Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

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sabato, gennaio 01, 2022

Verdi e il suo Quartetto d'archi

In data 22 marzo 1873 Giuseppe Verdi da 
Napoli così scriveva all'amico Opprandino Arrivabene: "In quanto ad Aida, mi pare prudente sorvegliare l'esecuzione, soprattutto qui a Napoli, ove non si capisce nulla, assolutamente nulla, precisamente come a Roma". "Aida", andò in scena al San Carlo il 31 marzo, con notevole ritardo sulla data prevista, causa un'indisposizione della protagonista Teresa Stolz.
Il giorno seguente sul giornale "Il Popolo" si potevano leggere queste parole: Accasciati, per così dire, sotto l'impressione immensa che ci ha destato quel capolavoro ch'è l'Aida, non sapremmo quest'oggi proferire altro giudizio se non che forse difficilmente potremo in vita nostra assistere all'audizione di un'altra epopea musicale come questa. Il delirio del pubblico fu continuo e crescente. Le 37 o 38 chiamate unanimi colle quali l'illustre maestro Verdi fu chiamato alla ribalta dimostrano come il pubblico di eri sera assistesse ad un grande avvenimento musicale. E tale fu infatti, chè l'inappuntabile esecuzione orchestrale e quella bellissima e pregevolissima della parte vocale diedero alla prima di "Aida" tutta l'importanza di un grandioso ed artistico fasto musicale.
Gli attori Patierno, Miller, Collini e Monti e le signore Stolz e Waldman dimostrarono tutte le gradazioni del loro bel canto, tutta la passione da cui erano dominati ed infiammati, tutta la potenza drammatica di cui si sentivano ispirati e questo assieme, unito alle sfolgoranti bellezze della musica, fu ciò che stabilì quella misteriosa e magica catena, che faceva palpitare tanti cuori, che teneva assorte tante menti, che infine faceva prorompere in quelle grida entusiastiche e frementi, in quegli applausi unanimi, incessanti, fragorosi e deliranti.
Ed ecco come Verdi giudicava la superba esecuzione del Teatro San Carlo in uno scritto al Arrivabene: "non t'ha detto il vero chi ha fatto troppo lo schizzinoso sull'esecuzione dell'"Aida" a Napoli. Nulla vi è di perfetto, ma questa esecuzione fu nel complesso migliore di quella di Milano e di Parma. Orchestra superiore alle altre due. Cori soltanto inferiori a quelli di Milano".
Verdi, felice per il trionfale successo della sua "Aida", doveva attraversare un periodo di vera euforia, se nella stessa lettera all'Arrivabene dava questa assolutamente inimmaginabile notizia: "Ho scritto proprio nei momenti d'ozio di Napoli un quartetto, l'ho fatto eseguire una sera in casa mia senza dargli la minima importanza, e senza fare inviti di sorta. Erano presenti soltanto sette od otto persone solite a venire da me. Se il quartetto sia bello o brutto non so... so però che è un quartetto".
Verdi ha scritto un quartetto!! Verdi, che aveva sempre considerato questa forma d'arte come "espressione di germanesimo, che avrebbe finito con lo snaturare la nostra musica". Verdi in continua polemica con il giovane scapigliato Arrigo Boito, con Franco Faccio, con l'autorevole critico musicale della "Perseveranza" Filippo Filippi instancabili paladini della diffusione in Italia della musica classica e romantica tedesca. Verdi, che aveva rifiutato la presidenza onoraria della "Società del Quartetto" di Milano ed ancora Verdi che in una sua lettera con cui rifiutava la presidenza della neocostituita "Società orchestrale della Scala" offertagli dal Faccio, così scriveva: "Sono dolente di non poter accettare l'onorevole titolo. Come ben sanno, io sono alieno per natura da questa sorta di incombenze e tanto più ora nel caos di idee, in cui tendenze e studi contro l'indole nostra, hanno travolto l'arte musicale italiana. In questo caos, dal quale può sortire benissimo un mondo nuovo - non più nostro - ma più facilmente il Nulla, io non desidero prendervi parte alcuna".
L'anno seguente (1880) accetta dimostrativamente la presidenza della "Grande Accademia Palestriniana" promossa dalla Società musicale romana. Ed ancora Verdi che così scrive all'amico Arrivabene: "Noi tutti maestri, critici, pubblico abbiamo fatto il possibile per rinunciare alla nostra nazionalità musicale. Ancora un passo e saremo germanizzati. E' una consolazione il vedere come dappertutto si istituiscono Società di Quartetti e Orchestre, Orchestre e Quartetti... Allora a me qualche volta viene un pensiero e mi dico sottovoce: ma se noi in Italia facessimo un "Quartetto di Voci" per eseguire Palestrina, i suoi contemporanei, Marcello, ecc., ecc. Questa sì sarebbe Arte Grande! e sarebbe Arte Italiana... ma zitto, che nessuno mi senta".
Verdi però sbagliava.
Il quartetto d'archi aveva antiche, salde radici anche in Italia. Basta ricordare Pietro Nardini (1722-1773) il geniale allievo di Tartini, che pubblicò 6 Quartetti, Luigi Boccherini (1743-1800), grande compositore, tutto ancora da scoprire, autore di 64 quartetti, 68 quintetti nei quali si possono addirittura notare delle anticipazioni beethoveniane ed ancora un nome quasi ignoto: Giovanni Giuseppe Cambini (1746-1823) autore di ben 144 quartetti!
Ma come mai Verdi ignorava l'opera di questi nostri Autori?
In quegli anni Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi con i loro trionfanti melodrammi erano i dominatori assoluti della Musica. Per di più Nicolò Paganini con la sfolgorante luce del suo genio aveva messo in ombra i nostri grandi maestri del '700.
La «Gazzetta Musicale» pubblicava il seguente articolo in data 3 aprile 1873:
«Un quartetto di Verdi! Sissignori, proprio un quartetto per due violini, viola e violoncello. Un quartetto in quattro tempi».
L'altra sera dopo la prima rappresentazione dell'"Aida", che ha avuto quel po' di successo, che tutti sanno, si va in casa Verdi e meraviglia: ecco schierati due classici leggii con le classiche candele e le classiche quattro sedie. Cos'e questo? ed il Maestro sorridendo, a pregarci di andare per i fatti nostri, per il pericolo di addormentarci nel dover digerire l'audizione d'un quartetto.
Proteste, contro proteste, trattative. Infine si viene ad un accomodamento con l'accettare di sederci su soffici poltrone, ove Morfeo dolcemente ci avrebbe potuto cullare "si casus erit". Ma pare che caso non ci fosse, perché non solo si udì una volta il quartetto, ma si volle ad ogni costo riudirlo una seconda volta per intero".
La relazione continua con la disamina dei quattro tempi e conclude così; «Verdi ha dato un nuovo capolavoro all'arte italiana e ci auguriamo che non s'arresti su questo cammino".
Parlando poi dell'esecuzione dice: "E' un gran piacere l'udire quattro esecutori come Ferdinando e Salvatore Pinto (violini), il Salvatore (viola) ed il Giarritiello (violoncello). Espressione, energia, dolcezza, sobrietà, che volete di piu?"
Il quartetto incontrò subito il favore del pubblico in molte esecuzioni. A Parigi con Camillo Sivori e Armand Marsick (violino), Delsadt (viola) e Viardot-Garcia (cello), a Vienna, a Milano con un'applaudita esecuzione al Conservatorio del Quartetto Fiorentino capeggiato dal violinista Giovanni Becker.
In tale occasione Verdi raccomandava a Giulio Ricordi di sorvegliare lo "studio preparatorio del pezzo" con osservazioni finissime. "Vorrei fosse ben eseguito. I tre primi tempi non presentano grandi difficoltà d'interpretazione, ma l'ultimo tempo sì. Se alle prove voi sentiste - termometro infallibile - qualche squarcio un po' impacciato, dite pure che, se anche ben eseguito, è mal interpretato. Tutto deve sortire, anche nei contrappunti più complicati, netto e chiaro e questo si ottiene suonando leggerissimamente, molto staccato in modo che si distingua il soggetto sia diritto, che rovesciato".
Verdi teneva molto a questo suo unico quartetto, se al caro Opprandino Arrivabene scriveva in questi termini: "Il quartetto va abbastanza bene anche fuori d'Italia. Anzi giorni fa mi si chiese da Londra l'autorizzazione di eseguirlo raddoppiando a venti ciascuna parte. Eseguito da ottanta esecutori, dovrebbe far bene, soprattutto perché vi sono frasi, che esigerebbero un suono pieno, grasso piuttosto che il magro suono di un solo violino. Ero quasi tentato di rispondere: vengo io stesso ma invece devo andare a Colonia per i Festivals del 20 e 21 giugno. Nel primo si eseguirà "La Creazione" di Haydn, nel secondo la "Messa" che dirigerò io stesso. Si potrebbe quasi arguire che per Verdi il suo unico quartetto valesse quanto la «Messa da Requiem».
Cesare Barison
("Rassegna Musicale Curci", anno XXIII, n.1 marzo 1970)

