Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

domenica, febbraio 04, 2007

Stravinskij: gli ultimi anni e la 'conversione' alla dodecafonia

Gli ultimi due decenni della vita creativa di Stravinskij furono molto meno fecondi delle epoche precedenti. Tuttavia, la qualità delle sue composizioni restò altissima, così come permane elevato l'interesse destato dall'apparente 'converione' alla dodecafonia inividuabile secondo molti nella sua tarda produzione. La 'conversione' fu discussa a lungo dalla critica dell'epoca, poiché sembrava confermare l'immagine che, negli Anni Venti, ci si era fatta del maestro russo. Secondo tale giudizio, al pari del presunto 'voltafaccia' compiuto con Pulcinella e, soprattutto, con 0edipus rex, Stravinskij, a partire dagli Anni Cinquanta, avrebbe iniziato una 'marcia di avvicinamento' verso la dodecafonia, riconoscendo implicitamente la superiorità dei suoi antichi oppositori e, in primo luogo, di Schönberg. In realtà, l'estetica di Stravinskij non era affatto cambiata. Il linguaggio della dodecafonia, con la scomparsa di Schönberg e di Webern, diventava un materiale ormai fissato nella storia della musica, con caratteristiche precise; perciò, rappresentava per Stravinskij uno dei tanti linguaggi impiegabili nella dimensione che, tanto per adottare una terminologia arbitraria, si può insistere a ritenere 'neoclassica'. Inoltre, l'autore al quale Stravinskij guardava con maggior interesse non era Schönberg, ma Webern, ossia il musicista che non aveva semplicemente applicato il metodo dodecafonico schönberghiano, ma ne aveva tratto spunto per una scrittura elaborata e storicamente ricca che ha fatto capitolo a sé nella seconda metà del nostro secolo sotto l'etichetta di 'serialità'.
Insieme all'acquisizione della tecnica 'seriale', le composizioni dell'ultimo ventennio stravinskiano manifestano un'altra tendenza: la vocazione religiosa, si direbbe liturgica, del maestro russo. Anche questa tendenza non poteva dirsi nuova. E' tuttavia indubbio che, negli ultimi anni creativi, l'assunto religioso-liturgico trovò nella produzione del compositore un più vasto spazio: basti pensare al Canticum Sacrum ad Honorem Sancti Marci Nominis (1955), a Threni, id est Lamentationes Jeremiae Prophetae (1958) e a Requiem Canticles (1966). In confronto, figura un solo balletto, Agon, in cui riappare per l'ultima volta nella musica stravinskiana un'immagine sublimata della danza, mentre si annoverano numerose composizioni cameristiche (tra cui il Settimino) e vocali (In Memoriam Dylan Thomas, Il diluvio) nelle quali si riassumono le esperienze del compositore in una sorta di laboratorio i cui prodotti risultano estremamente concentrati.
Gli ultimi anni di Stravinskij trascorsero tranquillamente nella casa di Hollywood, con momenti di frenesia durante le tournées a cui il compositore non aveva rinunciato: inseparabile, al suo fianco, si trovava Robert Craft, che si era trasferito nella casa di Hollywood e che aveva, a suo tempo, iniziato Stravinskij alla letteratura musicale 'seriale'.
L'evento forse più importante del periodo fu il ritorno del compositore in Russia, nel settembre del 1962, grazie al 'disgelo' instauratosi all'epoca di Chruscev. A Stravinskij furono riservate accoglienze ufficiali solenni, con l'esecuzione dei suoi balletti, con ricevimenti ministeriali e, alla fine, con la presentazione allo stesso Chruscev. In occasione di un banchetto con i compositori sovietici, il musicista pronunciò un piccolo discorso: «L'uomo ha un solo luogo di nascita, una patria, un paese - non può che avere un paese - e il luogo della sua nascita è l'elemento più importante della sua vita. Rimpiango che le circostanze mi abbiano separato dalla mia patria e che io non abbia saputo far nascere qui le mie composizioni, ma, soprattutto, rimpiango di non essere stato qui per aiutare la nuova Unione Sovietica a creare la sua musica nuova». Certo, era passato qualche anno da quando Stravinskij aveva impietosamente bollato la musica sovietica nel quinto capitolo della Poetica musicale (1945): «Secondo le attuali condizioni di spirito in Russia, vi sarebbero due formule adatte a spiegare che cos'è la musica: una per così dire di stile profano, l'altra di stile elevato o magniloquente. La prima formula è ben rappresentata da kolkosiani in mezzo a trattori e macchine 'automatiche' (è la giusta espressione) mentre ballano al suono di un coro popolare ragionevolmente allegro, come si addice al contegno comunista. La seconda formula, di stile elevato, è molto più complicata: la musica è chiamata "a contribuire alla formazione della personalità umana immersa nel clima della sua grande epoca". Quanto a me [ ... ] considero queste due formule e immagini della musica come parimenti inaccettabili: le considero un autentico incubo. La musica non è un kolkos che balla e nemmeno una sinfonia del socialismo». Nel 1962, ai giornalisti della "Komsomolskaja Pravda" Stravinskij concesse dichiarazioni distensive: «Il linguaggio della musica è un linguaggio particolare: non assomiglia al linguaggio letterario. Non è facile riconoscere se un brano musicale è stato scritto da un russo o da una persona di nazionalità diversa, poniamo un inglese o un francese. Ho parlato e pensato in russo per tutta la mia vita. Io ho uno stile russo; esiste allo stato latente nella mia musica, anche se non appare evidente nelle composizioni. In genere, è meglio che la produzione di un compositore sia giudicata nella prospettiva del tempo [ ... ]. E' necessario vedere da lontano, per vedere meglio».
La scomparsa di Stravinskij avvenne in seguito ad edema polmonare, nella notte tra il 6 e il 7 aprile 1971 a New York, dove la moglie Vera aveva convinto il musicista a trasferirsi per sottoporsi a cure più approfondite. Il defunto fu onorato con due solenni cerimonie funebri. Alla prima, celebrata in una funeral home di New York, presero parte rappresentanti del governo americano e del governo sovietico, oltre a uno stuolo di musicisti. La seconda ebbe luogo il 15 aprile a Venezia, nella Chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo. Dopo una messa da requiem di Alessandro Scarlatti, furono eseguiti i Requiem Canticles diretti da Robert Craft; quindi l'archimandrita armeno Malissianos accompagnò il feretro fino alla sepoltura nell'isola di San Michele, nel cimitero degli ortodossi, accanto, come si è detto, alla tomba di Djagilev. Sulla tomba di Djagilev si legge un'enfatica iscrizione in cui Venezia è definita 'ispiratrice eterna della nostra quiete'; sulla tomba di Stravinskij vi è solo l'iscrizione del nome e di due date, con una croce d'oro, opera di Giacomo Manzù.

