Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

martedì, agosto 13, 2019

Giorgio Manganelli: Enigma della superficie

Alberto Savinio (1891-1952)
"Se la musica non fosse quel nulla che è...", se non fosse "una pazza", una cosa "inconoscibile", una "malattia", un "peccato", forse si potrebbe scrivere, a proposito della musica, un libro ragionato, argomentato, pieno di misurazioni, equivalenze, "spirito del Tempo" e "direzione della Storia". Ma con la musica è da temerari: ci si può provare, nella misura in cui si rinuncia a considerarla quell'animale composito e mitico che nessun proietto attraversa.
Alberto Savinio si è "allontanato" dalla musica nel 1915, per "paura". Strano gioco verbale: Savinio abbandona la musica, che resta con lui. Per tutta la sua cita "senza noia", confortata dalle gioie, dalle allegrie di molte tecniche - musica, letteratura, pittura, teatro - i suoni continuarono ad inseguirlo. Non ho detto la musica, ma appunto i suoni: certo, suoni di pianoforti, di detestabili organi, anche plateali suoni di ruscelli e volatili policromi; ma ancor più suoni informi, purissimi, scoccanti. Egli viaggia attraverso la sua polimaterica esistenza ragionando a voce alta, e discorrendo di quel che gli accadeva di vedere, di sentire, di sapere e dimenticare. Per chi viaggia molto e dappertutto, dimenticare è importante. Savinio non era coerente. Che significa la coerenza di un viaggiatore? Può essere, forse, uno specialista in tramonti, in locande di campagna, in Famosi Campi di Battaglia? Gli articoli che Savinio scrisse e che vennero poi raccolti in questa Scatola sonora sono appunti di viaggio tra i suoni: hanno dell'autobiografico - un’autobiografia senza “io” -; suppongo che dovrebbero appartenere alla storia della critica musicale, ma con tutto il cuore mi auguro che non sia vero, che questo libro falotico, fantastico, raccontato, svagato, sia un esempio di genere letterario di cui non conosciamo il nome. Gli inglesi da music fiction potrebbero formare musiction, che potremmo tradurre musigrafia.
Perché Savinio ama, a mio avviso in modo primario, i suoni, meglio ancora che la musica? Perché un suono, come un colore, non ha spessore; non lo si può scavare per trovare sotto la pelle lucida e irresponsabile dell’esatto rintocco un brandello di “idee”. Sotto un la si trova lo stesso la all’infinito, che ripete se stesso, senza dare spiegazioni. Vi sono musicisti che Savinio detesta: Savinio sembra parente di tutti i musicanti e avere quindi un certo diritto di insolentirli. Savinio è specialmente insolente con Wagner e Debussy.
Wagner era convinto che sotto le note non ci fossero note, ma grandi simboli, grandi passioni, grandi idee. Era profondo: e Savinio detesta la profondità, incompatibile con l’arte. Vuole leggerezza, la letizia della superficie, vagheggia un mondo pensato come infinite sfere concentriche, tutte fatte di sole superfici, una pellicola minima come il suono e il colore. La profondità, nota Savinio, con la sua selvatica, solitaria lucidità, è rassicurante. Inquietante è il gioco, e la pura superficie, è il "non dire niente". La superficie di Savinio è lo spazio dell’enigma. L'indovinello è un gioco: ma la Sfinge ne morì, e nacque la psicanalisi. Savinio detesta Debussy, il Magister Umidus, perché costui è convinto
che i suoni siano poetici. L'oleografia di un salice piangente, con arpe cromatiche, a pedale, eolie e birmane. Tutt'e due sono "mistici" che, in musica, è pura "profondità". Verdi lo imbarazza: ma quando incontra, a Milano, in piazza Carlo Erba, un organetto che suona La traviata, ne prova una struggente rivelazione: "La Traviata mi rivelò il suo carattere periferico e stradale". "Borghese è il Tristano" ma non la "magra e plebea Traviata, destinata ad echeggiare nelle periferie delle grandi città industriali...". Ma per il Falstaff, il gioco estremo di Verdi convocato alla morte, Savinio ha una casta e furente devozione.
"Sul tavolino da letto di Mascagni due libri posavano: uno di Guido Milanesi, l’altro di Sabatino Lopez": Savinio non dimentica di essere uomo di lettere e che sa che due titoli, due libri possono dire tutto in proposito di un musicista. "Mascagni è forse il punto infimo della musica, un punto che sembrava riservato alla letteratura."
La pervasività dei suoni, la loro bidimensionale fatuità fa sì che essi siano presenti, distratti testimoni,
a tutta la vita. E Savinio parla della maestà notturna del matrimonio (Pizzetti), del Dio barbuto enorme e carnoso (Musorgskij), delle astuzie per simularsi adulto (Mozart). Parla dell’infanzia: opera d’arte, tragedia da cui fuggire, età sperduta in una città ignota. Parla anche della Morte: ma poco, credo che la tenga in sospetto di profondità.
Giorgio Manganelli (1977)
(dai "Cinque pezzi facili", L'Orma, 2014)

