eterno » sotto il sole. Suona, suona il tuo corno, mio, buon Siegfried, padrone del mondo! Ne hai tutte le ragioni. Ore come la tua, possono ben valere anche una vita intera!
«Stupido» (dumm) Siegfried è stato chiamato da molti a cominciare da Mime suo pessimo educatore, per finire con lui stesso, pessimo educato. Se non che la sua Dummheit, risulta ad un attento esame alquanto più ricca e significativa, che non possa far credere una facile ironia ed una ancora più facile caricatura critica. «Inconscio» eterno, in cui già affondano le proprie radici il Tao, il Budda, e le speculazioni ed esperienze mistiche di Grecia; colore audace se non proprio sostanza nutritiva di parecchie mistiche cristiane antiche medie e del rinascimento, esso fermenta tanto piú vivo e balza al primo piano, avversario tanto più temibile, quanto più la razionalità eccede nel celebrare le proprie conquiste e qualche volta le proprie orgie. Per scendere ai tempi nuovi: fondo oscuro, volontà cieca, mera sensibilità, fondamentale Unbewusstes insomma, di Hamann, del tardo Schelling, di Feuerbach e di Schopenhauer, rimesso in valore da pragmatisti, vitalisti, psicoanalisti, razzisti moderni e modernissimi, doveva trovare, con dinamismo nuovo pregno di vita, la sua imperitura incarnazione nel Faust goethiano. Natura, intesa come primordiale innocenza perennemente conculcata dal tortuoso orgoglio della razionalità - e con questo è già detto Rousseau e in tono insieme rnaggiore e minore Herder e Hölderlin - si costruiva invece presso gli epigoni di quel medesinio Faust in visione di paradiso amaramente perduto, faticosamente da ritrovare. Tre persone, circa o poco dopo la metà dell'Ottocento, se ne misero tenacemente in cerca. Siegfried, Peer Gynt, l'«Idiota». Immerso il primo nella selva e preso in sogni di nativa cavalleria; tutto proteso il secondo verso un «se stesso» che non ritrova alfine se non nell'innocenza altrui; vagolante il terzo in tormenti morbidi per raffinati salotti pietroburghesi. Tendenze e temperamenti diversissirni: comune l'itinerario e la mèta. E' più che lecito sentirsene spiritualmente lontani e avversi: impugnarne il valore d'arte e di vita non è possibile.
Rivoluzionario anarchico fu battezzato Siegried da parecchi, a cominciare da Nietzsche e a terminare con Shaw, per il suo dispregio d'ogni etica tradizionale e per il sito impetuoso calpestare di ogni legge. E' la verità: ma non tutta la verità. Per quanto spirito di Bakunin gli si voglia trovare - in realtà pochi tratti esterni impressigli da un passeggero spirito di fronda -; per quante parentele gli si possano riconoscere con lo Stürmer suo antenato, o col «superuomo» suo contemporaneo di poco più giovane, Siegfried rimane una sintesi a caratteri inconfondibili. Tale lo rendono il sicuro sentore del giusto che è nel fondo della sua inconsapevolezza - onde, lungi dall'essere quell'amorale che comunemente si predica egli si erige sempre e soltanto contro le forze del male, e, per fare il male egli stesso, deve prima essere stordito con un filtro - l'alone della poesia e della giovinezza eterna che circonda la sua figura e le sue gesta; e infine una tenerezza singolare davvero nel suo costume selvaggio, che trova la sua più alta espressione, non nel prorompente amore dei sensi, ma nella simpatia per le creature, e piú ancora nella «compassione» per la madre. Se un fratello dunque, gli si vuole, assolutamente cercare, non può essere trovato in altri che in Parsifal. Fratello crociato cristiano, di lui eddico e pagano; fratello cercatore tenace d'un tempio piuttosto che vagabondo senza mèta per selve primordiali; ma tanto lui «puro folle», quanto Siegfried «stupido», fanciullo. E l'uno e l'altro, nel loro fondo ultimo, sempre e soltanto inconscio e natura. Veramente, se una volta soltanto Nietzsche avesse a questo posto attenzione, quanto minor tormento per lui, e quanta minor collera rovesciata su Wagner!