di Claudio Casini (da "I Maestri della Musica"), Istituto Geografico De Agostini, 1990

venerdì, febbraio 02, 2007

Harry Haller incontra Mozart

(...)
Ancora una volta guardai nello specchio. Ero stato pazzo. Non c'era il lupo nell'alto cristallo e non agitava la lingua nelle fauci. Nello specchio c'ero io, Harry, col viso grigio, abbandonato da tutti i giuochi, stanco di tutti i vizi, orribilmente pallido ma ancora uomo, ancora uno con cui si poteva parlare.
«Harry», domandai « che fai costì? »
«Niente», rispose quello dello specchio «aspetto. Aspetto la morte.»
«E dov'è la morte?» chiesi.
«Sta arrivando» replicò l'altro. E dal vuoto del teatro udii sonare una musica, una musica bella e terribile, la musica del Don Giovanni che accompagna la comparsa del convitato di pietra. Le note gelide squillavano paurosamente nell'ambiente spettrale come venissero dall'al di là, dagl'immortali.
"Mozart!" pensai evocando le visioni piú care e piú elevate della mia vita interiore.
In quella scoppiò dietro a me una risata, una risata limpida e gelida, da un mondo di dolori sofferti, un mondo inaudito, sorto dall'allegria degli dei. Mi voltai beato e gelato da quella risata ed ecco passare Mozart sorridendo e avvicinarsi tranquillamente alla porta di un palco, aprirla ed entrare. Per parte mia lo seguii avidamente, quel dio della mia gioventú, quella meta perpetua del mio affetto e della mia venerazione. La musica continuava. Mozart si affacciò al parapetto del palco: il teatro invisibile era avvolto in una tenebra senza limiti.
«Vede?» fece Mozart. «Si può fare anche a meno del saxofono; per quanto non vorrei aver detto male di questo magnifico strumento.»
«Dove siamo?» domandai.
«Siamo all'ultimo atto del Don Giovanni. Leporello è già in ginocchio. Una scena splendida, e anche la musica, non faccio per dire, è discreta. Anche se contiene ancora molti lati umani, vi si sente già l'al di là, la risata... non è vero?»
«E' l'ultima musica grande che sia stata scritta» proclamai solennemente come un maestro di scuola. «Certo, ci fu poi anche Schubert, anche Hugo Wolf, e non bisogna dimenticare il povero stupendo Chopin. Maestro, lei aggrotta le fronte... Si, si, c'è stato anche Beethoven, meraviglioso anche lui. Tutto questo però, per quanto sia bello, ha del frammento, vi è qualche cosa che si dissolve: ma un'opera di getto, un'opera perfetta gli uomini non l'hanno piú fatta dopo il Don Giovanni
«Non si prenda tanta premura», disse Mozart ridendo con terribile ironia. «E' musicista anche lei? Vede, io ho abbandonato il mestiere, mi sono messo a riposo. Solo per divertimento vengo ogni tanto a dare un'occhiata.»
Alzò le mani come per dirigere e una luna o un altro astro pallido sorse non so dove, e oltre il parapetto guardai dentro profondità immense, dove passavano nebbie e nuvole, e montagne si profilavano sulle rive del mare e sotto di noi si estendeva una pianura infinita simile a un deserto. Su quella pianura scorgemmo un vecchio dall'aspetto venerando, con tanto di barba lunga, che guidava malinconicamente un enorme corteo di forse diecimila uomini vestiti di nero. Aveva l'aria triste e, sconsolata e Mozart disse:
«Vede? Quello là è Brahms. Va in cerca della redenzione, ma c'è ancora tempo.»
Appresi che quelle migliaia di nerovestiti erano gli esecutori delle voci e delle note che, secondo il giudizio divino, sarebbero inutili nelle sue partiture.
«Troppo spreco di materiale, strumentazione troppo pesante» fece Mozart.
E poco dopo vedemmo alla testa di un esercito ugualmente numeroso Riccardo Wagner e sentimmo come quelle migliaia lo tiravano e trascinavano; anche lui si trascinava a fatica e con rassegnazione.