giovedì, agosto 01, 2019

Igor Markevich: schizzi per un ritratto

Igor Markevitch (1912-1983)
Per poter offrire un ritratto esatto di Igor Markevitch bisognerebbe intanto mettere a punto, più accuratamente di quanto è possibile fare qui, alcuni schizzi, tali da mettere a fuoco i vari aspetti della sua statura artistica. Basta uno sguardo alla sua biografia per farsi un'idea di tre aspetti della sua personalità di compositore, direttore e insegnante.
Nato a Kiew nel 1912 da una famiglia di antica nobiltà russa, passò la sua infanzia in Svizzera. Fu allora che Alfred Cortot, constatando nel ragazzo tredicenne uno straordinario talento, lo chiamò nella sua classe di perfezionamento al Conservatorio di Parigi, dove in seguito frequentò anche il corso di composizione tenuto da Nadja Boulanger, conseguendo nel 1928 in ambedue le materie il diploma con lode.
Su invito di Diaghilew compose un Concerto per pianoforte, che fu eseguito, nel 1929, al Covent Garden di Londra nell'ultima stagione dei Balletti Russi. Seguirono fino al 1941 numerose composizioni nonché alcune revisioni.
Quale direttore debuttò nel 1930 al Concertgebouw di Amsterdam; fu allora ospite di Mengelberg e allievo di Scherchen, che s’accorse subito del suo straordinario talento e che lo convinse in seguito a dedicarsi completamente alla direzione.
Dopo essersi stabilito in Italia, nel dopoguerra (più tardi, nel 1948, divenne cittadino italiano), Costituì "ex novo" l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Cominciò così la sua carriera diventando dopo qualche anno direttore stabile a Stoccolma (1952-55), quiudi a Parigi (Orchestra Lamoureux, 1957-61), all’Avana (1957-58), a Montreal (1956-60), a Madrid (1965-69, dove fondò con musicisti in parte giovanissimi, l'Orchestra della Radio spagnola, che portò ben presto a un livello straordinario), a Montecarlo (1968-73) e a Roma (1973-75). Attese inoltre all'attività di direttore ospite dell’Opera di Londra e di Vienna e in più di 50 paesi per concerti con tutte le orchestre più importanti. Del suo vasto repertorio, che comprende sia la produzione polifonico-corale dal XVI secolo all’era contemporanea e tutti i generi della musica strumentale da Purcell a Wagner, dagli oratori di Haydn alle zarzuelas spagnole, rimane testimonianza nelle numerose incisioni discografiche, tra cui quelle ormai classiche come Le Sacre du Printemps e L'Histoire du Soldat, La dannazione di Faust, alcune Sinfonia di Mozart e Schubert con i Filarmonici di Berlino, tutte le Sinfonie di Cajkovskij, le famose incisioni dei Concerti per pianoforte di Mozart con la Haskil ecc. Capolavori da Beethoven fino a Berg e Dallapiccola, ma anche incisioni ineguagliabili di operette di Offenbach, Chabrier ed altri. (La discografia di Markevitch contiene, fino ad oggi, più di 260 titoli, con 19 Grand Prix).
Dal 1949, su invito di Furtwängler, tenne corsi annuali per giovani direttori al Mozarteum di Salisburgo (si annoverano tra i suoi allievi Sawallisch, Barenboim e molti altri) e seminari in tutto il mondo, tra cui al Conservatorio di Mosca, alla cattedra di direzione d'orchestra, appositamente creata per lui, al Messico, a Madrid, a Monte Carlo ecc. Nell’agosto del 1975 diresse, in occasione del millenario della città di Weimar, un corso al Conservatorio Franz Liszt al quale parteciparono più di 50 direttori provenienti da 18 paesi.
A tale triplice attività, della composizione, della direzione, dell'insegnamento, si affianca quella teorico-scientifica, intensificata negli ultimi tempi. Mi sembra che un'adeguata descrizione di questa poliedrica personalità debba scaturire dall'unità  delle attività accennate, nelle quali un aspetto scaturisce dall’altro in un essenziale e reciproco condizionamento.
Possiamo menzionare in questa sede l'pera compositiva di Markevitch soltanto superficialmente, elencandone in fondo i titoli principali. Sono però sicuro che un'attenta analisi a confronto con la produzione europea coeva, porrà in debito rilievo la sua personale originalità. Chi abbia mai ascoltato una sua composizione si può convincere che ci si trova di fronte a un linguaggio musicale ricco e brillante, di una rara finezza sonora e ritmica e di una freschezza e vitalità ancor viva e lontana da qualsivoglia accademismo o dal tipo della cosiddetta "Kapellmeistermusik". Non v'è dubbio che nelle
sue composizioni egli abbia utilizzato le sue esperienze direttoriali e lo studio degli strumenti d’orchestra, uno per uno; ma che non abbia scritto della "Kapellmeistermusik" risulta anche dal fatto che cominciò l'attività di compositore allorché dirigeva occasionalmente e che cessò di comporre quando intraprese la carriera di direttore.
La rinascita della sua musica, possiamo ritenere, avverrà certamente nel momento in cui si avrà a riconsiderare quella fertile epoca del nostro secolo, della quale il concetto "neoclassico" dice poco e che annovera maestri così eterogenei come Hindemith e Krenek, Malipiero e Petrassi, il "Groupe des Six" e de Falla, lo Stravinsky degli anni ’20 e ’30, nonché Roussel, Prokof’ev e molti altri, e tra i quali Markevitch è una personalità senz’altro originale.
Osserviamo almeno alcuni esempi di impulsi che Markevitch ha dato agli sviluppi della musica moderna. Un’opera fondamentale è la Suite da Balletto L’envol d'Icare, che il diciannovenne scrisse nel 1932 per Serge Lifar, composizione che però finora non è stata eseguita secondo la sua originaria destinazione in teatro: malgrado l'estrema difficoltà della partitura ne risulterebbe un autentico arricchimento del repertorio ballettistico! Il soggetto dell’azione descrive in sette quadri la figura mitologica di Icaro: "Preludio al segreto della scienza, Risveglio del sapere, Icaro e gli uccelli, Le ali di Icaro, Il volo, Dove si ritrovano le ali, La morte di Icaro". A questa disposizione della vicenda drammaturgica corrisponde un'altrettanta chiara articolazione musicale in 7 sezioni, nelle quali prevale alternativamente un’idea musicale caratterizzante. Così, per esempio, nel Volo si esplica uno schema ritmico che unisce a mosaico una serie di elaboratissimi elementi ritmici, tali da suggerire acusticamente l'effetto della macchina da volo di Icaro. Analogamente all’ascesa e alla incombente catastrofe tale movimento ritmico si sviluppa in crescendo fino al ff che investe tutti gli strumenti (particolare rilievo hanno gli effetti "di macchina" e la parte della percussione estremamente differenziata).
Nel momento della sua brusca caduta tutta la costruzione si disintegra anche musicalmente, ingenerando una vaga sensazione acustica di una superficie distesa, vuota ed esanime, sopra la quale sembra spirare il vento. Non si sente altro che l’aria e questa è rappresentata musicalmente nel modo più semplice e raffinato nella seguente indicazione per gli ottoni: "Mettre l’instrument en bouche et soufller (sans produire de note). La rumeur de vent ainsi produite doit etre trés sensible tout en restant proportionelle à la nuance générale".
In questo passaggio Markevitch volle esprimere "l'effetto reale dell’aria", innovazione questa, che nelle sale da concerto crea impressioni inedite.
Ancora un altro passaggio è degno di nota: nelle Variazioni su un tema di Händel per pianoforte (1941) Markevitch nella 13a Variazione chiede all’interprete un "effetto di chiaroscuro" e spiega: "gli accordi marcati rinf.: molto forti e strappati. Si ricade sull’accordo pp che viene colpito da vicino, affondando bene i tasti. L’esecuzione di questa variazione dipende essenzialmente dal gioco del pedale: si appoggia nell’attaccare l’accordo rinf.; si toglie simultaneamente all’attacco dell’accordo pp". Questo effetto di "chiaroscuro", a mio avviso inedito è simile al cosiddetto "Klavierflageolett", che Schoenberg aveva adottato per primo nel suo Lied Sulla spiaggia nonché nel primo dei Tre Pezzi per pianoforte Op. 11, dove troviamo la frase "Die Tasten tonlos niederdrücken", lo stesso effetto che in quest’opera alla misura 6 è indicato dalle parole "Suoni armonici: appoggiare sui tasti senza far risuonare le note".
Altrettanto significativo è il "Diminuendo strutturato" nelle battute 13/14, nelle quali le note dell’accordo dominante vengono proposte in successione riduttiva. Ma l’effetto sonoro di questa variazione supera di gran lunga il "flageolett pianistico" di Schoenberg, Berg (Op. 5), Bartok (Mikrokosmos IV nel brano "Armonici") o di altri lavori ancora, mentre Markevitch approfondisce ciascuno degli accordi di questa variazione tonale (in Mi) sfruttandone al massimo le rispettive sfumature armoniche, inaugurando così un nuovo modo di concepire il timbro sul pianoforte e aprendo la strada alle ricerche coloristiche degli anni ’50.
Si possono menzionare altri compositori ancora, sui quali Markevitch esercitava un influsso immediato, per esempio su Olivier Messiaen e su Béla Bartok, sia per quanto riguarda l’organizzazione del materiale musicale, come anche nella strumentazione. Un concetto centrale del suo pensiero compositivo è "la prospettiva acustica", nella quale cerca di mettere in rapporto dimensioni spaziali e scorci prospettici (quali si conoscono dalla storia della pittura classica) con la dinamica musicale. Markevitch spiega in proposito: "un Do grave si comporta diversamente dallo stesso suono posto in alto; bisogna calcolare la posizione d’ottava e, se necessario, correggere i rapporti armonici, indebolendo alcune strutture o rinforzandone altre".
Quest’osservazione non solo indica un aspetto saliente del suo modo di comporre, nel riferimento ad una sua coerente prassi direttoriale, ma rimanda altresì ad un importante criterio di analisi. Mi sembra che vi sia una certa parentela con il concetto dallapiccoliano della "polarità"; la musicologia farebbe bene ad approfondire gli aspetti e le implicazioni.
Come si è detto sopra, sarà compito di uno studio monografico, di valutare il ruolo e l'importanza dell’opera di Markevitch - noi qui non possiamo altro che indicarne le caratteristiche più appariscenti.
Ma torniamo alla Suite del balletto Icare: alla prima esecuzione (1933) il successo fu strepitoso. La voce più altisonante nel coro del pubblico entusiasmato fu quella di Bela Bartok, che scrisse al giovane compositore: "Permetta ad un suo collega, che non ha avuto l’onore di conoscerLa personalmente, di ringraziarLa per lo straordinario Icaro. Ho avuto bisogno di qualche tempo per studiare e capire a fondo la bellezza della Sua partitura e penso che passeranno molti anni prima che sarà compresa nella sua importanza. Ma lasci che io Le esprima la mia convinzione che cioè un giorno alle Sue opere sarà resa giustizia. Lei è una delle personalità più impressionanti della musica contemporanea e sono felice di ricevere profitto dall’influsso che Lei esercita".
Per sottolineare ulteriormente il ruolo di Markevitch quale direttore d’orchestra, ecco un giudizio di un altro grande maestro, Luigi Dallapiccola. Egli ebbe a rilevare in una recensione dell’Ottava Sinfonia di Beethoven (nel "Mondo", 21 aprile 1945) questo interessante aspetto:
Igor Markevitch trovò il giusto accento e interpretò la Sinfonia, di cui abbiamo voluto citare un solo passo, da direttore dell’epoca nostra, da critico sottile, colto, aggiornato; da musicista attento non soltanto al testo nelle sue linee generali, ma anche a quei particolari del testo che, come semi dopo vari decenni, hanno fruttificato. E, sempre in tema di particolari, diremo che l’attacco del secondo tempo, con l’insistere delle note ribattute, sia per la sua tonalità o per il suo ritmo, sia per l’accento che il direttore seppe conferirgli, evocò in noi il ricordo di un frammento di Jeux de cartes di Stravinsky (II quadro; Ia variazione), episodio che mai, davvero, si era pensato come di possibile, se pur lontanissima, derivazione beethoveniana.
