Omeopatia musicale: pillole per attenuare il male dell'insensibilità culturale dilagante.
Curarsi con la musica senza necessariamente ricorrere al suono...

mercoledì, agosto 31, 2005

La Ciaccona secondo Maurensig

(... omissis ...)

Il violinista che avevo davanti, benché anziano, era rimasto immune da certi segni caratteristici, anzi si comportava come se il suo ruolo fosse stato da sempre quello del solista. Allo stesso tempo, però, trattava il violino, e la musica stessa, con insolenza, suonava con un'aria quasi sprezzante. Mi chiedevo che cosa mai gli fosse accaduto nella vita per mettere il suo strumento e la sua arte al soldo di un uditorio da taverna.
A un certo punto egli scese dalla pedana con il violino sotto il braccio, bevve in tutta calma un altro bicchiere di vino, e poi, picchiettando con le dita sulla cassa armonica dello strumento lo fece rullare come un tamburo. E solo quando la sala si fu zittita, con il piglio e la gravità di un imbonitore da circo che presenti uno spettacolo senza precedenti, ci annunciò che avrebbe messo il proprio violino al servizio del miglior offerente. Chi avesse pagato la giusta somma, una somma comunque trattabile, avrebbe potuto ascoltare il pezzo desiderato, qualsiasi pezzo, anche il più difficile. Dalla sala cominciarono a levarsi subito alcune richieste che lui respinse con un gesto della mano, come per dire: "Troppo facile, ci vuole ben altro!". Andava fra i tavoli e sembrava ogni tanto ammiccare al mio. Guradava me. Ma non si avvicinava. Credetti di capire che mi teneva per ultimo come un boccone prelibato. E infatti, dopo un lungo girare mi si fermò davanti. Aveva intuito non so come che ero un forestiero (mi sarei accorto solo più tardi che dalla tasca della mia giacca spuntava il programma dei concerti bachiani), ed esclamò ad alta voce: "Oh, ecco: qui abbiamo qualcuno che si trova a Vienna per sentire della buona musica". Nella sala si era fatto silenzio e il violinista sfruttò magistralmente questa sospensione, ritardando con felice effetto la battuta finale. "Che cosa gradirebbe sentire il signore?" disse infine.
Irritato da quella facile ironia, cercai di rispondergli a tono. "E a lei che cosa piacerebbe suonare?"
"Quel che il signore desidera."
"Tutto ciò che desidero?"
"Tutto!"
A questo punto non ebbi più esitazione.
"Ascolterei volentieri la Ciaccona di Bach."
E con questo pensai di essermi messo al riparo da ogni altra provocazione. Ma mi sbagliavo. L'uomo mi restò piantato davanti con fare spavaldo. Alzò il braccio per zittire il pubblico, che osservava divertito la scena.
"Udite, udite," disse "ecco finalmente un intenditore. Qualcuno che sa veramente apprezzare la buona musica. Merita un brindisi." Fece un cenno alla cameriera la quale provvide a portargli un bicchiere, riuscendo a sottrarsi appena in tempo alle sue manesche intenzioni. Accettai, seppure controvoglia, il suo invito ad alzarmi in piedi per brindare con lui. Ingollato che ebbe d'un fiato il suo vino, si lisciò i baffi imperlati di goccioline dorate, con il dorso della mano si stropicciò il naso come se fiutasse un affare, e dopo aver ruttato solennemente mi chiese:
"E quanto sarebbe disposto a pagare per sentire questa Ciaccona?"
Ora, la Ciaccona, come lei sa, è un pezzo tanto bello quanto difficile. E il suo gioco mi parve subito chiaro: qualsiasi prezzo avessi proposto, lui avrebbe detto che era troppo poco, e con quella o un'altra scusa sarebbe passato oltre. Non sono un giocatore, ma di fronte a un bluff non resisto a rilanciare. Così feci un'offerta che mi sembrava irrecusabile.
"Mille scellini. Le bastano?"
Al confronto degli spiccioli che aveva raggranellato finora, mille scellini erano un bel colpo.
"Mille scellini" ripetè l'uomo. "Mille scellini!" gridò alla sala, e il suo volto, da quella maschera ilare e buffonesca che era stata finora, si rattristò all'improvviso, come per un'offesa terribile alla quale non era in grado di reagire. Mi voltò le spalle e si allontanò lentamente, nella sua sudicia camicia tesa tra le scapole sporgenti e puntute. Avevo visto giusto, dunque! Scappava. Avrei dovuto sentirmi soddisfatto. Eppure era una mano, quella, che non avrei voluto vincere. Lo vidi andare a piccoli passi, curvo, sempre più curvo, poggiando la guancia sul suo violino, come se ne auscultasse il cuore, tastandone al contempo l'esile polso, e in quel momento avrei voluto richiamarlo, scusarmi per lamia insolenza.
Ma mentre procedeva adagio verso la pedana, già nella sala risuonarono i primi toccanti accordi della Ciaccona.
Spesso mi sono chiesto quanto impieghi l'ultima nota di un brano musicale a spegnersi del tutto. Non solo fisicamente, ma come vibrazione emotiva. Chi può dirlo?
Mi sembrò che nessuno osasse applaudire, che quella musica ci avesse tolto ogni volontà. Era stato un momento in cui il mondo s'era arrestato sul suo asse, e non c'era da stupirsi se ora stentava a rimettersi in moto. Certo è che l'intervallo di tempo che intercorse tra l'ultima nota della sua impeccabile esecuzione e il primo battito di mani (il mio), che si moltiplicò subito in un applauso appassionato, mi sembrò senza fine.
Ora però restava un conto da regolare. Gli avventori sbirciavano dalla mia parte per vedere la faccia che mi ritrovavo. Ma quell'individuo, per il quale, non lo nego, provavo un sentimento di ammirazione, sembrò voler degustare con molta calma il momento della rivincita. Si fece portare ancora del vino (ormai i bicchieri che aveva bevuto nel corso della serata non si contavano più), si strofinò i baffi nella manica della camicia e infine, appoggiato il violino sul mantello dispiegato sopra una sedia, si avvicinò a me con il cappello in mano, come un questuante. Ora tutti volevano vedere se davvero avrei onorato il mio debito. Ma la banconata da mille scellini che depositai nel cappello era ripiegata in modo che solo lui potesse vedere.
"Molte grazie, signore" disse, con un sorriso che era chiaramente di sfida. "Sempre al suo servizio, signore" sussurrò tra i denti, e reggendo il cappello sul palmo della mano, rizzò il dito medio in un gesto osceno, che io solo potei notare.

(... omissis ...)

tratto da: "Canone inverso" di Paolo Maurensig

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