Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

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venerdì, novembre 01, 2024

Maria Tipo: First Lady del Pianoforte

Maria Tipo (1931)
Maria Tipo da oltre venticinque anni vive nei dintorni di Firenze, in una splendida villa che domina un paesaggio da mozzafiato della città con l'Arno a gomito. Ci accoglie con affabilità e franchezza tutta napoletana nel grande salotto di casa, accanto allo studio in cui troneggiano due pianoforti a coda letteralmente coperti di fotografie di grandi artisti, maestri, colleghi, amici, allievi. Sorseggiando lievemente un thè, comincia il racconto.

Come si è avvicinata alla musica?
È molto semplice, mia mamma era pianista e compositrice. Sicché io ho sentito musica prima di nascere: pensi che io sono nata alle 3 di notte e mia madre aveva suonato fino a mezzanotte, con il pancione. Probabilmente ho ereditato il suo talento. All'età di tre anni e mezzo, sono andata io al pianoforte, da sola, e ho cominciato a trovarmi le musichette, dei motivi, le scale. Sentivo gli allievi della mamma che dava lezioni e ho cominciato ad imitarli. Una sera la mamma è tornata a casa e ha sentito suonare il pianoforte. Ha chiesto a mio padre di andare a vedere chi fosse: ero io che mi ero sistemata i cuscini perché non arrivavo alla tastiera e avevo suonato, pare, tutto il pomeriggio.
Non è stata costretta?
No perché ero troppo piccola. La mamma ci aveva provato con le mie sorelle maggiori ma aveva rinunciato. A me non aveva ancora pensato perché non si mette al piano un bambino di tre anni e mezzo. A quattro anni feci il mio primo concertino fra gli allievi della mamma, e suonai un brano della Sonata op.49 di Beethoven. Quando vedo dei bambini di quattro anni, mi chiedo ancora: come facevo? Per fortuna non fui sfruttata come enfant-prodige. Studiavo seriamente e ogni anno suonavo per gli amici di famiglia in salotto e mi meravigliavo che la gente si commuovesse ad ascoltarmi: per me era così facile.
La teoria musicale l'ha studiata più avanti?
Sì, sempre con la mamma. Feci il quinto prima della guerra. Prima del diploma però, partecipai al Concorso di Ginevra: avevo 16 anni e qualcuno decise che ero pronta per un concorso internazionale. Andai e vinsi. Quando tomai a Napoli mi diedero il diploma "ad honorem".
Quindi non ha mai frequentato il Conservatorio?
No, mai. Ho avuto la fortuna di trovare in mia madre una musicista completa che mi ha trattato come un'allieva normalissima, non come un fenomeno. Ero una ragazzina dotata che studiava, studiava: solo al Concorso di Ginevra presi coscienza del mio stato, e da quel giorno cominciai uno studio ed un approfondimento della musica che mi investiva in prima persona, perché, improvvisamente, c'erano i concerti da fare.
A quale scuola pianistica apparteneva sua madre?
Al Conservatorio era stata allieva di Romaniello, un allievo di Anton Rubinstein, al tempo in cui Martucci era direttore. Poi conobbe Ferruccio Busoni e si fece ascoltare da Paderewski in America. Ebbe modo di ascoltare tutti i più grandi, da Hoffmann a Lhevinne. Quando le parlavo dei grandi di allora, Benedetti Michelangeli, Horowitz, lei non si stupiva più di tanto: aveva ascoltato dei grandissimi.
Quali furono i primi contatti con altri musicisti?
Il primo fu con Alfredo Casella: quando avevo nove anni mia madre, che era molto critica, volle portarmi da lui. «Io sono la mamma, forse stravedo». Casella mi ascoltò e disse «Non perdere tempo, devi fare subito Beethoven, subito le grosse sonate, Liszt, gli studi di Chopin». Dopo qualche anno, prima del Ginevra, studiai un intero anno con lui a Roma. Molto repertorio, i classici e soprattutto Mozart. Tutto il lavoro sul suono che avevo fatto a casa, con lui venne confermato e portato a perfezione. Purtroppo morì, e allora continuai per un po' con Guido Agosti, un  altro grandissimo maestro. Poi venne il concorso e quindi la carriera.
Qualche ricordo musicale della sua infanzia?
Non molti, perché mia madre non mi portava molto ai concerti: si era come un po' distaccata dal mondo musicale. Ricordo l'impressione che provai all'ascolto di Arturo Benedetti Michelangeli e di quello che riusciva a fare in Ravel. Poi i concerti di Rubinstein e di Kempff, o i concerti di Franco Ferrara alla Scarlatti.
Come si svolse il Ginevra?
A Santa Cecilia c'era la possibilità di vincere una borsa di studio per coprire le spese del Concorso: andai ma non la vinsi. Tutti dicevano che suonavo benissimo ma che non avrei mai potuto partecipare a un concorso così grosso. Mia madre non si diede per vinta e organizzò un concerto privato al Cenacolo Belvedere; dopo il concerto fu organizzata una specie di colletta per pagarmi le spese del concorso. Ci andai con una responsabilità enorme. Per fortuna vinsi all'unanimità.
Qualche ricordo particolare di quella esperienza?
Mio padre aveva seguito coscienziosamente le prove di tutti gli altri concorrenti e si era accorto che tutti suonavano Bach in modo molto diverso da me. Io l'avevo lavorato molto con mia madre, con tempi originali, accenti particolari: lei mi disse di suonare come avevo sempre fatto, ma di osservare la giuria mentre suonavo Bach. Appena cominciai la Seconda Partita in do minore con i miei tempi larghi, li vidi guardarsi in faccia. Era già un buon segnale. Continuai con la Seconda Ballata di Chopin ed il resto del programma. Alla fine la giuria si alzò in piedi ad applaudire: una cosa straordinaria, era successo solamente per Michelangeli qualche anno prima.
Chi c'era in giuria?
Ricordo Malipiero, il compositore, ed Edwin Fischer, che a mia madre disse: «Pochi concerti, signora, mi raccomando. Musicalmente nessun consiglio, è perfetta così com'è››.
Cosa si vinceva?