«Quando ero giovane», osservati tristemente «questi due musicisti erano considerati la maggiore antitesi possibile.»
Mozart rise.
«Già, è sempre così. Vista da una certa distanza questi contrasti si appianano sempre più. La strumentazione pesante non era, del resto, un errore personale né di Wagner né di Brahms, era un errore del loro tempo».
«Davvero? E per questo devono pagare così amaramente?» dissi in tono di accusa.
«Si capisce. E' la via delle istanze. Solo quando avranno scontato la colpa del loro tempo, si vedrà se rimane ancora quel tanto di personale che meriti di essere preso in considerazione.»
«Ma di questo non hanno colpa né l'uno né l'altro!»
«S'intende. Non hanno colpa neanche che Adamo abbia ingoiato la mela. eppure devono espiare.»
«Ma è spaventevole!»
«Certo, la vita è sempre spaventevole. Noi non abbiamo colpa e siamo tuttavia responsabili. Si nasce e già si è colpevoli. Se lei non lo sa, deve aver ricevuto ben magre lezioni di religione.»
Mi sentivo molto male. Vedevo me stesso, pellegrino esausto, attraversare il deserto dell'al di là carico di tutti i libri superflui che avevo scritto, di tutti gli articoli, di tutte le appendici, seguito dalla legione dei tipografi che vi avevano dovuto lavorare, dalla legione dei lettori che avevano dovuto inghiottire tutta quella roba. Dio mio! e oltre a ciò vi era anche Adamo con la mela e il peccato originale. Tutto dunque doveva essere scontato, in un purgatorio senza fine, e soltanto dopo si sarebbe visto se in fondo rimaneva qualche cosa di proprio, di personale, o se tutto il mio lavoro e le sue conseguenze erano soltanto vana schiuma sopra il mare, giuoco insensato nel fiume del divenire!
Vedendo il mio sbalordimento Mozart si mise a ridere forte. Dal ridere fece una capriola e si mise a far trii con le gambe. E m'investiva: «Ehi, giovanotto, ti brucia di sotto? sei crudo, sei cotto? Pensi ai lettori, i biondi e i mori, i divoratori? Pensi al tuo proto, ai redattori, sempre in moto, tra mille furori, aizzanti alla guerra di dentro e di fuori? Oh com'è buffa, la zuffa, baruffa, una truffa! Che ridere! da smascellarsi, da scompisciarsi! Va là, credulone, sporco d'inchiostro, ti accendo un moccolo, ti batto il groppone, per spasso, per chiasso. E il diavolo ti porti, nel regno dei morti, pei tuoi rapporti storti; contorti, plagiati ed estorti!».
Era troppo grossa. La collera m'impedì di abbandonarmi alla malinconia. Afferrai Mozart per il ciuffo, ma egli volò via mentre il ciuffo si allungava, si allungava come la coda di una cometa, a un capo della quale ero attaccato e turbinato nel mondo. Diavolo, com'era freddo quel mondo! Quei benedetti immortali resistevano a un'aria terribilmente gelata. Ma dava piacere, quell'aria gelida, me ne accorsi nei brevi istanti prima di perdere la conoscenza. Mi sentii compenetrare da una serenità amara e tagliente, gelida e ferrigna, da una voglia di ridere di un riso squillante e sovrumano come quello di Mozart. Ma in quel momento rimasi senza respiro e perdetti i sensi.
(...)
da "Il lupo della steppa" ("Der Steppenwolf") di Hermann Hesse - Arnoldo Mondadori Editore, 1979

sabato, gennaio 27, 2007

Il cembalaro David Ley

Un'intervista con uno dei più interessanti costruttori di cembalo... David Ley ha cominciato a conoscere il clavicembalo da giovane tramite le regitrazioni di Wanda Landowska e il suo interesse nella costruzione dello strumento è nato quando ha letto il libri di Frank Hubbart, "Three Centuries of Harpsichord Making".