Nè puro anarchico, dunque, nè puro stupido, Siegfried. Il solo vero stupido della Tetralogia, è, se mai, il gigante Fafner. Ma di fronte al suo «io giaccio e dormo», l'eroe fanciullo potrebbe trionfalmente rispondere: «io agisco e son sveglio». Tanto sveglio, da poter destare altrui alla vita e all'amore. Nè meraviglia che a lui, natura inconscia perchè innocente e innocente perchè inconscia, Wotan, non mai sazio di sapere, ceda in volontario dissipamento; e che alla sua volta il dio, pur sempre un poco illuminato da quell'occhio dell'amore, ch'egli ha sì incautamente scambiato per la saggezza di Fricka, ma con aperto orgoglio ancora rivede nei proprii nipoti, affondi per sempre Erda, madre e posseditrice di ogni sapienza. In dominio naturistico, nemico massimo, eterno, rimane sempre il sapere. Ecco, ad ogni modo, dopo,un prologo e una vigilia tutti intesi alla vicenda e alla tragedia del dio, ritornato legittimamente al primo piano quell'eroe, dalla cui morte, come gagliardo tronco dal seme, è germogliata e cresciuta l'intera Tetralogia. La stessa Brünnhilde, conquistata in quel che ha di più sacro e geloso, la sua virginea divinità, si propone ormai, diventata donna e umana, di «sapere» tutto ed esclusivamente per Siegfried, con la sua saggezza consustanziata di solo amore. Che cosa manca ancora, dunque, all'eroe, perchè non si senta dio egli stesso, e più grande e più felice dì Wotan? Ma le Norne, ministre del destino, continuano a tessere, sull'altura aspra e solitaria, la loro implacabile tela!
Dramma il Siegfried di salda architettura e di alta poesia: anche se lo appesantiscono le solite ripetizioni e lungaggini - tenzone e contrasti tra il Viandante e Mime, tra Mime e Alberico, tra il Viandante e Siegfried ecc. - e se un che di baroccamente prezioso, prenda qua e là sopravvento, e più che altrove, nel colloquio finale d'amore tra.Siegfried e Brünnhilde. Armonicamente piantato sulle solide arcate dei suoi tre atti, diviso ciascuno in tre scene secondo la normale ritmica della Tetralogia, se non può certamente gareggiare con la sobria austerità delle tragedie eschilee, rivela tuttavia, ancora una volta, con quale sicuro magistero Wagner sappia costruire e ricostruire dagli ammassi informi o dai frammenti dispersi del mito. D'altra parte, alcuni suoi spunti ed episodi - la caricatura e la paura dì Mime, la tempra di Notung, Siegfried sotto il tiglio tra il vivo murmure della foresta e il pensiero della madre sconosciuta, il suo smarrimento alla vista di Brünnhilde, il risveglio e il saluto della risvegliata Walkiria - riescono senza dubbio ad imprimere nell'animo di chi legge, indipendentemente dal rilievo che loro dona la musica, l'ammirazione delle perfette rappresentazioni d'arte, congiunta alla vibrazione dei sentimenti umani che non muoiono.
Eppure l'«incantesimo» del Siegfried non viene tutto di qui. Viene anche . da quella sua mirabile lingua, tutta irta di anacoluti, tutta sonora e vibrante di onomatopee, tutta iridescente di arcaismi e viva di dialettismi, che, trasferita alla vista, pare cascata di perle, di diamanti e di gemme incastonate in metalli delle più diverse specie: dal ferro al bronzo, all'argento, all'oro purissimo. Viene da quella non meno mirabile allitterazione, che con fulmineo intuito scopre tra le parole di significato più lontano strettissime parentele d'essenza, e, senza nulla perdere della sua asprezza boreale, riesce perfino ad aprirsi all'alito primaverile di qualche rima romanza. Viene, infine, da un sapientissimo gioco di arsi e di tesi, che sotto apparenze modeste e quasi neglette di Knittelvers e di lingua parlata, nasconde tesori di armonie, per fiorire, quando occorra, in effusioni di Lied simili a getti di fontana viva.
Ma, naturalmente, viene sopratutto dalla musíca: Wort-ton-drama giunto alla sua, più alta espressione e al suo più perfetto equilibrio. Era nell'Oro del Reno un deciso prevalere della parola e del ritmo poetico; sarà nel Crepuscolo un prevalere altrettanto deciso del puro elemento sinfonico: toccava al Siegfried l'arte di conciliare e fondere i due elementi nella propria solare meridianità. Innumerevoli le rielaborazioni, le contaminazioni, gli sviluppi dei temi delle giornate precedenti, alcuni in tale figura da raggiungere personalità nuova: paura di Mime, traversata delle fiamme ecc. Relativamente scarsi, invece, i motivi nuovi in senso assoluto. Eppure, di quale profondo valore per la tessitura musicale del dramma! Basterebbero lo Schmiedelied, il Waldweben, il Saluto di Brünnhilde, quasi tre poderosi pilieri musicali sui quali poggiano e si innalzano le tre arcate poetiche del dramma, per rendere chiaro allo spirito più profano, di quali prodigi sia stata operatrice, anche nel Siegfried, l'infinita «melodia» wagneriana. Ma di loro e degli altri motivi che costituiscono la nuova vita musicale del dramma, è detto ampiamente nel commento.

