Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

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martedì, agosto 01, 2023

Knappertsbusch: Uno Junker nel golfo mistico

Nessun capitolo della storia della 
musica è circonfuso di connotati romanzeschi quanto quello intitolato a Richard Wagner. Creatore e creature tendono a confondersi in un repertorio iconografico dove eventi storici e metastorici si mescolano inestricabilmente. Casa Wahnfried e il Walhalla, Mathilde Wesendonck e Isolde, Bayreuth e Monsalvato si mutano in ingredienti capaci di alimentare nel subconscio del "Perfect Wagnerite" una caleidoscopica vertigine (tanto che esegeti illustri come Nietzsche e G.B.Shaw giungono a proposito per scacciare un sospetto di kitsch).
Tutta la vita di Wagner si svolse all'insegna del romanzesco: dagli amori proibiti con Cosima Liszt Bülow, alla protezione del "re folle" Ludovico II di Baviera, alla scomparsa in una "città morta" per definizione come Venezia. Anni orsono un editore dedicò alla saga dei Wagner un fotolibro (The Wagner Family Album, questo il titolo della versione inglese). Al confronto delle sue immagini persino la saga dei Kennedy o quella della famiglia reale britannica appaiono scipite: in nessuna passa un soffio tanto potente di "teatro della vita". La Storia con l'iniziale maiuscola s'è incaricata di conferire un'ulteriore patina al teatro di Bayreuth. L'era hitleriana ha caricato gli eroi del "Ton und Wort Drama" di simbolismi, rendendo gli eroi della Tetralogia "altro" da ciò ch'essi rappresentavano nelle intenzioni dell'autore. Siegmund e Siegfried si sono metamorfosati in eroi ariani, Wotan bendato in una sorta di veterano con la Croce di Ferro. Ovvietà? Forse. E tuttavia chiunque può constatare quanto il lange Wagner-Nazismo giochi ancor oggi nell'immaginario popolare (ricordate i Predatori dell'arca perduta di Spielberg?). Le tinte forti del teatro wagneriano sembrano aver influenzato persino la morfologia dei suoi interpreti. Una mimesis, un processo di autoidentificazione, che ha condotto più di un divo di Bayreuth ad assomigliare agli eroi impersonati in scena. Pensiamo alla lunga teoria di "Heldentenore", di tenori eroici, sull'arco che congiunge gli anni '30 ad oggi: l'aitante Max Lorenz a Peter Hofmann, bello e biondo come un maestro di sci. Artisti di questa fatta suggeriscono l'impressione che perfino nella vita di tutti i giorni, con indosso gli abiti borghesi, gli interpreti conservino qualcosa del titanismo di un Lohengrin o di un Siegmund. Il Wagner Family Album accoglie un'istantanea dei funerali di Siegfried Wagner, figlio del "genius loci", che nella sua drammaticità è esemplare di quanto stiamo dicendo. Il dolore autentico che gli illustri necrofori (il basso-baritono Friedrich Schorr, i tenori Lauritz Melchior e Gunnar Graarud, ecc.) hanno dipinto in viso, si muta involontariamente in teatro come sotto il tocco di un regista che avesse scelto la chiave dell'Ottocento borghese per il corteo funerario del Götterdämmerung.
