"...avec l'Art de la Fugue commence l'existence véritable de la musique." (Hermann Scherchen)
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...
sabato, gennaio 01, 2022
Verdi e il suo Quartetto d'archi
martedì, ottobre 19, 2021
Bartok: Les six Quatuors
sabato, febbraio 09, 2013
I Quartetti per archi di Ludwig van Beethoven
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| Ludvig van Beethoven (1770-1827) by Arthur Paunzen (1890-1940) |
sabato, dicembre 10, 2011
Quartetto Prometeo: miti contemporanei
Uno sguardo alla classicità e uno al nostro tempo, la formazione cameristica nata alla Scuola di Fiesole si va affermando come una delle più interessanti della sua generazione.sabato, ottobre 22, 2011
I quartetti di Haydn: le originali e quelle attribuite

Uwe Kraemer (traduzione di Claudio Maria Perselli)
sabato, luglio 09, 2011
Concorso "Paolo Borciani" 2011
Brunello: «Concorso “Borciani” già la finale è un premio»Proprio la sua unicità ha generato l'idea di distinguerlo dalle usuali "competizioni" musicali e rendere così il premio Borciani e chi se lo aggiudica, degno di essere paragonato a una sorta di "Nobel" del Quartetto. Di conseguenza arrivare ad essere candidati al Premio Borciani (indivisibile), cioè raggiungere la Prova Finale, è in sé un premio, come dimostra anche la cospicua somma di denaro destinato, in ogni caso, a qualsiasi quartetto finalista.
Per poter sostenere il peso di una così importante decisione, la Giuria deve rappresentare, al massimo livello, varie modalità di pensiero musicale ed essere trasversale su più generazioni per avere le basi nel passato, ma essere aperte al futuro. Una indubbia personalità del mondo del Quartetto come Günter Pichler a presiedere la Giuria del Premio Borciani 2011, ha garantito che i lavori della Giuria stessa non perdessero di vista i valori musicali sui quali misurare le prove dei quartetti concorrenti. La decisione del risultato finale è stata raggiunta dalla Giuria in pieno accordo con i regolamenti del Premio Borciani che, come in ogni edizione passata, sono stati applicati anche quest'anno. La Giuria non ha dovuto cercare né compromessi né attestarsi su rigide posizioni, in quanto l'evidenza del regolamento non dava possibilità alcuna.
A soddisfazione di noi organizzatori, la constatazione che il mondo del quartetto cresce e il livello medio si alza di edizione in edizione. Le capacità strumentali dei singoli componenti hanno superato le aspettative e la qualità e la preparazione dei quartetti ne beneficia. L'entusiasmo e la tenacia che hanno dimostrato fanno ben sperare nella loro continua ricerca e approfondimento del pensiero e dello stile musicale, lezione lasciataci dal Quartetto Italiano e dal suo fondatore Paolo Borciani.
Questa edizione del Premio Borciani si è arricchita della presenza massiccia del pubblico di appassionati della città e anche molte presenze straniere durante tutte le prove e soprattutto nella serata finale a teatro esaurito. Il pubblico è fondamentale per qualsiasi esecuzione musicale; mette in moto l'elemento emozionale che in genere in un concorso viene tralasciato. Per questo è stato scelto di presentare la Prova Finale come un concerto vero e proprio. Serve però ricordare che il giudizio finale della Giuria si basa, anche per regolamento, sulle votazioni delle prove seconda, terza e di finale e questo può provocare delle discrepanze. Il Premio del Pubblico è nato anche per dare soddisfazione a esecutori e pubblico sul risultato di un evento, che non può però avere la visione generale che un percorso di varie prove e su diversi repertori può dare.
Sicuramente una attenzione alla comunicazione con il pubblico avrebbe spiegato tutto ciò, me ne assumo la responsabilità, ma non avrebbe cambiato nè il risultato nè avrebbe risparmiato i dissensi.
Il futuro del Premio Borciani, al di là delle diverse valutazioni, non può che essere rafforzato nel suo prestigio e serietà dopo una prova di grande intensità come quella appena vissuta, ne sono certo, da pubblico, quartetti, organizzatori, tutti accomunati da vera passione per il Quartetto.