Guido Manacorda, dicembre 1933 (testo riveduto da Giulio Cogni)

venerdì, dicembre 14, 2012

Wagner: La Walkiria

La valchiria Brünnhilde
(Arthur Rackham 1867-1939)
La stirpe degli Asen, degli dei luminosi, dopo un rapido e fallace trionfo, volge a decadimento. Minata nel suo stesso nascere, e, per il suo stesso essere, nata da un'insanabile colpa, cresciuta cotesta colpa a dismisura per la maledizione, che portano sempre con sé la violenza e la frode, essa abita malsicura lo splendido, superbo Walhalla, si logora in vane e tormentose imprese, spia angosciosamente i segni premonitori del Crepuscolo, a cui bene vorrebbe e in tutti i modi tenta sottrarsi, ma sotto il quale sa, che, o prima o poi, dovrà inesorabilmente soggiacere. Nè la stirpe dei giganti e dei nani, delle forze elementari e dei démoni oscuri, a lei avversaria, conta maggiori o più durevoli vittorie. Il gigante Fafner, dopo l'uccisione del fratello Fasolt, solo possessore del tesoro e dell'anello del Nibelungo, mutatosi in drago, non sa trarre dalla sua immensa male acquistata ricchezza e dal magico potere dell'anello, altra gioia, che di contemplare e custodire oziosamente, in una caverna, nel cuore della selva. il frutto della sua stupida violenza. D'altra parte, il nano Alberico si logora nella meditazione di tortuosi disegni per ricuperare quel ch'egli ha sacrilegamente conquistato con la rinunzia e con la maledizione all'amore, e s'illude, scambiando ancora una volta la lussuria con l'amore, che l'ancora non nato Hagen, figlio dell'adulterìo e del baratto, possa essergli aìutatore e liberatore. Tra gli dei e gli esseri elementari, tra gli Asen dall'una parte e i giganti e i nani - nemici, ma congiunti - dall'altra, s'inserisce intanto, germina e fiorisce, una stirpe nuova e baldanzosa, intelligente e consapevole: la stirpe degli eroi, la stirpe degli uomini. La Walkiria, prima giornata, della «sagra», drammatizza appunto il sorgere di cotesta stirpe, canta i suoi primi errori e i suoi primi dolori: ineluttabìli, da poi ch'è sorta, e gli uni e gli altri. Pure, a traverso gli uni e glì altri, gìà si disegna un trionfo più grandioso di quello degli dei: il trionfo dell'ancora non nato Siegfried. Ma di lui diranno le giornate seguenti.
Dunque, l'epoca degli dei comìncia a cedere vichianamente a quella degli eroi. Sarà non solo più felice, ma anche veramente purificatrice e liberatríce? Wotan, lo vuole e lo spera. Egli stesso, l'ha creata. nelle sue scorrerie d'amore, con l'assurda credenza - credit quia absurdumn! - di poter donare altrui, quel ch'egli stesso possiede: la libertà. Wotan per erigere il Walhalla, rocca del proprio orgoglio e della proprìa potenza, ha dovuto farsi doppiarnente servo: servo dei patti conclusi coi giganti e sanciti dalle rune della sua asta di frassino; servo dell'oro, ch'egli ha dovuto fraudolentemente conquistare, per non privare gli dei della dolce Freia, dispensiera di gioia e di giovinezza, già promessa ai giganti. Doppia servitù; doppia maledizione. Dalla quale e per la quale, a lui, non soltanto è negata ogni piena e durevole vittoria; ma incombe ache la sorte tragica di dovere, impigliato nei propri stessi patti, nelle proprie stesse rime, muovere contro quella stirpe diletta, la stirpe dei Welsunghi, ch'egli stesso ha ercato, perchè possa in libertà conquistare la salvezza a se medesima ed agli dei.
Questo il nucleo interiore, anzi centrale, del dramma. Contro Siegmund e contro Síeglinde, figli suoi gemelli e sposi per trabocco, per prepotenza d'amore, Wotan dovrà crudelmente infierire. Glielo chiede la moglie Fricka, appunto per gli intangibili patti che sono incisí nell'asta di lui, e che egli non può rìfiutarsi dall'osservare. L'incesto, anche se debba portare al più puro degli eroi, puro nel sangue e nello spirito, va condannato. Di fronte alla legge, codificazione del costume, dell'abituale, del Gewohntes, di fronte a Fricka insomma, vale più la consacrazione legale di una mostruosa violenza, di una congiunzione senz'amore, che non l"amore, infuso dalla Natura - eterna innocente - nell'animo di un fratello e di una sorella: l'amante di puro amore e fiorente di puro eroismo Siegmund, cadrà sotto i colpi di Hunding, violento e vile, marito senz'amore, anzi contro amore. E sarà Wotan stesso, che nel duello mortale - poichè questo ha dovuto giurare a Fricka, - manderà in pezzi Notung, la spada di salvezza già promessa e poi accordata a Siegmund. Smisurata tragedia, eppure non la sola imperversante nell'animo del dio.