Una somma in denaro molto modesta. Poi qualche concerto in Italia, non molti, per fortuna. A Ginevra mi avvicinò un famoso impresario americano, lo stesso di Friedrich Gulda che aveva vinto qualche anno prima e che mi voleva per una lunga tournée in Sud America. Mia madre reagì «Cosa? Mia figlia in America? No, si torna a casa a studiare, punto e a capo». Ci rimasi molto male, ma aveva ragione. Fino ai 20 anni feci pochi concerti, magari pagati poco, ma solo quelli giusti, a Trieste, Roma, Milano. Quando avevo 20 armi mio padre tornò a casa col bando del Concorso di Bruxelles dicendo: questo fa  per te, c'è anche un concerto da imparare in 8 giorni, un pezzo moderno in due mesi. Vinsi solo il terzo premio, ma in commissione c'era Rubinstein che dopo il concorso mi disse: «Qui ci vuole lavoro, comincia 1'America sul serio, non sei più una ragazzina». Parlò con il suo impresario Soul Hurok, il quale dopo un'audizione a Parigi mi scritturò immediatamente. E lì è cominciata la botta: per dieci anni ho fatto la concertista a tempo pieno. Tournées incredibili. Dai venti ai trent'anni ho fatto solo concerti in tutto il mondo, a ritmi massacranti. La mia vita di donna non esisteva quasi più. Un anno sono stata 4 mesi in America per fare 60-70 concerti. Prima il Nord America, poi il Sud America, sempre in viaggio, aerei, bagagli, mai un attimo di tregua, per anni non ho conosciuto l'estate. Grande successo, grandi concerti, grande soddisfazione, però a un certo punto mi sono chiesta: deve essere così tutta la vita? Fare la valigia e partire? Suonare e viaggiare? Facevo degli incontri importantissimi e il giorno dopo si ripartiva... No, non era possibile. Bisognava vivere, avere dei guai, avere dei figli, un marito, insomma, una vita normale. Dopo i trent'anni la mia è stata una lotta continua per riappropriarmi della mia vita privata.
Ricorda qualche incontro particolare di quel periodo, qualche direttore d'orchestra con cui ha suonato?
Molti che non ci sono più, purtroppo. Ernest Ansermet, con cui suonai in Eurovisione da Ginevra il Terzo di Prokofiev, Karl Böhm, importantissimo perché i primi concerti di Mozart li ho suonati con lui. Non mi diceva niente, solo che era perfetto come io suonavo Mozart. Mi ascoltò a Napoli e mi disse: «Devi assolutamente venire in Germania a far sentire ai tedeschi come si suona Mozart». Oggi consideriamo Böhm un interprete molto rigido, molto "tedesco", ma a lui piaceva il mio Mozart "latino›". Ho suonato anche con il grande Erich Kleiber, con Jonel Perlea, con cui incisi un disco per la Vox, con Sir John Barbirolli, con Fritz Reiner, con cui debuttai nel Quarto Concerto di Beethoven a Chicago. Non ho nulla da raccontare su questo grande, perché a lui sembrava fantastico che io suonassi così. Era un uomo di poche parole e di gesti piccolissimi.
Ha mai avuto qualche scontro?
Una volta con Wolfgang Sawallisch, forse perché è anche un ottimo pianista. Lui era molto giovane, io pure, dovevamo suonare il K 503 di Mozart a Bruxelles. Non gli piaceva come concepivo il concerto. Era nervoso, ad un certo punto mi chiese a bruciapelo: «Con chi ha studiato?›› Ci rimasi male, però il concerto fu bellissimo. In effetti non ci fu proprio uno scontro. Anche a Isaac Dobrowen piacque come io suonavo. Forse suonavo bene!
Questo è sicuro! A volte però per visioni interpretative distanti si può anche litigare.
No, questo mai. Certo, ero molto aperta, molto pronta ad apprendere qualunque cosa. Certo, ispirazioni da altri artisti le ho ricevute, da Rubinstein per esempio, che per me  era sempre grande.
Lo ha conosciuto bene?
Sì, l'ho conosciuto a Bruxelles dove era in giuria. Alla fine mi disse: "Per me lei era il primo premio. Però, mia cara, le colleghe donne (Marguerite Long e Magda Tagliaferro) probabilmente non hanno votato per lei. Il vincitore? Lo conosco già, un gran pianista, però per me la rivelazione del concorso è lei, con quel suono!". Dopo la premiazione volle ascoltarmi ancora privatamente: gli suonai molti pezzi che non erano in concorso per tutto un pomeriggio.
Le diede qualche consiglia sulla carriera?
L'unico consiglio fu di "andare in America, ma dalla porta grande". Lo rividi a New York e poi due volte a Parigi. Una volta era a Firenze e venne a sapere che avevo avuto una bambina e che l'avevo chiamata con lo stesso nome di sua figlia, Alina (ma in realtà era in onore di una mia cara amica di Trieste). Passò dal fioraio e mi mandò un grandissimo mazzo di rose con un biglietto: «Ho saputo che hai avuto questa bambina, Alina, è meraviglioso!››. Era un uomo particolare. Dopo la sua morte sono rimasta molto affezionata a sua moglie Nella. Quando suono a Parigi, lei viene sempre ad ascoltarmi.
Quanti concerti riusciva a fare in quel periodo?
Anche 150 per anno, in tutti i paesi, in tutte le università americane, con tutte le orchestre. Troppi. Certe volte tornavo in Italia e pensavo: come, fra pochi mesi si comincia di nuovo? Vedevo che mi mancava il tempo di preparare le cose come le volevo io. Certe volte partivo e sentivo di non essere pronta.
Quindi a volte ha conosciuto la paura?
La paura sempre, ci convivo con la paura! 
Non lo si direbbe ascoltandola in concerto.
Perché non lo mostro.
Cos'è la paura?
Credo che venga dal desiderio di volere fare molto bene, di volere fare meglio, e la paura insorge perché si sa che il concerto ogni volta è un fatto nuovo, è un quadro che tu devi fare lì per lì, alle 9 e non alle 9,15 0 alle 8,30. E devi essere pronta perché devono riuscire tutte queste cose che tu vuoi fare; basta una nota sporca e quello che si voleva fare non viene. Chi ha coscienza di ciò deve per forza avere paura, ogni volta può succedere un  imprevisto: la sala, l'acustica, il pianoforte, come ci si sente. Alla fine di ogni concerto in cui sono contenta mi dico sempre «è un miracolo», e quasi lo considero un fatto straordinario che il concerto sia venuto bene.
Qualche volta si è tirata indietro per la paura?
Mai, se succede una volta poi ti succede sempre. No, è una sfida. Gli ultimi dieci minuti prima di entrare in scena sono tremendi. Certe volte pensi che sarà un disastro e allora speri che succeda qualcosa, che il concerto venga annullato: mancherà la luce, verranno a dirmi che il concerto non si fa. E quello sarebbe un sollievo alla paura.