David Ley è uno dei più interessanti clavicembalari che oggi si possano incontrare in giro per il vecchio continente. L'ho conosciuto lo scorso agosto all'Accademia Chigiana di Siena, dove si trovava al seguito di Christophe Rousset, clavicembalista francese successore di Kenneth Gilbert alla cattedra della celebre istituzione musicale toscana. Lo slang piuttosto sbrigativo di chi fa musica definisce clavicembalaro colui che costruisce i clavicembali. A ben vedere, però, questa figura racchiude in sé una serie di segreti, è il depositario di un'arte che si è tramandata per secoli di bottega in bottega, da maestro ad apprendista: ad oggi, non c'è altro modo per imparare. Fin qui, si potrebbe pensare ad una normalissima vicenda umana ed artistica, visto che lo stesso si potrebbe dire per un qualsiasi liutaio. Oppure, si potrebbe cadere nell'ormai vieta trappola del 'come nasce un clavicembalo'. Invece, ascoltando David Ley si capisce come un clavicembalaro non sia soltanto un costruttore. Nel caso specifico di David, poi, questo mestiere consiste nell'essere un vero e proprio sciamano capace di ascoltare e capire in anticipo come potrà suonare un pezzo di legno piuttosto che un altro, uno stregone capace di trasformare l'albero di una foresta in qualcosa di utile per eseguire una partita di Bach. Dunque, il clavicembalaro al di fuori del comune, per prima cosa sa 'capire' un materiale, lo sa interpretare nel modo migliore affinché dia il massimo risultato. In secondo luogo, è in grado di far corrispondere un modello tonale ideale ad una concreta successione di scale in perfetto equilibrio tra loro, laddove i bassi siano profondi e ben definiti, gli acuti penetranti ma morbidi. Last but not least, non dimentica altri fattori come la cura della storia e della cultura dell'epoca barocca attraverso le sue innumerevoli fonti, la conoscenza diretta ed approfondita dei modelli originali, così come l'attenzione per il minimio dettaglio. Infine, entrano in gioco anche altri fattori, forse più personali, come il rapporto psicologico che si crea tra 'creatore' e 'creatura', la relazione che si instaura tra la voce di chi costruisce e di chi suona. David risponde con distesa cordialità alle mie domande. Mentre mi parla in un americano molto east-coast con improvvisi inserti in francese, mi rendo conto che sta descrivendo alcuni dettagli semplici ma amio avviso geniali, utili a capire - senza la solita retorica - il lavoro che sta dietro alla costruzione (o alla ri-costruzione) di uno strumento antico. Alla fine, risulta che la storia, la cultura e la filologia che la storia, la cultura e la filologia contano certo, ma non bastano da sole a costruire una buona copia di un clavicembalo d'epoca. Che cosa conta veramente? Per capirlo, bisogna avere la pazienza di saper leggere tra le righe...
Il tuo non è un mestiere tra i più comuni: come hai cominciato a costruire clavicembali?
E' una storia vecchia e lunga. Ho iniziato per amore della musica: il mio primo strumento è stato il violoncello, poi ho suonato il pianoforte. Solo in un secondo momento ho incontrato il clavicembalo, che all'epoca in cui vivevo negli Stati Uniti non era molto semplice da vedere. Si può dire infatti che questo strumento l'ho conosciuto tramite le incisioni di Wanda Landowska che comprava mio padre: passavo delle ore ad ascoltare Il clavicembalo ben temperato di Bach nell'esecuzione della clavicembalista polacca, che è stata una delle passioni degli anni dell'infanzia. Attualmente, oltre al clavicembalo amo l'arte, mi interesso di pittura ... La mia intenzione originaria era di studiare medicina, ma ho presto abbandonato questa carriera dopo i primi anni di università. Tutto è capitato leggendo Three Centuries of Harpsichord Making (edito da Harvard University Press, n. d. r.) il frutto delle ricerche decennali di Frank Hubbard, il primo negli USA ad interessarsi della ricostruzione di clavicembali storici: ho comperato questo libro, l'ho letto, e qualche giorno più tardi ero a bordo di un aereo verso Boston, dove gli ho chiesto di poter studiare con lui.

