
Mezzanotte era scoccata appena. Intorno era tutto silenzio.
Si udiva solamente il rumore dei nostri passi nelle inquietanti viuzze della vecchia Firenze.
Si camminava in fretta perché l'ora era propizia a degli incontri poco desiderabili.
Infatti, dopo un po' ci accorgemmmo che qualcuno ci stava inseguendo a poca distanza. Ci guardammo con il buon Maestro Diamand e senza proferir parola allungammo il passo.
Anche l'inseguitore fece altrettanto. Noi, allora, ci mettemmo quasi a correre, mentre il tipaccio ci stava già raggiungendo velocemente. Furtivo diedi un'occhiata all'indietro e vidi un omaccione grande e molto grosso, con una barba incolta, una sciarpa intorno al collo che gli copriva metà del volto, con un cappellino a caschetto, calato sugli occhi. Ansimava pure lui e sembrava deciso a metterci le mani addosso.
Il Maestro Diamand, pallido e spaventato mi disse trafelato: «Caro Raffaele, a questo punto sarà meglio fermarsi e non opporre resistenza, anzi, diamogli il portafogli e che se ne vada al diavolo».
Mi sembrò un buon consiglio, tanto, a quell'ora, sarebbe stato inutile fare gli errori di fronte ad un colosso del genere.
Così ci fermammo porgendo i nostri soldi, ma l'energumeno si buttò con tutta la sua mole al colle del povero Diamand ed ansimando fortemente, disse con una voce acuta e nasale: «Caro Maestro, Lei sarà, senz'altro, venuto a Firenze, per sentire domani sera la mia Bohème».
Il tipaccio, l'energumeno, l'omaccione grande e grosso altri non era che il nostro caro Luciano Pavarotti.
da "I ricordi teatrali" di Raffaele Arié
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