
Ben altra partita si giocava tra Milano e Berlino: qui sì il confronto aveva un senso, e diventava interessante. Abbado e Muti: si tira purtroppo fuori per l'ennesima volta un binomio logorato su inutili bla-bla. Ma non si offre alternativa, questa volta (e per altro non si parlerà che di musica): a duellare su Verdi - oggi - possono solo i due. Svettano come giganti, e le due loro Messe di Requiem sono arrivate come approdo di una lunga riflessione, fatta non solo su note e gesto. Pur nel solco stilisticamente comune, questi Requiem suonavano ben diversi: uno asciutto e tragico, molto Novecento nei disegni ritmici scavati stretti (il levare in sedicesimi di "perpetua", ad esempio, invocata a fior di labbra per la luce eterna), quasi a fare combaciare nichilismo e speranza; l'altro terso sulla polifonia cinquecentesca, soffice nei colori, fuori dal magma del Dies Irae, scattante nei tempi, fin quasi alla vertigine nelle fughe miracolose. Riccardo Muti ha diretto la Messa di Requiem a Milano, nella Basilica di San Marco, il luogo dove venne tenuta a battesimo da Verdi stesso, e con l'Orchestra e il Coro della Scala che rappresentano fisicamente l'eredità di oltre cent'anni di tradizione esecutiva. Verdi è davvero per loro il pane, come testimonia la fragranza con cui viene restituito, tradotto nella eleganza di scuola degli archi, morbidi e avvolgenti, dal fraseggio che canta già da solo nel disegno delle arcate, e negli impasti campestri di legni e ottoni, sempre "en plain aire". Si apriva a squarci inediti di luce il nuovo Requiem, certamente anche per l'influenza esercitata dal coro, che porgeva sempre come parola viva il latino del testo (anche nella sillabazione "senza misura" del Libera me), e svelava un lato meno cupo della scrittura verdiana: il Sanctus, staccato rapidissimo e alato, un volo di cherubini nell'azzurro limpido, faceva da chiave di volta per tutta la seconda parte della Messa. Intrecciata di luci e ombre, grazie alla flessibilità espressiva dei solisti, Violeta Urmana, Ramon Vargas, Ferruccio Furlanetto e la luminosa Barbara Frittoli; quasi fiammella palpitante, incerta sugli ultimi tenaci bagliori, nell'invocazione tenerissima di Dimitra Theodossiou, giovane soprano della seconda replica milanese.
Un quartetto di belli era a Berlino, tutti però - tranne Daniela Barcellona, bravissima, e in guanti neri, addirittura - da bocciare in solfeggio e in latino. La teatralità di Angela Gheorghiu e Roberto Alagna pareva fuori luogo sui significati del testo, pur manifestando oasi timbriche avvincenti; né tecnica né colore offriva invece Julian Konstantinov. Pure, grazie alla concentrazione scavata di Claudio Abbado, la Messa di Requiem col suono lucido dei Berliner e la forza severa dei tre Cori riuniti (l'Eric Erisson Kammerchor e l'Orféon Donostiarra e il Coro della Radio svedese) si stagliava con forza impressionante; e il tempo tragico del Libera me finale, a un passo dall'abisso. Giuseppe Verdi, "Messa di Requiem"; Berliner Philharmoniker, direttore Claudio Abbado, Berlino, Philharmonie, 25 e 27 gennaio; Orchestra Nazionale della Rai, direttore Valerj Gergiev, Parma, Duomo, 27 gennaio e Torino, Lingotto, 30 gennaio; Orchestra del Teatro alla Scala, direttore Riccardo Muti, Milano, Basilica di San Marco, 27 e 28 gennaio, Vienna, Musikverein, 30 e 31 gennaio.
di Carla Moreni (Il Sole 24 Ore, 4/2/2001)
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