martedì, ottobre 19, 2021

Bartok: Les six Quatuors

"Kodaly e io volevamo fare la 
sintesi dell'Oriente e dell'Occidente. Per la nostra razza, per la posizione geografica del nostro Paese che è allo stesso tempo la punta estrema dell'Est e il bastione difensivo dell'Ovest, noi potevamo pretendere questo... Debussy ha restaurato il senso degli accordi in tutti i musicisti; è stato importante quanto Beethoven che ci ha rivelato la forma progressiva, e quanto Bach, che ci ha definitivamente introdotti nelle trascendenze del contrappunto... Io mi pongo sempre questo problema: si può fare una sintesi di questi tre classici e restituirla viva ai moderni? Forse col lavoro quotidiano che Schumann raccomandava... Sì, con molto, moltissimo lavoro".
Così diceva Bela Bartok a Serge Moreux, appena iniziati gli anni trenta. E certo in questa confessione stava una delle sue "tesi", la più importante e valida ai fini della pura creazione musicale. L'altra "tesi"» era quella della rivalutazione delle radici popolari o nazionali della musica della sua terra. Mentre tanti ingegni europei scherzavano con le antichità, e si pavoneggiavano in nuove arcadie accademie, Bartok - uscito da quella singolare e affascinante terra che è l'Ungheria - indicava una strada della cui giustezza nessuno può dubitare.
Ma Bartok, chi era costui? E' un segno dei nostri tempi che di lui si conosca assai poco, almeno sotto il profilo biografico. Eppure egli è uno degli autentici "grandi" del nostro secolo, e il suo nome sta accanto, con pieno diritto, a quelli di Prokofief, di Strawinski, di Schoenberg, di Hindemith Di tutti, forse è stato il più limpido, probabilmente il più impegnato. Un filo tragico lega gli episodi della sua vita, percorsa da avvenimenti crudeli e da inimicizie politiche: anche per lui c'è stato l'o1traggio e l'esilio. E una difficoltà tutta politica di trovare una terraferma, fin dall'infanzia, in quel crogiuolo di popoli e di proteste che era l'Impero austro ungarico.
Esaminiamo i dati biografici. Bartok nacque in un paesino del Torontal, Nagyszentmiklos, nella zona magiara della attuale Romania. Orfano a otto anni, fu educato dalla madre, maestra elementare, e vagò nella zona finché non approdò a Bratislava, la capitale slovacca. Allora Bela Bartok aveva dodici anni, e si era nel 1893.
Terminata la scuola media, Bartok (si veda la sua autobiografia, pubblicata da Einaudi negli Scritti sulla musica popolare del compositore stesso) deve decidere a quale conservatorio andare. Scelse Budapest, e mai scelta fu più felice. L'altra alternativa era Vienna (o la Germania). Qui incontrò la grande musica, passando da Wagner a Strauss a Debussy, e pose le basi per il suo immenso lavoro sulla riscoperta della vera musica magiara: elementi popolari autentici entrarono nelle sue prime composizioni.
Le idee di Bartok urtarono rapidamente contro le addormentate coscienze nazionali, che non trovarono di meglio che indignarsi. La sua lunga battaglia (nella quale ebbe a compagno fedele Zoltan Kodaly) contro le aberrazioni nazionalistiche venne interrotta nel 1940 dalla necessità di lasciare l'Europa. Bartok emigrò negli Stati Uniti, come dovette fare tutta una schiera di alti ingegni europei: benché accolto con generosità ed amicizia quell'uomo esile e pensoso, miracolosamente dotato e straordinariamente chiaro, non riuscì a «inserirsi›› completamente nel Paese adottivo. Morì nel 1945, in terra straniera, senza rivedere la patria tanto amata, che ora l'avrebbe accolto con tutti gli onori e con tutta la forza della riconquistata indipendenza.
Ma intanto, il mondo si era inchinato alla sua arte. Il Castello di Barbablu, Il mandarino meraviglioso, i Concerti per piano e orchestra, quello per violino e orchestra, i Mikrokosmos, la Sonata per due pianoforti e percussione, la Musica per archi, percussione e celesta, il Concerto per orchestra del periodo americano, accanto alle raccolte di canti popolari, entravano sovente nei repertori e nei programmi.
Da questo elenco mancano i Quartetti, che sfuggirono spesso all'attenzione di molti. Ma questi Quartetti, in numero di sei, hanno una importanza fondamentale. Ora la Curci Erato li propone al pubblico in un album di prestigio, affidato per l'esecuzione al Quartetto Bartok di Budapest, vale a dire al complesso forse più qualificato, tecnicamente e spiritualmente, a eseguirli.
Non è un'opera raccolta in breve periodo d'anni, al contrario. Il primo è del 1908, il secondo è datato 1915-17, il terzo è del 1927, il quarto del 1928. Infine il quinto e il sesto sono rispettivamente del 1934 e del 1939. I nomi degli esecutori: Peter Komlos, primo violino; Sandor Devich, secondo violino; Geza Nemeth, viola; Karoly Botvay, violoncello.
Le date sopraelencate indicano chiaramente la dislocazione dei Quartetti e le loro diverse «quote». Benché sia difficile stabilire con nettezza dei "periodi" nella musica di Bartok, tuttavia risulta chiaro all'esame e all'ascolto che la serie dei Quartetti rivela l'ascesa verso sempre più grandi altezze spirituali. Il Sesto, in verità conclude in modo conseguente e unitario un discorso che non ha mai subito interruzioni. Per questo - se è vero che i Sei quartetti sono come le frasi di un unico periodo - è essenziale che siano ascoltati nel loro ordine e nella loro interezza.
Il Quartetto n. 1 (in la minore) può intendersi come il punto di partenza da uno stabilito dato culturale. Esso ha come padre spirituale, secondo molti critici, l'ultimo Beethoven. C'è nel Quartetto una classica unità, una vitalità e una verità concentrate al sommo grado. I tre movimenti (Lento, Allegretto, Introduzione-allegro-allegro vivace) sono scritti quasi d'un fiato, e contengono una serie di figure nuove e mutevoli e di ritmi che si fa poca fatica a catalogare - anche se si può parlare apertamente di una immissione folcloristica - come ungheresi.
Il Quartetto n. 2 cade in un periodo in cui Bartok ha già portato avanti le sue ricerche sul patrimonio folk. E' un lavoro intelligente e non alieno da preoccupazioni intellettuali: vi si notano perfino echi delle esperienze nell'Africa del Nord. Dei tre movimenti, Moderato, Allegro molto capriccioso, Lento, l'ultimo è stato considerato particolarmente commovente e intenso. Differenze e unità si alternano nella composizione, la cui impronta personalissima balza subito in evidenza nelle numerose invenzioni di una scrittura a dir poco geniale.
Il Quartetto n. 3 in do diesis è il più breve e il più severo (a Bartok piaceva particolarmente). Rigoroso nella struttura e ambiguo nella tonalità, non chiude la porta a immagini che hanno una radice folcloristica abilmente mascherata. Bartok, a questo punto, possiede in modo totale l'arte della scrittura per quartetto.
E' facile indugiare in descrizioni psicologiche, a proposito del Quartetto n. 4 immediatamente successivo nel tempo. E' preferibile invece considerare il lavoro nella sua unità, nella sua parentela con Debussy e la civiltà culturale ad esso collegata. Il Quartetto ha una straordinaria forza evocativa, si libra in atmosfere specialmente intense, non disdegna il descrittivo e dunque il paesaggio. La gamma delle sensazioni appare più vasta che in passato, e l'ordine delle cose vi si dipinge in modo ora affabile ora imprevisto.
Splendido e nuovissimo, il Quartetto n. 5 dà il senso della grandezza di Bartok al di là di ogni descrizione. Ascoltarlo è fonte di continua sorpresa. Si pensi allo Scherzo, al semplice lirismo dell'Andante, all'essenzialità e alla bellezza di ogni frase. Il magistero tecnico è tale che il compositore ormai raggiunge ogni risultato nel modo più semplice e diretto. Il Quartetto n. 6, che conclude la serie, è come la vetta di tutto il pensiero dell'uomo: ispirato alla morte della madre questo lavoro pare nutrito di una tragedia che supera il fatto personale per interpretare il dolore e lo sgomento del mondo. Era il 1939, e la seconda guerra mondiale stava per incidere tragicamente il destino dell'Europa.
Parlando dei Quartetti bartokiani non si può non citare una frase estremamente chiarificatrice lasciataci dall'autore stesso: «Anche nelle mie opere più astratte, come i Quartetti, ove imitazioni di certi tratti della musica contadina non appaiono, si rivela un certo spirito indescrittibile, inesprimibile, un "certo non so che" che dà a chi ascolta e conosce la tradizione rurale l'impressione che ciò non poteva essere scritto che da un musicista dell'Europa orientale››.
E' una dichiarazione straordinariamente e orgogliosamente vera: è l'incontro ad altissimo livello delle due «tesi» di cui parlavamo all'inizio di queste note. Ed è la prova di una costante e impegnata dedizione a un ideale che da nazionale emergeva sul piano totale e inequivocabilmente purissimo di un discorso valido per tutti, oggi e sempre.
Dell'esecuzione si può dire ancora e infine che è perfetta, e che migliore non la si saprebbe immaginare.
Mario Pasi
("Rassegna Musicale Curci", anno XXI n. 3 settembre 1968)

sabato, febbraio 09, 2013

I Quartetti per archi di Ludwig van Beethoven

Ludvig van Beethoven (1770-1827)
by Arthur Paunzen (1890-1940)
QUINTESSENZA DEL GENIO BEETHOVENIANO - I Quartetti di Beethoven
 
Alla fine del Settecento il quartetto per archi si trovava diviso su due fronti stilistici dai percorsi antitetici e paralleli, anche se non privi d'interscambi occasionali. Da una parte, in un arco compreso tra la Madrid di Boccherini, la Lombardia di Rolla, la Torino degli ultimi rappresentanti della scuola piemontese, e la Parigi di Baillot, Kreutzer, Rode, Saint-Georges, Pleyel e degl'italiani déracinés (Viotti, Cambini, Giardini, Bruni, Radicati), fiorisce l'effimero "impero d'occidente" del quartetto "concertante" e/o "brillante", destinato all'esecutore virtuoso e al concerto pubblico. E' una produzione promossa dalla grande editoria e caratterizzata dalle attrattive dell'edonismo e del virtuosismo: tante piacevoli melodie allineate in un rilassato contenitore sonatistico, dove il principio dell'elaborazione tematica è in gran parte - se non proprio del tutto - sostituito da quelle della ripetizione attraverso i piani armonici di elementari progressioni.
A Vienna abbiamo invece, come tutti sanno, l'esatto opposto, germogliato dal seme haydniano e incrementato dall'esperienza di Mozart. Il quale sul ceppo del suo grande contemporaneo aveva innestato la profondità della sua sensibilità armonica, la sterminata ricchezza della sua inventiva melodica, il suo senso del dramma e del pathos: non senza qualche spregiudicata incursione (con i Quartetti "prussiani") nei territori di quell'amabilità concertante rigorosamente rifiutata dal radicalismo di Haydn, intento a sviluppare al massimo grado quel principio elaborativo che si può riassumere con questa formula: ricavare il massimo dal minimo, attraverso l'arte di "rovistare nel tema" come un secolo dopo dirà Brahms.
E' a questo punto che s'innesta il primo contributo di Beethoven a una civiltà quartettistica viennese giunta, dopo Mozart e tuttora operante il vecchio Haydn con i suoi ultimi capolavori, a un punto di estrema saturazione stilistica. L'opera 18 (1798-1800) giunge buon'ultima, dopo anni dedicati ad una produzione cameristica incentrata nel pianoforte, lo strumento che aveva accompagnato l'ascesa di Beethoven come compositore-concertista. I sei Quartetti filtrano così il loro approccio all'eredità haydn-mozartiana attraverso un'esperienza intensamente personale, quella di opere come i Trii op. 1, le Sonate op. 2 e op. 7, quelle op. 5 per pianoforte e violoncello e op. 12 per piano e violino che già avevano fatto esplodere il delicato e imperfettibile equilibrio sonatistico dei predecessori. Non è possibile giudicare questi sei ambiziosi Quartetti, puntigliosamente elaborati nella consapevolezza dell'immenso rischio che comportava l'esordio in un genere ritenuto al vertice della professionalità di un musicista, senza tener conto che nel frattempo i modelli viennesi (di Haydn e del Mozart dei sei Quartetti op. 10 dedicati ad Haydn) si erano troppo allontanati e andavano in qualche modo sostituiti. Ecco quindi che Beethoveri adatta al medium quartettistico strutture e procedimenti eccentrici, accentuando, da una parte, certi tratti di estrosità haydniana nella scelta di motivi piccanti soprattutto per i tempi veloci e gli scherzi o minuetti, dando fondo alla cantabilità nei movimenti centrali, addensando le sonorità, levigando gli spigoli di Haydn e le asperità armoniche di Mozart in una generalizzata, florida eufonia.
La prodigalità dei materiali tematici gettati con effetti accumulativi entro un recipiente sonatistico necessariamente dilatato, il gusto per i contrasti di temi, ritmi, aree armoniche, lo spessore fonico e la sensualità timbrica sono i tratti salienti di queste opere peraltro assai ben differenziate e caratterizzate; lontane tanto dalla nervosa leggerezza e dalla parsimonia haydniana, quanto dall'audacia di certe introspezioni mozartiane, sostituita ora da una prevalente ottimistica euforia, ora dall'effusa vena elegiaca di certi movimenti lenti, come l'Adagio affettuoso e appassionato (due aggettivi quanto mai significativi dell'espressività lirica beethoveniana) dell'op. 18 n. 1. In tanta giovanile abbondanza d'immagini, sussiste, eredità fondamentale dei predecessori e già fatta propria da Beethoven con potente determinazione, il principio dell'elaborazione tematica.
L'essenzialità e la necessità morfologica, ottenute attraverso l'impiego sempre più coerente dell'elaborazione, sono il fine che Beethoven si propone negli anni successivi all'op. 18. Si tratta di rigenerare i tessuti troppo dilatati delle strutture sonatistiche, trasformandoli nei tessuti sodi e scattanti di strutture altrettanto vaste, ma permeate da un forte dinamismo basato sulla dialettica dei contrasti interni. In questo senso, accanto alle Sonate op. 53 e 57 per pianoforte, alle Sinfonie Terza, Quarta, Quinta e Sesta, ai concerti per pianoforte e per violino, i tre Quartetti op. 59 (1805 -06) assumono valore esemplare. Inconcepibili senza l'impulso della coeva produzione sinfonica, di questi tre capolavori si può dire che riversino nel medium quartettistico, senza punto snaturarne la specificità, tutta la dialettica e i rapporti di forza (ritmo, massa sonora, contrasti dinamici, oltre, s'intende, alla tensione elaborativa) che Beethoven era andato elaborando nelle sinfonie e che qui comprime e decanta in una rigorosa dimensione cameristica debitrice altresì di quelle tardive e preziose influenze soprattutto mozartiane (si tratta, questa volta, del Mozart dei grandi Quintetti in Do maggiore e sol minore) che incominciano a farsi avanti con crescente insistenza nella creatività del Beethoven maturo.
Opere apparentemente isolate, i Quartetti op. 74 e op. 95 sono in realtà il risultato di un processo di ulteriore affinamento stilistico, nel quale l'idea della forma-sonata viene sottoposta ad una rigorosa verifica attraverso un discorso ellittico e di una incisività e concentrazione estreme, attuato nella più meditata economia dei materiali, in profondo contrasto con la sovrabbondanza di un tempo. Emerge una rinnovata aspirazione ad una purezza e ad una simmetria mozartiane, ed anche forme e strutture rinunciano in monumentalità quanto acquistano in duttilità e delicatezza. Si profila l'estrema spiaggia dello stile beethoveniano, che nell'ultima fioritura quartettistica troverà la sua espressione più completa e forse più alta.
Composti dietro invito di un nobile committente, il principe Golicyn (ancora un russo, come già il conte Rasumovskij, destinatario dell'op. 59), gli ultimi Quartetti prendono vita in un periodo compreso tra la primavera del 1822 e l'ottobre del 1826, lasciandosi alle spalle le ultime sonate per pianoforte, la Nona Sinfonia e la Missa Solemnis. Sono opere profondamente omogenee per stile e dimensione espressiva, assai più di quanto non lo fossero le opere 18 e 59: un panorama immenso e tuttavia raccolto entro un arco unitario, dove si squaderna tutto l'universo dell'ultimo Beethoven.
Giunto al culmine della sperimentazione dei mezzi espressivi e della propria solitudine storica, il compositore si riserva il privilegio supremo di operare liberamente le proprie scelte linguistiche senza restrizioni di tempo, di genere, di stile. Ciò significa che l'estrema produzione beethoveniana si configura in ultima analisi come una ricapitolazione, talora una giustapposizione di tutti gli stilemi che l'hanno preceduta nel tempo, contemplati dall'alto di un "punto di vista" trascendente che tutti li equipara. Vecchio e nuovo, attuale e inattuale, datato ed aggiornato sono categorie estranee a questo sublime «colpo d'occhio" che sa ravvivare le "macerie" secondo una forte espressione di Adorno - di un passato per altri irreversibile e riciclarle non come citazione inerte, ma come elemento costitutivo reinvestito d'intrinseca necessità.
Entro questo sistema inaudito e guardato a lungo con religioso sgomento ma anche con irritata incomprensione dai posteri, coesistono, pertanto, il giovanile procedimento effusivo-additivo e la più rigorosa elaborazione tematica; le tecniche polifoniche recuperate dal profondo dei secoli su su fino a Bach e Händel, e il moderno sonatismo basato sulla dinamica dei campi armonici, dei temi e della loro elaborazione; l'assoluta oggettività e l'urgere dell'elemento soggettivo negli accenti di un recitativo strumentale vibrante di drammaticità; le sofisticazioni armoniche di gusto modale e il più corrente formulario cadenzale; le forme più auliche e trascendenti accanto a quelle più rustiche; il macrocosmo di strutture ciclopiche come i Quartetti op. 130 e op. 131, e il microcosmo di oggetti miniaturistici come l'enigmatica, ironica op. 135.
Insieme con il contrappunto, che irrora delle sue energie tutto l'ultimo stile beethoveniano
e che qui culmina in un terrifico monumento come la Grande Fuga op. 133 (in origine, posta a conclusione dell'op. 130), è la tecnica della variazione a qualificarsi come principio costruttivo basilare anche al di là dei movimenti espressamente ad essa destinati. Il radicalismo di tale tecnica non ha eguale se non nel Bach delle Variazioni Goldberg e degli ultimi Preludi corali, da cui Beethoven prende idealmente l'avvio, senza per questo accantonare le tecniche varianti tradizionali di tipo ornamentale-virtuosistico, integrandole, al contrario, rigenerate e sublimate, in un contesto organicamente omnicomprensívo, conforme anche in questo a quella superiore "disponibilità" cui sembra aprirsi l'ultimo orizzonte creativo del compositore.
 