Un suo grande collega spesso annulla il concerto adducendo le scuse più incredibili, l'umidità dell'aria, l'accordatura del piano. Invece è forse la paura che lo blocca.
Sì, l'ho sempre pensato anch'io. Mi sono sentita molto vicina a lui perché è un perfezionista, lavora al pianoforte fino all'ultimo a perché pensa che qualcosa non gli verrà bene. E allora ha il coraggio di annullare. Io non l'ho mai fatto. La volta che ho avuto più paura poi sono venuti a dirmi in camerino che è stato il più bel concerto della mia vita. Quando invece sono tranquilla, il concerto viene così così.
Sente la necessita di suonare in pubblico?
No. La risposta la delude?
È interessante perché credevo che fosse nata per suonare in pubblico.
Io no, l'ho fatto perché dovevo farlo, perché mi ci sono trovata dentro molto giovane, perché quella era la mia vita, il mio lavoro. Non ho saputo fare altre cose. Mi sono detta spesso: se fossi molto ricca, forse lascerei. Mi ha sempre molto pesato tutto il contorno: i viaggi, il fatto di trovarmi sempre in un posto diverso. A me piace stare nel mio cantuccio. Ho fatto tutto con sforzo. Poi il fatto di mostrarmi in pubblico non mi è mai piaciuto.
Non è esibizionista?
No.
È una delle doti di un concertista.
Purtroppo. Lo vedo anche nei miei allievi: quello più esibizionista avrà la vita più facile, perlomeno sarà più felice. Io soffro sempre da morire. C'è invece chi mentre suona si bea, ed è certo più felice, perché si ama. Io sono sempre in crisi, mi critico mentre suono, sono piena di dubbi.
Ancora oggi?
Sì, perché dovrebbe essere il contrario? Oggi chi me la dà la sicurezza? L'età? Sì, c'è un passato, però ogni giorno è un giorno nuovo. Quando entro in pubblico debbo fare come fossi in una scena, e allora ho un'aria che sembra...
Da dominatrice.
Me la impongo. Non posso avere l'aria da intimidita. Percorro quei fatidici dieci passi fino al seggiolino del pianoforte. Sono dieci passi importanti, sono molto decisa, molto determinata, vado con un passo sicurissimo perché questa cosa deve succedere, l'ho pensata, ho lavorato per questo. Sarebbe una delusione tremenda se tornassi indietro. Sono già nel concerto, ci sono dentro già nel camerino mentre mi vesto, mentre mi preparo.
L'artista pubblico dovrebbe provare piacere nel suonare.
Certo, quando suono mi piace molto, ma il farlo davanti agli altri è un'altra cosa. Le gioie che io provo da sola, quando scopro le partiture, le suono e poi studio per farle venire bene, questo è un momento meraviglioso per me. L'altro no, è una responsabilità.
Potrebbe stare senza musica?
Tutto si può fare. Certo, non mi ammazzerei, l'ho sempre pensato che può venire un momento in cui potrei non suonare più. In questo non mi illudo: la musica per me non è una droga.
Cosa le fa superare tutte le difficoltà della carriera? Il denaro, la fama, l'applauso? Oppure l'amore per la musica?
La consapevolezza che in fondo io ho ricevuto delle doti in eredità, non è né una colpa, né un merito. Sono nata per fare questo. E lo faccio con forza di volontà, di carattere.
Quali sono i principali problemi per una donna concertista?
L'uomo può pensare alla carriera al 100%; la  donna invece è nata per fare altro, la famiglia, quindi se per caso ha del talento, deve fare l'uno e l'altro. Io mi domando, quanti uomini avrebbero potuto fare quelle carriere che hanno fatto se avessero dovuto fare figli, badare alla casa, al marito, alle mamme, ai vecchi, ai nipoti? Noi non lo sappiamo ma chissà quante donne hanno rinunciato: per una che ne arriva ce ne sono 80 che restano indietro, di questo sono sicura.
Quando incise il suo prima disco?
A New York, nel 1952, alla Vox Turnabout.  Scelsero Scarlatti, che è sempre stata la mia specialità. In America lo aveva fatto solo  Horowitz e la pianista brasiliana Guiomar Novaes. Mi diedero tre giorni per incidere.  Bastò una seduta sola, perché suonai tutto di  seguito, senza interruzione, 12 Sonate, perfette. I tecnici mi dissero che alla Novaes non erano bastati tre giorni per tre sonate, e io le avevo già incise. Fu un'esperienza elettrizzante. Il disco ebbe un grandissimo successo: lo hanno ristampato l'anno scorso in compact disc assieme ai due concerti di Mozart con Perlea.
Ascoltò Horowitz in quel periodo?
Sì, certo.
Si può dire che lei abbia appreso qualcosa da lui?
No. Non l'ho mai imitato. lo ho un altro tipo di tocco. Certo lui le ha suonate come un grande, ma io ho la presunzione di dire che nel mio modo di suonare Scarlatti c'è una componente di "napoletanità" che a lui manca. Ci sono probabilmente cose di Scarlatti che per me sono congeniali, il fraseggio, la cantabilità tipica della canzone napoletana, il ritmo spagnolo. Horowitz è sempre stato russo e, comunque, tra quelli che suonano Scarlatti è il migliore.
Come studia? Se studia ancora, perché Richter, per esempio, dice che lui non ha mai studiato, ha sempre solo suonato.
Beato lui! Esiste una pratica, c'è un allenamento, una maniera di accostarsi già al mattino. Intanto devi sentirti sciolto, e quindi io comincio sempre con delle scale, delle ottave, per prendere contatto con la tastiera. Io sono distratta e non potrei sedermi al pianoforte e iniziare subito una "111" di primo mattino. E allora muovo le dita così e intanto mi sciolgo, e questo fa molto bene.
Lo fa sempre?
Quasi sempre, e anche i miei allievi: del resto una ballerina non fa un po' di sbarra prima di ballare? E un atleta non scalda i muscoli prima di correre? Basta un quarto d'ora, dieci minuti e dopo puoi cominciare a lavorare al concerto che devi preparare. Io lavoro bene alla mattina, al pomeriggio già sono più distratta, la sera quasi mai.
Si favoleggia che Michelangeli studia solo di notte.