Un vero colpo di fulmine...
Sì, ma all'epoca di Boston avevo già lavorato come costruttore nell'ambito della liuteria e dell'organaria. Prima di conoscere Hubbard avevo già passato un'intera estate in una cattedrale del Massachussets lavorando per una compagnia di restauro di organi. Giusto il tempo per detestare l'ambiente ecclesiastico, la politica dei progetti di restauro e costruzione degli organi nelle chiese, l'enorme quantità di tempo che prende la progettazione e la costruzione di questi strumenti. Così, il clavicembalo sembrava il logico e per me inevitabile passo indietro dall'organaria che pure amavo ... ma non ne potevo più di avere a che fare con l'amministrazione delle chiese, la necessità di reperire enormi budget per poter lavorare bene ... insomma: se costruisci strumenti più piccoli sei molto più libero, hai meno vincoli, sei più indipendente. Dopo l'esperienza a Boston con Hubbard, sono andato a Parigi dove ho lavorato con Hubert Bedard, che all'epoca era direttore di un workshop al Conservatorio della capitale francese e, cosa per me più importante, aveva bisogno d'aiuto. Io avevo bisogno di lavorare, così ho avuto l'opportunità di mettere le mani su numerosi clavicembali originali che ho studiato a fondo. Quelli che avevo imparato a costruire a Boston erano antichi nel layout e nel design, ma i materiali che si utilizzavano erano del tutto moderni...

A proposito di materiali: sei per l'innovazione o per la conservazione?
Quando si parla di costruire strumenti, io in genere sono molto conservatore. Infatti, non credo ci sia la necessità di aiutare il clavicembalo ad evolversi, dato che si è evoluto fino alla fine del XVIII secolo, quando non sono più stati costruiti clavicembali! L'unico motivo per cui sono andato da Boston a Parigi (parliamo di più di 35 anni fa. n. d. r.) è perché non condividevo quello che all'epoca si faceva e da cui era difficile separarsi. Insomma, sia Dowd che Hubbard costruivano strumenti in tutto e per tutto moderni. La mia esigenza di fedeltà all'originale ha trovato consistenza in più di quindici anni trascorsi soltanto a restaurare modelli di clavicembali originali. Conoscendoli così bene, gli originali non ti abbandonano più, non puoi più pensare allo strumento in modo moderno, è come una specie di imprinting mentale su come le cose possano e debbano essere ricostruite. Se proprio non si può fare a meno di usare materiali moderni, per esempio, almeno bisognerebbe evitare di scegliere penne in delrin (cioè di plastica, n. d. r.). Io comunque preferisco materiali quanto più possibile originali e naturali, come la penna d'oca. Certo, è un materiale più suscettibile alle variazioni di umidità, è più fragile e necessita maggiore attenzione nella lavorazione, però il risultato è migliore. La superficie ruvida della penna naturale, infatti, può vibrare (ovvero produrre il suono) come il crine dell'arco sulle corde del violino. Il meccanismo è lo stesso: una successione rapidissima di pizzichi che risulta sfiorare e al tempo 'grattare' la corda per mezzo di una doppia azione meccanica che non si ottiene usando le più comuni penne di plastica, materiale troppo liscio e scorrevole anche se forse più stabile della penna naturale.

Dove nasce il suono dei tuoi strumenti?
E' una specie di rappresentazione che trae origine da un modello originale. Come costruttore, io ho in testa dei modelli tonali che sono un'idea. Quando costruisci devi pensare che stai facendo qualcosa che si avvicina al suono dello strumento originale, qualcosa cioè che reagisce bene musicalmente, visto che questo è il vero scopo di chi costruisce copie: devi ottenere uno strumento con 61 note perfette, uno strumento che serva la musica sostanzialmente da un punto di vista polifonico. Anche se esistono strumenti diversi, alcuni più adatti ai recital, altri più piccoli pensati per l'accompagnamento ed il basso continuo... Dipende... quello che ho notato negli anni è che, qualunque destinazione abbia lo strumento, perché sia davvero un buon prodotto deve avere voci distinte, bassi rotondi e solidi, treble flautati in modo da permettere una ricca base per le composizioni a più parti, dato che si ha a che fare con diverse voci che parlano insieme attraverso lo strumento. Quando ero a Boston l'idea era quella di ottenere uno strumento in primo luogo potente ma tutto sommato standard, uniforme, ancorché senza difetti. Il contatto con il restauro mi ha portato a creare strumenti più scientificamente ragionati, con un suono più coerente con i materiali usati. Paradossalmente, gli strumenti originali hanno più carattere di quelli moderni. L'unico modo per capirli, per mettere insieme i mille diversi parametri necessari a costruirli è lavorare in una bottega. Solo lì hai la possibilità di mischiare insieme tutti gli elementi possibili per ottenere il massimo risultato musicale. E' un lavoro ancora oggi rigorosamente empirico...