GLI ULTIMI QUARTETTI
"Il vostro genio ha superato i secoli, e non vi sono forse ascoltatori abbastanza illuminati per gustare tutta la bellezza di questa musica; ma saranno i posteri a renderle omaggio e a benedire la vostra memoria". Queste parole profetiche, pronunciate dal principe Nikolaj Borisovic Golicyn, il committente dei primi tre dei cinque lavori che concludono l'esperienza beethoveniana nel campo dei quartetto, possono venire collocate come epigrafe in testa ad una delle avventure più visionarie mai compiute da un genio musicale pervenuto alla sua massima definizione. La composizione degli ultimi cinque Quartetti tenne impegnato Beethoven dal maggio 1822 al novembre 1826, quando di Maestro scriverà il nuovo Finale per l'op. 130.
Il primo Quartetto del gruppo, in Mi bemolle maggiore op. 127, viene ultimato nel febbraio 1825. Di tutti i fratelli, è quello che presenta un'ispirazione più uniforme, immerso com'è in una diffusa luce lirica che annulla in sé ogni contrasto troppo spiccato. In esso si manifesta in sommo grado quella "mozartiana" assolutezza, quella trasumanata serenità non aliena da tratti giocosi (l'amabile Finale, che riecheggia reminiscenze di settecentesche serenate viennesi) che avanza fin dal primo tempo "teneramente" sui passi di un Laendler idealizzato. Ma l'op. 127 comprende anche un Adagio con cinque variazioni che contendono forse vittoriosamente il primato all'altro grande esempio di variazione beethoveniana di questi ultimi anni, quello che è parte dell'op. 13 l.
Segue, in ordine cronologico, il Quartetto in la minore op. 132, ultimato nel luglio 1825. Nel primo tempo, un chiaro bitematismo (costituito da un nucleo iniziale affidato alle febbrili impennate del primo violino e agl'incisi di risposta della viola e del violoncello, e da un secondo episodio d'una tenera cantabilità assolutamente schubertiana) sviluppa un discorso nel quale il principio sonatistico del contrasto dialettico viene sostituito da una contemplativa e circolare giustapposizione d'immagini diverse. Il successivo Allegro ma non tanto è un vero Scherzo lievissimo e intessuto difreschi motivi di danza, con un Trio di cornamuse. La celebrata "Canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito, in modo lidico" è sempre stata giustamente considerata tra le espressioni più "individuali" e più visionarie di tutta la musica beethoveniana, anche se essa deve paradossalmente quel suo carattere così intimamente soggettivo a una sorta di sublimazione del materiale musicale, divenuto ancora più "neutro" e "anonimo" in virtù del suo sconfinamento nei domini della modalità antica e di tecniche compositive arcaiche come il cantus firmus attorno al quale, come nei preludi corali bachiani, si sviluppa l'efflorescenza delle altre voci. Una "Marcia" e un Allegro appassionato riportano quindi l'itinerario spirituale dalla trascendenza a una dimensione più drammaticamente umana.
Ultimato nel novembre 1825, il Quartetto in Si bemolle maggiore op. 130 è articolato in sei movimenti che corrispondono a quelli del divertimento settecentesco, con due tempi lenti differentemente caratterizzati e due intermezzi in ritmo ternario. E invero, tra gli ultimi Quartetti, l'op. 130 è quello che realizza nella forma più alta quell'aspirazione allo schilleriano Sublime inteso come "Senso di letizia" suprema libertà dello spirito che "col suo braccio forte ci porta al di là del profondo abisso". Così la leggerezza dei movimenti rapidi e il terso lirismo di quelli lenti (come la purissima "Cavatina") o il tono ambiguamente scherzoso di brani come l'Andante con moto ma non troppo, e ancora gli echi agresti trasfigurati nella "Danza tedesca" costituiscono gl'ingredienti espressivi di un "divertimento" spirituale nella più squisita accezione etimologica del termine. Significativo il fatto che Beethoven abbia consapevolmente sostituito la Grande Fuga, che in origine concludeva il Quartetto, con un altro finale la cui gaia amabilità, traboccante dal suo tema all'ungherese, avrebbe mirabilmente ristabilito un equilibrio compromesso.
Pubblicata a parte come op. 133, la Grande Fuga sarà per molto tempo la pietra dello scandalo dei commentatori scolastici, incapaci di piegarla alle loro analisi formalistiche e di giustificare la ciclopica asperità del suo linguaggio strumentale, che trova un corrispettivo soltanto nelle tremende architetture dell'altro monstrum polifonico beethoveniano, posto a conclusione della Sonata op. 106. La Grande Fuga si configura in realtà come un tentativo di sintesi tra gli elementi sonatistici (ravvisabili, tra l'altro, nei tre movimenti senza soluzione di continuità in cui è distribuito il discorso) e quelli del contrappunto, tenuti insieme da una rigorosa unità tematica che garantisce la fondamentale unità dell'intero brano: in breve, tre aspetti diversificati di un'unitaria concezione polifonica.
Gli ultimi due Quartetti nasceranno indipendentemente dalla committenza di Golicyn, quasi come il seguito di un incontenibile fiotto d'ispirazione. Il Quartetto in do diesis minore op. 131 viene ultimato nel luglio 1826. Si tratta del più monumentale tra tutti i Quartetti di Beethoven; in esso anche le ultime tracce della forma-sonata si dissolvono e i vari movimenti, saliti a sette, si susseguono per la prima volta ininterrottamente, come seguendo il filo di un lunghissimo soliloquio dell'anima attraverso i più disparati stati di coscienza. Il susseguirsi ininterrotto di tali eventi interiori si concreta in forme le quali più che mai trovano la propria logica in se medesime di là di ogni riconoscibile tracciato tradizionalistico, pur sussistente - fugati, scherzi, variazioni e simili - come lontana idea platonica di un archetipo.
Lo stesso si può dire del Quartetto in Fa maggiore op. 135, composto contemporaneamente al precedente, ma portato a termine nell'ottobre del 1826. Qui Beethoven, ripercorrendo il cammino fatto con l'Ottava Sinfonia, torna alle ridotte proporzioni settecentesche, a quattro tempi che hanno tutta l'apparenza di movimenti tradizionali e persino a una maggiore evidenza, all'interno di essi, di quelle che potrebbero essere interpretate come tradizionali strutture sonatistiche. Eppure la vanificazione di tali strutture attraverso il congelamento di tutte le pulsioni dinamiche che ne costituivano l'essenza, qui si fa ancor più capillare e integrale. Tra l'inquietante ambiguità del primo tempo e i trasalimenti avveniristici di segno quasi bartókiano dello Scherzo, il mistero s'infittisce - dopo la breve parentesi lirica del "Dolce canto di riposo e di pace" - nel Finale, costruito sul tema del canone scherzoso "Es muß sein, es muß sein, ja, ja" composto nell'aprile precedente. Introdotto e poi interrotto dallo scuotimento tellurico di un Grave che sembra mettere a nudo le più riposte fibre del suono, l'Allegro si chiude con un "pizzicato" in pianissimo: sottovoce e ammiccando con sublime umorismo, Beethoven si congedava così dalla musica e dalla vita.
Giovanni Carli Ballola
(Philips, 1989)

sabato, dicembre 10, 2011

Quartetto Prometeo: miti contemporanei

Uno sguardo alla classicità e uno al nostro tempo, la formazione cameristica nata alla Scuola di Fiesole si va affermando come una delle più interessanti della sua generazione.

Diciott'anni di carriera, di concerti, di incisioni e di prime esecuzioni assolute. Il Quartetto Prometeo è, a distanza di due mesi dal Trio Johannes (vedi Amadeus n. 260, luglio 2011), il secondo ensemble italiano che festeggia la maggiore età nel 2011 con un cd allegato ad Amadeus. Il Prometeo però ha cambiato alcuni dei componenti - tutti nati nei primi anni Settanta - nel corso della sua carriera. Aldo Campagnari (secondo violino) e Francesco Dillon (violoncello), i membri fondatori rimasti nella formazione, hanno «voluto e cercato» gli altri due musicisti che ora sono parte stabile del quartetto: Giulio Rovighi (primo violino) da tre anni, Massimo Piva (viola), il più giovane, da un anno soltanto.
Il Prometeo ha vinto numerosi concorsi internazionali, tra cui la grande affermazione alla 50° edizione del Prague Spring International Music Competition nel 1998, in cui hanno ricevuto anche il Premio Speciale Bärenreiter per la migliore esecuzione fedele al testo originale del
Quartetto K 590 di Mozart, il Premio Città di Praga come migliore quartetto e il Premio Pro Harmonia Mundi. La sua storia nasce cinque anni prima alla Scuola di Musica di Fiesole, dove Campagnari e Dillon erano prime parti dell'Orchestra Giovanile Italiana, sotto gli auspici dello
storico violista del Quartetto Italiano Piero Farulli. Agli inizi del percorso, però, Prometeo era ancora lontano. «Il nostro primo nome», ricorda Dillon, «ci è stato proposto da Farulli, ed era Quartetto dell'Orchestra Giovanile Italiana 1993. Poi per fortuna quel nome chilometrico
venne abbreviato in Quartetto Ogi».