Perché, Martha Argerich no? Comincia a mezzanotte, quando noi abbiamo salutato gli amici, e studia fino alle 6 del mattino. Poi va a letto e chi la vede più fino alle 4 del pomeriggio? Avendo questi ritmi per lei è tremendo andare a fare le prove con l'orchestra alle 10 del mattino, è come alzarsi alle 3 di notte. A me di sera mi piace leggere, mi piace parlare con gli amici. Ma non sono fissata. La musica mi piace da morire, però mi piacciono anche altre cose, il cinema, il teatro, la lettura, insomma mi piace vivere, stare da sola, stare zitta, pensare senza fare nulla, sola con i miei pensieri.
Quando sente di non avere più bisogno dello spartito?
Per pigrizia certe volte. Certe volte non lo apro addirittura perché sento che può già venire; comincio e mi viene a memoria quasi naturalmente. Poi lo riapro per verificare qualcosa. Ma non mi sono mai imposta di imparare a memoria.
Secondo lei per un pianista è importante suonare a memoria?
Mi pare di sì. Ci ho ragionato: ad una certa età la memoria si perde anche, soprattutto si perde quella recente. Per esempio io le posso suonare perfettamente delle cose studiate a 15 anni, a 20 anni, a 30, è come se fossero rimaste incollate. Quello che io ho imparato dai 30 anni ai 40 è semi-incollato, dai 40 ai 50 anni al 25%, dopo i 50 anni di quello che ho imparato niente resta incollato. Devo riprendere la musica. Suonare a memoria è bello perché è una conferma che la cosa la sai veramente, è tua.
Richter dice che è ingiusto suonare a memoria perché si perde tanto tempo.
Richter può suonare come vuole, nessuno può permettersi di discuterlo. Lui invece si giustifica con quella dichiarazione che fa pubblicare sui programmi di sala: la trovo assurda. Io ho una figlia violinista che suona a memoria il quartetto. Fino a quando lo potrà fare, è molto bello. Certo un domani, quando avranno 50, 60 quartetti in repertorio, verrà un momento in cui non lo potranno più fare.
Ha fatto musica da camera?
Per dieci anni ho fatto tutto il repertorio pianistico a quattro mani e per due pianoforti con Alessandro Specchi. Poi ho suonato con Salvatore Accardo e il suo Quintetto, con il Quartetto Amadeus e con Uto Ughi. Niente con il violoncello. Mi è mancata anche 1'esperienza del Lied, e mi dispiace molto. Con Uto Ughi abbiamo fatto molti concerti, abbiamo inciso anche due sonate di Mozart. Con lui c'era in progetto l'incisione integrale delle Sonate di Mozart e di Beethoven, ma problemi contrattuali con le relative etichette ce l'hanno impedito. È uno dei grandi rimpianti della mia vita, perché con Uto mi sono trovata musicalmente bene, è un artista che adoro, e penso che anche lui si sia trovato bene con me.
Quando ha cominciato a insegnare?
Dopo i trent'anni. Dopo il matrimonio ho insegnato al Conservatorio di Bolzano e poi per 15 anni a quello di Firenze. Poi l'ho lasciato perché non ho voluto rinunciare alla mia attività concertistica e alle master class. Poi ho insegnato a Ginevra. Oggi insegno solo ai corsi di Fiesole, nella Scuola di Piero Farulli.
Si è mai trovata a dovere insegnare a qualcuno che proprio non sa come mettere le mani sulla tastiera?
Andrea Lucchesini l'ho messo io al pianoforte a sei anni. Faceva qualche canzonetta con una sinistra messa male, ma aveva già un orecchio straordinario. L'ho avuto in Conservatorio fuori orario perché a quell'età non si poteva prendere. D'accordo col direttore dicemmo: il ragazzino vale, teniamolo come uditore; io però gli facevo lezione lo stesso. Mi divertiva mettere al piano un bambino così dotato. È molto più difficile quando ti arrivano certi talenti che sanno già suonare ma che tecnicamente sono un disastro. Lì bisogna tornare indietro. E qualche volta ci si riesce.
Parliamo della sua famosa incisione delle Variazioni Goldberg di Bach. Quando ha cominciato a suonarle?
Ho cominciato verso i 35 anni, senza pensare di portarle in pubblico. Fu determinante 1'uscita del disco di Glenn Gould. Avevo ascoltato un'esecuzione anni prima al clavicembalo, ma non ne avevo afferrato la bellezza. Glenn Gould me le fece scoprire, poi divenni pazza per l'esecuzione della Landowska, finché decisi di studiarle. Poi qualcuno mi propose di farle in pubblico.
Con tutti i ritornelli e senza intervallo?
Certamente. Capii subito che non si poteva fare che così. Qualche collega le suona senza ritornelli e magari fa seguire una Sonata di Schubert. Lo trovo assurdo. Pensi che una volta in Olanda ho dovuto pagare io il bar perché senza l'intervallo loro non potevano lavorare.
Qualche anno fa ha intrapreso un imponente lavoro con la Fonit Cetra per l'incisione dell'integrale di Clementi. Per il pubblico lei è ancora un po'...
La Signora Clementi.
Le pesa questa specie di etichetta?
No, mi piace, io sono un'innamorata di Clementi, penso che l'avrei sposato se fossi nata nella sua epoca. Ho sempre suonato Clementi, mi piace, Lo trovo spiritoso, lo trovo intelligente; mi piace la sua maniera di affrontare il pianoforte, è il «Beethoven un po' prima» e io sono molto fiera che sia italiano. Mi dispiace che gli italiani non lo suonino. Degli stranieri solo Horowitz l'ha amato e l'ha reso in un modo fantastico. Mi ero impegnata a fare l'opera completa, ma il lavoro si è fermato al quinto volume perché non c'erano più soldi. Poi due anni fa ho fatto un compact con la Emi con alcune sonate fra le più belle.
L'ultimo disco?
L'integrale dei Notturni di Chopin.
Progetti per il futuro?
Forse il Clavicembalo ben temperato, qualcosa di Schumann. Ma non c'è ancora niente di definito.
Coltiva qualche hobby?
La mia casa, i fiori. Amo gli oggetti, i mobili. Poi la montagna: ora ho una casa sull'Appennino pistoiese, a un'ora e mezza da qui. Ci muoio dietro. Ho amato le Dolomiti per una vita ma per avere una casa erano troppo lontane. Sull'Appenino invece ho conosciuto Cutigliano, un paesino medioevale da sogno, sui 700 metri. Io sto un po' più in alto,  sui mille metri. Un paradiso. Vorrei stare sempre lì.
Una napoletana che ama la montagna? E il mare?
Il mare è stata la passione della gioventù, poi passa, viene un momento in cui bisogna meditare e il mare non aiuta a meditare.