Se è vero - come è vero - che per interpretare i ruoli wagneriani occorre un physique da rôle - e che in generale il teatro di Wagner è cosi intimamente connesso alla cultura tedesca che solo i musicisti della Mitteleuropa ne riescono interpreti "idiomatici" - il caso di Hans Knappertsbusch è paradigmatico. Interprete Wagneriano visionario non meno di un Karl Muck o di un Wilhelm Furtwängler, Knappertsbusch fu intimamente legato al mondo musicale del genio di Bayreuth perfino in termini di genealogia artistica. Il suo maestro, Hans Richter, fu braccio destro di Wagner durante le stagioni inaugurali della manifestazione bavarese. Germanico Knappertsbusch lo era anche nell'aspetto e ad un grado tale da parere caricaturale. Nei ritratti degli ultimi anni la sua espressione ricorda quella di un Hunding. Il volto marziale squadrato con l'accetta, gli occhi glauchi chiusi fra palpebre strette come fessure, le labbra in attitudine di perenne impassibilità, ne fanno l'archetipo dello "Junker", l'aristocratico prussiano, il latifondista di origini feudali. Caratteristico era anche il suo taglio di capelli, ondulati e con tanto di ciuffo ribelle in fronte ma rasati dal collo fino al vertice della nuca (coiffure degna dell'Erich von Stroheim di La grande illusion). Cßè un film sonoro girato a Berlino negli anni Trenta che mostra Knappertsbusch intento a dirigere l'epilogo della "Corale" beethoveniana. Il lungo spezzone si risolve in un'inquadratura fissa del direttore - un mezzo primo piano frontale - che colpisce per il contrasto stridente fra la veemenza musicale dell'Ode e l'imperturbabilità del viso di Knappertsbusch. La divergenza fra l'espressività dell'evento musicale e l'inespressività mimica dell'interprete fa pensare a Buster Keaton. Il tocco "retrò" nel look del personaggio era arricchito da certi voluminosi papillon di seta che persino nelle foto in bianco e nero paiono chiassosi e di pessimo gusto. Quest'aspetto dell'uomo era tuttavia in aperto contrasto con il suo carattere. Il quale di teutonicamente autoritario aveva poco o punto. In un'epoca di autocrati Knappertsbusch, chiamato familiarmente Kna dagli ammiratori per ragioni di brevità, rifuggì sempre dalle intemperanze dei dittatori della bacchetta (alla Bernardino Molinari o alla Toscanini per intenderci). Succedendo nel 1922 a Bruno Walter alla testa dell'Opera di Stato Bavarese, ne ereditò lo stile discreto e suadente nel trattare collaboratori, compagnia di canto e orchestra. Nato ad Elberfeld il 12 marzo 1888, Kna seguì un regolare corso di studi umanistici. Dopo il liceo s'iscrisse alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Bonn. Gli studi musicali in un contesto accademico vennero da lui iniziati tardi. Ragazzino aveva provato a dirigere orchestrine scolastiche ma aveva compiuto 21 anni quando nel 1909 s'iscrisse al Conservatorio di Colonia, seguendo per tre anni i corsi di Otto Lohse e del celebre direttore d'orchestra Fritz Steinbach. Dal 1906 al 1911 il giovanotto fece pratica a Bayreuth, come già detto, con Hans Richter, di cui fu allievo e assistente. Kna entrò in carriera nel 1910 lavorando per un oscuro teatro di provincia, a Mühlheim. I primi autentici elogi se li guadagnò in Olanda dove, come allievo di Richter, venne invitato a dirigere un ciclo di opere Wagneriane. Lasciata Mühlheim, nel 1913, dopo un breve periodo di lavoro a Bochurn fece ritorno nella città natale e per cinque anni vi servì come direttore musicale.