Che dipende in buona parte dal gusto personale maturato in anni di esperienza...
Tutto dipende dalla scelta dei materiali. Non basta la storia, le fonti d'epoca. Non basta fare una mappa degli strumenti originali e copiare un'accordatura storica piuttosto che un'altra, per poi approssimare un suono d'epoca che magari si basa su materiali scelti male. Quello così prodotto non è un suono d'epoca, ma prima ancora non è un bel suono. Tutto dipende dal pezzo di legno che hai in mano: determinate cose riguardano il pezzo di legno che Ruckers aveva usato per costruire quel determinato strumento. Se lo vuoi imitare oggi, devi sapere che non avrai molto aiuto perché nel tuo legno non trovi gli stessi valori, le stesse potenzialità che c'erano in quello usato da Ruckers. Oggi ti puoi basare solo su quello che senti, sull'esperienza che hai maturato nella scelta del materiale, lo ripeto, che è l'unica cosa determinante...

Sei un medium tra la natura e la musica...
In un certo senso, credo che la musica sia naturale. Tu stai creando qualcosa che verrà usato per l'espressione musicale da chi non usa la sua voce. In questo senso mi sento di fornire un mezzo tra le persone, tra le foreste di alberi e la musica di Bach. La soddisfazione più grande nel ruolo del costruttore è quella di servire l'interesse della musica e del musicista che la esegue.
Quando il musicista riceve gli applausi alla fine di un recital, di solito il costruttore non è vicino a lui. Cosa provi in quel momento?
Non mi identifico necessariamente con lo strumento, anche se devo dire che quando sento suonare un mio clavicembalo, ogni volta è come se fosse la mia voce che parla.
Ma allora sei tu il tuo strumento...
In questo caso, si. Se non altro perché il medium di cui si parlava prima mi accorgo sempre di più che rappresenta anni di lavoro. Quando me ne accorgo? Spesso, a questo punto della mia carriera! Cioè quando sento i bassi perfetti nel timbro, e realizzo che quella perfezione è il frutto di una vita intera passata a cercare e a conseguire il meglio...
... e un clavicembalista, fino a che punto è disposto a condividere il successo con te? Che rapporto si instaura tra voi? Chi è il primo tra il clavicembalista ed li suo clavicembalaro?
Il clavicembalo è la mia voce, ma ad un certo punto è la voce di chi lo sta suonando. Una volta che io ho finito il lavoro, il musicista si appropria di quella voce. La mia identità, una volta finito il lavoro, è come se si rimuovesse completamente. Alla fine arrivo a separare me stesso dalla mia creazione.
Come ad un certo punto fa il padre con figlio?
Certo! Come con un bambino. Gli dici: questa è la vita, la tua vita di strumento, ora devi andare avanti da solo e lavorare duro anche senza di me, e buona fortuna! Questo si può dire anche fuori di metafora, dato che un clavicembalo necessita di numerosissime cure amorevoli ogni dannato giorno. Tu come costruttore, puoi solo sperare che ci saranno delle persone che lo troveranno interessante, lo ammireranno e se ne prenderanno cura. Nulla di diverso che dipingere un quadro o scrivere un romanzo. E in tutto e per tutto un processo creativo. Il primo momento, il più intenso, è quando la creazione sta accadendo. Quando viene portata a compimento cominci subito a pensare a che cosa dovrai fare dopo. Anche questo guardare avanti è parte fondamentale del processo creativo. Devi creare qualcosa di sostanzialmente diverso, non si possono fare le stesse cose due volte.
Ogni volta un unicum...
Precisamente. Ogni pezzo (ogni strumento costruito, n.d.r.) deve dare l'idea di una precisa epoca a chi lo suona, deve parlare una lingua diversa da quella della contemporaneità, della serie industriale. L'unico modo è vedere di capire nel modo più fedele possibile. Al punto di studiare ore ed ore al Louvre i dettagli di un modello, come è capitato tempo fa ad un mio allievo... In altre parole, bisogna avere un profondo rispetto della gente che costruiva a quel tempo (XVII e XVIII secolo): per loro quel livello tecnico era il massimo raggiungibile all'epoca, corrispondeva al nostro high-tech. Un modello di clavicembalo francese del 1680 (del tipo di Thibaut de Toulouse), usava delle zampe ritorte, a spirale. Dettaglio apparentemente accessorio, ma fondamentale per distinguere una vera copia da una non-copia! Se si sbagliasse quel tipo di ornamentazione, è come si sbagliasse un abbellimento nell'esecuzione di un movimento di Suite! C'è una certa differenza tra quelle specifiche gambe e le gambe diritte e lisce di un pianoforte! Sembra ridicolo, ma è parte di un discorso più generale, dove anche il dettaglio è fondamentale.
Hai avuto allievi in Italia?
Questo è un vero problema, perchè oggi pochi giovani amano la fatica, e quindi questo lavoro, che è pura fatica fisica. Tuttavia, ci sono colleghi con cui si parla molto, anche se aspetto sempre un giovane apprendista... A Milano c'è Restelli, uno davvero molto bravo.