Mario Brunello (direttore artistico Concorso Borciani)
sabato, dicembre 05, 2009
Carpi e Quartetto Italiano: 60 anni 1945/2005
Quartetto Italiano: un fausto anniversario. Carpi, 60 anni: 12 novembre 1945 - 12 novembre 2005.Anzitutto il modo di snodare il discorso musicale con naturalezza e impeccabile controllo, la chiarezza delle articolazioni, ma anche il nitore del suono pure laddove era richiesta la massima energia, la duttilità e flessibilità del fraseggio, la precisione del dettaglio. Se l'armonica concordanza delle diverse personalità mai appiattite bensì convergenti all'esito collettivo e la disciplina severa lasciavano felicemente ammirati, il fatto poi che gli strumentisti suonassero a memoria faceva ulteriore aggio sulla loro valentia. Essi irrompevano sulla scena concertistica con l'intransigente determinazione della giovinezza, con la caparbia volontà di costruire da sé un proprio modo di leggere i classici e i romantici, ma anche i moderni, rivendicando - secondo la lezione di Toscanini la scrupolosa fedeltà al testo come l'unica via per ritrovare la lingua e l'anima della musica, non diversamente da altri valorosi artisti che nello stesso torno di tempo ben rappresentavano la più incisiva 'novità' della cultura musicale italiana, da Arturo Benedetti Michelangeli al Trio di Trieste. I quattro "cavalieri dell'arco" (così li definirà il noto critico e musicologo Giulio Confalonieri) si erano incontrati casualmente ai corsi estivi di perfezionamento dell'Accademia Chigiana di Siena, scoprendo di avere sostanziali affinità e comunanza di ideali. Rinunciando alle proprie legittime aspirazioni a una carriera solistica, del resto già avviata sotto i più favorevoli auspici, essi decisero di dar vita a un loro complesso da camera, il Nuovo Quartetto Italiano appunto, che avrebbe prospettato originali aperture sul mondo interpretativo attraverso una concezione fortemente razionalizzata e assai prossima ai canoni di un aggiornato neo classicismo. Con l'inquietudine e la perenne insoddisfazione degli interpreti di razza, i quartettisti tuttavia perseguirono negli anni una graduale ma decisa evoluzione nel modo di porsi di fronte al testo, anche in seguito all'incontro con il grande direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler e alla sempre più assidua pratica della musica contemporanea. Nella quasi narcisistica ricerca della perfezione si aprì così il varco a una più avvertita consapevolezza stilistica, all'arricchimento vitale, allo spessore dei sentimenti, che avrebbero portato il Nuovo Quartetto Italiano all'acquisizione delle impervie ultime partiture di Beethoven. Un lungo percorso che, in un'intervista del 1° dicembre 1978 al giornale 'La Stampa", Paolo Borciani così sintetizzava: "Siamo pervenuti ad una concezione diversa, passando dal compiacimento edonistico alla creazione di un suono magari meno 'bello', ma più vero, e soprattutto subordinato alla coerenza del discorso e al senso architettonico della forma musicale". Proprio in questo sarebbe consistita la maturità raggiunta dal complesso nella sua ricognizione interpretativa, nutrita di tanto studio e passione: l'equilibrio tra l'irrinunciabile levigatezza e l'assoluto controllo della materia sonora da un lato, e dall'altro l'idea della musica come irreprimibile "fenomeno organico" (Furtwängler) che cresce su se stesso con lo spontaneo generarsi di un essere vivente.
Ma chi aveva segnalato agli Amici della Musica, costituitisi ufficialmente il 5 agosto, quegli straordinari musicisti?
Rosanna Sormani, notevole pianista concittadina, che li aveva ascoltati a Siena e ne raccontava meraviglie. Il contatto fu rapido, e il debutto a Carpi fissato a breve, con un programma di alto profilo e di rilevante impegno esecutivo, ma anche arduo d'ascolto per un pubblico non ancora iniziato alla più eletta delle forme cameristiche: il quartetto. Ebbene, affascinati e certamente emozionati da tanta maestria, gli ascoltatori di quel primo concerto con il calore dei loro applausi mostrarono di gradire la ricca imbandigione di musica che abbracciava un ampio arco cronologico, da Corelli a Beethoven, fino ai moderni Debussy e Stravinskij. Quanti oggi possono rapportarsi con la memoria a quella serata lontana - e chi scrive è fra essi - sentono forse ancora vibrare dentro di sé l'inizio del beethoveniano Quartetto op. 59 n. 1 (Rasoumowsky), con quel tema intenso e misterioso affidato al violoncello monologante che mette in moto l'avventura dell'immenso, incomparabile sviluppo, oppure l'"Andantino doucement expressif" che nello scintillante capolavoro di Debussy è sintesi suprema di canto e declamazione secondo la più schietta tradizione francese.
Dopo il grande successo ottenuto da Paolo Borciani e colleghi in quella apertura di stagione, gli Amici della Musica li invitarono di nuovo per rispondere alle richieste dei numerosi estimatori. Il 6 aprile 1946 essi ritornarono infatti nella Sala dei Mori per replicarvi le composizioni di Beethoven e di Debussy, facendole precedere da uno stupendo Haydn, il Quartetto op. 64 n. 6. Già nel 1947 alla viola Forzanti subentrava Piero Farulli che sarebbe stato una delle colonne del complesso fino al 1978, quando, per ragioni dì salute, lasciava il posto a Dino Asciolla. In quest'ultima formazione i quattro strumentistí, ormai assurti alla massima rinomanza internazionale, faranno la loro estrema apparizione nella nostra città che ha avuto l'onore di ospitarli per ben sette volte: dopo la stagione 1945-46, ancora nel '48 e nel '49, sempre su invito degli Amici della Musica; nel 1965 - ormai Quartetto Italiano tout court - per il ventesimo anniversario del debutto del complesso celebrato dalla Gioventù Musicale d'Italia; infine nel 1971 e nel 1978 per le stagioni di musica organizzate in proprio dal Teatro Comunale. Carpi ha così avuto il privilegio di poter seguire l'intera vicenda interpretativa del complesso, sempre ammirevole nella rilettura della grande tradizione quartettistica, e in ogni caso fedele alle proprie matrici originali. Le partiture che nell'arco di oltre trent'anni esso ha proposto nella nostra città - Mozart e Beethoven avanti a tutti, ma con Boccherini, Haydn, Schubert, Debussy, Ravel, Stravinskij, Bartok - hanno lasciato impronte profonde nella cultura e nel gusto di quanti hanno saputo accostarvisi per farle propria. Per questo dono della loro arte mirabile rimane indelebile il ricordo del Quartetto Italiano: dei magnifici 'narratori' in musica, della loro comunione di intenti, della loro appassionata dedizione ai più alti ideali.