Perchè anche Brünnhilde, figlia e walkíria sua diletta, egli dovrà punire: con l'obbrobrio, se non con la morte. Le walkirie, lucenti vergini, aeree cavalcatrici guerriere, Wotan le ha create da Erda, la madre Terra, la saggia delle sagge, perchè scelgano tra i caduti in campo ì più valorosi e glieli portino nel Walhalla: quanto più numerosi e valorosi saranno, tanto maggiori saranno le probabilità di vittoria, il giorno in cui si scateneranno contro gli dei superi, contro gli Asen, le forze degli dei inferi, dei giganti e dei nani. Ma Briinnhilde gli disobbedisce: il comando di lui - tragico, necessitato comando di saviezza, - è che nel duello di Hunding con Siegmund ella porti vittoria a Hundìng e morte a Siegmund. Ma come potrebbe ella obbedire, da poi che corre nelle sue vene il sangue stesso di Siegmund, e l'animo suo è quello stesso di Wotan, aperto alla divina «compassione»? Ella è infatti la volontà di Wotan più pura e profonda.
Ora, se a cotesta volontà, sotto le determinazioni della legge e del savio costume (Fricka), si è sostituita in Wotan un'altra volontà superficiale ed impura, non per questo Brünnhilde potrà dalla prima deflettere. Brünnhilde obbedirà, dunque, disobbedendo, e disobbedirà obbedendo; disobbedirà nel contingente, obbedirà nell'assoluto. D'altra parte, non per questo Wotan, stretto da un destino tragico e da una necessità indeprecabile, potrà esimerla dalla punizione; egli la condannerà, dunque, al sonno profondo, a perdere il rango e l'ufficio divino e ad essere destata e posseduta dall'uomo; se pure quest'uomo, per ultima concessione d'un animo commosso, sarà l'eroe puro, il «senza paura», traversante le fiamme guizzanti intorno alla bella dormiente.
Così Wotan appare sempre più scisso ed isolato: scisso da Siegmund, per mezzo del quale ha sperato di ritrovare il suo «potere»; scisso da Brünnhilde, espressione pura del suo «volere», cioè del suo «amore». Per quanto grande sia il suo sperare, non può fare maraviglia, che le parole di Erda suonandogli disperatamente ammonitrici, egli si agiti e si dibatta in continua spaventevole angustia, fra la brama e il conato di un'azione liberatrice, e l'angoscia, che quasi si muta in spasmodìco desiderio, che la fine precipiti: preistorico Amleto.
In lui pertanto tutto il dramma si chiude e si sintetizza. Il dramma stesso di Brünnhilde, è riassorbito nel suo, a quel modo che la Walkiria è riassorbita, come un dimidium, nell'intero spirito di lui. Il titolo della seconda giornata, che apparentemente contraddice a questa affermazione, non ne è effettivamente che la conferma: Brünnhilde - la Walkiria - non è soltanto la «metà» dello spirito di Wotan, è anche la metà sua «migliore» e più profonda, la metà dell'amore. Gli altri personaggi - Siegmund e Sieglinde, Fricka e Hunding - per quanto sia nei due primi un maraviglioso e primaverile fiorire d'amore sembrano anche più esterni alla ragione intima del dramma; molto più sfondo che primo piano prospettico, molto più mallo che gheriglio. Essi non sono chiamati ad altro, infatti, che a rappresentare le due grandi forze che si contrasteranno, d'ora in poi, per tutta la Tetralogia: la wotanica wälsidica contro la frickiana - nibelungica - poi meramente nibelungica -: qui Siegmund contro Hunding; in seguito, Siegfried contro Mime e contro Fafner (Siegfried) ; poi ancora Siegfried contro Hagen (Crepuscolo degli dei).