di Giorgio Carraro (da "Orfeo", ottobre 2005, n.94)

sabato, gennaio 20, 2007

J.S.Bach: Partite, Sonate, Ouvertures

Perché le Partite, le Sonate per Violino Solo e le Suite per Violoncello di Bach sono assurte allo stato di icone quali massime sfide musicali per i musicisti? Lo spiega Simon Heighes.



«Per lunghi anni, gli assoli di violino sono stati considerati dai più grandi violinisti il miglior mezzo per fare di un ambizioso studente un perfetto maestro del suo strumento» (J.N.Forkel, 1802).

Le sei Sonate e Partite per Violino, BWV 1001-6, e le sei Suite non Accompagnate per Violoncello, BWV 1007-12, di Bach sono state a lungo considerate il test supremo dell'abilità di un suonatore d'archi. Difficilmente esse sarebbero potute essere scritte da altri che un,musicista estremamente competente, e spesso dimentichiamo che Bach non solo era un organista virtuoso, ma anche un completo suonatore d'archi. Il suo primo incarico professionale fu come violinista alla Hofkapelle di Weimar nel 1703, ma tutto ciò che sappiamo del suo modo di suonare deriva da un commento casuale lasciato 70 anni dopo da suo figlio Emanuel al biografò di suo padre, J.N.Forkel: «[mio padre] preferiva suonare la viola, con intensità e morbidezza appropriate. Nella sua gioventù, e fino all'approssimarsi della vecchiaia, egli suonò il violino in modo pulito e penetrante, e quindi teneva l'orchestra in miglior ordine di quanto avrebbe potuto fare con il clavicembalo. Egli comprendeva alla perfezione le possibilità di tutti gli strumenti ad arco. Lo si capisce dai suoi assoli per violino e per violoncello senza basso [di accompagnamento]».