E dunque quando è "nato" Prometeo?
Dillon. «Dopo qualche anno, quando non eravamo più giovanissimi e abbiamo cercato un nome per percorrere una strada più indipendente. Dopo una lunga riflessione abbiamo scelto Prometeo, sia come riferimento all'opera omonima di Luigi Nono, e quindi alla contemporaneità,
sia come legame con la classicità».
La vostra identità si è modificata quando è cambiata la formazione originaria?
Dillon. «lo e Aldo non vediamo un cambiamento radicale quanto un'evoluzione. Lo stile del nostro quartetto resta e la componente individuale viene integrata nella "visione Prometeo". Suonare insieme in quartetto è molto delicato e bisogna scegliersi per affinità musicale. Non ci siamo mai scelti in base alla comodità geografica, anche se sarebbe molto più comodo: io sono di Firenze, Aldo di Trento, Giulio di Roma e Massimo di Rovigo, quindi siamo sempre in viaggio».
Quali sono le caratteristiche del Quartetto Prometeo come insieme e quali invece gli apporti dei singoli elementi?
Rovighi. «Il tratto distintivo è che non c'è un leader. Da noi le decisioni vengono equamente divise e ognuno porta lo stesso tipo di apporto e contributo. Certo, ci vogliono più tempo e più prove, ma sicuramente c'è abbondanza di idee».
Dillon. «Per quanto riguarda le peculiarità individuali, le abbiamo individuate nelle biografie in chiave scherzosa disponibili sul nostro sito internet (www.quartettoprometeo. com): Giulio è il più attento alla qualità del suono, Aldo il maniaco del ritmo, il "metronomo", Massimo il più rigoroso nella ricerca del fraseggio e della metrica, mentre io sono il fantasista che propone brani stravaganti».
Visitando il vostro sito internet e la vostra pagina Facebook si nota un approccio divertente e fresco alla comunicazione. Lo mantenete anche quando affrontate una partitura?
Campagnari. «Alle prove quasi mai, mentre durante i concerti ci sentiamo un po' píù liberi di divertirci con il pubblico».
Dillon. «Ogni tanto però giochiamo anche con il repertorio. Quest'anno abbiamo inciso un disco di trascrizioni di Stefano Scodanibbio e da cose molto serie, come tre contrappunti dell'Arte della Fuga di Bach, siamo arrivati ad altre più leggere come 5 canzoni messicane che suoniamo come bis».
Qual è il vostro rapporto con la musica contemporanea? Ci sono dei compositori con cui avete un rapporto speciale e privilegiato?
Dillon. «L'idea è quella di mettere in dialogo musiche di varie epoche: accostiamo György Kurtág ad Alban Berg e Schumann, o Sciarrino a Debussy e Brahms, e cerchiamo di spiegare in sede di concerto come il compositore del Novecento segua idealmente la scia tracciata dagli altri due. Abbiamo poi lavorato molto con Salvatore Sciarrino, che ha trascritto per noi le Sonate di Scarlatti e ci ha dedicato il Quartetto n. 8, e con Stefano Gervasoni.
Rovighi. «Collaboriamo anche con Ivan Fedele, che ha molto apprezzato la nostra interpretazione di Der Tod und das Mädchen di Schubert, nel quale lo studio della musica contemporanea ci ha permesso di ampliare moltissimo la gamma delle sonorità».
Piva. «Io stesso compongo: la mia opera più complessa è proprio un quartetto per archi e la mia aspirazione sarebbe quella di eseguirlo con loro».
Nella lista delle vostre influenze musicali, pubblicata sulla vostra pagina Facebook, Robert Schumann spicca perché è il primo nome. E' una casualità o effettivamente lo considerate un punto di riferimento assoluto?
Campagnari. «Non è casuale. Il suo Quartetto n. 1 è il primo pezzo che abbiamo studiato insieme, quindi si può dire che Schumann sia sempre stato un filo conduttore della nostra attività».
Schumann non si è dedicato molto al quartetto d'archi. Ne ha realizzati solo tre, scritti nell'arco di due mesi nel 1842. Quali sono le loro caratteristiche?
Rovighi. «Il primo quartetto è il più facile da ascoltare, il più limpido e il più classico come scrittura. Il secondo rappresenta di più il lato inquieto, scritto con soluzioni più audaci e complesse. Il terzo è il più elaborato e consapevole».
Dillon. «Sono stati composti in un periodo felice della vita di Schumann, sposato da poco: all'inizio del Quartetto n. 3 c'è una quinta discendente che è un motto sulla parola "Clara", quasi un messaggio cifrato, come del resto ha fatto in tutta la sua opera».
Come mai faticano a rientrare nel grande repertorio?
Campagnari. «Forse si pensa che sia musica a cui manca oggettività, e invece ha contenuti poetici meravigliosi che vanno sottolineati nell'interpretazione. Altrimenti si rischia di perderne le sfumature, che sono la cosa più bella».
Dillon. «Alcuni movimenti sono molto complicati da risolvere dal punto di vista tecnico, soprattutto nell'applicazione del rubato tipico del pianista che esegue Schumann. La sfida, se ci si vuole cimentare con questi tre quartetti, è ottenerlo pur suonando in quattro».
Rovighi. «Anche la loro scrittura è molto pianistica, e tradurla con uno strumento ad arco non è per niente semplice».
Che scelte interpretative avete operato?
Rovighi. «Essere più liberi possibile e superare il limite della scrittura quartettistica rendendola quasi individuale. Abbiamo anche cercato di seguire i metronomi originali con tempi molto rapidi».
Dillon. «In molti casi quelle indicazioni sono una spinta a estremizzare i caratteri, e noi abbiamo cercato di seguirne lo slancio».
Quali sono i vostri progetti futuri?
Campagnari. «Abbiamo in uscita l'integrale per quartetto d'archi di Salvatore Sciarrino e stiamo completando la registrazione di due cd-dvd: il primo conterrà Der Tod una das Mädchen di Schubert e l'op. 95 di Beethoven, il secondo musiche da camera di Ivan Fedele, tra cui un pezzo scritto per noi che prevede la partecipazione del soprano Valentina Coladonato».
Rovighi. «A settembre registreremo anche l'integrale per quartetto d'archi di Hugo Wolf, che comprende il Quartetto, l'Intermezzo e la Serenata italiana».
Dillon. «Per quanto riguarda i concerti, oltre alle date in Italia abbiamo nei prossimi mesi due tournée in Olanda, e Argentina».

di Claudia Abbiati (Amadeus, n.262, settembre 2011)

sabato, ottobre 22, 2011

I quartetti di Haydn: le originali e quelle attribuite


Haydn è entrato a far parte della storia della musica come "padre del quartetto" poiché fu il primo compositore che partendo da un'abbondanza di stadi preliminari - basti citare i generi della sonata a tre, del concerto a quattro o della sinfonia a quattro - riuscì a creare un tipo di composizione in cui quattro strumenti della stessa famiglia e di pari importanza si ritrovano insieme a formare un suono assai omogeneo, pur mantenendo ciascuno le proprie caratteristiche specifiche. Il suo primo biografo, Georg Griesinger, descrisse nel 1810 come Haydn giunse a scrivere le prime opere di questo genere nel 1755: "... la seguente circostanza fortuita avrebbe fornito al compositore i presupposti per tentare la fortuna con la composizione di quartetti. Un certo barone Fürnberg aveva una proprietà nella regione del Weinzierl (Austria superiore), distante alcune stazioni postali da Vienna, e di tanto in tanto usava invitare a casa sua il parroco, l'amministratore, Haydn e Albrechtsberger (un fratello del famoso contrappuntista che suonava il violoncello) per l'ascolto di piccoli brani musicali. Fürnberg esortò Haydn a comporre qualche pezzo che potesse essere eseguito insieme dai quattro appassionati d'arte".
L'opera per quartetto di Haydn, che conta oltre settanta composizioni autentiche, è stata oggetto di una analisi particolarmente approfondita per quanto riguarda le occasioni per le quali furono composti i pezzi, gli sviluppi stilistici e le influenze di altri maestri. Tuttavia gli ultimi esiti delle ricerche presentano delle notevoli divergenze rispetto alle nozioni precedenti, soprattutto per quanto riguarda l'op.3. Le sei opere pubblicate relativamente tardi nel 1777 dall'editore parigino Bailleux come op.26 di Haydn, oggigiorno non sono più considerate originali e non sono più comprese nell'edizione critica delle opere del compositore. L'allievo di Haydn, compositore, costruttore di pianoforti e editore Ignaz Pleyel, aveva insistito che il ciclo fosse inserito come op.3 nel catalogo tematico di tutti i quartetti del compositore - e anche la lista approntata dall'allievo di Haydn Joseph Elssler sotto la supervisione del maestro ormai anziano, collocava le sei composizioni fra l'op.2 e l'op.9. La lista fu riconosciuta da Haydn, ma l'anno in cui apparve l'edizione a stampa, 1777, si trovava in contraddizione coi ricordi del vecchio maestro, il quale sosteneva di non aver composto quartetti fra il 1772 (l'anno in cui completò l'op.20) e il 1781 (che vide nascere l'op.33). Inoltre le sei composizioni dell'op.3 appaiono, in confronto agli altri due cicli sopra citati, talmente immature dal punto di vista stilistico che viste nel contesto dell'opera complessiva di Haydn rappresenterebbero un incomprensibile passo indietro. In seguito agli studi compiuti da Tyson, Larsen, Landon, Unverricht, Peder e Finscher, oggi prevale la tesi secondo cui l'editore parigino Bailleux abbia sfruttato finanziariamente la fama di cui Haydn godeva in tutta Europa per stampare delle opere sotto il nome del noto Kapellmeister di Esterháza, speculando sul fatto che sarebbero state meglio vendibili. Oggi si ritiene che il compositore dei sei quartetti sia stato piuttosto padre Romanus Hofstetter, nato nel 1742 a Bad Mergentheim (recentemente tuttavia nella rivista "Musikforschung", fascicolo n.3 del 1986, Günther Zuntz ha nuovamente espresso dei dubbi su questa teoria, facendo anche notare delle contraddizioni nell'argomentazione impiegata fino ad allora).
Hofstetter era un monaco del convento benedettino Amorbach nell'Odenwald; morto nel 1815 a Miltenberg am Main, egli fu criticato in maniera sprezzante come piccolo maestro di capacità assai limitate, ma col cosiddetto "Serenadenquartett" gli riuscì un ottimo colpo di fortuna in campo compositivo. Se è vero che i motivi del primo tempo sono "dal fiato corto" essi tuttavia vengono sviluppati con una certa abilità. Il Minuetto e il Trio - il primo caratterizzato da una certa ruvidezza e disinvoltura che ricorda la pista da ballo - forniscono dei piacevoli contrasti tematici, e anche il Finale che porta il titolo "Scherzando" conserva intatto il buon umore. Ma il movimento che acquistò il maggior grado di popolarità fu l'Andante cantabile, che con la sua melodia semplice e malleabile potrebbe essere una serenata accompagnata da un liuto, adattata per un insieme di archi. E' vero che Hofstetter si attiene a un modello che era consueto ai suoi tempi, ad esempio quando affida la cantilena iniziale al primo violino, accompagnandola con i pizzicati degli altri archi, ma il fascino della melodia pone il movimento a un livello ben più alto della media di allora.
I sei quartetti dell'op.64 composti nell'estate del 1790 - insieme ai cicli dell'op.54 e op.55 (1788) - sono divenuti noti coi titolo di "Tost-Quartette", perché l'edizione a stampa presenta una dedica al commerciante ed ex violinista dell'orchestra di Esterháza, Johann Tost. Dal punto di vista biografico essi rappresentano un momento significativo nella vita di Haydn: appartengono infatti all'ultimo gruppo di opere composte nella solitudine di Esterháza - verso la fine di settembre morì il suo datore di lavoro, il principe Nikolaus, e una volta pensionato e libero dagli obblighi di corte Haydn fu in grado di dedicarsi a un pubblico più largo. Il quinto quartetto della serie, intitolato "Lerchen-Quartett" (Quartetto delle allodole) deve il suo titolo divulgatore al tema principale del primo movimento, nel quale il primo violino dopo sette battute introduttive si abbandona in un canto primaverile per la durata di tredici battute, contrappuntato da un piccolo motivo del secondo violino. Questo inizio presenta il materiale per l'intero movimento, nel quale Haydn dimostra la piena maturità della sua arte dell'elaborazione monotematica. Con una impostazione decisamente virtuosa e concertante, e l'ampia spaziosità dei movimenti, egli si stacca definitivamente da quel genere musicale che era destinato soprattutto ai dilettanti colti, compiendo un passo decisivo verso il mondo del quartetto da concerto, le cui difficoltà potevano essere superate soltanto dal musicista di professione. L'Adagio cantabile in tre parti è basato sull'opposizione fra le "chiare" sezioni esterne e la tematica nel minore della sezione centrale. Il vigoroso minuetto viene elaborato in maniera quasi sinfonica e lascia intuire la vicinanza delle Sinfonie nn.88 e 92, nate grosso modo nello stesso periodo, mentre il Trio in re minore presenta una armonizzazione estremamente duttile e una raffinatezza mozartiana. Il Finale ha il carattere di un perpetuum mobile: l'attività burrascosa alla quale partecipano tutti gli strumenti assume un'aria "dotta" con l'introduzione di una breve sezione fugata in re minore.
I sei quartetti dell'op.76 dedicati al conte Joseph Erdödy, dominati da una polifonia incredibilmente fitta, nacquero più o meno nel periodo in cui Haydn era occupato con l'oratorio Die Schöpfung (La creazione). Con queste opere della vecchiaia composte nel 1797, che hanno il carattere di un testamento lasciato al mondo della musica da camera, Haydn si trova alle soglie del Romanticismo l'individualista abbandona definitivamente la sfera della musica intesa come intrattenimento di società, preparando la via al XIX secolo. Un eccezionale esempio di come Haydn sapeva intensificare la forza espressiva degli elementi melodici e armonici tramite una magistrale tecnica contrappuntistica, è l'austero e inquieto Quartetto in re minore, op.76 n.2. Le due quinte discendenti che si susseguono all'inizio (da questo intervallo è nato anche il titolo "Quinten-Quartett") costituiscono l'elemento propulsivo dell'intero movimento, che rivela una fusione della fantasia con la componente costruttiva persino nella sezione dello sviluppo: qui il motivo assume un carattere tematico, viene poi trattato nello stretto e finalmente combinato con il suo intervallo complementare, la quarta. La romanza quasi ingenua dell'Andante con una sezione centrale in re minore e una variazione dell'idea principale si rivela come un idillio ingannatore posto fra il primo movimento e il minuetto; l'atmosfera di quest'ultimo, caratterizzato da una scialba struttura canonica a due voci, si trova a metà fra il malumore e il demoniaco. Anche il Finale, basato su una melodia folcloristica ungherese o slovena, mantiene il carattere serio che si schiarisce soltanto nella Coda con l'effetto di una "liberazione" grazie all'intervento della tonalità maggiore.