Nuovo Quartetto Italiano su invito degli Amici della Musica
Paolo Borciani ed Elisa Pegreffi violini
Lionello Forzanti viola, Franco Rossi violoncello
1. Castello dei Pio - Sala dei Mori, 12 novembre 1945
Corelli: Sarabanda, Giga, Badinerie
Debussy: Quartetto in sol minore op.10
Stravinskij: Concertino
Beethoven: Quartetto in fa maggiore op.59 n.1 (Rasoumowsky)
2. Castello dei Pio - Sala dei Mori, 6 aprile 1946
Haydn: Quartetto in mi bemolle maggiore op.64 n.6
Beethoven: Quartetto in fa maggiore op.59 n.1 (Rasoumowsky)
Debussy: Quartetto in sol minore op.10
3. Municipio - Sala Consiliare, 15 febbraio 1948
Piero Farulli è subentrato a Lionello Forzanti
Boccherini: Quartetto in re maggiore op.6 n.1
Bloch: Quartetto Il
Mozart: Quartetto in do maggiore K 465 ('delle dissonanze")
4. Castello dei Pio - Sala dei Mori, 7 novembre 1949
Mozart: Quartetto in re maggiore K 155
Schubert: Quartettsotz in do minnore D 703
Beethoven: Quartetto in do maggiore op.59 n.3 (Rasoumowsky)
Quartetto Italiano
Paolo Borciani ed Elisa Pegreffi violini
Piero Farulli viola, Franco Rossi violoncello
5. Teatro Comunale su invito della G.M.I. (per il 20° anniversario della fondazione del complesso), 16 ottobre 1965
Boccherini: Quartetto in re maggiore op.6 n.1
Schubert: Quartetto in re minore D 810 ('La morte e la fanciulla")
Ravel: Quartetto in fa maggiore
6. Teatro Comunale, 20 aprile 1971 - Programma dedicato a Beethoven per il II centenario della nascita
Beethoven: Quartetto in fa maggiore op.18 n.1
Beethoven: Grande fuga in si bemolle maggiore op.133
Beethoven: Quartetto in mi bemolle maggiore op.74 ("delle arpe")
7. Teatro Comunale, 1 aprile 1978
Dino Asciolla è subentrato a Piero Farulli
Mozart: Quartetto in sol maggiore K 156
Mozart: Quartetto in mi bemolle maggiore K 428
Mozart: Adagio a fuga K 546
Bartok: Quartetto n.1 op.7
di Antonio Martinelli (www.quartettoitaliano.com)
domenica, ottobre 18, 2009
Quartetto Casals: profeti in patria
Al suo debutto a Bologna per Musica Insieme, il quartetto spagnolo si racconta: dalla fondazione, auspice il ‘nostro’ Antonello Farulli, ai più prestigiosi riconoscimenti internazionali.Il Casals nasce fra le mura della Scuola “Reina Sofia” di Madrid, e in poco più di dieci anni conquista e sbalordisce i suoi stessi insegnanti (da Antonello Farulli al Quartetto Alban Berg), il pubblico, le giurie internazionali, la critica specializzata.
In controtendenza rispetto al famigerato adagio secondo cui nessuno è profeta in patria, la Spagna offre da parte sua un grande sostegno alla compagine: il Casals è Quartetto Residente nei Conservatori di Saragozza e Barcellona, e protagonista di una propria stagione all’Auditorium catalano, che nel 2007 ne ha celebrato con tutti gli onori il decennale dalla fondazione. D’altronde, come ricorda in queste pagine Jonathan Brown, che del Casals è il violista, la Spagna non ha sviluppato una tradizione cameristica particolarmente florida, ed è quindi con giustificato orgoglio che la comunità nazionale ha fatto dei quattro i propri vessilliferi nel mondo, vittoriosi allo “Yehudi Menuhin” di Londra come al “Brahms” di Amburgo, borsisti della Fondazione Borletti-Buitoni ed ospiti del Carnegie Hall newyorkese come del Musikverein di Vienna. Ripercorriamo insieme a Jonathan Brown le tappe di questa irresistibile ascesa.
Cominciamo, come si usa, dalle presentazioni: il vostro è un nome piuttosto importante...
«Senza dubbio. Il nostro è di fatto il primo quartetto spagnolo ad essersi conquistato una carriera internazionale, perciò abbiamo scelto di fregiarci col nome di Pablo – in catalano Pau – Casals, ossia uno dei massimi interpreti spagnoli al mondo.
Quindi la scelta era pressoché obbligata. Ci onoriamo del nome di Casals per due fondamentali ragioni: perché lo ammiriamo musicalmente, com’è naturale, ma ammiriamo anche le sue battaglie umanitarie, nella resistenza contro il regime di Franco, e nell’impegno in prima persona per la pace e la democrazia nel mondo».
Da parte vostra, in tutta la Spagna siete già celebrati come un’istituzione.
«Pur avendo la fortuna di suonare in tutto il mondo, la nostra “sede operativa” è catalana, viviamo e lavoriamo a Barcellona, dove animiamo una nostra stagione cameristica, e siamo spesso invitati al Palazzo Reale di Madrid, dove possiamo imbracciare i preziosi Stradivari della famiglia reale. Suoniamo spesso per i monarchi di Spagna, e li accompagniamo nelle visite ufficiali: di recente ad esempio abbiamo tenuto un concerto per il Granduca del Lussemburgo».
Alla luce dei chiari di luna italiani, ed europei, pare un’eccezione. Come se lo spiega?