Nel 1918, al termine della Grande Guerra, la sua carriera mise le ali: per un anno fu primo direttore dell'Opera di Lipsia e dal 1919 al 1922 capitanò l'Opera di Dessau. Nel 1922 il grande evento, con la già citata sostituzione di Bruno Walter alla testa dell'Opera di Monaco. Nella capitale bavarese il giovanotto d'aspetto marziale, coccolato come accade ad ogni enfant du pays, divenne un idolo. In particolare il cartellone estivo (le tradizionali Festwochen), ricco di prestigiosi ospiti nella compagnia di  canto, lo vide brillare fin dalla prima metà degli anni '20. Il fatto d'essere più giovane d'oltre una decina d'anni di Bruno Walter giovò al suo prestigio. Le sue esecuzioni di opere di Mozart, Wagner e Richard Strauss furono giudicate autorevoli anche nel contesto della ricca tradizione bavarese e allo stesso tempo piene di personalità. Lo stile derivava direttamente da quello di Richter e di Steinbach (ammirato come interprete brahmsiano, quest'ultimo, persino dal giovane Toscanini): grandioso, incline a ondate sonore piazzate in passaggi raggiunti senza fretta, con un passo ritmico battuto inesorabilmente. Quando i nazisti andarono al potere, lo Junker di Elberfeld entrò subito in conflitto col regime. Quel cavaliere dell'ordine teutonico non aveva niente a che spartire con i gerarchi di Berlino, borghesucci a dispetto degli stivaloni lucidi e delle divise grondanti decorazioni: era fatale che prima o poi, nonostante la popolarità presso il pubblico di Monaco, nascesse qualche conflitto. ll 20 ottobre 1934, allorché Kna diresse la prima assoluta di Lucedia, opera dell'italo-americano Vittorio Giannini, le alte gerarchie del partito lo redarguirono per aver favorito uno straniero a danno dei compositori indigeni. L'interessato replicò sostenendo che un grande teatro poteva mantenere la propria autorevolezza solo allestendo cartelloni internazionali. Da quel momento in avanti i nazisti cercarono in tutti i modi di allontanarlo e fu solo il perdurante successo presso il pubblico dell'H"Haupstadt" a impedir loro il siluramento. Sir Thomas Beecham lo invitò a Londra a dirigere al Covent Garden ma le autorità del Reich negarono il visto d'espatrio. Alla fine, avendo Kna rifiutato di prendere la tessera del NSDAP, nel febbraio 1936 venne rimosso dall'Opera di Monaco per ordine dello stesso Hitler. Il musicista fece le valigie e andò a lavorare a Vienna. Durante l'estate del 1937 poté finalmente recarsi a Londra per dirigere Salome. Nel 1938, oltre ad esser nominato direttore della Wiener Staatsoper, divenne uno dei direttori favoriti dei Philharmoniker per la stagione in abbonamento.
Quando con l"'Anschluss" l'Austria venne annessa al Reich e ribattezzata "Ostmark" (marca orientale), Kna fu ancora una volta costretto alle dimissioni. Finita la guerra, il quasi sessantenne direttore poté tornare ad essere un idolo di Monaco e di Bayreuth. I fratelli Wagner, Wieland e Wolfgang, lo chiamarono a scendere nel "golfo mistico" di Bayreuth fin dalla stagione inaugurale. Il Parsifal del 1951 (affiancato dal Ring e dai "Meistersinger") fu un evento di portata storica e inaugurò una serie di apparizioni entrate oggi nella leggenda: 1952 Parsifal e Meistersinger, 1954 Parsifal, 1955 Fliegende Hollãnder e Parsifal, 1956 Ring e Parsifal, 1957 Ring e Parsifal. Qui, oltre che in teatro, fu stella del repertorio sinfonico. Gli statistici hanno calcolato che dal 1922 al 1957 Kna abbia diretto nella capitale bavarese 163 concerti, di cui 141 con la Bayerischen Staatsorchester e 22 con i Münchener Philharmonikern. Sempre secondo gli statistici va sfatato il pregiudizio che vuole Kna ancorato ad un repertorio veterogermanico: nei soli programmi bavaresi (dunque escludendo quelli non meno numerosi con i Wiener Philharmonikem) compaiono oltre 200 lavori di 64 compositori diversi, distribuiti su di un arco che va da Haendel fino alla triade Bartok, Hindemith e Stravinski. Nel '54 Kna riassunse la direzione dell'Opera di Monaco ma poco dopo si ritirò per oltre un anno in segno di protesta per il ritardo nella ricostruzione del teatro. Nel febbraio 1959 si presento al Teatro alla Scala di Milano per dirigere cinque recite dell'Olandese con Hotter e la Nilsson. Negli anni '60 si limitò a sporadiche apparizioni in sala d'incisione. Tanto che quando si spense nella sua casa di Monaco il 25 ottobre 1965 era ormai un