Uwe Kraemer (traduzione di Claudio Maria Perselli)

sabato, luglio 09, 2011

Concorso "Paolo Borciani" 2011

Brunello: «Concorso “Borciani” già la finale è un premio»
Come ormai tutti sanno (e bene lo sappiamo noi), il Premio Borciani ha raggiunto la fama di "più importante Premio Internazionale" dedicato al Quartetto d'archi. Lo dimostrano la sua storia e l'attenzione che gli viene dedicata da organizzatori di concerti e giornali specializzati di tutto il mondo.
Proprio la sua unicità ha generato l'idea di distinguerlo dalle usuali "competizioni" musicali e rendere così il premio Borciani e chi se lo aggiudica, degno di essere paragonato a una sorta di "Nobel" del Quartetto. Di conseguenza arrivare ad essere candidati al Premio Borciani (indivisibile), cioè raggiungere la Prova Finale, è in sé un premio, come dimostra anche la cospicua somma di denaro destinato, in ogni caso, a qualsiasi quartetto finalista.
Per poter sostenere il peso di una così importante decisione, la Giuria deve rappresentare, al massimo livello, varie modalità di pensiero musicale ed essere trasversale su più generazioni per avere le basi nel passato, ma essere aperte al futuro. Una indubbia personalità del mondo del Quartetto come Günter Pichler a presiedere la Giuria del Premio Borciani 2011, ha garantito che i lavori della Giuria stessa non perdessero di vista i valori musicali sui quali misurare le prove dei quartetti concorrenti. La decisione del risultato finale è stata raggiunta dalla Giuria in pieno accordo con i regolamenti del Premio Borciani che, come in ogni edizione passata, sono stati applicati anche quest'anno. La Giuria non ha dovuto cercare né compromessi né attestarsi su rigide posizioni, in quanto l'evidenza del regolamento non dava possibilità alcuna.
A soddisfazione di noi organizzatori, la constatazione che il mondo del quartetto cresce e il livello medio si alza di edizione in edizione. Le capacità strumentali dei singoli componenti hanno superato le aspettative e la qualità e la preparazione dei quartetti ne beneficia. L'entusiasmo e la tenacia che hanno dimostrato fanno ben sperare nella loro continua ricerca e approfondimento del pensiero e dello stile musicale, lezione lasciataci dal Quartetto Italiano e dal suo fondatore Paolo Borciani.
Questa edizione del Premio Borciani si è arricchita della presenza massiccia del pubblico di appassionati della città e anche molte presenze straniere durante tutte le prove e soprattutto nella serata finale a teatro esaurito. Il pubblico è fondamentale per qualsiasi esecuzione musicale; mette in moto l'elemento emozionale che in genere in un concorso viene tralasciato. Per questo è stato scelto di presentare la Prova Finale come un concerto vero e proprio. Serve però ricordare che il giudizio finale della Giuria si basa, anche per regolamento, sulle votazioni delle prove seconda, terza e di finale e questo può provocare delle discrepanze. Il Premio del Pubblico è nato anche per dare soddisfazione a esecutori e pubblico sul risultato di un evento, che non può però avere la visione generale che un percorso di varie prove e su diversi repertori può dare.
Sicuramente una attenzione alla comunicazione con il pubblico avrebbe spiegato tutto ciò, me ne assumo la responsabilità, ma non avrebbe cambiato nè il risultato nè avrebbe risparmiato i dissensi.
Il futuro del Premio Borciani, al di là delle diverse valutazioni, non può che essere rafforzato nel suo prestigio e serietà dopo una prova di grande intensità come quella appena vissuta, ne sono certo, da pubblico, quartetti, organizzatori, tutti accomunati da vera passione per il Quartetto.

Mario Brunello (direttore artistico Concorso Borciani)

sabato, dicembre 05, 2009

Carpi e Quartetto Italiano: 60 anni 1945/2005

Quartetto Italiano: un fausto anniversario. Carpi, 60 anni: 12 novembre 1945 - 12 novembre 2005.
Sono trascorsi sessant'anni, ma negli annali artistici della nostra città di Carpi la serata del 12 novembre 1945 rimane tuttora tra le memorabili. E doppiamente, perché in una gelida Sala dei Mori due avvenimenti si conglobavano in uno: il battesimo della Società Amici della Musica e il debutto di un complesso sconosciuto, il Nuovo Quartetto Italiano, che ai sobri fasti dell'occasione avrebbe conferito i connotati di una sorprendente rivelazione. Il sodalizio cittadino era nato l'estate precedente dalla decisione coraggiosa, al limite della temerarietà, di un gruppo di noti musicisti e musicofili carpigiani. Ricordiamone i nomi: Erio Silvestri, Gaetano Lugli, Alfredo Sabbadini, Nereo Lugli, Ottorino Savani, e l'allora studente (futuro ingegnere) Giuseppe Caffarra, il quale sin dall'inizio, in qualità di Segretario, prendeva su di sé il non lieve onere di gestire i primi passi dell'associazione e poi, come Presidente, l'avrebbe sostenuto con passione e raro spirito di sacrificio per le successive cinque stagioni. Una vera scommessa era infatti quella dei promotori, perché gli Amici della Musica nascevano come un fiore nel deserto, in una città che - a differenza della sua lunga, ed anche prestigiosa, tradizione melodrammatica - nulla di analogo poteva vantare nel campo della musica cameristica e sinfonica. Inoltre, quel lunedì 12 novembre si assisteva all'esordio del Nuovo Quartetto Italiano, che proprio da Carpi avrebbe spiccato il volo verso non ancora immaginabili traguardi. Ma la stupefazione che suscitarono quei giovani: Paolo Borciani ed Elisa Pegreffi violini, Lionello Forzanti viola, Franco Rossi violoncello - poco più di cent'anni insieme, eppure così provetti nel loro già raffinato virtuosismo, nella cifra del loro stile interpretativo - era da considerarsi l'indubitale presagio di un avvenire certo: la splendida carriera più che trentennale, in Italia e nel mondo, l'avrebbe poi confermato ad abundantiam. Come stimmate d'eccellenza, i tratti caratterizzanti del complesso erano ben leggibili sin da allora.
Anzitutto il modo di snodare il discorso musicale con naturalezza e impeccabile controllo, la chiarezza delle articolazioni, ma anche il nitore del suono pure laddove era richiesta la massima energia, la duttilità e flessibilità del fraseggio, la precisione del dettaglio. Se l'armonica concordanza delle diverse personalità mai appiattite bensì convergenti all'esito collettivo e la disciplina severa lasciavano felicemente ammirati, il fatto poi che gli strumentisti suonassero a memoria faceva ulteriore aggio sulla loro valentia. Essi irrompevano sulla scena concertistica con l'intransigente determinazione della giovinezza, con la caparbia volontà di costruire da sé un proprio modo di leggere i classici e i romantici, ma anche i moderni, rivendicando - secondo la lezione di Toscanini la scrupolosa fedeltà al testo come l'unica via per ritrovare la lingua e l'anima della musica, non diversamente da altri valorosi artisti che nello stesso torno di tempo ben rappresentavano la più incisiva 'novità' della cultura musicale italiana, da Arturo Benedetti Michelangeli al Trio di Trieste. I quattro "cavalieri dell'arco" (così li definirà il noto critico e musicologo Giulio Confalonieri) si erano incontrati casualmente ai corsi estivi di perfezionamento dell'Accademia Chigiana di Siena, scoprendo di avere sostanziali affinità e comunanza di ideali. Rinunciando alle proprie legittime aspirazioni a una carriera solistica, del resto già avviata sotto i più favorevoli auspici, essi decisero di dar vita a un loro complesso da camera, il Nuovo Quartetto Italiano appunto, che avrebbe prospettato originali aperture sul mondo interpretativo attraverso una concezione fortemente razionalizzata e assai prossima ai canoni di un aggiornato neo classicismo. Con l'inquietudine e la perenne insoddisfazione degli interpreti di razza, i quartettisti tuttavia perseguirono negli anni una graduale ma decisa evoluzione nel modo di porsi di fronte al testo, anche in seguito all'incontro con il grande direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler e alla sempre più assidua pratica della musica contemporanea. Nella quasi narcisistica ricerca della perfezione si aprì così il varco a una più avvertita consapevolezza stilistica, all'arricchimento vitale, allo spessore dei sentimenti, che avrebbero portato il Nuovo Quartetto Italiano all'acquisizione delle impervie ultime partiture di Beethoven. Un lungo percorso che, in un'intervista del 1° dicembre 1978 al giornale 'La Stampa", Paolo Borciani così sintetizzava: "Siamo pervenuti ad una concezione diversa, passando dal compiacimento edonistico alla creazione di un suono magari meno 'bello', ma più vero, e soprattutto subordinato alla coerenza del discorso e al senso architettonico della forma musicale". Proprio in questo sarebbe consistita la maturità raggiunta dal complesso nella sua ricognizione interpretativa, nutrita di tanto studio e passione: l'equilibrio tra l'irrinunciabile levigatezza e l'assoluto controllo della materia sonora da un lato, e dall'altro l'idea della musica come irreprimibile "fenomeno organico" (Furtwängler) che cresce su se stesso con lo spontaneo generarsi di un essere vivente.
Ma chi aveva segnalato agli Amici della Musica, costituitisi ufficialmente il 5 agosto, quegli straordinari musicisti?
Rosanna Sormani, notevole pianista concittadina, che li aveva ascoltati a Siena e ne raccontava meraviglie. Il contatto fu rapido, e il debutto a Carpi fissato a breve, con un programma di alto profilo e di rilevante impegno esecutivo, ma anche arduo d'ascolto per un pubblico non ancora iniziato alla più eletta delle forme cameristiche: il quartetto. Ebbene, affascinati e certamente emozionati da tanta maestria, gli ascoltatori di quel primo concerto con il calore dei loro applausi mostrarono di gradire la ricca imbandigione di musica che abbracciava un ampio arco cronologico, da Corelli a Beethoven, fino ai moderni Debussy e Stravinskij. Quanti oggi possono rapportarsi con la memoria a quella serata lontana - e chi scrive è fra essi - sentono forse ancora vibrare dentro di sé l'inizio del beethoveniano Quartetto op. 59 n. 1 (Rasoumowsky), con quel tema intenso e misterioso affidato al violoncello monologante che mette in moto l'avventura dell'immenso, incomparabile sviluppo, oppure l'"Andantino doucement expressif" che nello scintillante capolavoro di Debussy è sintesi suprema di canto e declamazione secondo la più schietta tradizione francese.
Dopo il grande successo ottenuto da Paolo Borciani e colleghi in quella apertura di stagione, gli Amici della Musica li invitarono di nuovo per rispondere alle richieste dei numerosi estimatori. Il 6 aprile 1946 essi ritornarono infatti nella Sala dei Mori per replicarvi le composizioni di Beethoven e di Debussy, facendole precedere da uno stupendo Haydn, il Quartetto op. 64 n. 6. Già nel 1947 alla viola Forzanti subentrava Piero Farulli che sarebbe stato una delle colonne del complesso fino al 1978, quando, per ragioni dì salute, lasciava il posto a Dino Asciolla. In quest'ultima formazione i quattro strumentistí, ormai assurti alla massima rinomanza internazionale, faranno la loro estrema apparizione nella nostra città che ha avuto l'onore di ospitarli per ben sette volte: dopo la stagione 1945-46, ancora nel '48 e nel '49, sempre su invito degli Amici della Musica; nel 1965 - ormai Quartetto Italiano tout court - per il ventesimo anniversario del debutto del complesso celebrato dalla Gioventù Musicale d'Italia; infine nel 1971 e nel 1978 per le stagioni di musica organizzate in proprio dal Teatro Comunale. Carpi ha così avuto il privilegio di poter seguire l'intera vicenda interpretativa del complesso, sempre ammirevole nella rilettura della grande tradizione quartettistica, e in ogni caso fedele alle proprie matrici originali. Le partiture che nell'arco di oltre trent'anni esso ha proposto nella nostra città - Mozart e Beethoven avanti a tutti, ma con Boccherini, Haydn, Schubert, Debussy, Ravel, Stravinskij, Bartok - hanno lasciato impronte profonde nella cultura e nel gusto di quanti hanno saputo accostarvisi per farle propria. Per questo dono della loro arte mirabile rimane indelebile il ricordo del Quartetto Italiano: dei magnifici 'narratori' in musica, della loro comunione di intenti, della loro appassionata dedizione ai più alti ideali.