«È una situazione curiosa: in Spagna gli strumenti ad arco non hanno una grandissima tradizione; è un paese che ha dato i natali a grandi cantanti lirici, un paese dove fioriscono i cori o i complessi di fiati, e naturalmente più che mai la scuola chitarristica.
Ma per gli archi, dal violino al contrabbasso, la musica cambia; la continuità storica manca, il che è sicuramente uno svantaggio. D’altra parte però, negli ultimi venticinque anni la Spagna ha investito enormi energie nella musica classica. Innanzitutto si sono costruite un gran numero di nuove sale da concerto, tanto che la maggioranza delle città spagnole, grandi e piccole, può contare su sedi concertistiche moderne e funzionali, progettate sia per la cameristica che per la sinfonica. Anche i conservatori hanno conosciuto un incremento notevole, con la costruzione di nuovi edifici e la ristrutturazione degli esistenti, ed una rinnovata attenzione per il perfezionamento musicale, in particolare in ambito cameristico.
In generale, il pubblico di questi ultimi anni è assai ringiovanito e più motivato, oserei dire entusiasta... In sostanza, pur non potendo vantare una tradizione cameristica secolare come l’Austria o la Germania, la Spagna ha fatto davvero passi da gigante».
A proposito di tradizione germanica: vi siete perfezionati con l’Alban Berg Quartett, che ne rappresenta l’estrema e già leggendaria propaggine. Quali sono stati i suoi insegnamenti più preziosi?
«Il Casals ha studiato quattro anni a Colonia con l’Alban Berg, fino al 2003 (Brown utilizza la terza persona perché il suo ingresso ufficiale nel Quartetto risale al 2002, ndr). Credo che da allora a oggi tutti noi siamo maturati molto, trovando col tempo una nostra sonorità e un nostro modo di fare quartetto.
Tuttavia, fra le tantissime cose che abbiamo imparato dall’Alban Berg, una in particolare ci è stata di grande utilità: constatare in quanti modi diversi si possa pensare la musica, e riuscire a fonderli nell’esecuzione quartettistica. Mi spiego: abbiamo sempre studiato con i singoli membri dell’Alban Berg, e si trattava di quattro personalità diversissime, quasi contrapposte, tanto da far sembrare incredibile che avessero scelto di suonare insieme; e invece erano capaci di unire le proprie individualità in maniera unica. Un altro aspetto fondamentale era il livello tecnico elevatissimo che pretendevano dagli studenti: la preparazione doveva essere tale da permettere
ad ognuno di noi d’intraprendere la carriera solistica. Per l’Alban Berg quello era semplicemente un punto di partenza».
L’Alban Berg consigliava anche ai suoi studenti di affrontare innanzitutto le pietre miliari del repertorio, incominciando per così dire dai fondamentali. Con Haydn, Mozart e Beethoven, il vostro programma allinea tre padri fondatori del quartetto, quasi immortalando ciascuno di essi in un momento cruciale della propria produzione...
«Le opere in programma sono davvero capisaldi del repertorio quartettistico, la loro composizione abbraccia un quarantennio circa di storia musicale, e ciascuna di esse è a suo modo rivoluzionaria. Il Quartetto op. 33 n. 3 di Haydn lo è sotto molti aspetti: sotto il profilo armonico innanzitutto, e poi nella struttura; pensiamo ad esempio che Haydn vi inserisce per la prima volta uno Scherzo al posto del tradizionale Minuetto.
Inoltre l’opera 33 fa parte di un dialogo aperto fra Haydn eMozart: già con i Quartetti op. 20, Haydn aveva ispirato al giovane salisburghese la stesura dei sei Quartetti “viennesi” (che il Casals ha inciso nel 2005, ndr). Più tardi l’opera 33 darà aMozart lo spunto per i sei Quartetti dedicati ad Haydn, e il primo della serie è proprio il KV 387, in sol maggiore, che eseguiremo a Bologna. L’opera 130 di Beethoven, infine, è una musica assolutamente unica, non esiste nulla di simile nel genere quartettistico: si compone in sostanza di tre Scherzi, il movimento lento è una delle più belle cavatine strumentali mai scritte, e la Grande Fuga finale op. 133 è a sua volta un unicum nella storia del quartetto per archi. Anche l’ultimo movimento del Quartetto KV 387 di Mozart è un fugato; insomma, sono tre opere molto originali e percorse da un sottile filo rosso che le collega l’una all’altra».
In questa scelta tutta rivolta al classicismo viennese, possiamo leggere anche una scelta programmatica del Casals? Ossia la costruzione di un repertorio che poggi storicamente sulle origini del genere, per poi affrontarne magari le principali diramazioni storiche?
«Sicuramente ogni quartetto d’archi deve fare i conti con i fondamentali, ossia Haydn, Mozart e Beethoven, il cui approfondimento ed interpretazione sono imprescindibili. Ma più che seguire un percorso lineare, ritengo che il Casals affronti senza preclusioni la musica che più ama: e quindi Šostakovič, Ligeti e Bartók, le fughe di Bach e Dvorák... Che sia musica degli anni Ottanta o del 1780, non fa differenza, se la amiamo. Questa è in buona sostanza la nostra “strategia”».
Quindi c’è posto anche per la produzione contemporanea.
«Certo, per tutta la musica che ci comunica qualcosa, a prescindere dalla sua età... Commissioniamo opere inedite, ed abbiamo tenuto a battesimo quartetti degli spagnoli Jordi Cervelló, David del Puerto e Jesús Rueda, del tedescoHans Zender, o ancora di James MacMillan e di György Kurtág. Christian Lauba ci ha scelto per l’incisione del suoQuartettoMorphing».