Questo senso di critica, cosciente o subcosciente che sia, ci sembra uno dei lati più interessanti e più singolari della personalità di Igor Markevitch; non solo, ma uno dei più "attuali". Un lato che potrà avere in seguito sviluppi che forse oggi non sono ancora immaginabili. Che la sua personalità si basi in uguale misura sull’istinto, sull’intelligenza e sulla cultura è stato ampiamente riconosciuto da tutti. A sottigliezze critiche del tipo che abbiamo voluto citare i direttori dotati soltanto d’istinto e di braccio non sapranno mai arrivare.
Chi ha avuto modo (o meglio la fortuna) di seguire per un certo periodo il lavoro di Markevitch (come per esempio negli anni 1973-75 in cui fu direttore dell’Orchestra di Santa Cecilia), ha potuto constatare come non solo lo standard tecnico dell’orchestra migliorasse sensibilmente da un concerto all’altro, ma come d’altra parte si sviluppasse quello specifico sound alla Markevitch, che conferiva ai suoi concerti e alle sue esecuzioni discografiche una caratteristica inconfondibile. Non è possibile, ovviamente, descrivere senza esempi musicali questo sound - ma basti il riferimento in concetti tecnici all’equilibrio trasparente tra archi e legni, alla chiarezza asciutta dei bassi e dei timpani, all'articolazione estremamente elastica degli ottoni. Questo sound consiste - in termini di metafore corporee - di muscoli e ossa senza grasso. Diversamente dall’ideale contemporaneo estremamente discutibile, del sound ad alta qualità (HiFi), in cui i contorni architettonici vengono cancellati, con quella prassi che fa risaltare senza criterio linee melodiche mentre mescola tutto il resto in un diffuso fruscio a pedale, Markevitch non celebra mai le sonorità per se stesse, ma le interpreta sempre in funzione della struttura musicale; vige ovunque il lucido controllo e in ogni punto della partitura è possibile avere chiarimenti dal Maestro circa l'impostazione stilistica della interpretazione, giacché la sua è un'interpretazione analitica.
Questi concetti "critico" (Dallapiccola) e "analitico", sui quali, come abbiamo cercato di dimostrare, poggia la prassi direttoriale di Markevitch, costituiscono l’anello di congiunzione tra i diversi ambiti della sua attività musicale, che implicano, per altro, il desiderio di entrare in comunicazione con i giovani. Un vecchio pregiudizio, assai diffuso tra i musicisti, afferma che l’arte della direzione non può essere appresa, "o uno sa, o non sa", si dice, oppure: "dirigere implica più capacità intuitiva che tecnica, e soprattutto personalità - il carisma dunque dell'imponderabile, del non apprendibile". Allorché anche Furtwängler ebbe a pronunciarsi in questo senso, Markevitch lo interruppe dicendo: "Mi scusi ma questo non lo credo. Anche il direttore deve poter orientarsi secondo precisi moduli di comportamento come lo strumentista, deve poter apprendere un certo bagaglio tecnico che gli permette (non diversamente dal violinista che impara a condurre l’arco, o il pianista che studia i suoi esercizi virtuosistici) a dominare il repertorio sinfonico". Furtwängler in un primo momento non nascose il suo scetticismo, ma invitò Markevitch a verificare le sue tesi in un corso di perfezionamento per direttori d’orchestra e dovette poi ammettere che il suo collega più giovane aveva avuto ragione. Questa esperienza segnò l’inizio di quei corsi, oggi famosi, che Markevitch tenne dal 1949-56, a Salisburgo prima e poi in tutto il mondo, meritandosi la fama anche di didatta.
Nei colloqui sulla musica Markevitch torna ad insistere sempre su questa sua convinzione sull’arte direttoriale: "se si parla del dirigere", dice Markevitch, "la gente crede che si tratti di un problema mistico; ancor oggi si parla troppo di questioni che non si comprendono razionalmente". Alla direzione incontrollata e irreflessa egli contrappose il suo insegnamento direttoriale razionale e scientifico. La sua propedeutica comprende uno studio approfondito della storia della musica e una precisa conoscenza degli strumenti dell’orchestra, delle loro possibilità tecniche e dei problemi che implicano, nonché nozioni dettagliate sulla costituzione fisiologica e un allenamento continuo del corpo.
"Chi vuole dominate 100 musicisti", egli disse "deve avere il perfetto dominio di se stesso". Il direttore deve avere la superiorità, anche nell’aspetto: il corpo eretto e fermo, tutti i movimenti vengono indicati dalle braccia, e così nettamente da essere compresi anche dal contrabbassista all’ultimo leggio. Vi sono esercizi speciali che aiutano a non faticare troppo le spalle e i muscoli delle braccia, a respirare regolarmente ecc. L’indipendenza delle braccia, la capacità di battere il tempo a destra e a impartire cenni e accenti a sinistra, a suggerire una variazione dinamica o di plasmare una melodia importante, la si ottiene con un programma di allenamento a lungo termine. Alla domanda, se non sia opportuno differenziare la tecnica secondo i temperamenti e le personalità specifiche, egli risponde: "La tecnica non è d’impedimento alla personalità, anzi essa ne è necessariamente il presupposto! Vede, per certi Studi di Chopin esiste un unico modo di diteggiare; ma prenda ad esempio Rubinstein, Richter, Pollini e vedrà che tutti e tre suonano con la stessa diteggiatura, mentre il loro risultato personale è completamente differente". Ciò che Chopin e Liszt svilupparono per i pianisti, Paganini per i violinisti, cioè una tecnica fondamentale, che permette loro di suonare tutto, dovrebbe essere possibile anche per i direttori. "I grandi maestri da Wagner a Toscanini, a Furtwängler, a Walter hanno creato un arsenale di dettagli tecnici direttoriali, con i quali ogni partitura può essere eseguita senza difficoltà. Da quando l’evoluzione della tradizionale musica d’orchestra è compiuta e mentre noi abbiamo di fronte un gigantesco repertorio di tutti i tempi e stili, è ora di sistemare una volta per tutte questo materiale gestuale, per sfruttarne in pieno le possibilità". Il termine "gestuale" significa per Markevitch ridurre ogni movimento espressivo, che va oltre il puro battere del movimento, alla sua forma più pregnante e suggestiva. Razionalità e funzionalità sono le massime del suo dirigere e del suo insegnamento: "Un direttore non e un medium
soprannaturale, tantomeno dovrebbe essere un ballerino! Non dimentichiamo che egli agisce per l’orchestra, non per il pubblico! Egli deve rendersi indispensabile per l’orchestra - chi non lo sa essere, è superfluo. Lo standard di una buona orchestra è oggi altissimo, e ciò esige grandi sforzi del direttore. Egli deve avere una completa preparazione senza incertezze".
Gli chiedo come procedere dunque nello studio di una partitura sconosciuta. "Prima di tutto", risponde, "è necessario osservare con l’occhio i blocchi architettonici, per farsi un’idea della forma in
generale, giacché anche in seguito nelle prove si terrà conto della disposizione generale dei blocchi. Poi si analizzerà il materiale tematico dei motivi nel suo sviluppo formale. E' determinante per un giovane direttore che si renda conto che non si tratta mai di processi schematici, ma di eventi vitali! Quindi si esamineranno i rapporti armonici badando bene se collegano le modulazioni alla compagine architettonica. Lo stesso dicasi del cambiamento nella strumentazione e della dinamica. Quando poi ci si è resi conto della forma globale di un pezzo, si esamineranno gli strumenti uno per uno, per verificarne il ruolo specifico nel corso della composizione. Con queste premesse sarà facile comprendere l’articolazione del fraseggio, che dovrà essere studiato con la stessa accuratezza come la struttura armonica. Analizzata a fondo la partitura sarà agevole preparare il repertorio gestuale: attacchi, accenti, fraseggio, dinamica. Questo metodo permette inoltre di allenare la memoria; con una certa esperienza sarà possibile imparare una Sinfonia di Haydn in un pomeriggio, al massimo in un giorno". Markevitch fa notare che questi principi devono essere fuori discussione, e i problemi di dettaglio (bilanciamento del timbro, fraseggio) saranno meno difficili da risolvere, se sarà chiara questa impostazione tecnica di base. Un problema particolare è costituito dall’ottenimento di un buon legato. "La vita moderna distrae enormemente. Diventa sempre più difficile concentrarsi anche un solo minuto, il pensiero va frantumandosi sempre più. Il maestro ha quindi il compito di rivolgere la massima attenzione a questo aspetto della musica. Altrettanto essenziale è l’accurata osservanza di un crescendo a lunga distanza, il dosaggio adeguato di un forte in relazione ad un fortissimo successivo, ecc. Nei corsi di Weimar abbiamo provato il seguente esercizio: dopo una dettagliata messa a punto della parte gestuale ciascuno dei partecipanti, disposti in un cerchio, su mia indicazione doveva dirigere a memoria e senza orchestra, mentre gli altri del gruppo, seguendo autonomamente i rispettivi movimenti ne correggevano inconsciamente il tempo e la dinamica. Questi giochi sono estremamente utili".
Markevitch incarna il tipo del direttore che si trova agli antipodi del popolarissimo cosiddetto "mago della bacchetta" in quanto concepisce la direzione come attività analitico-razionale e gestualmente funzionale, - come qui s'è potuto solo indicare -: dirigere non per esibirsi come persona ma per interpretare nella dovuta maniera la partitura. Di questa impostazione ha tratto profitto oltre ai suoi allievi e agli orchestrali, che con lui si sentono sicuri, anche il pubblico che, non essendo distratto dalla realtà sonora da una ginnastica inutile, partecipa anche visivamente - grazie a una gestualità convincente - al decorso della musica.
Poiché dunque, come si è visto, l'approfondimento intellettuale della musica ne determina anche la prassi esecutiva, non ci si meraviglia che Markevitch se ne occupi anche dal punto di vista musicologico e storico. Da 5 anni egli sta lavorando intorno alle Sinfonie di Beethoven; tale studio conterrà, a scopi interpretativi, un’esegesi critico-pratica del testo musicale e, insieme, una sinopsi completa delle revisioni, che i maggiori interpreti hanno fornito in merito - un’opera attesa, non solo per la descrizione dei famosi (ma largamente ignorati), rifacimenti di Mahler, ma in generale per la storia della Rezeption beethoveniana in sé. Seguirà quindi un trattato sull’arte direttoriale, che sarà il riassunto delle sue esperienze pratiche e pedagogiche.
I quattro elementi della sua attività - composizione e lavori teorico-musicologici, direzione ed insegnamento - non sono dissociabili uno dall’altro, ma si armonizzano in un insieme unitario. L'abbozzo che abbiamo tratteggiato della personalità musicale di Igor Markevitch ha necessariamente trascurato molti, anzi troppi dettagli, ma ci auguriamo che serva almeno a ricavarne alcuni tratti essenziali. Il tessuto connettivo che tiene uniti i quattro momenti di questa personalità è costituito essenzialmente dal suo esemplare interesse per i capolavori di ogni epoca e dal suo grande amore per la musica, trascinando chiunque lo avvicini. Una cosa altrettanto esemplare ed estremamente rara se non addirittura singolare ci sembra un’altra caratteristica, che è espressa nella sua massima: "Un vero
artista non cerca d’esser ammirato, ma vuole esser convincente".
Volker Scherliess (Traduzione di Hubert Stuppner)
(Nuova Rivista Musicale Italiana, luglio/settembre 1977)