I Concerti dei Nuovo Quartetto Italiano, poi Quartetto Italiano, a Carpi

Nuovo Quartetto Italiano su invito degli Amici della Musica
Paolo Borciani ed Elisa Pegreffi violini
Lionello Forzanti viola, Franco Rossi violoncello

1. Castello dei Pio - Sala dei Mori, 12 novembre 1945
Corelli: Sarabanda, Giga, Badinerie
Debussy: Quartetto in sol minore op.10
Stravinskij: Concertino
Beethoven: Quartetto in fa maggiore op.59 n.1 (Rasoumowsky)

2. Castello dei Pio - Sala dei Mori, 6 aprile 1946
Haydn: Quartetto in mi bemolle maggiore op.64 n.6
Beethoven: Quartetto in fa maggiore op.59 n.1 (Rasoumowsky)
Debussy: Quartetto in sol minore op.10

3. Municipio - Sala Consiliare, 15 febbraio 1948
Piero Farulli è subentrato a Lionello Forzanti
Boccherini: Quartetto in re maggiore op.6 n.1
Bloch: Quartetto Il
Mozart: Quartetto in do maggiore K 465 ('delle dissonanze")

4. Castello dei Pio - Sala dei Mori, 7 novembre 1949
Mozart: Quartetto in re maggiore K 155
Schubert: Quartettsotz in do minnore D 703
Beethoven: Quartetto in do maggiore op.59 n.3 (Rasoumowsky)


Quartetto Italiano
Paolo Borciani ed Elisa Pegreffi violini
Piero Farulli viola, Franco Rossi violoncello

5. Teatro Comunale su invito della G.M.I. (per il 20° anniversario della fondazione del complesso), 16 ottobre 1965
Boccherini: Quartetto in re maggiore op.6 n.1
Schubert: Quartetto in re minore D 810 ('La morte e la fanciulla")
Ravel: Quartetto in fa maggiore

6. Teatro Comunale, 20 aprile 1971 - Programma dedicato a Beethoven per il II centenario della nascita
Beethoven: Quartetto in fa maggiore op.18 n.1
Beethoven: Grande fuga in si bemolle maggiore op.133
Beethoven: Quartetto in mi bemolle maggiore op.74 ("delle arpe")

7. Teatro Comunale, 1 aprile 1978
Dino Asciolla è subentrato a Piero Farulli
Mozart: Quartetto in sol maggiore K 156
Mozart: Quartetto in mi bemolle maggiore K 428
Mozart: Adagio a fuga K 546
Bartok: Quartetto n.1 op.7

di Antonio Martinelli (www.quartettoitaliano.com)

domenica, ottobre 18, 2009

Quartetto Casals: profeti in patria

Al suo debutto a Bologna per Musica Insieme, il quartetto spagnolo si racconta: dalla fondazione, auspice il ‘nostro’ Antonello Farulli, ai più prestigiosi riconoscimenti internazionali.

Quella del Casals è la scelta orgogliosa di un nome che ricorda uno dei massimi musicisti spagnoli, ed insieme un uomo che ha combattuto per la causa della libertà e dei diritti civili in un periodo, come quello franchista, caratterizzato dal terrore e dalla repressione.
Il Casals nasce fra le mura della Scuola “Reina Sofia” di Madrid, e in poco più di dieci anni conquista e sbalordisce i suoi stessi insegnanti (da Antonello Farulli al Quartetto Alban Berg), il pubblico, le giurie internazionali, la critica specializzata.
In controtendenza rispetto al famigerato adagio secondo cui nessuno è profeta in patria, la Spagna offre da parte sua un grande sostegno alla compagine: il Casals è Quartetto Residente nei Conservatori di Saragozza e Barcellona, e protagonista di una propria stagione all’Auditorium catalano, che nel 2007 ne ha celebrato con tutti gli onori il decennale dalla fondazione. D’altronde, come ricorda in queste pagine Jonathan Brown, che del Casals è il violista, la Spagna non ha sviluppato una tradizione cameristica particolarmente florida, ed è quindi con giustificato orgoglio che la comunità nazionale ha fatto dei quattro i propri vessilliferi nel mondo, vittoriosi allo “Yehudi Menuhin” di Londra come al “Brahms” di Amburgo, borsisti della Fondazione Borletti-Buitoni ed ospiti del Carnegie Hall newyorkese come del Musikverein di Vienna. Ripercorriamo insieme a Jonathan Brown le tappe di questa irresistibile ascesa.
Cominciamo, come si usa, dalle presentazioni: il vostro è un nome piuttosto importante...
«Senza dubbio. Il nostro è di fatto il primo quartetto spagnolo ad essersi conquistato una carriera internazionale, perciò abbiamo scelto di fregiarci col nome di Pablo – in catalano Pau – Casals, ossia uno dei massimi interpreti spagnoli al mondo.
Quindi la scelta era pressoché obbligata. Ci onoriamo del nome di Casals per due fondamentali ragioni: perché lo ammiriamo musicalmente, com’è naturale, ma ammiriamo anche le sue battaglie umanitarie, nella resistenza contro il regime di Franco, e nell’impegno in prima persona per la pace e la democrazia nel mondo».
Da parte vostra, in tutta la Spagna siete già celebrati come un’istituzione.
«Pur avendo la fortuna di suonare in tutto il mondo, la nostra “sede operativa” è catalana, viviamo e lavoriamo a Barcellona, dove animiamo una nostra stagione cameristica, e siamo spesso invitati al Palazzo Reale di Madrid, dove possiamo imbracciare i preziosi Stradivari della famiglia reale. Suoniamo spesso per i monarchi di Spagna, e li accompagniamo nelle visite ufficiali: di recente ad esempio abbiamo tenuto un concerto per il Granduca del Lussemburgo».
Alla luce dei chiari di luna italiani, ed europei, pare un’eccezione. Come se lo spiega?
«È una situazione curiosa: in Spagna gli strumenti ad arco non hanno una grandissima tradizione; è un paese che ha dato i natali a grandi cantanti lirici, un paese dove fioriscono i cori o i complessi di fiati, e naturalmente più che mai la scuola chitarristica.
Ma per gli archi, dal violino al contrabbasso, la musica cambia; la continuità storica manca, il che è sicuramente uno svantaggio. D’altra parte però, negli ultimi venticinque anni la Spagna ha investito enormi energie nella musica classica. Innanzitutto si sono costruite un gran numero di nuove sale da concerto, tanto che la maggioranza delle città spagnole, grandi e piccole, può contare su sedi concertistiche moderne e funzionali, progettate sia per la cameristica che per la sinfonica. Anche i conservatori hanno conosciuto un incremento notevole, con la costruzione di nuovi edifici e la ristrutturazione degli esistenti, ed una rinnovata attenzione per il perfezionamento musicale, in particolare in ambito cameristico.
In generale, il pubblico di questi ultimi anni è assai ringiovanito e più motivato, oserei dire entusiasta... In sostanza, pur non potendo vantare una tradizione cameristica secolare come l’Austria o la Germania, la Spagna ha fatto davvero passi da gigante».
A proposito di tradizione germanica: vi siete perfezionati con l’Alban Berg Quartett, che ne rappresenta l’estrema e già leggendaria propaggine. Quali sono stati i suoi insegnamenti più preziosi?
«Il Casals ha studiato quattro anni a Colonia con l’Alban Berg, fino al 2003 (Brown utilizza la terza persona perché il suo ingresso ufficiale nel Quartetto risale al 2002, ndr). Credo che da allora a oggi tutti noi siamo maturati molto, trovando col tempo una nostra sonorità e un nostro modo di fare quartetto.
Tuttavia, fra le tantissime cose che abbiamo imparato dall’Alban Berg, una in particolare ci è stata di grande utilità: constatare in quanti modi diversi si possa pensare la musica, e riuscire a fonderli nell’esecuzione quartettistica. Mi spiego: abbiamo sempre studiato con i singoli membri dell’Alban Berg, e si trattava di quattro personalità diversissime, quasi contrapposte, tanto da far sembrare incredibile che avessero scelto di suonare insieme; e invece erano capaci di unire le proprie individualità in maniera unica. Un altro aspetto fondamentale era il livello tecnico elevatissimo che pretendevano dagli studenti: la preparazione doveva essere tale da permettere
ad ognuno di noi d’intraprendere la carriera solistica. Per l’Alban Berg quello era semplicemente un punto di partenza».
L’Alban Berg consigliava anche ai suoi studenti di affrontare innanzitutto le pietre miliari del repertorio, incominciando per così dire dai fondamentali. Con Haydn, Mozart e Beethoven, il vostro programma allinea tre padri fondatori del quartetto, quasi immortalando ciascuno di essi in un momento cruciale della propria produzione...
«Le opere in programma sono davvero capisaldi del repertorio quartettistico, la loro composizione abbraccia un quarantennio circa di storia musicale, e ciascuna di esse è a suo modo rivoluzionaria. Il Quartetto op. 33 n. 3 di Haydn lo è sotto molti aspetti: sotto il profilo armonico innanzitutto, e poi nella struttura; pensiamo ad esempio che Haydn vi inserisce per la prima volta uno Scherzo al posto del tradizionale Minuetto.
Inoltre l’opera 33 fa parte di un dialogo aperto fra Haydn eMozart: già con i Quartetti op. 20, Haydn aveva ispirato al giovane salisburghese la stesura dei sei Quartetti “viennesi” (che il Casals ha inciso nel 2005, ndr). Più tardi l’opera 33 darà aMozart lo spunto per i sei Quartetti dedicati ad Haydn, e il primo della serie è proprio il KV 387, in sol maggiore, che eseguiremo a Bologna. L’opera 130 di Beethoven, infine, è una musica assolutamente unica, non esiste nulla di simile nel genere quartettistico: si compone in sostanza di tre Scherzi, il movimento lento è una delle più belle cavatine strumentali mai scritte, e la Grande Fuga finale op. 133 è a sua volta un unicum nella storia del quartetto per archi. Anche l’ultimo movimento del Quartetto KV 387 di Mozart è un fugato; insomma, sono tre opere molto originali e percorse da un sottile filo rosso che le collega l’una all’altra».
In questa scelta tutta rivolta al classicismo viennese, possiamo leggere anche una scelta programmatica del Casals? Ossia la costruzione di un repertorio che poggi storicamente sulle origini del genere, per poi affrontarne magari le principali diramazioni storiche?
«Sicuramente ogni quartetto d’archi deve fare i conti con i fondamentali, ossia Haydn, Mozart e Beethoven, il cui approfondimento ed interpretazione sono imprescindibili. Ma più che seguire un percorso lineare, ritengo che il Casals affronti senza preclusioni la musica che più ama: e quindi Šostakovič, Ligeti e Bartók, le fughe di Bach e Dvorák... Che sia musica degli anni Ottanta o del 1780, non fa differenza, se la amiamo. Questa è in buona sostanza la nostra “strategia”».
Quindi c’è posto anche per la produzione contemporanea.
«Certo, per tutta la musica che ci comunica qualcosa, a prescindere dalla sua età... Commissioniamo opere inedite, ed abbiamo tenuto a battesimo quartetti degli spagnoli Jordi Cervelló, David del Puerto e Jesús Rueda, del tedescoHans Zender, o ancora di James MacMillan e di György Kurtág. Christian Lauba ci ha scelto per l’incisione del suoQuartettoMorphing».
Per una biografia futura del Casals: quali le prossime imprese?
«Continueremo come sempre ad insegnare a Barcellona e a viaggiare per i nostri concerti, ma fra i principali progetti in cantiere c’è l’uscita di un cd dedicato ad Haydn e la registrazione di un album di musica ungherese del ventesimo secolo, che comprenderà opere di Bartók, Ligeti e Kurtág. Infine, per la nostra annuale stagione cameristica all’Auditorium di Barcellona, fra il 2010 e il 2011 eseguiremo l’integrale dei quartetti di Dmitrij Šostakovič. E poi, molto altro ancora...».