Per una biografia futura del Casals: quali le prossime imprese?
«Continueremo come sempre ad insegnare a Barcellona e a viaggiare per i nostri concerti, ma fra i principali progetti in cantiere c’è l’uscita di un cd dedicato ad Haydn e la registrazione di un album di musica ungherese del ventesimo secolo, che comprenderà opere di Bartók, Ligeti e Kurtág. Infine, per la nostra annuale stagione cameristica all’Auditorium di Barcellona, fra il 2010 e il 2011 eseguiremo l’integrale dei quartetti di Dmitrij Šostakovič. E poi, molto altro ancora...».
di Fulvia de Colle ("MI Musica Insieme" n.3, Ottobre-Novembre 2009)
sabato, maggio 23, 2009
Quartetto Italiano alla Società del Quartetto di Vicenza
Il Quartetto Italiano a Vicenzadi Cesare Galla (tratto da "La Società del Quartetto a Vicenza", Neri Pozza Editore, 1990)
martedì, gennaio 06, 2009
Quartetto Belcea: il moderno dell'antico
Ogni quartetto d'archi ha la fortuna di poter contare su un ampio repertorio di enorne spessore musicale: il problema semmai è quello di esserne pienamente all'altezza. Seppure ancor giovani (le loro date di nascita sono comprese fra il 1971 e il 1976), i componenti del Quartetto Belcea ne sono ben consapevoli: suonano con la grinta e la brillantezza tecnica proprie di un quartetto moderno, ma sanno coniugarle a un'eleganza e uno spirito che rammentano le migliori formazioni del passato. Costituitosi a Londra nel 1994, il Quartetto Belcea (Corina Belcea, Laura Samuel, Krzysztof Chorzelski, Alasdair Tait) si è rapidamente imposto all'attenzione generale grazie alle vittorie nei concorsi intemazionali di Osaka e Bordeaux (1999), seguite da molti altri riconoscinienti internazionali. Gli impegni e le passioni di Alasdair Tait l'hanno poi condotto per altre vie: nel 2004 ha infatti dato vita all'Ulysses Ensemble ‑ specializzato nel repertorio del XX e XXI Secolo ‑ assumendo poi la direzione del dipartimento di musica da camera del Royal Northern College of Music a Manchester. Nel 2006 Tait è stato dunque sostituito dal violoncellista francese Antoine Lederlin, che nel corso dell'intervista ha dimostrato di aver già raggiunto un perfetto affiatamento con i suoi nuovi compagni d'avventura.Come e quando vi siete conosciuti, e soprattutto come siete giunti alla decisione di dar vita a un quartetto d'archi?
Corina Belcea: Ci siamo incontrati all'inizio degli anni '90 al Royal College of Music di Londra. Studiavamo musica da camera con il Quartetto Chilingirian, e l'idea di dar vita a u n quartetto d'archi è nata spontaneamente dalla nostra amicizia e dalla nostra comunanza di interessi. All'inizio per noi si trattava soprattutto di un'esperienza forinativa: poi, con il tempo, è diventata una cosa seria. Abbiamo partecipato a vari corsi estivi, in particolare in Austria, e incontrato altri quartetti. Lo studio, lo scambio di idee e l'approfondimento del repertorio hanno rafforzato in noi la convinzione che quella era la nostra strada.
Corina: Pur avendo alle spalle altre importanti esperienze, io, Laura e Krzysztof negli ultimi quindici anni ci siamo concentrati soprattutto sulla musica da camera. Essendo entrato a far parte del nostro ensemble molto più tardi, sull'argomento Antoine può senz'altro dire qualcosa di più.
Antoine Lederfin: Sì, come ultimo arrivato penso che la domanda riguardi soprattutto me. Non ho studiato a Londra come i miei tre colleghi. Mi sono diplomato al Conservatorio di Parigi e ho compiuto la mia prima esperienza importante in orchestra quando a vent'anni ho vinto un concorso all'Orchestre Philharmonique de Radio France. In seguito ho lavorato molto anche in Italia, con la Filarmonica Toscanini: ora vivo a Basilea e sono primo violoncello nella Sinfoniecorchester Basel. Naturalimente, prima di conoscere Corina e gli altri, ho acquisito parecchia esperienza anche nell'ambito della musica da camera.
Corina: [ride] Beh, altrimenti non ti avremmo preso con noi!.
Krzysztof Chorzelski: Credo che per ogni musicista sia fondamentale non circoscrivere la propria esperienza a un solo ambito. Naturalmente bisogna avere volontà e fortuna. Io, per esempio, anche grazie alla vittoria al premio Wronski di Varsavia nel '92 ho avuto l'occasione di suonare spesso come solista. Però non ci si può neanche «disperdere» troppo, se si è determinati all'approfondimento. Le nuove esperienze offrono stimoli per imparare e per migliorarsi, ma non bisogna mai cedere alla frenesia. C'è il tempo dell'azione e il tempo della riflessione: per comprendere ciò, la musica da camera aiuta moltissinio. Non solo ad ampliare i propri orizzonti culturali, ma anche a conoscere meglio tutte le potenzialità del proprio strumento.
Antoine: Verissimo. Del resto lo sviluppo della personalità e quello della tecnica sono più interconnessi di quanto non si creda. Negli ultimi tre anni, lavorare così intensamente in quartetto mi ha condotto a ripensare completamente il mio modo di suonare il violoncello e al tempo stesso ha rivoluzionato il mio approccio alla musica. La precisione, la concentrazione, il lavoro di cesello, l'approfondimento stilistico che questo repertorio richiede non ammettono scuse o approssimazioni.