martedì, luglio 16, 2019

Spoleto: progetto L'Arte della Fuga...

Quando penso a Mozart a Wagner o a Debussy, evoco nella mia mente opere precise, collocate in una prospettiva di valori e di interessi che mi sono propri. Quando penso a Bach, invece, non mi sento indotto a porre le singole sue opere in una prospettiva cronologica lineare e sembra acquistare un valore simbolico il fatto che il catalogo ufficiale dell'opera bachiana (BWV, Bach Werke Verzeichnis) appaia talvolta in conflitto col calendario. Tendo a pensare a Bach come nozione, come entelechia, come organismo della mente i cui caratteri globali paiono trascendere le sue proprietà locali. Bach come idea, per ragioni che in parte ancora mi sfuggono, non si lascia illustrare completamente dalle sue opere né lo si può collocare completamente in esse. La dimensione Bach mi appare talvolta come una intricata proiezione al pantografo delle strutture autoriflessive delle opere: dalle Toccate alle Passioni, dalle Cantate al Clavicembalo, dalle Trio-Sonate all'Offerta Musicale, dall'opera organistica all'Arte della Fuga. Tutte le sue opere, dalle prime alle ultime, sembrano coesistere. Dentro la vasta e granitica organicità sintattica dell'opera bachiana agisce senza sosta un intreccio dialettico di rapporti, un'armonia di conflitti, un guardarsi da fuori e da dentro, un comporre il comporre e un trascendere ogni idea di stile (concetto peraltro inesistente in quell'epoca). E' per questo che le analisi scolastiche dell'armonia, della melodia, della polifonia, della metrica, della retorica e delle forme bachiane non approdano a nulla di significativo quando sono valutate separatamente. Le stesse tecniche vocali vanno osservate nella prospettiva barocca delle tecniche strumentali, ma l'apparato strumentale e le concezioni strumentali dell'epoca, con le loro tecniche specifiche, vanno a loro volta osservate anche alla luce di una meta-strumentalità ideale e universale. Così come le forme sacre vanno osservate alla luce delle forme profane (le cantate sembrano spesso animate da una drammaturgia "operistica"), la religiosità di Bach deve diventare anche un terreno d'analisi della sua laicità. La stessa tradizione tedesca in Bach deve essere osservata anche alla luce delle tradizioni e degli eventi musicali italiani e francesi: Vivaldi, Pergolesi, Couperin, Rameau. La musica di Bach - così poco viaggiatore - si nutre della conoscenza di tutta la musica europea. La trascrizione diventa funzione della creazione, l'arcaismo diventa funzione dell'evoluzione e della sintesi e il rigore funzione della libertà. Non solo. Il contrappunto di Bach è anche una meditazione sulla pluralità del mondo: è uno sguardo che sembra penetrare profondamente e trascendere il passato e il futuro. Ed è anche per questo che ancora oggi Bach vive dentro di noi in tutta la sua vastità e con tutti i suoi poteri, dicevo, di autoriflessione: come quel profondo lago di un racconto indiano, che si mette in cerca delle sue stesse sorgenti lontane. Lontane, vorrei aggiungere, anche nel tempo, passato e futuro.
Luciano Berio (2001)
 