Alberto Spano
("Symphonia" N° 45 Anno V, dicembre 1994)

venerdì, luglio 23, 2021

Friedrich Gulda: "So cos'è la brutta musica e odio ascoltarla"

Incontriamo Friedrich Gulda alle prove del suo concerto al Teatro Comunale di Bologna per la stagione di "Musica Insieme" dove è solista e direttore dell’Orchestra da Camera di Bologna: in cartellone due proprie opere, "Concert for myself" e Fragments of "Paradise’s Island", quest’ultima in prima esecuzione per l'Italia (13 maggio 1991). Con lui il Coro Giovanile di Salisburgo, il sassofonista Harry Sokal, Mitch Watkins (chitarra), Wayne Darling (basso elettrico) e Michael Honzak (batteria).

Come si trova con l’orchestra?
Mi trovo bene. La prima volta che sono venuto in questo Teatro ricordo che il tendaggio e le poltrone erano di colore rosso. Era molto tempo fa. Sono rimasto molto sorpreso che fosse verde, e gradevolmente sorpreso anche che suonasse così bene. Ho assistito per una decina di minuti alle prove di Riccardo Chailly con l’Orchestra del Teatro Comunale per il concerto dedicato a Giuseppe Martucci: un ottimo risultato. Ho notato subito che c'è una buonissima acustica e un'ottima orchestra. Anche l’Orchestra da Camera è buona, giovane. Sono molto contento, mi intendo molto bene con il "concertino".
E' contento di essere a Bologna?
Sì, soprattutto perché mi è stata data l’opportunità di decidere il programma all'ultimo momento, con musiche il più recenti possibili. Qualche pezzo dei frammenti è recentissimo, e per fortuna ho trovato due cantanti che mi piacciono per i due ruoli. Li ho trovati solo alcune settimane fa: Gail Gilmore la conoscevo solo di nome, e Phil Edwards, il cantante nero, che conosco da molto più tempo. Ho pensato di invitarlo nel contesto di questo progetto e questa è la prima volta. Ma tutto ha preso forma solo nelle ultime settimane. Per questo sono molto grato all’Associazione "Musica Insieme" che mi ha dato la possibilità di portare un raccolto del più recente.
Ha più paura quando c’è la sua musica?
No, al contrario. Certo dipende dai brani. Per esempio l’esecuzione del "Concert for Myself" è ormai senza rischi: l’ho suonato molte volte, con orchestre diverse ed ha avuto sempre un grandissimo successo. La seconda parte del programma, invece, è, per così dire, sperimentale.
Nel disco Amadeo del "Concert for Myself" c’è una libera cadenza che è intitolata "For me", L'eseguirà anche domani?
Nel disco ci sono punti che sono molto personali. Sul disco ci sono buone informazioni che non saranno sul programma. C'è solo scritto "Free cadenza". Bisognerebbe scrivere tutti i titoli dei pezzi in inglese. Li ho omessi, perché sono molto personali. "Of me" è un po’ fuorviante, perché è chiaro, sono tutte cose mie.
E' un errore?
Per il disco è un’informazione in più. D’altra parte questi titoli erano interessanti per me due anni fa, quando ho registrato. Oggi preferisco scrivere "Allegro, Adagio, Finale" e basta e dimenticare quelle storie così intime, ad eccezione del secondo movimento, "Lament for You".
Chi è "You"?
Ursula, una donna. Le altre cose oggi non si possono capire. Fino a "free cadenza" tutto il resto è riferito a cose che mi riguardano intimamente. E' una specie di monologo continuo, una improvvisazione senza prescrizioni.
A cosa sta lavorando adesso?
Ulrike, la mia amica, ha inventato una storia sulla teoria del Paradiso.
E' stata l'ispiratrice?
E' proprio l’autrice del soggetto, ma è molto lenta. Il soggetto di un’isola felice e dei suoi invasori cominciò ad interessarmi un anno fa. Giorno per giorno sta nascendo l’opera. Il conflitto di cui si parla è il conflitto di ogni giorno, la lotta fra una società conservatrice ed una progressista. Nella storia alla fine c’è una soluzione, che è poi l'accordo dei due mondi.
Adesso preferisce parlare della musica classica o del Jazz?
Cerco di non dover scegliere. Riconosco che esiste un conflitto e che cerco di giungere ad una soluzione. Provo anche con quest’opera che è la storia di due personaggi: la donna è a capo della parte conservatrice ed il giovane uomo è il capo degli invasori. I due si odiano, c'è un conflitto, la guerra. Evidentemente però c’è una forza più forte dell’odio che li attrae e che alla fine li fa innamorare.
Questo conflitto è anche il Suo, il conflitto fra la musica classica e...
...e la musica afro-americana negra.
Però il Suo amore per la musica supera questo conflitto, va oltre.
Sì. E poi è tutta una allegoria che lascia sempre spazio a diverse interpretazioni.
Lei però è nato come pianista classico.
Non sono nato: la formazione era di pianista classico. Ho studiato con il Professor Seidlhofer all'Accademia di Vienna, ho subito finalizzato gli studi con lui.
Ha deciso da solo di studiare musica?
Quando si è bambini non si decide. Mi ha interessato, sono stati i genitori però a condurmi gentilmente alla musica: hanno capito subito che ero dotato e hanno detto "proviamo!" Pianoforte, teoria, storia della musica, tutto. Anche loro erano musicisti, dilettanti, mio padre violoncellista, mia madre pianista. Decisero che mia sorella ed io andassimo a lezione di musica. Io avevo 8 anni, mia sorella 10. Lei però ha abbandonato gli studi perché si è notato molto presto che tutto il talento dei genitori era concentrato in me. Decisero di fare smettere lei e dare a me una formazione veramente completa. Però la decisione non fu mia perché, ripeto, un bambino non decide.
Studiava volentieri?
Sì, qualche volta meno. Ma non ho avuto difficoltà nello studio.
Fu un bambino prodigio?
Non proprio, nel senso che non ho fatto concerti a sei anni. Ho cominciato la carriera quando ero molto giovane. Ho vinto il Concorso di Ginevra a sedici anni. La prima tournée fu tutta italiana, evidentemente. Ai primi quattro concerti, avevo quasi diciotto anni, ero completamente solo. Una agenzia a Milano si interessò a me perché avevo vinto il Ginevra e mi procurò i primi concerti a Verona, a Torino e in qualche altra città.
Ha un buon ricordo del concorso?