Vi siete perfezionati con il Chilingirian, l'Amadeus e più tardi con il Berg, ma esistono anche dei quartetti del passato più o meno lontano che avete preso a modello per qualche loro particolare caratterística?
Corina: Anzitutto penso che siamo stati incredibilmente fortunati ad avere simili maestri: è stato un privilegio conoscere da vicino dei musicisti di tale spessore e tale esperienza, fra l'altro così instancabilmente generosi nel trasmetterci le loro conoscenze. Naturalmente ammiriamo anche le formazioni del passato più lontano: ad esempio le registrazioni del Quartetto Busch costituiscono per noi una fonte d'ispirazione inesauribile.
Antoine: Anche a distanza di tempo ci sono dei raggiungimenti che continuano a costituire dei modelli assoluti: così all'impronta mi vengono subito in mente il Ravel del Quartetto Italiano, o il Webern del LaSalle. Ancor più specificamente, ascoltare le registrazioni dei grandi quartetti del passato è importantissimo per avvicinarsi alla tradizione più prossima agli autori che affrontiamo di volta in volta. Ora che stiamo lavorando intensamente su Bartók, per esempio, abbiamo studiato con attenzione le incisioni del vecchio Quartetto Ungherese capeggiato da Zoltári Székely, che come tutti sanno era un caro amico del compositore. Molto prima di incontrare i miei attuali compagni di viaggio mi sono innamorato del repertorio quartettistico ascoltando in disco il Beethoven del Quartetto Talich: la ricordo ancora come un'esperienza sconvolgente. Così come il Debussy del Quartetto Calvet, un meraviglioso ensemble francese che ha lasciato pochissime registrazioni e purtroppo oggi è quasi dimenticato.
Ormai avete effettuato parecchie incisioni discografiche, ma entrando in studio per la prima volta avete dovuto superare qualche tipo di imbarazzo o difficoltà?
Corina: Quando abbiamo realizzato il nostro primo CD per la Emi nel 2001, avevamo già fatto diverse registrazioni in concerto per la BBC: l'impatto con i microfoni, i tecnici del suono e così via non ci ha dunque causato particolari imbarazzi. Devo dire però che entrando in studio per registrare un disco si avverte una pressione completamente nuova: tutto deve essere subito impeccabile e le responsabilità aumentano. Devo ammettere che il primo giorno mi sentivo un pesce fuor d'acqua.
Laura Samuel: Quando si fa musica le giuste sensazioni, l'ambiente, la serenità di spirito sono determinanti per raggiungere la necessaria concentrazione: e se proprio qualcosa va storto, c'è sempre la prossima volta! Qui, se alla fine delle sedute non hai raggiunto il risultato sperato, non esiste rimedio. Ricreare in studio le stesse sensazioni del concerto non è faccenda così semplice, almeno all'inizio: tutto sembra troppo asettico. In fin dei conti, però, superare questo «blocco» iniziale non è stato difficilissimo. E' lo stesso che tuffarsi in piscina: dopo due minuti ci si accorge che l'acqua non era poi così gelata.
Antoine: Sì, beh, sempre a patto di saper nuotare. [risata generale]
Detto senza piaggeria, credo l'abbiate dimostrato. Capovolgendo la domanda: tutte le vostre registrazioni Emi, fino a oggi, sono state effettuate in studio. Avete mai pensato di incidere un disco dal vivo?
Antoine: Ne abbiamo discusso a lungo, fra noi. La cosa però risulta abbastanza complicata, perché ottenere il materiale necessario al montaggio comporterebbe almeno tre concerti nella stessa sede: il che è quasi impossibile. Specialmente ora, per Bartók, sarebbe stato fantastico: ma programmare i suoi quartetti per tre sere di seguito in una sola città sperando di riempire ogni volta la sala è decisamente utopistico.
Domanda a bruciapelo. Se fosse in vostro potere salvare un singolo quartetto per archi in tutta la letteratura, quale scegliereste? Ovviamente ciascuno di voi può dare una risposta differente.
Corina: Certo che questo segnerebbe la nostra fine prematura, come quartetto! Non ci ho mai pensato: passo la mano, mi è proprio impossibile rispondere.
Laura: Davvero non potrei vivere senza la Cavatina del Quartetto in Si bemolle maggiore: sì, messa proprio alle strette, sceglierei l'op.130 di Beethoven.
Antoine: Sarebbe concesso conservare almeno tutti gli ultimi quartetti di Beethoven? Non mi chieda di restringere ulteriormente il campo!
Krzysztof: Anch'io mi associo.
Con quale frequenza vi riunite, per studiare insieme?
Corina: Diamo circa settanta concerti all'anno e di conseguenza dedichiamo parecchio tempo allo studio e alla prove. Salvo brevi periodi di riposo e spazi per assolvere gli impegni personali, direi che ci riuniamo quasi quotidianamente. Com'è naturale ci sono poi momenti di particolare intensità, che coincidono con le tournée. Quest'anno, ad esempio, abbiamo in programma un lungo giro di concerti in Inghilterra. Dopo l'estate saremo in Austria e Olanda, a fine ottobre torneremo in Italia per suonare a Ischia. Il 2008 si concluderà a Bucarest e con una tappa a Istanbul.
In percentuale, quanto tempo riservate allo studio e alla pratica individuale, e invece a quella collettiva?