All'Arte della Fuga, monumentale testimonianza di scienza musicale, J.S. Bach lavorò per tutto l'ultimo decennio della sua vita, dal 1740 - anno a cui risalgono i primi quattro brani - al 1749, quando vennero apprestati per la stampa i primi undici numeri dell'opera, fino all'ultimo anno di vita. L'Arte della Fuga presenta 18 Contrappunti o Canoni o Fughe, chiudendosi su una Fuga a tre soggetti rimasta incompiuta; tutti circondati dallo steso enigma interpretativo. La classificazione delle Fughe varia a seconda degli storici e per il progetto "L'Arte della Fuga" abbiamo tenuto conto della classificazione dell'edizione Bärenreiter (1956) curata da Hermann Diener, che conta 18 Contrappunti, cui seguono il Corale "Vor deinen Thron tret ich heirmit" (Dinanzi al tuo trono mi presento) e l'Appendice n° 19 "Fuga a specchio" sul tema variato e sul suo inverso per due pianoforti (variante al n°13).
L'organizzazione musicale è assolutamente artificiosa: la natura di questa musica "assoluta" è schiva da tentazioni profane, ascetica, quasi impossibile. Nella prima edizione dell'Arte della Fuga, uscita a Lipsia all'inizio del 1751 a cura di Carl Philipp Emanuel Bach, l'incompiuta Fuga a 3 soggetti era seguita dal corale "Vor deinen Thron tret ich hiermit", ultima pagina di Bach, che l'autore ormai cieco e allo stremo delle forze aveva dettato sul letto di morte al genero Johann Christoph Altinkol. Spoglia di ornamenti, come tutta l'Arte della Fuga, priva di drammaticità, questa pagina ci stupisce e rapisce ugualmente, allo stesso modo di quella stupefacente architettura contrappuntistica che l'aveva preceduta.
Questo lavoro sembra essere il seguito de L'Offerta musicale, che Bach ha appena finito di scrivere. Anche in questo caso c'è una serie di variazioni contrappuntistiche tutte basate sullo stesso tema e sulla medesima tonalità, ma se nell'Offerta musicale dominava l'idea di canone, in questa composizione vengono analizzate tutte le possibilità di scrittura della Fuga. L'Arte della Fuga doveva ricoprire, allo stesso modo dell'Offerta musicale e delle Variazioni canoniche, la funzione di "comunicazione scientifica" per la Società di Mizler. E' possibile che il progetto iniziale di Bach comprendesse ventiquattro Fughe, ovvero sei gruppi di quattro, ognuno dei quali contenesse due volte due Fughe costruite su soggetto esposto sotto un doppio aspetto, rectus e inversus. L'Arte della Fuga è costruita su di un tema sviluppato in quattro battute in re minore. La Fuga XII ad esempio è a "specchio": il rectus è una variante ritmica del tema principale, mentre l'inversus è l'immagine rovesciata della Fuga precedente. Il principio della Fuga è relativamente semplice: un motivo melodico o soggetto, esposto da una delle voci (discantus, altus, tenor o bassus) è ripreso, "imitato" dalle altre. Questo motivo imitato può essere identico al modello, oppure più alto o più basso, più lento o più veloce, e così via. Le combinazioni sono infinite. A seconda della complessità della Fuga possono esserci due, tre o quattro soggetti. Nell'Arte della Fuga il tema è esposto e capovolto, le voci e i soggetti si moltiplicano, si rispondono all'infinito giungendo, appunto, sino alle famose Fughe XII e XIV nelle quali si riflettono come un raggio in uno specchio; Fughe doppie, triple, quadruple; canoni di tutti i tipi combinazioni e intrecci di soggetti e controsoggetti sotto tutte le possibili forme, costruiscono un'architettura le cui linee sembrano perdersi verso il cielo, in una spirale senza fine pur nel suo continuo rinnovarsi. Da ultimo la Fuga XVIII, la maestosa Fuga interrotta dall'avvicinarsi della morte. Come se si rendesse conto dell'irreparabile, Bach appone la sua firma. Il tema che appare nella musica (alla battuta 193) è composta dalle lettere del suo nome: B.A.C.H. (si bemolle, la, do, si bequadro), un doloroso cromatismo in progressione ascendente.
Una tradizione ben radicata sostiene che la frase che compare alla fine della Fuga XVIII incompiuta sia di mano di Philipp Emanuel: "Su questa Fuga, in cui il nome di Bach appare in controsoggetto è morto l'autore". In realtà Bach non è morto scrivendo questa Fuga. L'ha lasciata interrotta già molto malato, per una ragione che ignoriamo. La più plausibile pare essere che, essendo quasi totalmente cieco dalla fine del 1748, avrebbe considerato impossibile dettare ad altri la fine di un'opera così complessa. La Fuga incompiuta sarebbe stata nelle intenzioni di Bach la penultima del progetto, poiché l'ultima doveva essere una Fuga quadrupla.
Incerta è la destinazione strumentale dell'opera, che a motivo della sua scrittura a quattro parti (discantus, altus, tenor e bassus) pare concepita per organo. Bach infatti non ha indicato il mezzo esecutivo (tranne per due Fughe, destinate al Klavier, cioè a una imprecisata "tastiera"): orchestra, organo, complessi cameristici? Bach ha invece voluto sottolineare l'assolutezza, la spiritualità di quello che considera il suo supremo testamento spirituale, la risposta musicale al suo credo: il fine ultimo del basso continuo e dei Contrappunti, dei Canoni, delle Fughe e di tutta la musica è la gloria di Dio.
 