Il ricordo è abbastanza chiaro. Per me fu una sorpresa perché nessuno, me incluso, aveva mai creduto che potessi vincere. Mi hanno preso solo perché si dissero: "perché no?". Ero magrissimo, mangiavo molto poco. Pensarono che un bambino deve mangiare in Svizzera almeno una volta e allora si dissero: prendiamolo, lasciamolo suonare, non si sa mai. Però nessuno, né il Professore o l'Accademia o me stesso, ha avuto mai idea che potessi vincere.
Neanche il Suo maestro?
No. Può darsi che segretamente, naturalmente lo sperasse. Però la chance che mi hanno dato era zero, fu una gran sorpresa. Io sapevo di aver suonato molto bene, però non sapevo che suonare bene bastasse per
battere 77 avversari.
Ascoltò gli altri?
Sì, mi ricordo del secondo premio, era un italiano che si chiama Paolo Spagnolo. Esiste ancora?
Sì, ha fatto una buona carriera.
La giuria non era idiota: Magaloff, Lipatti, Weingarten di Vienna, Ansermet, tutta gente che sa.
Quindi i concorsi vanno bene quando le giurie sono intelligenti?
Sì. Durante la guerra non c'era il concorso internazionale svizzero; l’ultimo concorso internazionale prima della guerra, nel 1939, è stato vinto da Arturo Benedetti Michelangeli.
Dopo questo concorso si è sentito catapultato nel mondo concertistico?
Sì, era molto facile. Ho dovuto solo amplificare molto e rapidamente il repertorio. Io sono veloce con la memoria: mi ricordo che quando avevo 23 anni conoscevo solo otto Sonate di Beethoven e ho deciso, in un colpo di ambizione folle, di apprendere le altre 24, studiando un movimento al giorno. Ci ho messo tre mesi, ho lavorato come un pazzo. Mi sono dato un termine, una data, per avere lo stimolo: sapevo che dovevo fare il primo ciclo completo a Francoforte per il settembre-ottobre di quell'anno. Mi sono messo lì e mi sono immerso in questo enorme studio.
Studiava solo quello?
Sì. Ricordo che questa è l’ultima cosa che ho preparato col mio maestro: non ho avuto il coraggio di suonare un pezzo nuovo sulla scena per il pubblico per molto, molto tempo, senza la benedizione del mio vecchio maestro. E l’ultima cosa che ha fatto per me è stata di darmi questa benedizione e molti consigli preziosi per il ciclo beethoveniano.
Correva l'anno 1953. Fu salutato come un evento dalla critica, fu un successo enorme.
Sì.
La paragonarono subito ai grandi interpreti della tradizione viennese, Schnabel, Backhaus, Kempff. Lei ha conosciuto questi grandi pianisti?
Sì, Backhaus l’ho ascoltato; in quegli anni dissero - correttamente o meno - che ero il suo successore.
Si sentiva in debito con Backhaus?
No, mi sentivo invece in debito, e molto, con la tradizione viennese che era per me personificata nella figura del mio maestro Seidlhofer dell’Accademia di Vienna.
Cosa vuol dire tradizione viennese? In che cosa si esplicita? Nel fraseggio?
E' una tradizione di suonare il piano che ha come centralità lo studio delle opere classiche di Haydn, Mozart, Beethoven, Schubert e Brahms, opposta alla scuola russa o americana, che si dedica a condurre l'allievo a essere capace di suonare Ciaikovskij, Chopin, Liszt, considerati il massimo livello pianistico. Da noi si dice sempre: impara a suonare Haydn, Mozart, Beethoven e Schubert e quando sai suonare questo saprai suonare anche tutte le altre cose.
E' vero?
Sì, lo credo. Pero più tardi mi sono interessato alla scuola opposta, quella di Rubinstein e Cortot e anche in parte a Benedetti Michelangeli: erano molto diversi. Io però sono sempre stato fedele alla tradizione viennese, assieme ai colleghi della mia generazione come Brendel, Buchbinder, che è un po’ più giovane oppure ai meno noti Badura Skoda, Demus, o Walter Klien, che è morto di recente.
Lei ascoltava i dischi di Backhaus?
Sì, però molto criticamente. Il mio professore li ha usati principalmente per dire a noi allievi come non si dovesse suonare: "Questo famoso Backhaus fa questo che non è in ordine, più avanti è in ordine...". Si avvicinava ai grandi pianisti - come Backhaus - con uno spirito molto critico, che trasmetteva ai suoi allievi. Diceva sempre: "Prendete ciò che è buono in ognuno dei grandi, ma io vi aiuterò a capire ciò che è buono ciò che non è.
Il Suo maestro era pianista concertista?
Ha suonato, ma non era un concertista famoso. Era un pedagogo dedicato esclusivamente all'insegnamento, ma di prima classe.
Quale fu il rapporto con lui? L’ha mai odiato?
Per me è una figura paterna. Non l’ho mai odiato. Gli sono molto grato, anche se c’è voluto molto tempo per staccarmi da lui, per tagliare il cordone ombelicale.
Quando successe?
Verso i 25 anni, ma non fui io a tagliarlo. Semplicemente finì il rapporto in modo naturale. Avevo bisogno di crescere da solo ormai. E' stato un rapporto molto lungo con lui, ma molto bello.
E' morto?
Sì, circa dieci anni fa.
Adesso Lei insegna?
No. Io odio l'insegnamento, e le dirò anche il perché: perché odio la cattiva musica, e gli allievi fanno tutti cattiva musica. Io sono un anti-pedagogo. So cos'è la brutta musica, e odio ascoltarla. Non ho allievi perché so che farebbero cattiva musica e odierei ascoltarli.
Martha Argerich è stata sua allieva però.
Si, a Vienna, ma lei è un caso particolare. Io ero molto giovane e lei una bambina. Fu un’eccezione.
L'unica?
Quasi. Ce n'erano anche alcuni altri, ma in nessun caso c'era il piacere di ascoltarli. Nel caso della Argerich non si trattava di lezioni come di solito si crede: successe che mi persuasero a tenere una master class al Mozarteum di Salisburgo, ed ancora non so perché accettai. Avevo 12 iscritti, dieci mediocri e due interessanti, Martha Argerich e Claudio Abbado che a quel tempo voleva diventare pianista. Era allievo di Carlo Vidusso. La Argerich entrò in classe e suonò Chopin come un’invasata, mentre Abbado era in crisi, stava entrando in un abisso di disperazione, perché capiva che avrebbe potuto studiare 25 ore al giorno ma non sarebbe diventato mai un buon pianista. Il problema era che voleva diventarlo. Venne da me, ma io ero molto giovane... Fui molto crudele con lui, i giovani sono molto crudeli. Gli dissi che sarebbe diventato un buon direttore. Non ebbi pietà o sensi di commiserazione. Gli dissi: "tu sei un musicista, ma non hai talento pianistico". Lui lo sapeva perfettamente: non aveva una naturale manualità alla tastiera.
