Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

mercoledì, gennaio 21, 2026

Incontro con Gisella Selden-Goth

Gisella Selden-Goth (1884-1975)
Su una collina appena fuori di Firenze, al termine 
di una strada la cui rapidità è addolcita da alcune curve che consentono di vedere la «Torre del Diavolo» da quasi tutti i lati, si giunge ad uno spiazzo non vasto nel quale alcuni cipressi in età matura chiacchierano tra loro a ridosso di un muro merlato. Nella parte sinistra del muro, un portone dal color verde intenso viene aperto dopo che il suono della campana ha avvertito gli abitanti di questa costruzione medioevale gaia e ridente a dispetto del nome che porta. Qui da ormai tre lustri vive Gisella Selden-Goth, in una pace rallegrata dai fiori e dai frutti di tutte le stagioni, amorosamente coltivati e posti ad adornare e a profumare le varie stanze.
Cittadina americana, ma ungherese di nascita, la Selden-Goth sta per compiere ottant'anni, essendo nata il 6 giugno del 1884 o, come essa dice, «il sesto giorno del sesto mese di un anno la cui somma dei numeri che lo compongono dà un multiplo di tre». Non alta di statura, porta i candidi capelli raccolti dietro la nuca e le mani larghe, dai polpastrelli piatti e tesi, suggeriscono l'idea che avrebbe potuto benissimo suonare il violoncello, invece del pianoforte come ha fatto sempre fin dall'infanzia e come tuttora qualche volta fa.
Il pomeriggio è appena cominciato e l'aria è senza vento, densa di sole: par d'essere in una giornata di primavera anziché di gennaio, tante sono le luci dirette e riflesse che è possibile scorgere attraverso le vetrate del salone. Forse è proprio per questo che mi riesce difficile avviare un discorso che possa vincere la naturale ritrosia nel parlare di sé da parte della nostra ospite. Dico nostra perché il mio incontro con l'autrice del più affettuoso omaggio alla memoria di Ferruccio Busoni (un libro di centotrentaquattro pagine che l'editore Olschki ha appena finito di stampare) ha avuto quale testimone Jolanda Galigani che da anni ne gode la fiducia e la stima. «Non so se sono stata una donna completamente felice . dice Gisella Selden-Goth rispondendo direttamente ad una mia domanda che abborda l'argomento da lontano - dal punto di vista delle soddisfazioni spirituali. È una cosa che non mi sono mai chiesta sul serio perché non ne ho avuto il tempo. Posso però dire di essere stata fortunata, avendo avuto la possibilità di conoscere e di frequentare lungamente parecchi dei protagonisti della scena culturale mondiale. Con alcuni di essi ho stretto dei legami di profonda amicizia e anche dopo la loro scomparsa ho continuato a sentirli vicini. E se non parlo volentieri dei grandi personaggi coi quali ho intrattenuto rapporti è soprattutto perché non voglio
mettermi sullo stesso piano di coloro i quali vendono i propri ricordi»
Di ricordi questa signora dalla voce chiara che parla tanto bene la nostra lingua, solo fermandosi di tanto in tanto alla ricerca di un aggettivo che illumini la frase, ne ha tanti e di qualsiasi tipo. In mezzo ad essi addirittura vive e ogni giorno che passa ne disseppellisce dalla memoria e ne costruisce di nuovi per il domani, continuando a interessarsi attivamente di quanto succede in tutto il mondo nel campo dell'arte. Ha solo diradato le visite di quelli che vogliono conoscerla, perché non è e non si sente un «mostro sacro». Così ha più tempo per raccogliersi e da riservare agli amici intimi. «Non è che sia diminuita la mia voglia di venire a contatto con delle persone nuove, ma l'esperienza mi ha insegnato che è inutile avvicinare, specie oggi, individui restii ad accantonare i propri egoismi per mettersi sul piano della comunicabilità».
Nata e maturata in un ambiente intellettuale, Gisella Selden-Goth è stata l'unica allieva in composizione di Bela Bartok eccetto la di lui moglie e i suoi lunghi soggiorni in molti paesi del mondo («Solo per andare negli Stati Uniti ho solcato l'Atlantico diciotto volte») le hanno offerto la possibilità di raggiungere, sommando gli incontri con gli uomini a quelli con le varie culture, mete che molti ancora le invidiano. Ciò è accaduto da un lato per il suo entusiastico desiderio di conoscenza e dall'altro per l'intensità della sua partecipazione alla vita degli altri, che ha sempre visto prima di tutto quali creature umane. A lei e al suo senso dell'umanità, tanto più profondo quanto meno evidente, i suoi amici illustri si sono sempre rivolti, sicuri della sua comprensione e della sua riservatezza. Non stupisce quindi che non voglia giudicare nessuno, limitandosi ad esprimere, pesando le parole, qualche opinione. Se mai, lascio parlare i documenti, quali ad esempio le sessantatré lettere indirizzatele da Stefan Zweig, che ha pubblicato da qualche mese in Germania. il dolore causatole dalla morte del grande scrittore austriaco, autore de «Il mondo di ieri», suicidatosi insieme alla seconda moglie nel Sud America prima della fine dell'ultimo conflitto, non essendo più in grado di sopportarne gli orrori e gli scempi, vibra ancora, benché lei non voglia, nelle sue parole.