Il progetto "L'Arte della Fuga" nato dalla collaborazione tra il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto "A. Belli" e alcuni conservatori musicali europei, è stato presentato a Bruxelles, alla Commissione Europea nel 1999 nell'ambito del Programma dell'Unione Europea "Azioni Sperimentali in vista del programma quadro europeo - Cultura 2000". Il progetto stabiliva che "in vista delle celebrazioni, nel 2000, del 250° anniversario della morte di J.S. Bach, fossero stanziate sovvenzioni volte al co-finanziamento di progetti che prevedessero la diffusione delle opere del grande musicista". Scelto tra oltre 70 progetti provenienti dalle massime istituzioni culturali internazionali, il progetto "L'Arte della Fuga" è stato riconosciuto Evento Speciale Europeo dell'Anno 2000.
Coordinato artisticamente da Luciano Berio e da Michelangelo Zurletti, direttore artistico del Teatro Lirico Sperimentale e per la parte tecnico operativa da Claudio Lepore, direttore organizzativo dell'Istituzione spoletina, il progetto si propone di "contribuire alla riscoperta in Italia e all'estero del repertorio bachiano e di stabilire un punto di contatto fra il repertorio del XVIII secolo e la musica contemporanea".
Il Progetto prevede che i diciotto Contrappunti dell'Arte della Fuga vengano trascritti con un organico cameristico variabile indicato da Luciano Berio, affidando il lavoro di trascrizione e rielaborazione ad alcuni dei più noti compositori contemporanei europei, oltre che a docenti ed allievi di composizione di cinque conservatori europei: Londra, L'Aia, Lione, Torino e Lipsia.
Dopo l'approvazione della Commissione Europea, il Teatro Lirico Sperimentale ha avviato la prima fase operativa del progetto con la sua presentazione, nel dicembre 1999, in una Conferenza Stampa svoltasi a Roma presso la sede della Stampa Estera alla presenza di Luciano Berio, dei rappresentanti dell'Istituzione e dei rappresentanti del Comune di Spoleto.
La seconda fase operativa si è svolta con il Convegno Internazionale di Studi "L'Arte della Fuga" di J.S. Bach, realizzato a Spoleto il 23 marzo 2000, presso la Sala Ermini del Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo. Al convegno hanno partecipato studiosi dell'opera bachiana di levatura internazionale quali Alberto Basso, Hans-Eberhard Dentler, Alexander Lonquich, Alessandro Zignani e Riccardo Risaliti. Il volume degli atti del convegno è stato pubblicato dal Teatro Lirico Sperimentale nel febbraio 2001.
La terza fase ha riguardato la vera e propria trascrizione dei diciotto Contrappunti secondo la numerazione dell'edizione critica Bärenreiter (Johann Sebastian Bach, Die Kunst der Fuge, BWV 1080, a c. di H. Diener, Kassel 1956) con differenti organici strumentali, dai più tradizionali strumenti dell'orchestra classica, alla chitarra, al mandolino, alle voci e agli strumenti elettroacustici.
I Contrappunti I-XVII sono stati affidati a compositori quali: Louis Andriessen, Luis De Pablo, Aldo Clementi, Betsy Jolas, Fabio Vacchi, Fabio Nieder, Michele Tadini; ad allievi e docenti dei conservatori europei prescelti, quali: Christian Kram e Christoph Göbel, allievi della "Hochschule für Musik und Theater" di Lipsia; Diderik Wagenaar e Adam Falkiewicz, rispettivamente docente e allievo del "Koninklijk Conservatorium" de L'Aia; Chrostopher Branch, Nathan Williamson, Adam Melvin allievi e Andrew Schultz, docente della "Guildhall School of Music & Drama" di Londra; gli studenti Marcella Tessarin, Corrado Margutti, Andrea Ferrero Merlino e il docente Gilberto Bosco del Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Torino; gli studenti Arnold Bretagne, Arhaud Boukhitine e il docente Lois Mallié. Luciano Berio ha riservato per sé l'incompiuto Contrapunctus XVIII.
L'organico orchestrale che eseguirà l'integrale dei diciotto Contrappunti, costitutosi con la sigla O.E.T.Li.S. (Orchestra Europea del Teatro Lirico Sperimentale), sarà composto da giovani strumentisti provenienti dai Conservatori europei che hanno partecipato al progetto. Il Centro Culturale Tempo Reale di Firenze curerà e realizzerà le parti destinate ai live-electronics.
Ai due concerti inaugurali in prima mondiale al Teatro Caio Melisso di Spoleto, seguiranno altre esecuzioni a L'Aia, Londra, Lione, sedi delle scuole musicali partecipanti.
 
L'ARTE DELLA FUGA
- Contrapunctus I - Louis Andriessen
- Contrapunctus II - Luis De Pablo - Bach 1626
- Contrapunctus III - Christian FP Kram
- Contrapunctus IV - Betsy Jolas
- Contrapunctus V - Fabio Vacchi
- Contrapunctus VI - Diderik Wagenaar - Halo
- Contrapunctus VII - Adam Falkiewicz
- Contrapunctus VIII - Christopher Branch, Nathan Williamson, Adam Melvin
- Contrapunctus IX - Andrew Schultz - Ash Fire
- Contrapunctus X - Aldo Clementi
- Contrapunctus XI - Marcella Tessarin, Corrado Margutti, Andrea Ferrero Merlino
- Contrapunctus XII - Rectus - Arhaud Boukhitine
- Contrapunctus XII - Inversus - Arnold Bretagne
- Contrapunctus XIII - Rectus/Inversus - Loic Mallié
- Contrapunctus XIV - Fabio Nieder - Das ewig Liecht
- Contrapunctus XV - Christoph Göbel
- Contrapunctus XVI - Gilberto Bosco
- Contrapunctus XVII - Michele Tadini - O Lamm Gottes unschuldig
- Contrapunctus XVIII - Luciano Berio - A Giuseppe Sinopoli, in memoriam
 
Esecuzioni:
- Spoleto - Teatro Caio Melisso - Prima assoluta - 31/5 - 1/6/2001
- Lyon - 4/6/2001
- Den Haag - 6/6/2001
- London - 8/6/2001