venerabile sopravvissuto, testimone di una Germania musicale irrimediabilmente scomparsa. Agli occhi dei giovani melomani incarnò l'erede delle tradizioni (tradizioni non solo di scuola musicale ma anche di stile di vita) della vecchia generazione. Viaggiò poco, tanto per cominciare, confinando le sue apparizioni al quadrilatero Monaco-Bayreuth-Vienna-Salisburgo (il che rese la sua fama sostanzialmente locale). Fattore ancor più importante, eredita da Richter uno stile interpretativo frutto di un'integrità morale e di una dedizione alla musica pressoché totale. L'andatura solenne che caratterizza le sue interpretazioni è caratteristica di un far musica inteso come rito, come liturgia dell'arte. Kna godette della stima universale dei colleghi. L'indiano Zubin Mehta, che come allievo di Hans Swarowski a Vienna poté assistere agli ultimi concerti di Kna, ne parla ancor oggi con ammirazione. Quanto alle orchestre, semplicemente lo adoravano. Infiniti aneddoti stanno a provarlo. Il primo cello dei Wiener Philharmonikern, Emanuel Brabec, ad esempio, dopo aver debuttato con lui come solista nel Don Chisciotte di Strauss, gli chiese un autografo. "Per carità, son cose da ragazzini", si schermi Kna. Poi, passati alcuni giorni, dovette ripensarci visto che a Brabec la portineria del Musikverein recapitò una sua foto con dedica. La maggioranza degli aneddoti verte tuttavia sull'antipatia di Kna per le prove. Quando si trovava sul leggio uno spartito arcinoto, sbuffava di sconforto e poi proponeva agli orchestrali: "Amici miei, voi conoscete questo lavoro quanto me. Allora perché mettersi a provarlo?" (Secondo Alexander Witeschnik questa frase avrebbe chiuso sul nascere anche un'improvvisata prova del Tiefland di D'Albert, cui Adolf Hitler aveva chiesto di poter assistere alla Staatsoper di Vienna).
Con questo stile di lavoro, come racconta nelle memorie John Culshaw, direttore artistico della Decca, "quando le cose andavano per il verso giusto (il che accadeva più spesso di quanto si verificasse il contrario), il risultato era magnifico; quando ciò non si verificava, era né più né meno che una catastrofe". Il rifiuto di provare e l'abitudine al lavoro "a soggetto" tipici di Kna risultavano esiziali in studio di registrazione. "Una volta che stavamo incidendo un Valzer di Johann Strauss, al solito senza prove, ci fu un momento alla ripresa della melodia in cui metà de1l'orchestra andò da una parte e metà dall'altra" racconta Culshaw in "Ring Resounding". "Il caos durò per quattro battute, poi l'esecuzione tornò in carreggiata. Finita la registrazione Knappertsbusch mi venne a parlare:  utilizzabile il pezzo, vero? Mi dica che non dobbiamo stare a rifarlo". Mi toccò dirgli quel ch'era accaduto. Mugugnò: "Scheisse": davvero pensa che qualcuno se ne accorgerà?"
Fu Culshaw con le sue registrazioni (fra cui il celebre "Parsifal" della riapertura di Bayreuth) a rendere famoso il Wagner di Knappertsbusch oltre i confini del mondo di lingua tedesca. "Nel 1951" ricorda nell'autobiografia (Putting the Record Straight) "avevo già sentito il Ring per intero non meno di sei volte, oltre a numerose esecuzioni separate delle singole giornate, ma nulla poteva approssimarsi alla maestosità di concezione che Knappertsbusch ci fece udire". Maestosità è termine perfetto per definire la dimensione monumentale, tellurica addirittura, che l”'epos" wagneriano assume sotto la sua bacchetta. Riascoltate oggi, a trent'anni dalla morte, le sue interpretazioni wagneriane sicuramente richiedono un ascolto critico: nei tre decenni trascorsi gli interpreti hanno infatti lavorato su ipotesi di lettura del Ring totalmente differenti. Pensiamo alla versione varata da Karajan nei primi anni del Festival di Pasqua di Salisburgo, versione che nella veste discografica esplicita chiaramente un approccio cameristico al testo. Oppure si faccia mente al "Ring dello scandalo", la produzione "made in France" di Patrice Chéreau e di Pierre Boulez che festeggiava il Centenario di fondazione del Festival di Bayreuth. Nella prospettiva Chéreau-Boulez la Tetralogia evoca una saga tutta centrata su un'insistita umanizzazione dei protagonisti. Nella visione di Knappertsbusch, invece, il mondo wagneriano mantiene tutta la propria ipostatizzazione, irriducibile al contesto quotidiano (tornano in mente gli illustri necrofori intorno alla bara di Siegfried).