Poi Lei ha suonato assieme a lui...
Sì, molte volte, più avanti. E' diventato un grande direttore, soprattutto in Mozart.
Andate d’accordo musicalmente?
Fino a un certo punto sì.
Abbado non ha sconfinato dal repertorio classico come ha fatto Lei.
Per questo negli ultimi anni ci siamo un po’ allontanati.
Con quali altri direttori ha lavorato fra i grandi?
Con quasi tutti, ad eccezione di Karajan con cui ho suonato molti molti fa, ma con cui non si fece un buon lavoro. Conoscevo bene Bohm, Szell, Klemperer, più o meno tutti.
Con Leonard Bernstein ha mai lavorato?
No, però l’ho conosciuto.
Ha fatto musica da camera?
Ho suonato per due anni con Pierre Fournier. Abbiamo registrato insieme l’opera integrale di Beethoven per violoncello e pianoforte. Io ero molto giovane, avevo 26 anni, lui ne aveva 40. Era lui il maestro, nel duo era lui il leader.
Com'era Fournier?
Molto gentile, molto forte, però con una gentilezza rimarchevole, molto gentiluomo, nobile.
Lei suona ancora il repertorio classico?
Sì, anche se non non ho molte più ambizioni ormai. Non sono più giovane, ho più di 60 anni e scelgo molto attentamente ciò che voglio suonare. Penso che il mio ruolo di interprete sia ormai finito, perlomeno come attività principale. Potrei solo ripetermi. Non sono sicuro di poter dire delle cose nuove come interprete alla tastiera, e allora preferisco dirigere o scrivere la mia musica. Se devo proprio suonare musica classica, allora suono Mozart.
Schubert no?
Potrei, ma non lo faccio.
Perché proprio Mozart?
Forse perché penso di non averlo suonato abbastanza: ho suonato solo pochi concerti, l'intero ciclo delle Sonate a Monaco, Parigi, anche alla Scala di Milano. Mi piacerebbe ancora farlo.
Non Le piacerebbe suonare Haydn?
Potrei, ma non trovo una buona ragione per farlo. I miei colleghi, che non hanno avuto né la capacità né la volontà di sortire dal contesto classico, li lascio fare le cose che vogliono fare e che fanno molto bene, ma questo mi da ancora più il diritto e l’obbligo di continuare e finire il mio cammino.
In "Paradise’s Island" c’è una citazione testuale dell’Imperatore di Beethoven.
E' una citazione che ha una certa ragione drammatica nel contesto dell’opera in forma scenica, perché in quel punto compare un’immagine del Re di questa isola immaginaria. Il simbolo dell’Imperatore è l’inizio del Quinto Concerto. Questa è la vera ragione di questa corta citazione.
Corta ma bellissima.
La scena è ambientata nel nostro tempo. Poi c'è l'immagine del mondo conservativo, in questa isola di fantasia, rappresentato dall'imperatore e dalla citazione musicale.
Quando finisce la citazione, subito...
Incomincia l'invasione dell'altro gruppo, cosicché il conflitto è già assolutamente chiaro nei primi minuti. Si ascolta e sul piano teatrale si vede anche.
Lei crede che il pubblico capirà questa citazione, o andrebbe avvertito?
Io penso che capisca, perché è una musica con una forza notevole. Anche quella che viene dopo lo è, c'è un clash, il conflitto è inevitabile.
Però Beethoven non è "il conservatore".
A suo tempo non lo era, oggi lo è.
Parliamo della sua integrale di Beethoven del 1970 che fece scandalo.
Non mi ricordo di uno scandalo.
Lei non volle scandalizzare?
No, non ho voluto, e anche in quell'occasione non l’ho fatto. Può darsi che lei alluda al fatto che già allora avevo smesso di usare il frac, ma questo è un dettaglio esteriore.
Quando suona i classici, per esempio Mozart, avendo il Jazz e tutta l’esperienza della sua musica alle spalle, li suona diversamente da allora? Si sente più libero nel suonare Mozart?
Né uno né l’altro: Credo di capirlo meglio perché improvvisando, suonando la mia propria musica, faccio una cosa simile a quella che lo stesso Mozart ha fatto. Quando sono nel suo stile lo sento più vicino per la semplice ragione che, nel mio lavoro compositivo, faccio il suo stesso lavoro. Io improvviso le mie cadenze Jazz, improvvisando, però nello stile moderno. Allora io credo di essere, per le mie esperienze creative di oggi, più vicino a Mozart di molti altri che si contentano di interpretarlo.
Quindi lei non si fa problemi di testo?
Sì, un poco. Io cerco di leggere le edizioni scientificamente corrette, questo sì.
Che cadenze usa nei concerti di Mozart?
Dipende. Quando c'è l’originale di Mozart faccio quello, come nel caso del concerto in la maggiore. Se non c'è suono le mie, come per esempio il Concerto dell'Incoronazione o il K 503. Unica eccezione a questa regola sono le cadenze del Concerto in re minore fatte da Beethoven, perché la cosa è di per se interessante: il signor Beethoven non si interessa minimamente di restare nello stile mozartiano. Beethoven è l’unico che ha il diritto di ignorare lo stile mozartiano. Tutti gli altri, semplicemente, non ne hanno il diritto. E' molto meglio fare una civile copia in stile come faccio io. Il signor Brahms, il signor Reinecke, il signor Liszt non hanno il diritto di scavalcare Mozart.
Ha senso scriverla o è meglio improvvisarla?
In "Concerto for myself" io improvviso, sempre.
In una cadenza, ad esempio, di Mozart, lei improvvisa o la scrive?
Dipende, la cadenza tradizionale nel tempo primo è scritta, con qualche possibilità di cambiamenti minori. Le cadenze piccoline come nei Rondò, le improvviso come faceva Mozart stesso: sono cose tanto facili che non è necessario scriverle.
Lei conosce le cadenze di Magaloff o di Geza Anda?
No, non voglio conoscerle. Ammetto che può darsi che siano buone; ma sono convinto che nemmeno da lontano si possa comparare il talento di chiunque con quello del signor Mozart: è meglio fare una copia stilistica modesta.