martedì, luglio 02, 2019

Niccolò Castiglioni: Quodlibet

Stradivarius STR 37097 - (p) (c) 2018
Che Niccolò Castiglioni fosse un pianista eccellente lo attestano i colleghi che ebbero occasione di ascoltarlo; ricordando in particolare l’abilita con cui eseguiva quei suoi Cangianti, da lui presentati a Darmstadt nel settembre del 1959, un brano di estremo impegno non solo per l’acrobatico impiego della tastiera ma per la mobilità della tavolozza timbrica che lasciava trasparire una sensibilità acuta per le prerogative dello strumento, approfondite dal giovane milanese durante i corsi salisburghesi con Gulda e con Zecchi. Un pianismo consapevole ma soprattutto “naturale”, nel senso chopiniano, sfiorato da quel fermentare madreperlaceo del timbro che non è più compiacimento ornamentale ma sorprendente quanto misterioso scarto inventivo. Un filo che si sarebbe allungato con Debussy, l’ultimo Debussy e che non sarebbe sfuggito alle mani prensili di Castiglioni quando venne attratto dalla malia dei labirinti weberniani, come colse prontamente Heinrich Strobel, il grand patron dei Donaueschinger Musiktage, parlando di "du Webern sonnant comme du Debussy" Si era infatti integrato tale pianismo nei recessi del laboratorio segreto di Castiglioni costituendo una riserva e uno stimolo ad alimentare quel suo immaginario sonoro così variegato e originale, ingrediente il pianoforte di cui Castiglioni fa un uso sensibile, calibrato al millimetro sia che lo inserisca nel tessuto timbrico degli organici cameristici più singolari o in quelli orchestrali, spesso ridondanti quanto inconsueti, o che lo ponga in posizione più esposta, da solista, come mostrano le cinque testimonianze di questo CD, significative nell’attraversare un paesaggio straordinariamente variato e fascinosamente isolato quale quello di Castiglioni, giungendo con Fantasia concertata del 1991 quasi "al limite della terra fertile", e nello svelare l’unicità di un’esperienza poetica che il tempo è andato decantando con indiscussa nitidezza.
L’avvio di questo viaggio lascia alle spalle un travaglio formativo che nel naturale confronto dialettico non ha tuttavia neutralizzato nelle prime prove compositive certi residui, sia di quelle prime attrazioni, lui ancora studente al Conservatorio milanese, ”neoclassiche e stravinskijane”, che delle successive influenze che lo stesso Castiglioni riassumerà con lucido distacco: “da un lato mi sono sentito attratto dal mondo dell’espressionismo tedesco e della dodecafonia, dall’altro mi sono lasciato prendere dalla moda di fare un po’ di battaglia ideologica, musica engagée, musica con titoli politici.”
Scorie che sembrano dissolversi con il premere di più sottili tensioni, intrinseche alla tecnica appuntita di cui possedeva i segreti e che gli consentiva di dar forme sensibilissime ai propri fantasmi, sempre aleggianti tra un lirismo trattenuto e una ironia un po’ sibillina da indurre a pensare ai favolosi viaggi intrapresi sul piccolo foglio da Klee o ai più liberi intrichi ricreati da Wols con il suo bulino dai tratti infinitesimali. Sono gli indizi che troviamo in Inizio di movimento per pianoforte, un brano del 1957-1958 eseguito dallo stesso autore a Darmstadt nell’ambito dei concerti finali del corso di composizione di Nono e Maderna. E' lo stesso Castiglioni a scrivere la presentazione indicando che “il materiale di questa composizione non è organizzato serialmente, ma è tutto derivato da una cellula originaria”, precisando poi che il materiale si presenta "come se fosse in movimento”, quasi col carattere di un’improvvisazione pianistica. Materiale sempre attivo se pochi mesi dopo l’autore ne prolungò il destino allargando più avventurosamente la trama ad un ensemble di undici strumenti: e nato così per gemmazione Movimento continuato che lo stesso autore eseguì a Milano il 21 marzo 1959 con l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali diretta da un già affermato Boulez. Un confronto tra il pianoforte e gli undici strumenti che rivela ”una verve agile e spavalda”, scriveva Bortolotto suggerendo la suggestiva, non improbabile ipotesi di "una ritrovata Aufschwung romantica“. Risplendeva la chiarezza del suono, quella ”bontà naturale” che sosteneva un musicista del settecento, pensava Castiglioni, quale modo di ”svincolarsi dall’umor nero espressionistico” per ”ritrovare una strada all’aria aperta, alla luce del sole, ossigenata dalla freschezza di una riscoperta piacevolezza sonora”. Il processo non si fermerà qui, ché lo stesso materiale troverà nuovi esiti in Sequenze, una composizione per orchestra che sarà presentata nel marzo 1959 nella stagione sinfonica del Terzo Programma, con l'orchestra RAI di Roma diretta da Hans Rosbaud. Per dire come Castiglioni allargando la tela dalla sola tastiera a quella strumentale pratichi con originalità l’esperienza del puntilismo, sottraendosi al clima un po’ talebano che aleggiava in quella stagione. Ne aveva colto il senso Massimo Bogianckino nel recensire su La fiera letteraria gli Impromptus 1-4 per orchestra da camera che precedono di qualche mese Inizio di movimento, osservando come ”l’apparente frantumazione sonora, suggerita dalle ormai cosmiche sottigliezze seriali e dai richiami di un consumato tecnicismo orchestrale, si ricompone proprio in forza di un sincero, ingenuo candore che l’autore conserva con commovente freschezza“, Sulla più ristretta prospettiva della tastiera Castiglioni opera con mano sensibile nel tendere a fugaci aggregazioni figurali che tolgono alla frequente presenza dell’arabesco ogni compiacimento ornamentale per lasciar intuire una più aleggiante tensione espressiva, quando la figura trapassa dalla tastiera agli altri strumenti con avvolgente complicità; oppure quando il profilo elegante si blocca nell’iterazione o si sedimenta in più decisi accumuli armonici, fino all’esasperazione di quei clusters che probabilmente il giovane frequentatore di Darmstadt aveva ascoltato con stupefazione dalle eccitanti, stralunate esibizioni di David Tudor.
Nella sequenza cronologica del CD ci troviamo di fronte ad un’opera del 1976, Quodlibet (titolo già impiegato in Figure del 1965, secondo quel ricorrente ricorso a suggestioni medioevali, Tropi, Sequenze, cantus planus e via dicendo che contrassegna il percorso del nostro compositore). Un quindicennio separa Quodlibet ”piccolo concerto per pianoforte e orchestra da camera” (prima esecuzione a Parigi nel maggio 1978, con l’Ensemble Intercontemporain diretto da Michel Tabachnick) dal precedente Movimento continuato, un lasso di tempo enorme che trova riscontri nella vita del compositore. Significativi, come il periodo trascorso tra il 1966 e il 1970 negli Stati Uniti quale visiting professor of composition, ma anche come storico della musica rinascimentale, nelle Università del Michigan, San Diego e Washington: "un'esperienza molto piacevole umanamente - dirà Castiglioni - ma ho avuto la sensazione di aver perso del tempo. Tornato in Italia mi sono reso conto che si era un po’ calmato il fanatismo avanguardista che aveva contraddistinto gli anni precedenti la mia partenza e questo era una bene, perché l'attenuarsi di quello che in alcuni momenti aveva preso le sembianze di un vero e proprio terrorismo psicologico consentiva a ciascuno di trovare la propria linea, di esprimere la propria personalità”. Una ricerca che Castiglioni compie sospinto da una curiosità verso la storia testimoniata da quel singolare libretto che è Il linguaggio musicale dal Rinascimento a oggi, uno specchio del proprio mondo in realtà, come ben aveva colto Lele d’Amico dicendo che non si trattava di “una storia, bensì l'esposizione d’una poetica attraverso una storia di comodo”. Che in effetti è la condizione con cui il compositore, dopo il ritorno dall’America, si confronta con la storia, in maniera visionaria, un po’ stralunata, nel senso di fantasmi che riappaiono attraverso la lente di un'esperienza, come quella compiuta dal giovane milanese, spinta fino ai limiti di un'espressività esasperata, mahleriana, che poi si è decantata nell'opposto, in quella della ”leggerezza” calviniana.