Uomini e Déi appartengono ad una sfera mitica che, al modo delle ombre della nota similitudine platonica, riprende sentimenti e moventi dell'agire umano proiettati in una sfera rarefatta che li essenzializza. Lance ed elmi perdono ogni alone di "déjà vu". L'implausibile, il ridicolo, non esistono per Kna. Il suo approccio al mondo wagneriano non è di secondo livello, non assomiglia a quello dell'esegeta che, affrontando un monumento del passato, si sente chiamato a filtrarlo per poterlo riproporre ai contemporanei. Il drago con cui combatte Siegfried non è un "coup de thêatre" dietro cui s'intravede la patetica natura di un biscione di cartapesta: il drago è figura del Male, eterno avversario che legioni di San Giorgio affrescati, miniati o scolpiti hanno combattuto lancia in resta. Mai "naif", Kna aderisce senza riserve all'universo wagneriano. Il suo è il racconto di un artista nato nel 1888, che affonda le radici nell'humus medesimo del compositore. Fino alla morte, incrollabile come Sarastro, Kna rimase fermo sulle proprie posizioni. Indifferente ai cambiamenti di gusto e alle critiche che gli venivano per talune sue opzioni interpretative (ad esempio quella di servirsi delle inaccettabili revisioni Schalk e Loewe nelle incisioni Decca e Westminster delle Sinfonie di Bruckner), diresse Wagner e Brahms con un pendolarismo che fa sospettare che la querelle Brahms-Wagner potesse ancora risultare di qualche attualità ai suoi occhi.
Il mondo della musica cambiava, gli allestimenti wagneriani erano sempre più figli dei registi d'avanguardia e sempre meno dei Kapellmeister, ma, difeso dal proprio umorismo, Kna si guardò dal seguire le mode. A Monaco di Baviera la gratitudine per questo custode della musica è grandissima ancor oggi. Nella città su1l'Isar opera una Knappertsbusch Gesellschaft di cui per un certo periodo chi scrive è stato membro. Nel Nationaltheater ricostruito mille cose evocano colui che tale ricostruzione alfierianamente volle. Chi entra dall'ingresso laterale del teatro sulla Maximilianstrasse, ad esempio, s'imbatte in un busto bronzeo di Kna. La fattura è piuttosto rude - come rude era il modello - e probabilmente per gli ignari turisti quella fisionomia dagli zigomi alti e dagli occhi stretti ha qualcosa di pauroso. Ma i vecchi bavaresi, quando passano davanti al busto, hanno un sorrisetto sulle labbra. Se non siete troppo di fretta, se la levata del sipario non è incombente, fateci caso.