Conformemente allo spirito si svolgono le forme del dramma. Non più esclusivamente Edda, ma parecchia, anzi molta Saga; non più esclusivamente dei ed esseri elementari, ma semidee (walkirie) ed eroi e uomini; ma un lento e progressivo retrocedere dell'elementare e divino di fronte all'apparire, all'affermarsi ed all'avanzare dell'umano, del lirico di fronte all'epico. Così avviene, che tra il furore di notturne tempeste e miti chiarori di lune primaverili, tra l'imperversare della Caccia Selvaggia e il cavalcare sfrenato, delle W'alkirie, portanti via per l'aria il lugubre carico dei loro cadaveri, s'inserìsca e sorrida il giovanile amore di Siegmund e Sieglinde; e s'alzi dalle labbra di quest'ultima un grido di maternità trionfante sugli dei e su ogni avverso destino; e pronunzi Siegmund sommessamente alla Walkiria, nunzia di morte, la sua rinunzia alle delizie del Walhalla per amore della sua donna terrena; e rompa dall'animo travagliato di Wotan il più commosso, il più lacerante saluto, che mai animo di padre possa rivolgere a figlio, che parta per ignoti destini, senza speranza nè possibilità di ritorno. Tutto questo, saldamente e grecamente costrutto da un tramonto all'altro, nel volgere d'un solo giorno; tutto questo, - senza disconoscere il rallentarsi qua e là dell'azione, o lo scadere del leggermente comico nel solito caricato e grossolanuccio, - foggiato, temprato con mano di fabbro risoluta ed esperta, versato nelle forme d'una poesia allitterativa ed arcaica, con arte di fonditore incomparabile.
Musicalmente, la nota stupefacente e quasi magica genialità, lo stesso magistero sapiente. Tornano i motivi dell'Oro del Reno - la cui conoscenza alla comprensione della Walkiria è, s'íntende, indispensabile - come se venissero rivestendosi di licheni e di muschi ed edere, nella loro rupestre scabrosità ed anfrattuosità. Ma accanto ai vecchi i nuovi: i quali, ora fioriscono in dolcezza d'amore (Motivo dell'amore), ora si affinano e si approfondiscono nella «compassione» divina e umana (Motivo della compassione, variazione del motivo della fuga, addii di Wotan: finale), ora fremono nell'angoscia della fuga (Motivo della fuga), ora promettono salvezza e cantano gloria nell'eroismo (Eroismo dei Wä1sídi), ora domandano, disperatamente domandano, luce al mistero (Enigma del destino), ora rabbrividiscono nella visione d'una morte ineluttabile ed imminente (Presagio di morte), ora cullano nel sonno (Motivi del sonno), ora, infine, sussurrano nell'alitare tiepido del vento di primavera (Canto di primavera). Ma sopra ogni altro, forse, di questa prima stupenda «giornata», si leva il Motivo delle Walkirie: fremente cavalcata e rauco, selvaggio, virgineo grido di vittoria, che piegano agitano squassano gli «archi», come fa la bufera coi rami cedevoli della selva, e squillano d'agli acuti metalli, come squillavano un tempo gli oricalchi, invitando i «cavalieri antiqui», alla gioia della battaglia.

Guido Manacorda, maggio 1925 (testo riveduto da Giulio Cogni)

giovedì, novembre 29, 2012

Wagner: L'Oro del Reno

Alberico e le figlie del Reno
(Arthur Rackham 1867-1939)
Prologo elementare e divino. Già la terra galleggia, isola verde, sul Ginnungagap, sullo smisurato Abisso, cinta dall'azzurro anello dell'Oceano, e il sole, la luna e le stelle roteano intorno a lei donandole luce e calore, misurando giorni e stagioni, vestendola di erbe tenere; già moltiplicata si è la famiglia degli dèi e sorta dal tremendo diluvio di sangue è la seconda generazione dei giganti e formicola entro gli oscuri profondi recessi la stirpe industre dei nani; ma l'uomo non è ancora nato. Ancora non è nato l'eroe dalla spada lucente, nè la bionda Walkiria lancia stridi selvaggi dallo scalpitante cavallo, nè il superbo Wallhalla accoglie ancora gli dèi. Essi si aggirano per roridi prati, per erte montane, per selve profonde; e le zolle erbose e gli scabri sassi sono ancora letto ed origliere alle loro membra affaticate. Ma nel mondo è già nata la colpa e con essa il dolore: dacchè le opposte correnti - acqua fredda di Hvergelmir, acqua calda di Muspellsheim - insieme incontrandosi e mescendosi, hanno dato la vita al primo essere, al gigante Ymir, ed hanno così rotto, con la prima individualizzazione, la pura innocenza della monade acquea universale. Il gigante con la procreazione agamica di esseri a lui simili ha continuato l'errore, e la mucca Audumla, nata anch'essa dall'incontro delle due correnti, l'ha cresciuto ed aggravato, chiamando alla luce, dalla brina salsa leccata sulla superficie dei sassi, il primo dio Buri, procreatore agamico, alla sua volta, della stirpe degli dèi.