Questi assoli appartengono ad una ristretta rosa di opere virtuosistiche, spesso più improvvisate che formalmente composte e che erano raramente, spesso mai, pubblicate. Siamo fortunati, dunque, che la partitura autografa delle Sonate e Partite per Violino Solo di Bach sia sopravvissuta, perché contiene quel genere di fraseggio dettagliato e di indicazioni sull'articolazione sulla dinamica e sugli ornamenti che raramente si ritrovano senza alterazioni nelle edizioni stampate del periodo. Il manoscritto, datato 1720, è definito 'Libro Primo', mentre lo spartito autografo di Bach delle Suite per Violoncello risulta essere etichettato come 'Libro Secondo'. Entrambi i gruppi di opere, come molti altri prodotti da Bach in quel periodo, sembrano essere stati pianificati per esplorare sistematicamente tutte le possibilità formali e stilistiche latenti nelle loro varie forme: la sonata italiana e la suite francese. Ancora non sappiamo per chi furono scritte ma, come i sei Concerti Brandeburghesi, furono probabilmente composte nell'arco di parecchi anni con una varietà di scopi in mente. Alcune potrebbero benissimo aver visto la luce nell'attività domestica di composizione a casa di Bach, e alcune suonano come se siano state quasi certamente utilizzate a scopo didattico. Per esempio, la Terza Suite per Violoncello inizia con un preludio che esplora l'intera scala della tecnica violoncellistica: vi sono scale, arpeggi, accordi e strutture di frasi che spingono l'archetto al limite della tecnica. D'altra parte, vi sono movimenti come la grande Ciaccona dalla Seconda Partita per Violino - con le sue 64 variazioni che deliziano le dita - che suggeriscono che Bach possa aver concepito alcuni lavori pensando a interpreti virtuosi come il suo amico Johann Georg Pisendel. Ma che questi lavori siano stati originariamente scritti per amatori o per professionisti non è più un problema. La grandezza della musica risiede nella sua trascendenza di tali confini. Non troviamo mai che Bach abbia sacrificato la sostanza musicale per esibizioni tecniche da due soldi, né egli ha mai limitato la sua esplorazione idiomatica dello strumento a favore di musicisti meno capaci. Proprio perché la sua musica non è mai stata concepita per la pubblicazione, Bach ebbe mano libera. Egli ne approfittò per sottoporre gli esecutori ad una miriade di sfide che sono alla base del continuo fascino che questa musica esercita ancora oggi. Anche un movimento apparentemente così semplice come la Sarabanda della Quinta Suite per Violoncello nasconde un suo proprio ostacolo tecnico. Senza l'ausilio della doppia interruzione, il musicista deve utilizzare le gestualità espansive della stessa melodia sia per suggerire una linea del basso armonica, sia per accennare un accompagnamento. L'astuta implicazione di parti multiple è anche alla base dei movimenti più chiaramente virtuosistici di Bach: le espansive fughe che fanno parte delle tre Sonate per Violino. Con l'uso della doppia, tripla e talvolta quadrupla interruzione, Bach crea l'impressione di dense tessiture polifoniche che l'esecutore e gli ascoltatori possono intuitivamente completare nelle loro menti. L'idea di una fuga suonata da uno strumento melodico era una sfida tecnica che si dimostrò irresistibile per un compositore come Bach. E nella fuga della Seconda Sonata egli ha spinto il processo quanto più in là possibile, con una tecnica fugale implicita tanto intelligente quanto quella apprezzata nelle sue opere per tastiera, udibilmente culminante nella fusione del soggetto con la sua inversione. Con nessuna altra composizione i musicisti d'archi hanno l'opportunità di tessere da soli una fuga talmente ingegnosa. L'aspetto solistico di questi pezzi è ciò che ha chiaramente stimolato l'aspirazione di Bach a nuovi picchi compositivi. Sonate, partite e suite erano tutte generi cameristici ed orchestrali diffusi nel diciottesimo secolo, e adattarle ad un singolo strumento ha determinato alcune eleganti soluzioni ed ha dato alle opere la loro voce caratteristica. Nella Quarta Suite per Violoncello Bach giustappone due approcci molto differenti alla bourrée. Nel primo, una melodia elaboratamente decorata è sufficiente per suggerire il mondo della danza cortese, stilizzata. Ma il secondo, appaiato fino al dettaglio, evoca le vere origini della bourrée, proprio come sarebbe stata suonata su uno strumento rustico. Non che tutti questi movimenti siano facili da suonare. Proprio come gli attori riveriscono i ruoli del grande Shakespeare, è sempre stato motivo di grande orgoglio per i musicisti il fatto che questi lavori richiedano una tecnica matura ed un'eccezionale resistenza. Il grande violoncellista catalano Pablo Casals non si vergognava di ammettere che «per dodici anni li ho studiati e ci ho
lavorato sopra ogni giorno, e solo all'età di venticinque anni ho avuto il coraggio di suonarne uno in pubblico». Dovettero passare altri trentacinque anni prima che egli si sentisse pronto a registrarli. Queste registrazioni profondamente personali, effettuate tra il 1936 ed il 1939, avrebbero influenzate generazioni di violoncellisti. Essa ha anche rappresentato un importante precedente. Era ora possibile scoprire la propria anima in Bach. E, cosa più importante, andava bene fare ciò in uno studio di registrazione. Ma con l'avvento del movimento filologico, vi furono musicisti via via sempre più giovani disposti a registrare queste opere, ed in modo intrigante le loro reazioni alla musica divennero sempre più personali. Pareva anche esservi una convenzione non scritta per cui i musicisti dovevano esprimere le loro sensazioni nei confronti della musica nelle note accompagnatorie del libretto. Ma non aspettatevi grandi rivelazioni. Solo due musicisti hanno qualcosa di sostanziale da dire su questa musica. Yo-Yo Ma va parecchio più avanti di chiunque altro. Ogni segmento del suo film in sei puntate Inspired by Bach riesce a scoprire l'essenza musicale di ciascuna suite. Collaborando con artisti così diversi tra loro come i pattinatori Torvill e Dean ed il regista Francois Girard, il team esplorano nuovi modi di esprimere ciò con un altro mezzo artistico. Anche Anner Blysma crede che la musica sia una sorgente di ispirazione perennemente rinnovabile, ma per lui il motivo è che lo spartito è una 'tabula rasa' espressiva. Dato che i dettagli del fraseggio e dell'articolazione sono andati perduti con lo spartito autografo di Bach, gli interpreti delle suite saranno perennemente sfidati a trovare nuovi modi di eseguirle. Ma essi non hanno mai bisogno di sentirsi completamente soli. Perché il sommo paradosso di questi assoli è che, al loro cuore, essi sono davvero un duetto con un partner silenzioso. Come dice Blysma: «chiunque accetta la sfida di suonare un'opera di Bach, gioca a scacchi con un maestro un maestro la cui abilità è dieci volte superiore di quella del musicista».
di Simon Heighes (Gramophone), tratto da "Orfeo", dic.2005/gen.2006 n.96