Michele Salvini
("Symphonia" N°51 Anno VI, Giugno 1995)

lunedì, ottobre 11, 2010

Hans Knappertsbusch: capitani coraggiosi

Oggi nei manifesti, nelle locandine, nei programmi di sala del teatro musicale leggiamo, in posizione dominante rispetto agli altri partecipanti allo spettacolo, il nome del direttore: "Direttore, Giovanni Tizio". Qualche volta, specie in provincia, troviamo una dizione leggermente diversa: "Direttore Maestro Giovanni Tizio". Se andiamo indietro di cent'anni troviamo "Maestro concertatore e direttore d'orchestna Giovanni Tizio". E, non di rado: "Cav." o "Comm. Giovanni Tizio". Se andiamo indietro di centocinquant'anni troviamo: "Maestro concertatore Giovanni Tizio, Direttore Giovanni Caio". Quindi, in origine, avevamo il concertatore e il direttore, poi le due funzioni vennero assunto dalla stessa persona, infine la funzione del "direttore" assorbì la funzione di "concertatore", Un po' come se, in una società per azioni, il signor Sempronio fosse "presidente e amministratore delegato", e poi ci fosse solo più l'amministratore delegato che fa anche, senza bisogno di specificazioni, il presidente. Il teatro niusicale è del resto ricco di funzioni e di denominazioni che variano col variare dei tempi. Una volta avevamo il regista che faceva anche le luci, oggi abbiamo - spesso, non sempre - il regista e il light designer, il "disegnatore luci". Talvolta il signor Tale fa "scene e costumi", talvolta le scene le fa il Tale e i costumi il Talaltro. Il coro viene preparato dal "maestro del coro" e viene diretto dal "direttore", ma in un concerto corale a cappella il "maestro del coro" diventa "direttore del coro". Il "maestro della banda" è colui che prepara la banda, diretta poi, in palcoscenico, dal "direttore muisicale di palcoscenico". Ma, mi obbietterà il lettore, il "direttore", quello che sta di fronte all'orchestra, non dirige tutto lui, orchestra, cantanti, coro, e quindi anche la banda? Errore, ingenuità. La banda che sta dietro le scene deve "anticipare" rispetto all'orchestra, altrimenti, dato che il suono viaggia ad una velocità modesta (trecentoquaranta metri al secondo), la musica della banda sarà sfasata rispetto alla musica dell'orchestra. E chi le dà l'"anticipo" alla banda'? Il direttore musicale di palcoscenico, che guarda il direttore d'orchestra nel televisore, e che un tempo lo guardava da un forellino nelle scene. Quindi, il direttore d'orchestra dirige il direttore musicale di palcoscenico che dirige la banda. Ma, mi obbietterà di nuovo il lettore zelante, come può il direttore dirigere uno che lo "anticipa"? Eppure è così: il direttore musicale di palcoscenico prevede quel che farà il direttore d'orchestra e se il direttore d'orchestra non è coerente la banda va a gmbe all'aria. Allora il direttore d'orchestra chiama immediatamente il direttore musicale di palcoscenico, se si è in prova, o lo chiama in camerino alla fine dell'atto, se si è in..recita, e lo apostrofa dicendo: "che è successo, maestro mio?". Il direttore musicale di palcoscenico si scusa, sebbene la responsabilità non sia sua, borbottando "sa, mi sono distratto perché un corista è passato dove non doveva, mi scusi, mi scusi proprio, non succederà píù"! Ottiene il perdono e va a sfogarsi con un altro direttore, il direttore artistico: "Se lei scrittura ancora questo qui io mi dò malato, lo giuro: non si può sbacchettare a questo modo e poi chiedermi conto di errori non miei". "Ma lasci perdere, lo sa come sono certi direttori". "Questo qui non è un direttore: buon musicista, ma come direttore un p...". "Via, non esageri". "Ma se lo dico io, che ho trent'anni di palcoscenico sul groppone: un fior di p...".
Quanti direttori, dirà il lettore. E' sempre sato così? Non è sempre stato così. Un tempo c'erano meno direttori, e quindi meno maestri, perché i direttori devono essere chiamati "maestro". Si racconta che un celeberrimo direttore veneziano entrò una volta in un grande teatro, in cui metteva piede per la prima volta, accompagnato dal capo ufficio stampa. Il quale, procedendo dalla portineria verso il camerino del direttore, incontrava un sacco di gente e salutava con "buongiorno maestro, mi permetta, maestro (rivolto al direttore), di presentarle il maestro..:". Quando finalmente arrivarono nel camerino, il direttore veneziano disse: "Quanti maestri avete qui. A mi, per favor, la me ciami - chiedo scusa al lettore, ma devo riferire, la frase come fu pronunciata - mona".