Dèi e giganti, per il fatto stesso che sono nati e vivono, errano e soffrono: dov'è separazione e distacco, dov'è affermazione di volontà individuale che si proietta sulla volontà universale e le si oppone, è anche necessariamente peccato e travaglio. Tale il profondo senso della cosmogonia nordica, che sfuggito - appena pare credibile! - così agli storici e interpreti di quel mito, come ai critici dell'arte e del pensiero wagneriano, doveva prodigiosamente rivelarsi alla divinatrìce inconsapevolezza d'un musico-poeta; e che, togliendo quella cosmogonia dall'isolamento o dalla stretta sudditanza biblica in cui era stata costretta, la collega con alcune fondamentali concezioni del mondo buddistico, la imparenta con le più antiche tradizioni. del pensiero greco (Talete, Anassimandro), e la innesta al medesimo tempo sul tronco vivo del misticismo cristiano.
Colpe, dunque, ed errori sono le azioni che dèi, giganti e nani compiono, mossi da un'inpurità originaria e congenita. Gli dèi, che godono di bellezza e di giovinezza, della luce del giorno e della luce dello spirito, aspirano invano ad una potenza che li liberi dalla alterna, vicenda della diuturna lotta contro i gigariti ed i nani; esseri elementari, insofferenti della vita dura e oscura che sono costretti a condurre. Questi, alla loro volta, cercano - con la violenza e con l'astuzia, a seconda della natura loro peculiare - di rovesciare l'impero dei luminosi; e non riescono. Sugli uni e sugli altri, logorante, spaventevole, indeprecabile, incombe la minaccia del Crepuscolo, dell'annientamento. Tutti gli esseri particolari dovranno infatti espiare con la distruzione l'allontanamento dalla monade primordiale, l'ingiustizia della loro esistenza separata. Mai più amaro, più desolato, più disperato pessimismo risonò in poesia ed in musica sotto le stelle!
La coscienza dell'errore, del peccato, della colpa si proietta, così nella tradizione antica come nel dramma wagneriano, in Loge (Loki). Quanto a torto la critica germanica e nordica altro non vede in lui, che una copia più o meno contraffatta del Lucifero semitico e del demonío cristiano! In realtà Loge, è, come démone, il primo elemento sceveratore e individualizzatore - la scintilla di Muspellsheim che riscalda le acque agenti sulle correnti fredde di Hvergelmir - il fuoco insomma creatore, e, come tale, già implicitamente distruttore (non si crea se non ciò che è destinato a perire, nè altro è la nascita, se non il cominciamento della morte); come dio, accolto tra gli dèi, tra gli Asen, per la fratellanza giurata con Wotan (Odino), é il loro perenne stimolo e il loro tormento, l'esca che li induce, li trascina all'azione, ed al medesimo tempo, il rimorso, il pianto, il dolore, che miseramente trovano nel fondo dell'azione stessa.
Il mondo è nato da ben poco, che già corre, dunque, alla sua perdizione. Eppure c'è ancora un tesoro, una segreta riserva di innocenza, che, se non riesce a fermare quella corsa, sembra tuttavia allontanarne indefinitamente il termìne e disperderne la catastrofe. C'è l'Oro, non ancora tolto dall'elemento primordiale - l'acqua -, e però ancora sereno ed incolpevole splendore di quell'elemento stesso; l'Oro, non ancora pervenuto tra le mani dei mortali - siano essi dèi, o nani, o giganti - e però non ancora suscitatore nel loro petto di una fame esecranda. Esso riposa nel fondo del Reno, lavato dalle sue lucid'onde, cullato dal suo ritmo dolce ed eguale, guardato dalle Nixe, dalle Ondine, la cui vita individuale (tanto vale dire: la cui colpa) appena si profila, così esse vivono immerse e sommerse nell'elemento originario. Finchè l'Oro non sarà toccato da terrena mano sacrilega, lontano e pressochè inarrivabile apparirà il tramonto di tutti gli esseri. Ma la mano sacrilega - quella d'Alberico re dei nani interviene; essa contamina l'Oro della sua stretta impura, lo conquista con lo sforzo di una volontà malvagia, lo rapisce col prorompere di una violenza, che maledice all'amore. Tutto è ormai tolto all'elemento primordiale; tutto da lui separato, segregato. L'amore universale, già spezzato dalla creazione degli esseri singoli, si frantuma ormai in frammenti minutissimì, in infinite «contese». Alla passione si sostituisce ora il calcolo, alla «matta bestialitate», già colpevole, si sostituisce ora la frodolenza, ancora più colpevole, Il furto dell'Oro rappresenta il fiore ed il frutto del primo germe del male; il peccato originale di Adamo ribadito e approfondito dal tradimento venale di Giuda. Se non che qui non è luogo a redenzione per l'intervento di un Salvatore che prenda su dì sè la colpa di tuttì; qui tutti espieranno per tutti e ciascuno per sè, e solo con la consunzione e distruzione di tutti e di ciascuno sarà restaurata la monade. Al principio ed alla fine c'è unità, quiete, innocenza, c'è l'acqua, amore, gioia che si nutre dì silenzío; nel mezzo, c'è molteplicità, mobilità, colpa, c'è urto di singoli esseri, c'è l'odio e il dolore che prorompono e che gridano. Senza questo filo conduttore, la Tetralogia wagneríana rimane, drammaticamente e musicalmente, un labirinto impercorribile, reso più che mai pauroso ed oscuro dall'intrico delle contrastanti interpretazioni.