Ritengo opportuno cambiare argomento e le chiedo di mostrarmi, trasferendoci nel salone accanto, la collezione di manoscritti musicali che l'ha resa celebre nel mondo e che è da poco ritornata da una esposizione alla «Library of Congress» di New York e alla quale andrà definitivamente dopo la sua morte. Si tratta di opere da lei acquistate in aste svoltesi nei due emisferi. «Il tesoro della casa», come lo chiama la Selden-Goth, è una composizione per organo di J.S. Bach. Gli sono degni compagni lavori di Schubert, Liszt, Haydn, Weber, Wolf, Paganini, Porpora, Chopin, Mendelssohn, Schönberg e altri. Sulla sinistra dell'ambiente, ove apposite bacheche inframmezzate da librerie raccolgono la collezione, sta un pianoforte a coda. Sopra di esso, vicino alla fotografia con dedica di Ferruccio Busoni e alle trentacinque pagine del suo manoscritto della «Nuova Estetica», Gisella Selden-Goth ha posto l'autografo della mozartiana «Fuga a due cembali», recante la data del 29 dicembre 1793, affinché l'idolo del genio di Empoli gli sia il più possibile vicino. Girando lo sguardo, ci si accorge che forse non a caso la fotografia di Busoni è quasi di fronte all'autografo bachiano e cioè del maestro che egli maggiormente aveva ammirato dopo il salisburghese. Il discorso fatalmente ritorna su Ferruccio Busoni, del quale quest'anno ricorre il quarantennale della morte e fra due anni sarà celebrato il centenario della nascita. «Non sono mai stata allieva di Busoni - tiene a precisare la signora Selden-Goth - ma soltanto un'amica devota che tuttora lo venera e compie ogni sforzo per mantenerne viva la memoria. E mi permetta di aggiungere che trovo disdicevole per l'Italia che la figura e l'opera di questo suo figlio siano così poco conosciute. La stessa Firenze gli ha dedicato una strada non certo degna di lui». La voce della mia interlocutrice si è fatta un po' secca e i movimenti delle mani ora congiunte sul petto esprimono molto di più di qualsiasi altra parola. Non posso non darle ragione. Accampando le scuse meno valide, noi italiani non ci siamo mai seriamente preoccupati di porre nella dovuta evidenza Ferruccio Busoni, Eppure egli è stato non solo l'autore di «Arlecchino», della «Turandot» e del «Dottor Faust» che quest'anno finalmente riascolteremo al «Maggio Musicale Fiorentino», ma anche l'ineguagliato editore di Bach, il teorico (pur frammentario) della musica moderna. E ancora: Un pianista formidabile e un maestro forse troppo esigente e ciò non ostante capace di formare allievi quali Egon Petri, Dimitri Mitropoulos, Wladimir Vogel, Joseph Szigeti, Kurt Weill, tanto per citarne alcuni. «Già - annuisce la Selden-Goth - Busoni è stato tutto questo e anche qualcosa di più. Un fenomeno irripetibile. E l'alone di mistero che l'ha circondato e lo circonda trova nella di lui vita più di una spiegazione. Valgano tre esempi. Il primo si riferisce al suo pianismo, di cui nessun disco potrebbe restituirci l'immagine esatta in quanto la componente magica che lo caratterizzava non è riproducibile. Il secondo alla sua abitudine di non nascondere quel che pensava, fino ad affermare: "Io so annusare la volgarità anche da un solo comma, quando lo vedo per iscritto". Il terzo esempio riguarda l'ultima frase che pronunciò prima di morire, per domandare all'allievo Zadora che, dalla stanza accanto, gli suonasse al pianoforte la «Barcarola venezíana» di Mendelssohn e cioè quanto dì più apparentemente distante dal suo spirito ci potesse essere in quell'attimo supremo. Ho deciso che tutti i manoscritti in mio possesso, lettere incluse, del mio maestro Bela Bartok e di Ferruccio Busoni rimangano alla mia famiglia, con la raccomandazione che restino in Italia».
Due cani, un bassotto e un raff-terrier, irrompono dal giardino attraverso una vetrata rimasta socchiusa. Si fermano di colpo e ci vengono ad annusare. Poi ci fanno festa. Gisella Selden-Goth sorride dolcemente e ci tende le mani. «Son venuti a dirmi che debbo uscire un attimo con loro prima che il sole si raffreddi. Arrivederci a presto». Suona un campanello e lo stesso cameriere che ci aveva introdotti ci accompagna all'uscita. Sul tavolino, in mezzo alle poltrone, lascio una lettera di Busoni a Gisella Selden-Goth, senza averla potuta finire di leggere. Fra l'altro, egli scriveva: «Mi risulta sempre più chiaro che noi della musica non possiamo prendere maggior visione quanto forse delle stelle. Possediamo di essa solo una piccola entità, mentre è probabilmente infinita...».
Giovanni Attilio Baldi
("Disclub", 4, anno II, gennaio 1964)

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