Torniamo ab ovo, cioè al concertatore e al direttore. Concertatore è colui che concerta. Concertatore, è termine antico che oggi, al di fuori della musica, viene usato solo più nel burocratese: "Il Ministro della Pubblica Istruzione, di concerto con il "Ministro del Vattelappesca, ha stabilito che...".
Nel linguaggio comune non si "concerta" più ma si "coordina".
E il compito del concertatore, in linguaggio di oggi, era di coordinare i cantanti che prendevano parte all'esecuzione, Altrimenti i cantanti litigavano sui "tempi", sul "rallentando", sull'"accelerando" e così via. Un signore a cui si riconosceva, per lo meno in linea di principio, una superiore autorità, coordinava gli interventi del cantante X e del cantante Y, cioè concertava. Una volta concertato il concrtabile portava la compagnia in orchestra e la consegnava al direttore, il quale aveva preparato l'orchestra e che, da quel momento in poi, "batteva il tempo" per tutti quanti, per l'orchestra, per i cantanti, per il coro, per la banda, per le comparse che non dovevano marciare a pecorone. Il concertatore sedeva però vicino al direttore e suonava il clavicembalo, e più tardi il fortepiano, nei recitativi. Proprio a causa della progressiva abolizione dei recitativi "secchi", cioè non accompagnati dall'orchestra, decade la figura, del concertatore. Nello stesso tempo la complessità delle partiture esclude dalle funzioni di direttore il primo violino, che in genere dirigeva lui, sospendendo di suonare in certi momenti. Qualcuno dei miei lettori ricorderà i concerti di Capodanno dei Filarmonici di Vienna diretti da Willy Boskowski, che dei Filarmonici era il primo violino e che, dopo aver accennato lo stacco di tempo coll'archetto, suonava. Fin verso la metà dell'Ottocento accadeva in genere così, anche nelle opere. Poi il primo violino si limitò a fare il primo violino e non più il direttore. Venne compensato con la denominazione "primo violino di spalla". Oggi la "spalla", in verità, è l'aiutante del comico, ma in musica si è attaccati alle tradizioni e la "spalla" è un personaggio importante, a cui si riconosce la retribuzione massima di tutta l'orchestra. Non sembra, ma concertare e dirigere sono due funzioni distinte che richiedono attitudini distinte e distinte professionalità. Il concertatore lo si vede alla "prova", che gli stranieri chiamano, in modo più appropriato, "ripetizione". La prova consiste di due fasi diverse, la "lettura" e la "concertazione". Durante la lettura il direttore si limita a verificare che si suonino tutte le note, pulite, e che si sappia suonarle al tempo voluto. E' questa una fase che con orchestre di altissima professionalità - i Filarmonici di Berlino o di Vienna, l'Orchestra dell'Opera di Vienna, l'Orchestra del Metropolitan e tante altre - non esiste nemmeno, ma che esiste con tutte le orchestre che siano un gradino sotto. In certi casi si fa anche prove di lettura "a sezioni" (gli archi da soli, i fiati e le percussioni da soli) o addirittura "a sottosezioni" (i soli primi violini, i soli ottoni, ecc.). E qui si comincia a vedere la tempra del direttore, perché c'è chi gli errori non proprio grossolani non li sente, c'è chi li sente ma non sa a chi attribuirli, e c'è chi sente tutto e sa scovare gli incauti. I direttori della prima specie non fanno volentieri le letture, e le lasciano invece volentierissimo agli assistenti, quelli della seconda specie cominciano con le prove a sezioni, che restringono gli accadimenti, quelli della terza specie iniziano con letture a orchestra completa e passano poi alle prove a sezioni.