Nella superba «vigilia» dell'Oro del Reno - così Wagner volle chiamarla e sarebbe bene che ci abituassimo anche noi a chiamarla così - assistiamo, dunque, al tragico irrompere del peccato in piena consapevolezza. Nel, primo quadro, Alberico rapisce l'Oro alle Figlie del Reno maledicendo all'amore; nel secondo, Wotan, fatta costruire dai giganti la regale dimora, si arrende al frodolento consiglio di Loge, che i giganti stoltamente accolgono, di rapire alla sua volta l'Oro ad Alberico, per sostituirlo alla dolce Freia nel pattuito compenso, nel terzo, il dìvísamento è mandato ad effetto, ed Alberico viene derubato dell'Oro, ma anche dell'elmo magico che rende invisibilì e dell'anello, che con quell'oro s'è costruito e cbe dona potenza in tutto il mondo (ma la potenza è figlia della violenza e dell'odio!); nel quarto, tutto il tesoro, compresi elmo ed anello, passa nelle mani avide dei giganti, senza di che essi non renderebbero punto la dea, dispensiera di giovinezza. Wotan, per consiglio di Erda - la terra madre di sagezza - sfugge momentancaniente alla maledizione. che doppiamente pesa sull'anello e che già tristamente germina nel fratricidio di Fafner, e sale con gran trionfo all'eccelsa nuova eggia. Amaro trionfo: che le oscure parole di Erda velano di tristezza, e che il sarcasmo di Loge e il pianto delle Ondine feriscono e cont aminano. Wotan stesso, d'altronde, nel fondo del suo animo non è davvero tranquillo. Egli già pensa con un prodigioso sforzo di volontà di dar vita ad una stirpe di liberi spiriti, di uomini-eroí, che possano meglio degli dèi, non solo difendere contro nani e giganti il Wallhalla, cui daranno il nome, ma anche e sopratutto distrarre da sè stessi e dagli dèi la condanna ineluttabile. Le tre «giornate » che seguiranno - la Walkìria, il Siegfried e il Crepuscolo degli dèi - ci diranno della maravìgliosa potenza, ma anche della miseranda vanità del sogno di Wotan.
Chi potrebbe intanto riconoscere nella nuova figurazione drammatica i due così rudi e grossi e apparentemente così poco sígníficanti episodi contenuti nei Reginsmal e Falnismal eddici e nella Gylfaginning di Snorre? Ancora una volta Wagner ha sentito rabdomanticamente la limpida fonte sotto la dura scorza terrestre, e l'ha chiamata con possente magia ad irrigare ed a rínverdire una landa desolata e petrigna. Comunque, non il tardo ed ormai del tutto cristianizzato poema dei Nibelunghi - che solo e non tutti gli italiani conoscono, ed a cui male a proposito usano richiamarsi non appena s'accingano alla critica della Tetralogia - ma con le narrazioni ed i canti di Norvegia e d'Islanda abbiamo qui a che fare; anzi, ancora più profondo: con le tradizioni wikinghe e prewikinghe e antico-germanìche, che sotto di quelli s'agitano e fermentano oscuramente. Oggi ancora la critica si affanna indagando e combattendo intorno a loro: un colpo d'ala poetica è bastato, or è un settantennio, e disperderne le nebbie ed a farle risplendere, terse come brillanti, sotto il sole.