Fantasmi che sono gesti, vocaboli, suggestioni, come la tonalità che riaffiora fugacemente senza forza costruttiva, come colore piuttosto e forse ancor di più elemento che opera come un rovello lungo il sofferto percorso della creazione; difficile negli anni settanta a giudicare dal rarefarsi di opere dovuto alla fragilità esistenziale che sembra oscurare l'orizzonte del nostro compositore. La chiarezza Castiglioni sembra ritrovarla in una stupefatta semplicità che conforta la sua predilezione per la montagna, dove si era trasferito lasciando Milano (”una città di provincia, indolente e presuntuosa”) per Bressanone: semplicità che si sostanzia nella stessa rilettura della storia musicale: “L'eredità di Webern è stata soprattutto un appello alla purificazione. In questo senso Webern richiama Franz Josef Haydn e soprattutto Edward Grieg” scrive all’amico Paolo Castaldi, come a rafforzare le scelte che guidano la sua scrittura, tutta tesa verso la conquista del ”bianco”, il bianco dell'inverno, del paesaggio amato, del freddo, lo scintillio della neve gelata, elementi che Castiglioni ha fissato quasi emblematicamente in quel piccolo capolavoro che è Inverno in-ver, ”undici poesie musicali per piccola orchestra", e che ritroviamo in Quodlibet, nella raffinata filigrana intessuta dagli arabeschi pianistici emancipati dalla istigazione puntilistica, avvolgente tessuto al color bianco nei filtri di una dinamica tutta decantata nei pianissimi, bruscamente bucato da sgraziati accordi acciaccati, come uccelli fastidiosi - inevitabile il pensiero all’ornitologia musicale di Messiaen, autore amato da Castiglioni che apprezzava in lui ”quel suo modo di esporre per un notevole lasso di tempo un materiale sonoro senza svilupparlo” - che guastano l’illusione sonora, con il sognante abbandono di quelle poche battute del pianoforte, spia della naturale vocazione lirica, che indugia come un tenero intermezzo schumanniano, ”molto poeticamente”, ”armoniosissimo”, ”sospirando”, ”dolcissimo” chiede Castiglioni premendo il pedale "una corda”. E' lo stesso filo che ci conduce a Fiori di ghiaccio, ”concerto per pianoforte e orchestra” scritto tra il 1982 e il 1983 e presentato a Milano nel gennaio 1984, solista Anna Maria Paganini. Il titolo è lo stesso di uno dei brani, quello d’apertura, che compongono Inverno in-ver, ripresa che il compositore in una nota intervista giustificherà come "il massimo bisogno di purificazione verso il limpido“. Limpidezza, appunto, il termine che più diventa rivelatore della visione poetica di Castiglioni, come approdo ad una visione non turbata da quei fantasmi che operano nella penombra della sua interiorità. E "limpido" è uno dei tre generi che Castiglioni enumera in una divertente lettera a Paolo Castaldi, compagno di viaggio con cui divideva sul filo di un'arguzia surreale le proprie ansie, come sintesi della sua personalità, incasellando in ognuno dei settori le opere di appartenenza: vi è il genere "Schoenberghiano” (che in un’altra lettera diventerà ”melenso”), il genere “giocoso” e quello "limpido" che Castiglioni dice essere il preferito. E' quello in cui figura il ”piccolo concerto” Fiori di ghiaccio, articolato in quattro momenti che il compositore mette in sequenza ”storica”, si potrebbe pensare, come rivisitazioni di movenze: il sapore operistico della Cavatina, il rigore logico del Preludio e Fuga che Castiglioni dirama estrosamente tra gamme strumentali di sottilissimo pimento, la dichiarata evocazione lisztiana di Au bord d’une source, oasi preziosa in cui fiorisce la estrosa felicità del pianismo del nostro autore, sempre originale nel prescrivere che tale slancio fantastico sulla tastiera virtuosa abbia come sottofondo una figurazione ostinata del clavicembalo; infine il Walzer intonato dal primo violino ad aprire un pulsante quadro sonoro di cui il pianoforte decreterà drasticamente la fine. Fiori di ghiaccio è dedicato a Ligeti, un atto di stima e di affetto per il grande musicista transilvano con cui divideva la consapevolezza sulle insidie omologanti di un puntilismo vissuto in troppo stretta osservanza; una dedica che si radica nella stessa partitura, in quel fondale a canone all’unisono degli archi che apre Cavatina, evidente allusione ad Atmosphères.
Altro senso la dedica, a Bruno Maderna, dell'opera che segue, Gorgheggio per pianoforte e otto strumenti, scritto nel 1988, prima esecuzione a Milano l’11 novembre 1989 nell’ambito della bella rassegna promossa da Mario Messinis, prima significativa monografia dedicata al musicista veneziano scomparso nel 1973. Un omaggio ad un grande collega e maestro, dunque, a un musicista anche lui insofferente alla istigazione dei rigori darmstadtiani, attratto dagli infiniti interrogativi di fronte al mistero del suono; un senso avventuroso che forse Castiglioni ha voluto sottolineare con questo brano singolare dei cui caratteri lo stesso autore mette in guardia l’ascoltatore: "Un gorgheggio è una libera espansione canora della voce. Il gorgheggio non intona una melodia, non esegue un motivo o un tema: si limita a presentare il mezzo canoro nella sua virtuosisticità. Qui, al posto della voce ci sono degli strumenti; ma il fenomeno è analogo: presentazione del materiale sonoro in stato di effervescenza, o per meglio dire di euforia...". Per dire di una certa fisicità del suono che Castiglioni pretende nel rimarcare: ”Dinamica = sempre fff” e nel chiedere al pianista di produrre un suono ”sempre molto squillante e rigorosamente nel ritmo”. Un pianoforte che gorgheggia, dunque, a gola spiegata, navigando sempre nella zona alta, con tagli nitidi, dimentichi delle infinitesimali sfumature proprie del pianismo di Castiglioni, un pianoforte tutto solo, anche, per un lungo tratto, quasi l’intero brano, prima che arrivino gli strumenti che con un accordo strappato impongono alla voce il silenzio: un accordo ripetuto per cento volte! ”L’ascoltatore - sempre Castiglioni nel preambolo - deve lasciarsi permeare, affascinare e anche per cosi dire intontire dall’ostinazione del ritmo. Poi, a un tratto, il ritmo ostinato cessa: la musica non conclude, non cadenza. Si può dire soltanto che LA MUSICA SMETTE". Può essere il gusto del paradosso a innescare questo strano gioco “concertante”, forse un pizzico di quell’ironia che nell’opera come nella vita di Castiglioni seguiva percorsi carsici, fatto sta che il pianoforte di Gorgheggio offre una fisionomia più decisa, che in parte ritroveremo nella più tarda Fantasia concertata composta nel 1991 ma presentata al Festival veneziano solo nel 2005, pianista Roberto Prosseda. Un pianoforte brillante che nel primo movimento, ”Ottavario” stende sotto il chiacchierio degli strumentini una sollecitante fascia all’unisono, per poi partecipare nella ”Prosopopea” ad un dialogo più avvolgente, rotto bruscamente da un'accordalità che nella ”ripresa” si fisserà in una condizione di staticità, anche qui un insottraibile richiamo al Messiaen ornitologo. Torna a circolare l’aria nel terzo movimento, "Aria" appunto, un "Andantino soave" dove il pianoforte sembra cedere il passo alla malia timbrica degli impasti delle percussioni, con celesta e crotali, per poi rivendicare una sua presenza ostinata. La sorpresa viene dalla ”Romanza” finale, "Molto adagio con molta poesia, dolcissimo", pagina brevissima in cui tutto il fervore sonoro dei tre movimenti precedenti sembra spegnersi in un trepido lirismo.
In una conversazione con Luigi Pestalozza, a Reggio Emilia nell’ottobre del 1995 , uno sguardo retrospettivo spassionato sulla propria attività del musicista che neppure un anno dopo avrebbe lasciato questa terra, Castiglioni giustificava con quel pudore che era un tratto incarnato profondamente nella sua personalità quell’”atteggiamento espressivo” che talora affiora dal trasparente tessuto della sua invenzione: ”... perché dobbiamo rifiutarlo? insomma, senza problematizzare troppo, senza farci su filosofie inestricabili, io ho scritto anche questi pezzi che sono di carattere più espressivo e dove riaffiora un Webern che è un Webern molto diverso da quello ufficiale dell’avanguardia, un Webern che è piuttosto allievo di Schoenberg, un Webern schoenberghiano /.../ Webern secondo me era un compositore tipicamente viennese, che porta nel nostro secolo tutta una tradizione plurisecolare della grande esperienza musicale viennese. E' stato l’ultimo dei viennesi”. Una dichiarazione che è una confessione, una “professione di fede”, come aveva detto essere per lui Inverno in-ver sintesi dello straordinario universo poetico di Castiglioni, chiave per entrare nel suo mondo fantastico, il fascino dell’infanzia, la forbitezza del segno incarnato senza scorie né compiacimenti in un virtuosismo di rara sottigliezza, ma soprattutto quella dimensione di raccolta intimità, di gemütlichkeit austriaca, da Schubert a Mahler a Webern, cui Castiglioni era fortemente legato. Si capisce allora il senso dell’ultima poesia di Inverno in-ver, “Il rumore non fa bene. Il bene non fa rumore".
Gian Paolo Minardi