Le tre specie non sono ordinate gerarchicamente. Furtwängler, ad esempio, sentiva molto poco. Uno strumentista dell'orchestra della Scala mi raccontò che un oboista, durante um prova, non poteva suonare alcune note per un guasto del sistema di chiavi. Nell'intervallo andò a scusarsi con Furtwängler: "Sa, maestro, non posso fare il re e il si perché, ecc.". "Ah", fece Furtwängler", che non si era accorto di niente. All'opposto, ho visto -un assistente iniziare la prima prova di un'opera del Novecento, molto difficile, con un'orchestra, svogliata. Dopo dieci secondi l'assistente si fermò. Non inveì, non disse "suonate come si deve, lazzaroni", ma cominciò con calma: "Il secondo clarinetto ha suonato la tal nota invece della talaltra, il quarto corno cresceva qui, il primo fagotto calava là, i primi violini hanno sporcato il semitono in quel punto", e così via. L'orchestra si sentì come frustata, e ci mise tutto l'impegno possibile.
Dopo le letture arriva la concertazione. La dinamica, salvo poche eccezioni, è fissata uniformemente. su tutte le parti: tocca. al concertatore, che ha analizzato il testo, stabilire i livelli effettivi, cioè creare delle differenze, minime ma fondamentali, là dove c'è uniformità ' - Poi il concertatore spiega e fa realizzare il "fraseggio", la declamazione del testo, con le sue accentuazioni e con le sue ondulazioni lievissinie di tempo. Infine subentra il direttore, che fa eseguire porzioni sempre più estese del pezzo. La "prova generale" è già un'esecuzione definitiva, anche se al termine può esserci qualche ritocco di concertazione.
Il vero direttore non vien fuori però nemmeno nella prova generale, ma solo nell'esecuzione pubblica, nella quale una larga fetta di ciò che è stato studiato rimane inalterata e, una piccola fetta risulta del tutto imprevista La presenza degli spettatori crea una tensione nuova, che il direttore deve saper governare.
E qui, ad esempio, Fuitwängler era imbattibile, mentre in fase di lettura e di concertazione era secondo a parecchi. E qui era oressoché imbattibile Hans Knappertsbusch. Knappertsbusch era fermamente legato alle tradizioni interpretative della cultura tedesca ed era abituato a lavorare in teatri o presso istituzioni sinfoniche con programmazioni a repertorio e con folte preve di assistenti.
Quella larga fetta sicura gli andava quindi bene così com'era sempre con qualsiasi direttore di tradizione. E quell'altra fetta non sicura, in cui lui si muoveva da dominatore, non poteva averla che all'esecuzione pubblica. Perciò, in pratica, provava meno che poteva, o per niente.
Una volta venne in Italia per dirigere due Sinfonie di Beethoven. Provò qualcosa qua e là, e mandò tutti a casa (il direttore stabile, si capisce, aveva prima preparato l'orchestra). Knappertsbuch cominciò il concerto con l'Eroica. Ma alla prova non aveva detto se intendeva fare o non fare il ritornello del primo tempo. Così, alla barra del ritornello, metà orchestra tornò da capo e metà andò avanti, con il risultato che Knappertsbusch dovette fermare lßesecuyione. "Da capo senza ritornello", disse in italiano con fortissimo accento tedesco. E poi, in tedesco, tra sé e sé, ma abbastanza forte da asere udito: "Quella prova di m...".
Nel concerto a Lugano che pubblichiamo Knappertsbusch avrà borbottato qualcosa anche di peggio all'inizio della Seconda Sinfonia di Brahms. Capitò l'imprevisto, e lui, per una volta tanto, non riuscì a dominarlo. Per tutto il resto della serata fu degno della sua fama di capitano di lungo corso che, senza cercare rotte nuove, sa, in una rotta conosciuta, far fare ai suoi passeggeri un viaggio meravigliosamente emozionante, anche se non si è preoccupato della pulizia dei motori.
Piero Rattalino
(1995 Ermitage)