Corina: I tempi sono equamente ripartiti, anche perché è importantissimo che ciascuno porti la sua esperienza e la sua riflessione individuale nel lavoro di gruppo.
C'è qualcosa in particolare che sacrificate della vostra vita, per lavorare a questi livelli in quartetto?
Antoine: Da un certo punto di vista bisogna pagare un alto prezzo alla disciplina richiesta dal lavoro in quartetto. Ogni più piccolo sbandamento è sotto gli occhi di tutti, anche perché il pubblico che frequenta i concerti da camera è in genere molto competente: e soprattutto non si può scendere ad alcun tipo di compromesso con se stessi. Più che in termini di tempo, sono le energie fisiche, intellettuali e spirituali ad essere messe a dura prova; ma com'è ovvio, le soddisfazioni che si traggono frequentando ogni giorno questa grande musica ripagano ampiamente di tutto ciò.
Laura: Direi che la cosa veramente difficile sia migliorare sempre come individuo e come gruppo, seguire tutti assieme un coerente e armonioso percorso di sviluppo. Se si riesce a farlo, ogni sacrificio diventa secondario.
Krzysztof: Si sta toccando un punto molto importante, perché la natura introspettiva della musica che trattiamo ci mette ogni giorno di fronte a uno specchio non sempre facilissimo da osservare. Indagare quotidianamente questioni tanto profonde e allo stesso tempo delicate rappresenta un grande impegno.
Antoine: In effetti, confrontando la mia esperienza in orchestra con quella in quartetto, la differenza principale non è certo rappresentata dallo stress o dalla fatica, bensì dall'esposizione che in quest'ultimo ambito si ha dal punto di vista umano. Ciò vale sia nella relazione col pubblico sia in quella con gli altri componenti del gruppo, che diventano il tuo lavoro e contemporaneamente la tua famiglia. Siamo carissimi amici dentro e fuori l'attività musicale, e tutto questo va coltivato. Non mancano i momenti di tensione, i guai esterni e interni, ma il nostro sodalizio ci permette di superare ogni problema.
Corina: Sono considerazioni che valgono sicuramente anche per me. La possibilità di approfondire questo repertorio in compagnia di splendidi amici mi ripaga di ogni possibile rinuncia, comprese quelle musicali. Del resto, come diceva prima Krzysztof, non si può suonare un giorno un quartetto di Beethoven e il giorno dopo essere solista nel Concerto in Re minore di Sibelius. Finora non mi sono mai pentita delle mie scelte, e spero sarà sempre così.
Quando si tratta di scegliere un ingaggio, una tournée o un nuovo brano da studiare, chi ha la prima e l'ultima parola?
Antoine: [ride, indicando Corina e Laura] Non guardi da questa parte...
Laura: Ognuno fa presente le sue necessità le sue idee: poi si decide di comune accordo. E se proprio ancora non basta, mettiamo al voto sperando che una decisione passi per 3‑1!
Corina: Ciascuno di noi, del resto, conosce le esigenze di tutti gli altri: infatti cerchiamo di non prendere mai impegni che superino le due settimane consecutive. Per quanto riguarda il repertorio, in generale leggiamo regolarmente per nostro conto nuovi brani e poi scegliamo di approfondirne alcuni e accantonarne altri. A volte ci vengono anche presentate delle richieste dall'esterno, e meditiamo con attenzione se accoglierle.
Negli ultimi anni avete suonato in tutto il mondo. A parte le ovvie differenze di clima e di latitudine, che cosa cambia nel vostro modo di suonare a Honolulu e a Salisburgo, come appunto avete fatto?
Antoine: Beh, è chiaro, a Honolulu suoniamo in costume da bagno. [risata generale] A parte gli scherzi, ogni platea reagisce a suo modo. La differenza tra il pubblico europeo e quello degli Stati Uniti o dell'Australia è notevole. In questi ultimi luoghi, l'assenza di una forte e lunga tradizione è compensata da una partecipazione di solito più disinvolta e curiosa dei giovani.
Krzysztof: Lo stesso vale per il Giappone. Quando siamo arrivati sul posto non solo l'attenzione e la concentrazione del pubblico ci hanno vivamente colpito, ma anche l'accoglienza davvero entusiastica riservata alle nostre esecuzioni.
Corina: E' vero, pensavamo che pur ormai abituati al repertorio sinfonico e a quello operistico, fossero meno interessati alla musica da camera: un pregiudizio clamorosamente smentito.
Antoine: Un'altra bellissima esperienza è stata quella in Romania, la patria di Corina. Abbiamo suonato a Bucarest, per un pubblico molto giovane e davvero speciale.
Praticate mai lo scambio del primo e del secondo violino, come fanno ad esempio il Quartetto Emerson o il Quartetto Artemis?
Corina: No, questo no: però suoniamo anche musica per trio d'archi ‑ che ovviamente prevede la presenza di un solo violino ‑ e a volte è Laura ad eseguirla. Ho anch'io bisogno di riposo!
Krzysztof: Uno fra i brani che Antoine ed io prediligiamo è il meraviglioso Divertimento per violino, viola e violoncello K 563 di Mozart. Dobbiamo solo aspettare un momento di stanchezza in Corina o Laura e finalmente possiamo suonarlo.
Vi è mai capitato di trovarvi in forte disaccordo circa le modalità esecutive o interpretative di un brano?
Laura: E' umanamente impossibile che non capitino divergenze di opinione. Ciascuno espone con tranquillità la sua: il gruppo ascolta e poi sceglie la più convincente.