di Fulvia de Colle ("MI Musica Insieme" n.3, Ottobre-Novembre 2009)

sabato, maggio 23, 2009

Quartetto Italiano alla Società del Quartetto di Vicenza

Il Quartetto Italiano a Vicenza

Per nove volte nell'arco di ventun'anni il nome del Quartetto Italiano - una formazione che fa parte della leggenda interpretativa del nostro secolo - è comparso nelle locandine della Società del Quartetto di Vicenza, con una frequenza che testimonia anche di un felice periodo nella programmazione del sodalizio vicentino. L'esordio risale al 17 febbraio 1956 nella sala del palazzo delle Opere sociali: l'occasione era quella del bicentenario della nascita di Mozart, e infatti tutto mozartiano fu il programma, con l'Adagio e Fuga K. 564, e due dei Quartettí dedicati ad Haydn, il primo (K. 387) e l'ultimo, quello "delle dissonanze" K. 465. Due anni più tardi, la suprema trimurti - se così si può dire - dell'arte quartettistica segnalò la grandezza dell'Italiano in termini inequivocabili. All'Olimpico, con l'"introduzione" singolare di una Sonata a quattro di Scarlatti e di una di Vivaldi furono eseguiti l'11 aprile 1958 il Quartetto K. 156 di Mozart, il Quartetto op. 74 di Beethoven, e il Quartetto op. 3 n. 5 di Haydn. Il terzo concerto vicentino del quartetto Italiano, il 7 novembre 1959, è quello che oggi può sembrare più anomalo, sul piano della scelta musicale: addirittura due Canzoni di Gabrieli in apertura, e poi pagine di Galuppi e di Donizetti, affiancate peraltro a due capolavori come il Quartetto K. 428 di Mozart e quello di Maurice Ravel. Questo non dissimulato gusto per l'antico aveva evidentemente ragioni musicali precise, e in ogni caso risultò superato due anni e mezzo più tardi, il 10 marzo 1962 al Canneti, quando i quattro dell'Italiano impaginarono uno dei capolavori haydniani, l'op. 76 n. 4, con il Quartetto op. 51 n. 1 di Brahms, per poi concludere ancora nel nome di Ravel. Il giorno seguente la formaziome cameristica offrì un concerto «alla cittadinanza» come si legge nel programma di sala, variando il programma solo quel tanto che bastava per sostituire Verdi e il suo Quartetto in mi minore a Brahms. Quattro anni dopo, il 24 novembre 1966 nel programma dell'Italiano comparvero i nomi di Schubert (op. 125) e Schumann (Op. 41 n. 3), ma al centro della serata c'era ancora Beethoven, nell'occasione quello del terzo Quartetto Razumovsky. Beethoven è stato autore indagato con suprema acutezza dal Quartetto Italiano, forse quello di fronte al quale la formazione si è espressa al meglio; per questo, memorabile più di ogni altra dev'essere considerata la serata dell'11 dicembre 1969, quando il pubblico che gremiva il Canneti poté ascoltare il tardo stile del musicista tedesco, sublimato in capolavori come l'op. 95, la Grande Fuga, l'op. 132, in una versione di assoluta lucidità e stupenda musicalità. I due successivi "incontri" vicentini dell'Italiano non hanno probabilmente raggiunto la stessa magnetica intensità di quella serata magica (chi scrive vi partecipò ragazzino quattordicenne, riportandone un'impressione indimenticabíle), rimanendo però naturalmente ad un livello di eccellenza. Programma tradizionale è stato quello del 10 febbraio 1971, diviso fra Mozart, Brahms e Dvorak, mentre l'ultima apparizione della formazione a Vicenza - il 2 dicembre 1977 - è legata a Stravinskíj (sono stati eseguiti il doppio Canone, i tre Pezzi e il Concertino) e ancora, significativamente, a Mozart e all'ultimo Beethoven.

di Cesare Galla (tratto da "La Società del Quartetto a Vicenza", Neri Pozza Editore, 1990)

martedì, gennaio 06, 2009

Quartetto Belcea: il moderno dell'antico

Ogni quartetto d'archi ha la fortuna di poter contare su un ampio repertorio di enorne spessore musicale: il problema semmai è quello di esserne pienamente all'altezza. Seppure ancor giovani (le loro date di nascita sono comprese fra il 1971 e il 1976), i componenti del Quartetto Belcea ne sono ben consapevoli: suonano con la grinta e la brillantezza tecnica proprie di un quartetto moderno, ma sanno coniugarle a un'eleganza e uno spirito che rammentano le migliori formazioni del passato. Costituitosi a Londra nel 1994, il Quartetto Belcea (Corina Belcea, Laura Samuel, Krzysztof Chorzelski, Alasdair Tait) si è rapidamente imposto all'attenzione generale grazie alle vittorie nei concorsi intemazionali di Osaka e Bordeaux (1999), seguite da molti altri riconoscinienti internazionali. Gli impegni e le passioni di Alasdair Tait l'hanno poi condotto per altre vie: nel 2004 ha infatti dato vita all'Ulysses Ensemble ‑ specializzato nel repertorio del XX e XXI Secolo ‑ assumendo poi la direzione del dipartimento di musica da camera del Royal Northern College of Music a Manchester. Nel 2006 Tait è stato dunque sostituito dal violoncellista francese Antoine Lederlin, che nel corso dell'intervista ha dimostrato di aver già raggiunto un perfetto affiatamento con i suoi nuovi compagni d'avventura.

Come e quando vi siete conosciuti, e soprattutto come siete giunti alla decisione di dar vita a un quartetto d'archi?
Corina Belcea: Ci siamo incontrati all'inizio degli anni '90 al Royal College of Music di Londra. Studiavamo musica da camera con il Quartetto Chilingirian, e l'idea di dar vita a u n quartetto d'archi è nata spontaneamente dalla nostra amicizia e dalla nostra comunanza di interessi. All'inizio per noi si trattava soprattutto di un'esperienza forinativa: poi, con il tempo, è diventata una cosa seria. Abbiamo partecipato a vari corsi estivi, in particolare in Austria, e incontrato altri quartetti. Lo studio, lo scambio di idee e l'approfondimento del repertorio hanno rafforzato in noi la convinzione che quella era la nostra strada.
Oltre alla vostra attività con il quartetto, attualmente suonate in altre formazioni, in orchestra o come solisti?
Corina: Pur avendo alle spalle altre importanti esperienze, io, Laura e Krzysztof negli ultimi quindici anni ci siamo concentrati soprattutto sulla musica da camera. Essendo entrato a far parte del nostro ensemble molto più tardi, sull'argomento Antoine può senz'altro dire qualcosa di più.