S'è detto dell'Oro del Reno, che manca di vera e propria azione drammatica. Ed è sostanzialmente vero. Come prologo, come vigilia d'un dramma, esso è soprattutto antefatto, narrazione, epos. I suoi personaggi, se cosi è lecito esprimermi, amano, odiano, agiscono «elementarmente»; l'effusione lirica ed il contrasto degli spiriti verrà poi; verrà quando all'epoca degli dèi succederà vichianamente l'epoca degli eroi e degli uomini. Nell'attesa, l'«elementare», di cui la natura stessa degli dèi è ancora tutta impregnata, domina sovrano. Sono rmaravigliosi sfondi di gioghi alpestri e selvaggi e selvaggi poeticamente portati dalle solitudini del Nord sulle sponde del Reno, di gorghi profondi dove i raggi del sole giungono filtrati in una luce crepuscolare, di ardenti fucine sotterranee, di nembi ruggenti, di arcobaleni scintillanti e roridi a traverso cieli boreali. Colori, anch'essi, elementari e crudi: rosso di fiamma, di rame, d'oro sanguigno, secondo che vuole la tradizione scaldica, e bianco d'argento, e giallo di vapori sulfurei, ed azzurro di ìncantamentì magici; senza sfumature, senza trapassi, così come la vista non incora educata di esseri primitivi può cogliere e ritenere. E passioni in tutti, prorompenti con la rapidità della folgore e col fragore del tuono. Wotan viandante risente ancora della mobilità eraclitea dell'elemento da cui deriva, i giganti, costruttori alla, maniera dei Ciclopi, tengono ancora del monte e del macigno, e tengono i nani, fabbri alla maniera di Efesto, ancora della terra entro le cui viscere vivono e del fuoco che piegano alla loro industria. L'amore luminoso e gioioso in Wotan, torbido e torinentoso in Alberìco, grossolanarnente nostalgico in Fasolt non oltrepassa ancora la sfera del senso. Se in Frìcka riveste le espressioni della gelosia borghesemente coniugale, non è che fugace e per niente felice spunto anacronistico, che l'incorreggibile temperamento di Wagner inserisce, quanto mai male a proposito, in un dramma dallo spirito e dalle forme eschilee.
Pure qualche cosa c'è nel dramma, che romne il cerchio dell'elementarietà: è il nefando baratto che Alberico deliberatamente compie dell'amore con l'oro; è la malafede di Wotan contro quei patti sanciti e incisi nelle rune della sua asta di frassino, di cui dovrebbe farsi assertore e difensore; è, soprattutto, la frodolenza di Loge, spirito che beffardamente, nega come Mefistofele, nemico agli dèi ed ai nemici loro. Ma rompe e trabocca - ormaí ne sappiamo e ne comprendiamo bene il perchè - soltanto per precipitare più a fondo nell'abisso della colpa e per affrettare la corsa degli eventi verso il Crepuscolo.

Elementare il dramma, elementari l'espressione, il verso, la musica. Bandito ogni dolce allettamento di rima romanza ed ogni letterario ossequio alla prosodia ed alla metrica classicheggianti, l'alliterazione, profonda ed originaria parentela di tutte le espressioni verbali, rimane sola aspra e selvaggia norma poetica. Forme rinnovate e deterse da polvere e secolare squallore, radici dissepolte dal profondo e fatte rigermogliare e rinverdire, tesori di voci dialettali avidamente cercati, con piene mani attinti, con prodigalità offerti e donati. La lingua dell'Oro del Reno possiede la luminosità delle aurore boreali, la limpidità delle onde, la lubricità delle alghe e dei muschi, l'opacità squaIlida delle nebbie, il barbaglío della fiamma, il fragore dei metalli martellati. E similmente la musica che, amante tenerissima, accoglie il germe poetico nel suo grembo materno; che, ampia, regale, possente fiumana, mai si lancia in getti lirici, mai si perde in dilettosi meandri, mai si frantuma, giocando, in zampílli. Qui sono le matrici dei motivi che si svolgeranno umanandosi e spiritualizzandosi nel corso dì tutta la Tetralogia: il motivo dell'acqua, puro elemento e innocente monade primordiale, del Walhalla, sogno di potenza e peccato d'orgoglio, dei Giganti fatica enorme oscuramente costruttrice e bruta violenza, dei Nani (Nibelunghi), sottile febbre d'industria e formicolio d'inganni, di Loge, fiamma vivace, saltellante, linguacciuta, e, al medesimo tempo, godimento di spiriti, della Maledizione, squillante fin dalla prima vigilia per monti e per valli, verso l'ancor lontano Crepuscolo, come una tromba apocalittica. E, sotto l'onda iridescente del motivo canoro, un profondo sottilissimo fremere, un musicale silenzio, su su saliente dall'infima lacuna dell'universo, voce sovrasensìbile di tutte le voci che furono, che sono e che saranno. Chi non sappia compiere un prodigioso balzo all'indietro a traverso i millenni della preistoria; chi non sappia piangere col pianto della vite, sussurrare col ruscello e col vento, ardere con l'ardore della fiamma, raggiare coi raggi del sole, perdersi e naufragare con l'oscurità della notte; chi, insomma, non sappia farsi pianta, rupe, fiume, più elementare, più elementare ancora, imperscrutabile, vaneggiante abisso, non s'accosti all'Oro del Reno. Ne rimarrebbe travolto, oppresso, perduto, annientato; come il navigante che osasse avventurarsi su «piccioletta barca» tra le furie paurose e i gorghi profondi dell'oceano; come il viandante che senza cuore saldo e puro osasse attentare alla nivea verginità delle vette dardeggianti sotto il sole.
 
Guido Manacorda, aprile 1923 (testo riveduto da Giulio Cogni)