Corina: Del resto, per fortuna, non siamo mai arrivati a scontri particolarmente aspri: alla fine siamo sempre riusciti a trovare una soluzione comune a ogni problema.
Parlando più in generale, i vostri gusti musicali sono abbastanza simili o capita che siano anche molto diversi?
Laura: Credo che i miei gusti siano un po' più conservatori di quelli degli altri, specialmente in termini di musica contemporanea. Non sono così avventurosa e coraggiosa, nello sperimentare il nuovo.
Antoine: Sì, ma è anche vero che per approfondire adeguatamente il repertorio classico, romantico e del primo Novecento non basta un'intera vita: quindi non capita così spesso di mettere Laura in difficoltà con scelte troppo azzardate.
Corina: Anche perché ora ci attende un progetto ad ampio respiro: inizieremo presto a incidere tutti i quartetti di Beethoven, e questo ci terrà impegnati molto a lungo.
Krzysztof: In ogni caso abbiamo commissionato varie volte nuovi brani a compositori di oggi, e continueremo sicuramente a farlo.
Una delle vostre realizzazioni discografiche più belle e importanti è quella dedicata ai quartetti di Britten, generalmente trascurati dagli interpreti. Come vi siete avvicinati a queste pagine, e quali loro pregi vi hanno spinto a inserirle in repertorio?
Krzysztof: Avendo studiato in Inghilterra conoscevamo i quartetti di Britten fin da ragazzi: li abbiamo approfonditi con il Chilingirian, li abbiamo eseguiti spesso in pubblico e nel tempo abbiamo sviluppato con questi brani un fortissimo legame sentimentale. Ci è parso dunque più che naturale proporre alla Emi di registrarli. All'inizio ci sono state delle difficoltà, perché non si trattava certo d'un progetto capace di garantire un formidabile risultato commerciale. Dopo qualche insistenza la nostra proposta è stata accolta e ne siamo stati felici, anche perché l'esito delle sedute d'incisione ci ha davvero soddisfatti.
Corina: La cosa buffa è che il box con i quartetti di Britten risulta a oggi il nostro disco più venduto.
Antoine: Io invece non conoscevo i quartetti di Britten prima di entrare nel Belcea, e in tutta sincerità non immaginavo fossero tanto belli e importanti. Invece quando ho ascoltato i dischi sono rimasto subito folgorato: è musica fantastica, geniale e profonda. Una vera sorpresa.
Laura: Ancor più sconosciuti dei quartetti sono i Tre divertimenti del 1936, che al pari della Simple Symphony costituiscono un esempio dell'incredibile freschezza e libertà inventiva del giovane Britten. Perciò abbiamo voluto a tutti i costi includerli nella raccolta.
In passato avete collaborato con famosi cantanti quali Ian Bostridge, Simon Keenlyside e Anne Sofie von Otter: cosa rammentate di quelle esperienze?
Corina: Anzitutto è stato molto stimolante confrontarsi con personalità musicali così forti e definite eppure così diverse. Soprattutto direi che sul piano artistico sono state esperienze molto gratificanti, e sul piano pratico hanno influito assai positivamente sulla nostra duttilità.
Laura: Aggiungo una cosa secondo me molto rilevante: per eseguire bene i quartetti di Schubert o di Schumann è assolutamente necessario conoscere in profondità anche la loro produzione liederistica. C'è di meglio che discuterne con un Bostridge o una Otter?
Krzysztof: Infatti: siamo tutti e quattro innamorati del repertorio liederistico, e la possibilità di avere scambi di opinioni con degli artisti tanto validi e affermati nel campo è stato un vero privilegio. Qualche anno fa, inoltre, abbiamo partecipato a un allestimento di uno dei più grandi capolavori di Britten, The Turn of the Screw. Nel ruolo di Quint c'era Mark Padmore, secondo me uno dei cantanti più raffinati e sensibili di oggi. Con noi hanno suonato i London Winds e al pianoforte c'era Huw Watkins, ottimo camerista. Anche quella è stata un'occasione da ricordare.
A proposito, avete in repertorio anche il Quartetto con soprano di Schönberg?
Krzysztof: Certo che sì, e lo adoriamo.
La vostra più recente registrazione riguarda un monumento della letteratura novecentesca, i Sei Quartetti di Bartók. Ovviamente sono dei capolavori, ma quali elementi vi hanno colpito di più nello studiarli ed eseguirli?
Laura: Anche se la complessità e l'audacia della loro struttura lascia a bocca aperta, da parte mia direi l'inventiva timbrica, ritmica e armonica senza limiti.
Krzysztof: Io invece direi proprio la forma: o ancor meglio, la capacità di rifarsi alla forme classiche eppure di reinventarle completamente.
Antoine: L'addentrarsi senza paure ed esitazioni in territori vergini. La forza barbarica, quasi feroce, combinata a una lucidità assoluta. Mi riferisco soprattutto alla «fisicità» dirompente del Quarto e del Quinto Quartetto. Non conosco nessun altro compositore che sappia combinare tanta scienza a questa energia brutale, direi primordiale.
Corina: Non so se le mie origini rumene influiscano in ciò, ma sicuramente l'uso così sofisticato eppure così autentico dei materiali folclorici conferisce ai quartetti di Bartók un sapore del tutto particolare. Ma attenzione, andiamo ben oltre l'oleografia, oltre il folclore e perfino oltre l'antropologia: in questa musica è la natura stessa, che parla e che danza.
intervista di Paolo Bertoli (Musica, luglio-agosto 2008, n.198)