Antoine Lederfin: Sì, come ultimo arrivato penso che la domanda riguardi soprattutto me. Non ho studiato a Londra come i miei tre colleghi. Mi sono diplomato al Conservatorio di Parigi e ho compiuto la mia prima esperienza importante in orchestra quando a vent'anni ho vinto un concorso all'Orchestre Philharmonique de Radio France. In seguito ho lavorato molto anche in Italia, con la Filarmonica Toscanini: ora vivo a Basilea e sono primo violoncello nella Sinfoniecorchester Basel. Naturalimente, prima di conoscere Corina e gli altri, ho acquisito parecchia esperienza anche nell'ambito della musica da camera.
Corina: [ride] Beh, altrimenti non ti avremmo preso con noi!.
Krzysztof Chorzelski: Credo che per ogni musicista sia fondamentale non circoscrivere la propria esperienza a un solo ambito. Naturalmente bisogna avere volontà e fortuna. Io, per esempio, anche grazie alla vittoria al premio Wronski di Varsavia nel '92 ho avuto l'occasione di suonare spesso come solista. Però non ci si può neanche «disperdere» troppo, se si è determinati all'approfondimento. Le nuove esperienze offrono stimoli per imparare e per migliorarsi, ma non bisogna mai cedere alla frenesia. C'è il tempo dell'azione e il tempo della riflessione: per comprendere ciò, la musica da camera aiuta moltissinio. Non solo ad ampliare i propri orizzonti culturali, ma anche a conoscere meglio tutte le potenzialità del proprio strumento.
Antoine: Verissimo. Del resto lo sviluppo della personalità e quello della tecnica sono più interconnessi di quanto non si creda. Negli ultimi tre anni, lavorare così intensamente in quartetto mi ha condotto a ripensare completamente il mio modo di suonare il violoncello e al tempo stesso ha rivoluzionato il mio approccio alla musica. La precisione, la concentrazione, il lavoro di cesello, l'approfondimento stilistico che questo repertorio richiede non ammettono scuse o approssimazioni.
Vi siete perfezionati con il Chilingirian, l'Amadeus e più tardi con il Berg, ma esistono anche dei quartetti del passato più o meno lontano che avete preso a modello per qualche loro particolare caratterística?
Corina: Anzitutto penso che siamo stati incredibilmente fortunati ad avere simili maestri: è stato un privilegio conoscere da vicino dei musicisti di tale spessore e tale esperienza, fra l'altro così instancabilmente generosi nel trasmetterci le loro conoscenze. Naturalmente ammiriamo anche le formazioni del passato più lontano: ad esempio le registrazioni del Quartetto Busch costituiscono per noi una fonte d'ispirazione inesauribile.
Antoine: Anche a distanza di tempo ci sono dei raggiungimenti che continuano a costituire dei modelli assoluti: così all'impronta mi vengono subito in mente il Ravel del Quartetto Italiano, o il Webern del LaSalle. Ancor più specificamente, ascoltare le registrazioni dei grandi quartetti del passato è importantissimo per avvicinarsi alla tradizione più prossima agli autori che affrontiamo di volta in volta. Ora che stiamo lavorando intensamente su Bartók, per esempio, abbiamo studiato con attenzione le incisioni del vecchio Quartetto Ungherese capeggiato da Zoltári Székely, che come tutti sanno era un caro amico del compositore. Molto prima di incontrare i miei attuali compagni di viaggio mi sono innamorato del repertorio quartettistico ascoltando in disco il Beethoven del Quartetto Talich: la ricordo ancora come un'esperienza sconvolgente. Così come il Debussy del Quartetto Calvet, un meraviglioso ensemble francese che ha lasciato pochissime registrazioni e purtroppo oggi è quasi dimenticato.
Ormai avete effettuato parecchie incisioni discografiche, ma entrando in studio per la prima volta avete dovuto superare qualche tipo di imbarazzo o difficoltà?
Corina: Quando abbiamo realizzato il nostro primo CD per la Emi nel 2001, avevamo già fatto diverse registrazioni in concerto per la BBC: l'impatto con i microfoni, i tecnici del suono e così via non ci ha dunque causato particolari imbarazzi. Devo dire però che entrando in studio per registrare un disco si avverte una pressione completamente nuova: tutto deve essere subito impeccabile e le responsabilità aumentano. Devo ammettere che il primo giorno mi sentivo un pesce fuor d'acqua.
Laura Samuel: Quando si fa musica le giuste sensazioni, l'ambiente, la serenità di spirito sono determinanti per raggiungere la necessaria concentrazione: e se proprio qualcosa va storto, c'è sempre la prossima volta! Qui, se alla fine delle sedute non hai raggiunto il risultato sperato, non esiste rimedio. Ricreare in studio le stesse sensazioni del concerto non è faccenda così semplice, almeno all'inizio: tutto sembra troppo asettico. In fin dei conti, però, superare questo «blocco» iniziale non è stato difficilissimo. E' lo stesso che tuffarsi in piscina: dopo due minuti ci si accorge che l'acqua non era poi così gelata.
Antoine: Sì, beh, sempre a patto di saper nuotare. [risata generale]
Detto senza piaggeria, credo l'abbiate dimostrato. Capovolgendo la domanda: tutte le vostre registrazioni Emi, fino a oggi, sono state effettuate in studio. Avete mai pensato di incidere un disco dal vivo?
Antoine: Ne abbiamo discusso a lungo, fra noi. La cosa però risulta abbastanza complicata, perché ottenere il materiale necessario al montaggio comporterebbe almeno tre concerti nella stessa sede: il che è quasi impossibile. Specialmente ora, per Bartók, sarebbe stato fantastico: ma programmare i suoi quartetti per tre sere di seguito in una sola città sperando di riempire ogni volta la sala è decisamente utopistico.
Domanda a bruciapelo. Se fosse in vostro potere salvare un singolo quartetto per archi in tutta la letteratura, quale scegliereste? Ovviamente ciascuno di voi può dare una risposta differente.
Corina: Certo che questo segnerebbe la nostra fine prematura, come quartetto! Non ci ho mai pensato: passo la mano, mi è proprio impossibile rispondere.
Laura: Davvero non potrei vivere senza la Cavatina del Quartetto in Si bemolle maggiore: sì, messa proprio alle strette, sceglierei l'op.130 di Beethoven.
Antoine: Sarebbe concesso conservare almeno tutti gli ultimi quartetti di Beethoven? Non mi chieda di restringere ulteriormente il campo!
Krzysztof: Anch'io mi associo.
Con quale frequenza vi riunite, per studiare insieme?
Corina: Diamo circa settanta concerti all'anno e di conseguenza dedichiamo parecchio tempo allo studio e alla prove. Salvo brevi periodi di riposo e spazi per assolvere gli impegni personali, direi che ci riuniamo quasi quotidianamente. Com'è naturale ci sono poi momenti di particolare intensità, che coincidono con le tournée. Quest'anno, ad esempio, abbiamo in programma un lungo giro di concerti in Inghilterra. Dopo l'estate saremo in Austria e Olanda, a fine ottobre torneremo in Italia per suonare a Ischia. Il 2008 si concluderà a Bucarest e con una tappa a Istanbul.
In percentuale, quanto tempo riservate allo studio e alla pratica individuale, e invece a quella collettiva?
Corina: I tempi sono equamente ripartiti, anche perché è importantissimo che ciascuno porti la sua esperienza e la sua riflessione individuale nel lavoro di gruppo.
C'è qualcosa in particolare che sacrificate della vostra vita, per lavorare a questi livelli in quartetto?
Antoine: Da un certo punto di vista bisogna pagare un alto prezzo alla disciplina richiesta dal lavoro in quartetto. Ogni più piccolo sbandamento è sotto gli occhi di tutti, anche perché il pubblico che frequenta i concerti da camera è in genere molto competente: e soprattutto non si può scendere ad alcun tipo di compromesso con se stessi. Più che in termini di tempo, sono le energie fisiche, intellettuali e spirituali ad essere messe a dura prova; ma com'è ovvio, le soddisfazioni che si traggono frequentando ogni giorno questa grande musica ripagano ampiamente di tutto ciò.
Laura: Direi che la cosa veramente difficile sia migliorare sempre come individuo e come gruppo, seguire tutti assieme un coerente e armonioso percorso di sviluppo. Se si riesce a farlo, ogni sacrificio diventa secondario.
Krzysztof: Si sta toccando un punto molto importante, perché la natura introspettiva della musica che trattiamo ci mette ogni giorno di fronte a uno specchio non sempre facilissimo da osservare. Indagare quotidianamente questioni tanto profonde e allo stesso tempo delicate rappresenta un grande impegno.
Antoine: In effetti, confrontando la mia esperienza in orchestra con quella in quartetto, la differenza principale non è certo rappresentata dallo stress o dalla fatica, bensì dall'esposizione che in quest'ultimo ambito si ha dal punto di vista umano. Ciò vale sia nella relazione col pubblico sia in quella con gli altri componenti del gruppo, che diventano il tuo lavoro e contemporaneamente la tua famiglia. Siamo carissimi amici dentro e fuori l'attività musicale, e tutto questo va coltivato. Non mancano i momenti di tensione, i guai esterni e interni, ma il nostro sodalizio ci permette di superare ogni problema.
Corina: Sono considerazioni che valgono sicuramente anche per me. La possibilità di approfondire questo repertorio in compagnia di splendidi amici mi ripaga di ogni possibile rinuncia, comprese quelle musicali. Del resto, come diceva prima Krzysztof, non si può suonare un giorno un quartetto di Beethoven e il giorno dopo essere solista nel Concerto in Re minore di Sibelius. Finora non mi sono mai pentita delle mie scelte, e spero sarà sempre così.
Quando si tratta di scegliere un ingaggio, una tournée o un nuovo brano da studiare, chi ha la prima e l'ultima parola?
Antoine: [ride, indicando Corina e Laura] Non guardi da questa parte...
Laura: Ognuno fa presente le sue necessità le sue idee: poi si decide di comune accordo. E se proprio ancora non basta, mettiamo al voto sperando che una decisione passi per 3‑1!
Corina: Ciascuno di noi, del resto, conosce le esigenze di tutti gli altri: infatti cerchiamo di non prendere mai impegni che superino le due settimane consecutive. Per quanto riguarda il repertorio, in generale leggiamo regolarmente per nostro conto nuovi brani e poi scegliamo di approfondirne alcuni e accantonarne altri. A volte ci vengono anche presentate delle richieste dall'esterno, e meditiamo con attenzione se accoglierle.
Negli ultimi anni avete suonato in tutto il mondo. A parte le ovvie differenze di clima e di latitudine, che cosa cambia nel vostro modo di suonare a Honolulu e a Salisburgo, come appunto avete fatto?
Antoine: Beh, è chiaro, a Honolulu suoniamo in costume da bagno. [risata generale] A parte gli scherzi, ogni platea reagisce a suo modo. La differenza tra il pubblico europeo e quello degli Stati Uniti o dell'Australia è notevole. In questi ultimi luoghi, l'assenza di una forte e lunga tradizione è compensata da una partecipazione di solito più disinvolta e curiosa dei giovani.
Krzysztof: Lo stesso vale per il Giappone. Quando siamo arrivati sul posto non solo l'attenzione e la concentrazione del pubblico ci hanno vivamente colpito, ma anche l'accoglienza davvero entusiastica riservata alle nostre esecuzioni.
Corina: E' vero, pensavamo che pur ormai abituati al repertorio sinfonico e a quello operistico, fossero meno interessati alla musica da camera: un pregiudizio clamorosamente smentito.
Antoine: Un'altra bellissima esperienza è stata quella in Romania, la patria di Corina. Abbiamo suonato a Bucarest, per un pubblico molto giovane e davvero speciale.
Praticate mai lo scambio del primo e del secondo violino, come fanno ad esempio il Quartetto Emerson o il Quartetto Artemis?
Corina: No, questo no: però suoniamo anche musica per trio d'archi ‑ che ovviamente prevede la presenza di un solo violino ‑ e a volte è Laura ad eseguirla. Ho anch'io bisogno di riposo!
Krzysztof: Uno fra i brani che Antoine ed io prediligiamo è il meraviglioso Divertimento per violino, viola e violoncello K 563 di Mozart. Dobbiamo solo aspettare un momento di stanchezza in Corina o Laura e finalmente possiamo suonarlo.
Vi è mai capitato di trovarvi in forte disaccordo circa le modalità esecutive o interpretative di un brano?
Laura: E' umanamente impossibile che non capitino divergenze di opinione. Ciascuno espone con tranquillità la sua: il gruppo ascolta e poi sceglie la più convincente.
Corina: Del resto, per fortuna, non siamo mai arrivati a scontri particolarmente aspri: alla fine siamo sempre riusciti a trovare una soluzione comune a ogni problema.
Parlando più in generale, i vostri gusti musicali sono abbastanza simili o capita che siano anche molto diversi?
Laura: Credo che i miei gusti siano un po' più conservatori di quelli degli altri, specialmente in termini di musica contemporanea. Non sono così avventurosa e coraggiosa, nello sperimentare il nuovo.
Antoine: Sì, ma è anche vero che per approfondire adeguatamente il repertorio classico, romantico e del primo Novecento non basta un'intera vita: quindi non capita così spesso di mettere Laura in difficoltà con scelte troppo azzardate.
Corina: Anche perché ora ci attende un progetto ad ampio respiro: inizieremo presto a incidere tutti i quartetti di Beethoven, e questo ci terrà impegnati molto a lungo.
Krzysztof: In ogni caso abbiamo commissionato varie volte nuovi brani a compositori di oggi, e continueremo sicuramente a farlo.
Una delle vostre realizzazioni discografiche più belle e importanti è quella dedicata ai quartetti di Britten, generalmente trascurati dagli interpreti. Come vi siete avvicinati a queste pagine, e quali loro pregi vi hanno spinto a inserirle in repertorio?
Krzysztof: Avendo studiato in Inghilterra conoscevamo i quartetti di Britten fin da ragazzi: li abbiamo approfonditi con il Chilingirian, li abbiamo eseguiti spesso in pubblico e nel tempo abbiamo sviluppato con questi brani un fortissimo legame sentimentale. Ci è parso dunque più che naturale proporre alla Emi di registrarli. All'inizio ci sono state delle difficoltà, perché non si trattava certo d'un progetto capace di garantire un formidabile risultato commerciale. Dopo qualche insistenza la nostra proposta è stata accolta e ne siamo stati felici, anche perché l'esito delle sedute d'incisione ci ha davvero soddisfatti.
Corina: La cosa buffa è che il box con i quartetti di Britten risulta a oggi il nostro disco più venduto.
Antoine: Io invece non conoscevo i quartetti di Britten prima di entrare nel Belcea, e in tutta sincerità non immaginavo fossero tanto belli e importanti. Invece quando ho ascoltato i dischi sono rimasto subito folgorato: è musica fantastica, geniale e profonda. Una vera sorpresa.
Laura: Ancor più sconosciuti dei quartetti sono i Tre divertimenti del 1936, che al pari della Simple Symphony costituiscono un esempio dell'incredibile freschezza e libertà inventiva del giovane Britten. Perciò abbiamo voluto a tutti i costi includerli nella raccolta.
In passato avete collaborato con famosi cantanti quali Ian Bostridge, Simon Keenlyside e Anne Sofie von Otter: cosa rammentate di quelle esperienze?
Corina: Anzitutto è stato molto stimolante confrontarsi con personalità musicali così forti e definite eppure così diverse. Soprattutto direi che sul piano artistico sono state esperienze molto gratificanti, e sul piano pratico hanno influito assai positivamente sulla nostra duttilità.
Laura: Aggiungo una cosa secondo me molto rilevante: per eseguire bene i quartetti di Schubert o di Schumann è assolutamente necessario conoscere in profondità anche la loro produzione liederistica. C'è di meglio che discuterne con un Bostridge o una Otter?
Krzysztof: Infatti: siamo tutti e quattro innamorati del repertorio liederistico, e la possibilità di avere scambi di opinioni con degli artisti tanto validi e affermati nel campo è stato un vero privilegio. Qualche anno fa, inoltre, abbiamo partecipato a un allestimento di uno dei più grandi capolavori di Britten, The Turn of the Screw. Nel ruolo di Quint c'era Mark Padmore, secondo me uno dei cantanti più raffinati e sensibili di oggi. Con noi hanno suonato i London Winds e al pianoforte c'era Huw Watkins, ottimo camerista. Anche quella è stata un'occasione da ricordare.
A proposito, avete in repertorio anche il Quartetto con soprano di Schönberg?
Krzysztof: Certo che sì, e lo adoriamo.
La vostra più recente registrazione riguarda un monumento della letteratura novecentesca, i Sei Quartetti di Bartók. Ovviamente sono dei capolavori, ma quali elementi vi hanno colpito di più nello studiarli ed eseguirli?
Laura: Anche se la complessità e l'audacia della loro struttura lascia a bocca aperta, da parte mia direi l'inventiva timbrica, ritmica e armonica senza limiti.
Krzysztof: Io invece direi proprio la forma: o ancor meglio, la capacità di rifarsi alla forme classiche eppure di reinventarle completamente.
Antoine: L'addentrarsi senza paure ed esitazioni in territori vergini. La forza barbarica, quasi feroce, combinata a una lucidità assoluta. Mi riferisco soprattutto alla «fisicità» dirompente del Quarto e del Quinto Quartetto. Non conosco nessun altro compositore che sappia combinare tanta scienza a questa energia brutale, direi primordiale.
Corina: Non so se le mie origini rumene influiscano in ciò, ma sicuramente l'uso così sofisticato eppure così autentico dei materiali folclorici conferisce ai quartetti di Bartók un sapore del tutto particolare. Ma attenzione, andiamo ben oltre l'oleografia, oltre il folclore e perfino oltre l'antropologia: in questa musica è la natura stessa, che parla e che danza.

intervista di Paolo Bertoli (Musica, luglio-agosto 2008, n.198)