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| Isaac Stern (1920-2001) |
Oggi sto per incontrare Isaac Stern. Per un attimo anch'io sono uno dei pochi che esce dal buio, con la curiosità forse ingenua di sapere com'è per davvero, al di là di come saluta ringraziando sul podio, al di là di come ammicca seduto in mezzo agli altri violini come se fosse uno qualunque, o sorride dalla copertina lucida di un disco. Senza idee di rimando, senza giudizi vado da lui. Chissà dove comincia l'artista e dove comincia l'uomo. E quanto di sé mi vorrà offrire.
«La musica non è convenzione, non è ornamento sociale. La musica è espressione di vita, è un modo per sentire quello che che ci sta intorno. Non bisogna sforzarsi di comprenderla. Si può restare fermi e lasciare che le note entrino nella testa e nel cuore; non ci sono parole, solo sensazioni che a poco a poco diventano pensieri. Si può studiarla, leggerla; non è l'analisi però che permette di capirla, ma la sensibilità, la pazienza, sì, la pazienza con la quale si indirizzano le proprie reazioni.»
Cos' dunque mi parla Isaac Stern che incontro nel contorno disperso e poco intimo di un grande albergo milanese. E' una mattina grigia un po' livida che invoglia a star seduti e a parlar di musica.
Isaac Stern, ebreo, russo-americano di 57 anni, del violino ha fatto la ragione d'essere. «È ormai una parte di me» dice e parla piano come se ogni parola gli costasse fatica; è gentile come un vecchio saggio, ma imprevedibilmente cauto, quasi scontroso. Ha l'ironia pungente e la permalosità ingenua di chi della vita ha esperienza, ne ha individuato i principali valori e non li mette più in discussione. La matrice russa l'ha persa completamente già all'età di 10 mesi, quando ha lasciato con la famiglia Kreminiecz, suo paese natale, per emigrare in California. E con l'emigrazione tanto precoce c'è in lui l'assimilazione completa della cultura americana.
Stern si sente americano, fino in fondo, ma preferisce nei giudizi affidarsi al buon senso più che all'ideologia politica; lo si potrebbe considerare un anti-comunista ma non sarebbe esatto perché alcune sue caratteristiche sfuggono a qualsiasi etichetta politica. È conosciuto in tutto il mondo ed ha suonato con i più grandi direttori d'orchestra, da Stokowskj a Hindemith, da Giulini a Bernstein; quasi mai con tedeschi, però, perché troppo forte è il suo legame con Israele. E in Israele spesso lavora, dedica tempo alla ricerca di giovani talenti (Zukerman, Perlman e Myriam Fried li ha scoperti lui), ha perfino uno studio di registrazione. Suona sempre moltissimo anche quando resta nella sua casa di New York, perché «fare musica non è soltanto un mestiere - dice - ma un modo di comunicare».
Cosa pensa della musica contemporanea?
Certa musica mi interessa molto. Adesso per esempio sto eseguendo un po' in tutto il mondo il concerto per violino di Pendereckij. Ma esiste una musica specificamente contemporanea? Io non credo che Schoenberg, Bartok, Berg e gli altri del nostro secolo siano musica di ieri. Se per musica contemporanea intende compositori viventi, ebbene le dico francamente che esiste, per me, una gran differenza tra la musica e delle semplici «sonorità bizzarre». La musica esprime idee che non sono verbali. Con la musica posso dire «ti amo» «ho bisogno di te»; non so bene cosa posso esprimere con una sonorità.
Allora a lei questo nuovo modo di far musica non interessa?
Per produrre questi suoni non è necessario lavorare 50 anni; non occorre usare strumenti come il violino. Che usino pure le macchine, i computers magari per compensare la mancanza di talento, ma lascino il violino alla musica vera, quella che al di fuori del tempo e del costume fa storia. Berlioz, Debussy, Berg, Bartok e altri furono attaccati da altri musicisti della loro epoca. Ma era il momento, e il pubblico. Il tempo ha loro restituito la comprensione e la ragione d'essere. Oggi si rincorre, per una forma di snobismo, l'idea di fare avanguardia a tutti i costi. Ma chi resterà di questi nomi tra 50 anni?
Lei ha fatto concerti in tutto il mondo, perché non ha mai insegnato?
Bisogna avere il tempo, la pazienza; e poi io sono un uomo di scena. La scena è la mia casa. Non credo nei capiscuola né nel grande maestro che tiene un corso di perfezionamento di 2 settimane ad allievi quasi sempre di medio talento. Le conseguenze possono essere pericolose sia per gli allievi che per i loro professori. Quando si mostra un cammino è inevitabile correggere gli errori e le cattive abitudini e questo può creare dubbi e fratture. E non è giusto in un corso di normali professionisti quando tutti possono essere ugualmente dei buoi musicisti e guadagnarsi da vivere.
Quando ha cominciato?
A 8 anni, come tanti ragazzi di buona famiglia. Non sono stato un enfant prodige, no. Ho studiato sodo e dai 17 anni in poi sempre da solo cercando di lavorare con musicisti più bravi di me. A 18 anni ho cominciato la carriera.
Cosa pensa delle esecuzioni musicali in Europa?
Ho suonato in tutto il mondo e penso che la scuola migliore resti quella americana. L'America come paese ricco ha potuto permettersi di ospitare dei grandi musicisti offrendo loro notevoli possibilità. Questa migrazione di talenti ha rafforzato e arricchito le orchestre americane e quindi la scuola americana a discapito di quella europea. Toscanini, Rachmaninoff, Stokowsky e molti altri lo dimostrano. Forse adesso è possibile dedicarsi alla musica e vivere bene anche in Europa, ma l'America resta il punto di riferimento: c'è disciplina, metodo, nessuna dispersione.
È vero che lei non suona mai in Germania?
Ne in Germania, né in Austria. Ci ho provato una sola volta nel '48 o '49 ma è più forte di me. Quella volta mi è bastata.
Ha mai pensato di comporre?
No. Io faccio il violinista e cerco di farlo bene. So quello che do e quello che potrei dare onestamente. Perché fare della cattiva musica quando ce n'è di buona da far conoscere? Vede, per esempio, mi piace andare a sentire l'opéra o qualche pièce a teatro, ma mai ho pensato di metter piede sulla scena senza violino...
Cosa pensa della condizione musicale in Italia?
Credo che la necessità di far musica, di ascoltarla, di farla entrare nella vita quotidiana sia più evidente di una volta e questo non solo nelle grandi città. L'attenzione, l'amore per la musica l'ho visto crescere soprattutto nelle città piccole. Dopo 3 minuti che sono in scena, mi accorgo che pubblico ho davanti e cosa trova nella musica.
In questo ciclo di concerti con l'orchestra della Scala, Abbado ha diretto anche quella musica che lei definisce «sonorità bizzarre». Pensa che gli sia piaciuto?
Non lo so, ma da musicista onesto quale è penso che abbia avuto delle ottime ragioni.
Sorride, si schernisce, prima di congedarsi gli chiedo cosa pensa del suo essere uomo di successo, molto conosciuto. Mi risponde che la musica è l'unica cosa che veramente conta perché è quella destinata a restare. L'esecutore è molto meno importante.
Ha ragione; ma in fondo ai suoi occhi leggo un lampo di flatterie che subito scompare per salutarmi compito.
Daniela Sacerdotti
("Musica Viva", Anno I, Numero 2, Nov./Dic. 1977)