Perché suona il clavicordo?
La prima cosa che mi ha interessato di questo strumento è la sua primitività. C'è solo un tasto che tocca le corde. Non ci sono meccanismi complicati come nel pianoforte. E' una macchina che non mi fa paura, con troppe complicazioni. Mi sono sentito quasi come un violinista o come un chitarrista, cioè molto vicino, - fisicamente - alla corda, al metallo che produce il suono. Ho suonato anche alla maniera chitarristica, senza usare la tastiera, suonando la mano sinistra direttamente sulle corde e la destra sulla tastiera. Una tecnica che esisteva anche quando questo strumento era di moda, trecento anni fa.
Dove?
Dappertutto in Europa, era uno strumento casalingo perché il suono era molto contenuto, non era uno strumento da concerto. Bach lo ha suonato e si sa anche che Mozart ha avuto con sé un piccolo "clavicino" che era un clavicordo, anche perché non pesava molto. 15 chili, come ai nostri giorni le tastiere elettriche portatili, quello era un piccolo "keyboard" che non costava molto. Anche questo mi ha interessato. Poi è stato molto difficile studiarlo perché questo strumento è una principessa molto sensibile, non si deve suonarlo male, il tocco è molto diverso, ci vuole molta sensibilità, una sensibilità molto diversa.
Lo ha suonato in pubblico?
Qualche volta: ho inventato un sistema di amplificazione che non distorce il suono originale, con cui posso suonare il clavicordo anche in una sala da duemila persone. Ma all'inizio è stato duro questo lavoro, il suono del clavicordo è molto particolare e sembrava che non sopportasse alcun tipo di amplificazione. E' un po' come una donna, non voleva essere forzato. Poi ci sono riuscito e l'ho portato qualche volta in concerto.
Nel disco del Concert for myself c'è "Le Rossignol en amour".
Forse Couperin l'ha scritto per il clavicembalo ma io credo che sia più adatto per i clavicordo.
Ha mai composto per il clavicordo?
No, ma ho fatto molte improvvisazioni soprattutto suonandolo direttamente sulle corde come ho detto prima.
Lo strumento è originale o una copia?
E' una copia di Neupert, 30 chili, per chilo 100 marchi, 3.000 marchi per tutto lo strumento.
Suona anche il flauto?
Sì, è il mio hobby. Suono il flauto come il vecchio Fritz, il Re Federico, che suonava da buon dilettante il flauto traverso. Adesso non l’ho dietro. Spesso me lo porto con me e lo suono nelle camere d’albergo...
E' molto esigente nella scelta dei pianoforti?
Quando faccio un recital molto importante pretendo uno strumento di prima classe. Ma se suono con l'orchestra o in una piccola band, posso usare anche uno strumento medio. Ma per un recital voglio avere uno Steinway in ottime condizioni, come del resto tutti i miei grandi colleghi. Non si può fare un buon concerto con un cattivo strumento, è impossibile.
Quindi lei non si adatta allo strumento...
Se mi devo adattare a una qualità inferiore, mi adatto, però poi non ritorno.
Ha mai rifiutato concerti per lo strumento?
No, io non sono Michelangeli. Lui certamente ha ragione, però io credo di avere più rispetto della gente. Penso che sia meglio farlo anche se con un po' di sacrificio. Io soffro, ma suono.
Ha molti concerti in questo periodo?
No, mi sto riposando. Vivo in un piccolo paesino vicino a Salisburgo, vicino ai laghi. Faccio il turista anch'io per tutta l'estate. Vedo che la gente viene da lontano per stare in vacanza nel mio paese, allora ho deciso di starci anch'io ogni anno in vacanza, completamente.
La sua musica è edita?
Non tutta: per esempio "Concert for myself" non lo è, perché è proprio "for myself". Non ho l’ambizione di pubblicarlo, perché nessuno può suonarlo, ed io non ho interesse che qualcuno lo faccia. E' proprietà privata. Non c'è nessuna ragione di pubblicarlo, "vietato l’ingresso".
Uno che lo ascolta, può trascriverlo?
Se vuole io ho una partitura, ne esistono due o tre in più, una per il regista televisivo per esempio, però io solo ne dispongo, io solo decido a chi prestarla.
Perché?
E' "private property".
Pero un compositore compone per gli altri...
Sì, però io oggi non ho nessun interesse a distruggere la partitura. Dopo la mia morte sara a disposizione di tutti, so che verrà fatto, ma finché vivo voglio che rimanga proprietà privata.
Anche l’opera?
No, questa è public. Le altre cose sono molto particolari, sono scritte per un certo interprete e muoiono con lui: il "Concerto for Ursula" ha una persona sola che lo può interpretare, Ursula Anders e nessun altro: chiunque può vedere la partitura, però non serve, senza solista non c'è concerto.
E il concerto per violoncello?
Quello è pubblico, edizioni Papageno, Vienna.
Cosa si aspetta dal pubblico domani sera?
Io credo che sarà un gran successo. 
Lo aspetta solo dal pubblico o anche dalla critica?
Non lo so. Ho dei problemi con la critica perché la nostra concezione su quello che è o che dovrebbe essere la musica di oggi è molto diversa. I critici lo sanno e molti di loro credono che il cammino che io ho intrapreso nel mio lavoro di compositore sia sbagliato. Io credo il contrario perché ogni volta che la critica mi ha stroncato, è sempre stato un grande successo di pubblico.
Lei scrive per il pubblico.
Il pubblico mi da grande soddisfazione perché mi dimostra che piace molto quello che faccio da anni. Le mie composizioni, sono accessibili, comprensibili e alla gente piacciono.
Una volta mi ha detto che i compositori moderni non fanno buona musica, si sono allontanati dal pubblico: è questa la causa per cui non le piacciono?
Non solo. Non sopporto questa ipocrisia, l’arroganza di questa gente che crede si possa fare una musica contro la maggioranza della gente.
Ha composto anche per pianoforte solo?
Ho scritto "Piano play", un ciclo di dieci pezzi che sono stati suonati più volte. Poi è diventato molto noto Preludio e fuga, che ha suonato anche Keith Emerson, degli Emerson-Lake & Palmer, mio carissimo amico.
Se Michelangeli suonasse la Sua musica, le piacerebbe ascoltarlo?
Se un mostro come Michelangeli lo facesse sarebbe per lo meno interessante. Semplicemente non trovo ragione di ascoltare un’interpretazione mediocre.
Alberto Spano
("Symphonia", n.12, 1991)